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Disoccupazione

Pokemon
AttualitàIn primo pianoParliamone

Pokemon Go e disoccupazione giovanile

scritto da L'Interessante

Pokemon Go

Un famoso detto italiano recita: “Chi non lavora, non fa l’amore”. Questo significa essenzialmente due cose: o Pikachu e co. hanno deciso sin dal loro prima apparizione di non voler dar vita ad una generazione futura attraverso l’unione dei “poteri speciali” e dedicarsi, di conseguenza, esclusivamente all’ “ozio cartoon-esco” o i giovani d’oggi sono diventati improvvisamente interdetti nel momento stesso in cui hanno trasformato l’intelligenza in demenza e hanno denigrato totalmente il valore del sacrificio, dello sforzo, del senso retorico del “portare a casa la pagnotta” che per generazioni ha contraddistinto l’essere umano nel raggiungimento del nobile fine di vivere nel benessere e nella prosperità. Perché si, se in effetti non si tratta di una nuova forma di evoluzione umana sottoforma di “distruzione cognitiva pro-digitale”, allora davvero il mondo rischia di lasciare il posto a questi “alieni” che per troppo tempo hanno preso le somiglianze animalesche e hanno contaminato la terra di un’astrattezza diventata tutt’altro che “gioco”: a poco a poco, infatti, quello che all’inizio sembrava essere un passatempo innocente e stimolante all’intraprendenza, ora ha completamente radicato le sue “droghe leggere” nelle convinzioni della gente, le stesse con le quali non si riesce più ad immaginare un futuro degno di essere “lavorato”, ma appunto “giocato”.

<<Il lavoro è vita: senza di esso esiste solo paura e insicurezza>> affermava John Lennon dal canto suo; e come dargli torto: ad oggi il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è pari al 37,9%, circa il 15% in più rispetto alla percentuale media di disoccupazione giovanile nell’Eurozona; ciò che più colpisce, però, è proprio il fatto che questo male “moderno” non sta diventando solo economico bensì anche psicologico e culturale perché le cause possono essere sia ricondotte all’eccessivo “mammismo” di numerosi soggetti ancora “bambinizzati” nel grembo materno senza possibilità di uscita alla scoperta delle opportunità circostanti, sia ad un sistema scolastico anche esso caratterizzato da cattivi collegamenti con l’impresa o da una banalizzazione del sacrificio che spinge gli studenti a preferire la semplicità dei “soldi facili” della criminalità organizzata. E così, “alzare la carriola” diventa sempre di più un “lavoro altrui”, una necessità secondaria, se non terziaria, che alimenta il fuoco dell’esasperazione e produce effetti gravi sia sugli individui che sulla società nel suo complesso, attraverso lo scarso sostegno all’inclusione attiva: questa “tragedia giovanile” verrebbe condannata da un Dante contemporaneo nel “Girone dei Nullafacenti”, avendo come punizione quella di inseguire un Pokemon eternamente, di provare a catturarlo senza tuttavia mai riuscirci.

Ma pensandoci su, sarebbe effettivamente questa una vera “punizione”? Secondo le ultime stime, infatti, più che un castigo questa significherebbe una ricompensa a tutti gli effetti: in un mondo attuale dove i giovani d’oggi non riescono a sviluppare le proprie capacità intuitive e concezionali, non rappresentano più un capitale umano capace di portare esperienza ed efficacia allo stesso tempo al servizio del bene comune, non diventano essenziali al fine di frenare la mobilità intergenerazionale e fare in modo che il disagio sociale si tramandi da una generazione all’altra e non salvaguardano più il loro “passaporto per la vita”, ossia le competenze necessarie per un pieno inserimento economico e sociale nel mondo lavorativo, ciò che prende il sopravvento è la mania dei “Pokémon Go”, il gioco che sta conquistando tutto il pianeta: dal Giappone all’America, i mostriciattoli virtuali tascabili, apparsi per la prima volta vent’anni fa sul Game Boy come invenzione di Satoshi Tajiri, hanno attraversato l’Europa e l’Italia e sono sbarcati sia nelle grandi città, depauperando un patrimonio culturale e turistico degno delle migliori innovazioni tecnologiche, che in quelle piccole, distruggendo il già misero guadagno delle microimprese impegnate nella lotta quotidiana alla sopravvivenza. Non a caso, basta guardarsi intorno mentre si passeggia in città per accorgersi di quante persone siano state letteralmente contagiate da questo “virus”, uno di quei parassiti che ha come strumento di inizializzazione lo smartphone e come preda della “demenza inattiva” i giocatori stessi: il sole potrebbe aver fatto la sua parte, qualcuno potrebbe pensare; il caldo avrebbe potuto giocare il doppio ruolo di ossessione e inganno allo stesso tempo verso un gioco grottesco e diabolico, altri potrebbero intuire; ma la verità sta, come al solito, nel mezzo: il mondo sembra essere letteralmente impazzito per un videogame che, di “pazzo”, ha le basi e le carte in regola per esserlo a tutti gli effetti.

