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Capuano

Martire
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Gea Martire: tento di essere me stessa

scritto da L'Interessante

Martire

Di Christian Coduto

“Buongiorno Christian” e allunga la mano per stringere la mia.

La butto lì: già la adoro. Saranno quei capelli mossi, così curati. Quel vestito rosso che le calza a pennello. Quel fare amabilmente sopra le righe, leggermente burlesco, spontaneamente teatrale … Gea Martire appare immediatamente così: iconica.

Osserva, scruta, con attenzione, ma senza mai mettere in imbarazzo. E’ in cerca di un contatto umano, non di una serie di domandine preparate.

Spigliata, ironica con gusto, intelligente. Parla e difende le sue idee, con un tatto raro.

Gea Martire si racconta ai microfoni de “L’interessante”

Chi è Gea Martire?

(Ci pensa su un attimo) … Un continuo tentativo di essere Gea Martire

Quando hai capito che la recitazione avrebbe avuto un ruolo così importante nella tua vita?

Da quando avevo 14 anni il teatro è stato presente nella mia vita, per divertimento, per passione … condividevo con amici un gruppo amatoriale. Poi, dopo la laurea e un concorso, ho cominciato a lavorare come impiegata. Presto ho cercato una via di salvezza e il teatro me l’ha offerta.

Cosa significa, per te, calcare le tavole del palcoscenico e interpretare un ruolo davanti ad un pubblico?

La possibilità di entrare in altri mondi, viaggiare in altre vite …

Il teatro è sudore, fatica, ma anche tanta gratificazione. Hai lavorato in tantissimi spettacoli, qual è quello che ti è rimasto maggiormente dentro e perché?

Alcuni anni fa lessi un breve racconto di Francesca Prisco. Da lì nacque MULIGNANE, scritto sotto forma di monologo da me e Antonio Capuano. Racconta la storia di una donna che non ha nome perché incarna la storia di tante, troppe donne incapaci di comprendere e amare se stesse, capaci di lasciarsi maltrattare, di amare e comprendere un qualunque idiota. Ma questa donna, e non poteva essere diversamente in un monologo da me interpretato e diretto da Antonio Capuano, ha una radicale trasformazione e da “pietra grezza” diventerà diamante. Il bello è che tutto avviene ridendo, perché secondo me l’intelligenza ha sempre un sorriso.

C’ero anche io, tra i tanti spettatori di quello spettacolo. Ci sono progetti che nascono sotto una buona stella: lo percepisci all’istante. “Mulignane” è uno di questi, senza ombra di dubbio.

“Tempo scaduto” lo hai scritto e diretto tu. Com’è stato passare dall’altro lato della barricata? Credi ti sia servita la tua esperienza di attrice per affrontare la prova registica?

Tutte le esperienze servono, se le sai usare. Quella, per esempio, è servita a farmi capire che non andava ripetuta (la guardo sorpreso). Mi spiego meglio: si confondono troppo i piani, a me piace il mestiere di attrice. Già concentrarsi su quello è complicato. Per essere contemporaneamente un buon attore, un buon regista e magari anche un buon autore bisogna essere geniali e io non lo sono.

Per il Napoli Teatro Festival ti abbiamo appena visto ne “Le serve” di Jean Genet, diretta da Antonio Capuano. Ti va di parlarci di questo spettacolo?

 

E’ una riscrittura di Antonio Capuano in lingua napoletana. Il noir di Jenet si stempera, acquista tinte brillanti, anche se il fondo scuro del pozzo nel quale le due attrici precipitano è ben visibile fin dall’inizio, pronto ad accoglierle.

 

Parliamo di “Non farmi ridere, sono una donna tragica” di Massimo Andrei …

E’ stato il risultato di una collaborazione, di una buona intesa, di una lenta esplorazione nella vastità dell’universo femminile alle prese con quello maschile. Il confronto con un regista, la possibilità di esprimersi liberamente, mescolare le idee e metterle in prova mi fanno lavorare con gioia. E con Massimo è stato possibile.

Luca De Filippo, Enzo Moscato e Vincenzo Salemme sono solo alcuni dei grandi nomi che ti hanno diretta a teatro. Cosa ti hanno lasciato umanamente e artisticamente queste avventure lavorative?

Si tratta di piantare semi e raccogliere frutti. Ma il terreno fertile sei tu, è te stesso che devi coltivare onde evitare che gli accadimenti della vita inaridiscano tra i sassi. Con Salemme è stato un breve incontro, molti anni fa, finito lì, ma sufficiente per guardare gli ingranaggi di una macchina comica perfetta. Era il tempo in cui faceva compagnia con Buccirosso, Casagrande, Nando Paone. Luca De Filippo un pilastro, la solidità di grandi tradizioni, l’intelligenza della consapevolezza. Moscato rappresenta la drammaturgia che più amo: contemporanea, di grande valore, l’alta poetica della cultura e della lingua napoletana. E’ davvero un faro tra gli autori contemporanei.