Per giocare basta scaricare l’applicazione, disponibile sia sull’App Store di Apple che sul Google Play Store per gli utenti Android, creare un profilo, personalizzarlo, scegliersi un nome e aspettare che il lato virile della personalità umana abbandoni definitivamente “il cuore e la mente”, come direbbe un cavaliere dell’epoca medievale: chissà se questo avesse mai avuto avuto il coraggio di compiere un gesto così “poco nobile”, chissà se, invece di difendere il proprio re, avesse preferito dare la caccia  ai vari Bulbasaur e il resto dei 151 esemplari per ampliare il personale “arsenale d’oro”, chissà se, per essere punito di così tanta indecenza, fosse stato arso vivo dal rogo di un Charizard o annegato dal waterboarding di uno Squirtle; chissà, si domanderebbero gli studiosi, ma una cosa sicuramente continua a desistere nella mente dei potenziali “allenatori”: il senso vero della realtà, che entra continuamente in contatto con il confine della finzione e della tecnologia e che aumenta il rischio, oramai dietro l’angolo, di una dipendenza da un universo parallelo ed un isolamento cronico. Così, se da una parte ci pensa lo smartphone a chiudere gli occhi dell’oggettività e ad aprire quelli di Google Maps alla ricerca di “palestre”, battaglie contro i “custodi” del luogo e pokeball da lanciare per stregare gli avversari in perenne combattimento, dall’altro diventa responsabilità personale ridicolizzarsi periodicamente muovendosi fisicamente alla ricerca di Pokemon “fantasmi”: già, perché lo smartphone avverte che nelle vicinanze potrebbero esserci mostriciattoli che svolazzano dentro la padella o saltellano sul water o ancora strisciano sulla scrivania dell’ufficio, e che non spariscono, ma anzi si spostano seguendo il giocatore, muovendosi attaccati al loro nuovo “allenatore”.

Pertanto, se l’accostamento Pokemon Go-Disoccupazione giovanile ha i suoi effetti degenerativi e influisce nettamente sulla catalizzazione della pigrizia nei soggetti interessati, di certo non fa il discorso inverso chi tocca con mano l’esperienza di <<rassegnare le proprie dimissioni per girare il mondo>>:

è il curioso caso di Tom Currie, 24enne, ex barista neozelandese che, da un momento all’altro, ha deciso di “prolungare” le proprie ore libere dal lavoro eliminando quest’ultimo definitivamente dalla sua vita, almeno per il momento; perché si, in sede di decisione, Tom è stato più volte “compreso” piuttosto che attaccato per una scelta tanto azzardata quanto rischiosa: <<spero che il tuo viaggio vada bene>> ha affermato il suo ex datore di lavoro, risposta che è stata percorsa in maniera del tutto parallela dal <<sapevo che un giorno saresti diventato famoso>> del padre, messaggio inviato per sms e recapitato con tanto “amore paterno e protettivo”. Ma in fin dei conti, è purtroppo ancora questo medesimo “protettivismo” che spinge i giovani d’oggi nel burrone dell’”anoressia lavorativa”: <<trovare 91 pokemon sui 151 disponibili del gioco è stato come rivivere l’infanzia due volte>> ha affermato Tom, che ha peregrinato con gli occhi dello smartphone, ha incontrato turisti, viaggiatori e tanti appassionati dell’applicazione e ha cavalcato di collina in montagna, di fiume in lago attraverso fotografarmi e video tanto pazzeschi quanto incredibilmente innovativi, rendendosi conto di essersi trasformato involontariamente nell’eroe nazionale di un “sogno reale”, nell’ Ash Ketchum che 16 anni fa ha sfondato sul grande scherzo italiano, arrivando insieme ai suoi amici a conquistare il mondo.

Alla fine ciò che ne rimane è soltanto l’illusione ottica di aver raggiunto un obbiettivo, la credenza di aver compiuto un esperimento diverso dalla norma ma fin troppo complicato per essere portato a termine, la certezza di aver trascurato quello che dovrebbe rappresentare sempre “prima il dovere e poi il piacere”: non è tutto oro ciò che luccica, non bisogna lasciarsi andare troppo facilmente e vivere nella folgorazione di un attimo, non deve diventare primario ciò che normalmente viene attribuito alla schiera dei “beni di lusso”, uno sfarzo che, in tutta la sua lucentezza, continua ad essere tale, senza se e senza ma, e cammina imperterrito nel suo obbiettivo di far dimenticare la tangibilità: <<Catch them all>>, diceva la sigla originale del cartone animato, <<catch them, catch them>>, rammentava nel mentre, ma la vita è un’altra cosa, la realtà è un’altra cosa, e quella, esattamente quella, ci ordina ogni giorno di “acchiappare” le opportunità di lavoro, le chance che ci possono finalmente nobilitare come uomini, e non i Pokemon!

Michele Calamaio

Pokemon Go e disoccupazione giovanile was last modified: luglio 27th, 2016 by L'Interessante
27 luglio 2016 0 commenti
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Primo Maggio
CulturaIn primo piano

Primo Maggio: festa anacronistica?

scritto da L'Interessante

Primo Maggio

L’Italia è una repubblica non democratica fondata sulla ricerca del lavoro, se l’art.1 della Costituzione fosse modificato in questo modo, la festa dei lavoratori avrebbe ancora senso?

 Che ci piaccia o no, non basta una data a fare del giorno qualunque una festa da celebrare. È la partecipazione che crea la giusta matrice per sentimenti di commozione ricorrenti. Tutto ciò che perde valore ed entusiasmo, può provare a festeggiarsi come vuole, ma va da sé che il tentativo di santificare la scomunica è sempre una partita pesa.

È vero che al dì di festa non si rinuncia mai, ma quasi sempre il motivo ci sfugge dalla tasca dell’abitudine.  Come dire, ogni occasione è buona per fare baldoria, fosse anche il caso di una commemorazione in onore del pulcino Pio, quando lo fanno gli altri è di sicuro cosa buona e giusta, specie se è così da sempre.

Dalla gita fuori porta, alle prime distese sulla battigia, il Primo Maggio viene ricordato certamente per il concertone in live production, ma solo probabilmente per gli avvenimenti storici che lo hanno consacrato a giorno di festa.

Non è un demerito, o almeno non se riconosciamo ancora il libero arbitrio come valore fondante alla base dell’esistenza, che può tranquillamente presuppore un’ignoranza consapevole e poco sofferta, certo è che il sentimento di ribellione, proprio dei fatti storici del 1886, sembra non riguardarci più. In un Paese tristemente assuefatto, travolto dal negativo andante, l’idea patriottica di rivoluzione pare  un miraggio indicibile.

Ma ciò che ignoriamo è veramente quello che non ci interessa sapere? O si tratta soltanto di una pigrizia depressa e poco disposta a risalire le vie della coscienza?

 È giusto lamentarsi perché giovani plurilaureati non riescono a costruirsi un futuro occupazionale, come è legittimo protestare per i troppi lavoratori sottopagati, vittime di una schiavitù moderna che si nutre della disperazione, ma alla fine di questo dissenso cosa c’è? Quasi sempre il silenzio. Perché tanto il mondo va così e nulla può cambiare. Eppure, ieri non è mai stato come oggi e se anche si è spesso costretti a ricominciare da capo, le cose cambiano, mutano anche senza la nostra collaborazione.

Ai tempi dei gravi incidenti che travolsero Chicago, sfociati poi  in una vera e propria rivolta, nessuno dei coinvolti avrebbe mai pensato di passare alla storia come rivoluzionario, ognuno era mosso  da una profonda insofferenza, un  senso di ingiustizia senza rimando, e questo sarebbe bastato a voler inseguire quello che, potenzialmente, sembrava irraggiungubile.

 Perché si festeggia il Primo Maggio? Cenni storici

Tutto cominciò quando, il Primo Maggio1886, gruppi di sindacati degli Stati Uniti organizzarono un corteo operaio per chiedere la riduzione della giornata lavorativa ad otto ore: la protesta durò alcuni giorni. Il 3 maggio tutti i lavoratori che avevano preso parte allo sciopero si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick, in quell’occasione molti di loro vennero colpiti dagli spari della polizia che era stata chiamata a reprimere l’aggregazione. Due persone rimasero uccise e altre furono ferite gravemente.

Il culmine della rivolta si verificò il 4 maggio, quando esplose un ordigno che provocò la morte di un poliziotto, episodio ulteriormente tragico che generò una vera e propria guerriglia in cui rimasero uccise ben undici persone.

 Nel 1889, a tre anni di distanza dai fatti di Chicago e durante il congresso della Seconda Internazionale, fu ricordato quell’episodio in una celebrazione alla memoria dei caduti, fatto che divenne il simbolo delle rivendicazioni operaie in tutto il mondo.

Negli stati Uniti, oggi, il 1 maggio non è una festa riconosciuta ufficialmente, che sia questa una contraddizione o coerenza dipende dal sentire intimo di ciascuno. Forse, però, al di là di ogni ipocrisia, sarebbe opportuno sfruttare queste ore per meditare sul senso di quello che stiamo lodando, se lo stiamo facendo. Così, giusto per riscoprire la voglia di farci domande e, eventualmente, anche la paura di non trovare le risposte che vorremmo, quella stessa che di solito produce il coraggio di tentare ciò che sembra intentabile. Non necessariamente a costo della morte, come la storia ci insegna, ma almeno a favore del recupero di una dignità  perduta che permetta di vivere.

Michela Salzillo

 

 

Primo Maggio: festa anacronistica? was last modified: maggio 1st, 2016 by L'Interessante
1 maggio 2016 0 commenti
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