Rimango della mia idea: è una donna di grande fascino. Ha un dono non comune: è in grado di rimanere con i piedi per terra. Sul palco va veloce come un treno, ti incanta. Eppure, riesce a non prendersi troppo sul serio. Una dicotomia che ti conquista, è disarmante.

Gea Martire e il cinema: “Dagobert” di Dino Risi è il tuo esordio. Com’è stata la tua prima volta su un set cinematografico?

Mi sono sentita Alice nel paese delle meraviglie. E’ stata all’altezza di quelle prime volte che si stampano nei ricordi, nelle emozioni, nel cuore. Incancellabile, indimenticabile, irripetibile.

Dopo Risi arrivano Nanni Loy, Carlo Verdone, Ettore Scola, Mario Monicelli … tanti registi di successo che rimangono folgorati dalla tua bravura. Quali differenze ci sono, a tuo giudizio, tra il cinema e il teatro in termini di empatia, dinamiche, tempistiche, interazione con il proprio personaggio?

Folgorati dalla mia bravura??!!! Mah! Diciamo che hanno apprezzato il mio lavoro e già questo mi fece e mi fa felice. Il mio primo amore è stato il Teatro e ha continuato ad esserlo anche dopo aver conosciuto il Cinema. La consapevolezza che, in fase di montaggio, possano fare di te quello che vogliono, dal tagliarti al cancellarti, mi mette molto a disagio. Nel cinema sei totalmente in balìa, dipendi da una macchina. Il teatro dipende da te.

“La buona uscita” di Enrico Iannaccone ti regala un ruolo da protagonista assoluta …

Grande talento, quello di Enrico. Giovane ma deciso, sembra già carico di grandi esperienze. Ha realizzato un film duro, difficile, ha disegnato perfettamente un  personaggio femminile che, alle soglie di un’età matura, comincia ad avere paura di se stessa, del suo totale, inalienabile senso di libertà. Bello. Mi è piaciuto molto interpretare questo ruolo.

Cinzia Th Torrini ti dirige nel film tv “Caramelle”… ti piace il format televisivo o preferisci la realtà teatrale?

Mi ripeterei dicendo quello che ho già detto del cinema.

 

In “C’è posto per tutti”, diretto da Giancarlo Planta, si affronta il problema della disoccupazione. Un film piccolino, che ha avuto grandi problemi di distribuzione, ma sicuramente molto avanti nei temi trattati …

Ho veramente poco da dirti in proposito perché non mi ricordo quasi niente né del film né di quello che facevo … ma credo molto poco se non conservo ricordi (sorride).

 

Diretta, onesta, chiara.

Gea Martire e il rapporto con il regista: ti piace intervenire nella costruzione del personaggio che ti viene affidato o preferisci fidarti completamente di chi ti sta dirigendo?

Credo sia doveroso da parte di un attore esprimere quello che ha da dire sul personaggio. Il suo rapporto col personaggio è molto più diretto, intimo, confidenziale, autentico di quello che possa instaurare un regista, impegnato a pensare alla totalità della messinscena. Doveroso sarebbe da parte del regista ascoltare. Ma pochi lo fanno, i migliori.

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo libro letto, ultimo cd acquistato, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Ultimo film: Elle. Libro: “Il regno” di Emmanuel Carrère. Ultimo cd boh? E’ passato un po’ di tempo. Forse Cesaria Evora. Ultimo spettacolo: Ian Fabre al NTF

Cosa dobbiamo attenderci da Gea Martire per questo 2017?

Allora … riprenderò la tournèe teatrale di “Ferdinando” di Annibale Ruccello con la regia di Nadia Baldi. In più reciterò nello sceneggiato televisivo, termine che preferisco alla parola fiction (sorride), “E’ arrivata la felicità”.

Terminiamo in perfetto stile Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

Domanda: Riusciranno i nostri eroi? Risposta: E se no che eroi sono! (Scoppia a ridere).

Al termine dell’intervista, Gea Martire mi saluta con sincero affetto. La vedo allontanarsi con eleganza, eterea, leggera e scomparire all’improvviso, come quando il sipario si chiude all’improvviso, al termine di uno spettacolo.

Chissà, forse questo incontro è solo frutto della mia immaginazione …

Gea Martire: tento di essere me stessa was last modified: agosto 2nd, 2017 by L'Interessante
2 agosto 2017 0 commenti
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Cosimo
CinemaCulturaEventiIn primo pianoTeatroTv

Cosimo Sinforini: vivere d’arte? Si può!

scritto da L'Interessante

Cosimo

Di Christian Coduto

Due sono gli elementi distintivi di Cosimo Sinforini: i capelli (neri, lunghi e molto curati) che gli regalano l’apparenza del ragazzo selvaggio, ribelle, rivoluzionario, vagamente alla James Dean o alla Johnny Depp. E la voce: roca, assolutamente riconoscibile. “Se non dovessi avere successo come attore” scherza “Mal che vada posso sempre sfondare lavorando per una linea telefonica sexy”.

Socievole e espansivo come tutte le persone che sono cresciute a stretto contatto con il mare, parla senza freni. E’ amichevole il suo atteggiamento, di grande apertura. Mi racconta di cose che non riguardano esattamente la sua vita artistica (e che, ovviamente, non rivelerò in questa sede!).

Mi ha chiesto di incontrarci in un bar nel Borgo Marinari “Il contatto con l’acqua mi fa stare bene, mi rilassa. Il Borgo, di primo pomeriggio, è piuttosto tranquillo. Qui possiamo parlare in maniera più rilassata”. Ho l’impressione che abbia leggermente paura delle domande che sto per porgli. O forse è solo un po’ di ansia … prima mi ha detto che è un perfezionista, ci tiene a fare le cose per bene. Sia che si parli di una performance teatrale (o cinematografica) sia che si tratti di un’intervista. Ama essere ricordato per aver fatto bene le cose.

Cosimo Sinforini risponde alle domande de “L’interessante”

Chi è Cosimo Sinforini?

Cosimo Sinforini è un ragazzo che proviene da Torre del Greco che, nel tempo, si è rivelata una fucina di giovani talenti. Sono molto legato alla mia città che, tra le altre cose, è la città del corallo. Geograficamente è posizionata tra il Vesuvio e il mare, un binomio vincente. Il ritrovarmi al centro tra gli elementi acqua e fuoco, mi ha fatto crescere folle, ma nel modo giusto. Voglio vivere di arte. Essendo tenace e testardo di natura, farò in modo di realizzare il mio sogno!

 

Reciti da oltre 15 anni. Quando hai capito che diventare un attore sarebbe stato lo scopo della tua vita?

L’ho sempre saputo sai? Ero piccolo, avrò avuto otto, nove anni e mi divertivo ad imitare i personaggi che vedevo in televisione o in strada. Cercavo di trovare degli aspetti che gli altri non erano in grado di vedere. Ho la “capacità” di vedere in profondità, una sorta di studio dell’anima. Amo molto il campo della psicologia.

Quando mi dicono che recitare è un gioco, io rispondo sempre di fare attenzione, perché è un lavoro “pericolosissimo”: ti immerge in realtà nuove, altro che lsd, è una vera e propria droga (scoppiamo a ridere). Entrare nella mente di un’altra persona, di un personaggio da interpretare non è affatto facile! È un mestiere che va vissuto con la giusta serietà e una buona dose di ansia.

Nel tempo, questa mia voglia di carpire gli aspetti privati delle persone, si è trasformata nel bisogno di interpretare realmente un’altra persona.

Ti racconto una cosa: ero da mia nonna, avevano da poco trasmesso “Rocky III” in tv … quel film mi piacque così tanto che davo cazzotti ovunque e a tutti, volevo essere Rocky!

 

Mi immagino un ragazzetto piccolino, ma con la stessa amabile sfrontatezza del Cosimo di oggi, che sbuffa, si impegna, si agita, suda per assomigliare il più possibile a Sylvester Stallone. Forza di volontà ne ha, eccome. È lodevole la sua caparbietà.

Ti sei formato all’Accademia delle belle arti di Napoli per poi approfondire i tuoi studi in Inghilterra. Tanta gavetta alle spalle. Cosa che sembra mancare, negli ultimi tempi: partecipi ad un reality e diventi subito noto. Non credi che tutto ciò sia un processo di involuzione culturale?

Sono laureato in arti visive e disciplina dello spettacolo presso “L’accademia delle belle arti di Napoli”. Parallelamente, ho studiato presso il teatro “Elicantropo” di Napoli, diretto da Carlo Cerciello, una vera e propria palestra che mi ha permesso di crescere artisticamente. Un’altra formazione fondamentale è stata quella del “Teatro Spazio Libero” di Napoli di Vittorio Lucariello. In quest’ultima struttura si sono formati i migliori artisti dell’avanguardia storica napoletana, da Toni Servillo a Mario Martone. Ricordiamoci che lì passò anche Andy Warhol.

Al termine degli studi sono andato a vivere in Inghilterra per due anni … ho imparato molte cose, soprattutto il diverso modo di vivere il teatro e varie tecniche di recitazione.

Ritornando alla domanda: per fare questo mestiere devi buttare il sangue, devi metterci anima e corpo. Un reality ti regala popolarità, certo, ma senza mezzi e senza testa non vai da nessuna parte. Se adesso, avendo un bel faccino, riesci a fare dei film senza conoscere la tecnica, significa che abbiamo sbagliato tutto …

 

Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?

Molti sono legati al passato. Avrei dato non so che per lavorare in un film diretto da Federico Fellini, per esempio. Però anche lavorare con Paolo Sorrentino non sarebbe male! (ride) Con “The Young Pope” ha raggiunto piena consapevolezza dei propri mezzi. Per ciò che concerne gli attori, invece: Toni Servillo, ma anche Stefano Accorsi, Claudio Santamaria. Però il mio attore preferito in assoluto è Al Pacino. Conosco tutti i suoi film … considerando la mia vocalità, mi ritengo un po’ un suo figlioccio artistico. Con questo voglio solo dire che per me lui è un attore immenso, dal quale tutti dovrebbero trarre ispirazione continuamente.

 

Punta in alto, è vero … ma questo è sicuramente un pregio. All’improvviso si sbilancia “Christian, le cose o le fai come si deve o lasci proprio perdere”. L’istinto mi dice che, un giorno, lavorerà davvero con qualcuno dei suoi miti, scommettiamo?

Un incontro importante è quello con il bravissimo Lello Arena, del quale hai seguito un laboratorio e che ti ha diretto, a teatro, in “Sugar spell”…

Lello è stato un maestro del secondo capitolo della mia carriera teatrale! Feci un seminario con lui, meraviglioso. Quando l’ho incontrato ero davvero emozionato. Credo che lui sia la figura più rappresentativa dell’ultimo grande periodo del cinema e del teatro napoletano. E’ un uomo che sembra schivo, una sorta di orso burbero … in realtà è una persona di una sincerità disarmante, spontaneo, generoso. Non ha remore, non si risparmia mai: ti dona tutto ciò che sa. Al termine del seminario, ci incontrò singolarmente. Fece dei colloqui con ciascuno di noi. Mi disse “Cosimo, tu hai molto potenziale. Puoi diventare un grande attore, ma non devi sentirti un attore. Devi essere un uomo al servizio di un personaggio e di un regista. Non assumere mai l’atteggiamento da supereroe”. E’ riuscito a farmi rimanere con i piedi ben radicati al suolo.

Ovviamente, ci sono stati molti momenti dedicati al ricordo di Massimo Troisi, di una tenerezza incredibile.

Devi sapere che Lello Arena è un patito del biliardino. Io facevo sempre coppia con lui.

L’ultima serata di “Sugar spell” avevamo fatto una scommessa: la coppia sconfitta sarebbe stata attaccata con una serie di secchi pieni di acqua. L’idea del pegno era stata proprio la sua. Oh … non siamo riusciti a perdere? Mi fece un cazziatone incredibile (ride di gusto).

Nel tempo, siamo rimasti molto amici, gli sono molto affezionato.

 

Tra i registi dei tuoi spettacoli teatrali, troviamo anche Beatrice Messa e Serena Di Marco. Credi che ci siano differenze, in termini di empatia e di rappresentazione delle immagini, quando a dirigere c’è una donna?

Lavorare con le donne è molto interessante perché hanno indubbiamente una sensibilità maggiore della nostra. L’unico “problema” è la gestione del cast, soprattutto quando la regista è molto dolce.

Per il resto differenze non ne ho riscontrate … l’unica cosa importante è che il regista (uomo o donna che sia!) sappia cosa fare e che riesca a trasmettere il tutto agli attori.

 

Nel 2015 compari nel videoclip di Emma Marrone “Arriverà l’amore”. Un ruolo piuttosto sgradevole (è un ragazzo che sbeffeggia una coppia omosessuale N.d.R.) … come avrebbe reagito Cosimo l’essere umano?

Ebbene sì, un ruolo piuttosto sgradevole. Il Cosimo della vita reale avrebbe reagito incazzandosi ed andando contro quei teppistelli. Siamo nel 2017 e, purtroppo, ci sono ancora situazioni così spiacevoli.

Nel mondo dello spettacolo ci sono moltissimi ragazzi e ragazze omosessuali …

Chi inveisce contro una persona omosessuale per me non è felice della propria vita.

Così come quando, allo stadio, partono quegli stupidi cori contro le persone di colore. Sono forme di razzismo che hanno, di base, una frustrazione personale.

Ognuno deve vivere la propria vita a testa alta. E’ inammissibile che un ragazzo omosessuale si nasconda, perché ne va della sua felicità umana.

Per quanto riguarda invece Emma, è una persona fantastica. Si è sempre un po’ prevenuti, perché viene da un format televisivo e così via. Con lei si è instaurato un buon rapporto umano e lavorativo.

Si infervora un po’ mentre risponde alla mia domanda, mantenendo però inalterata l’educazione. E’ abituato a credere che, nella vita, le cose debbano andare necessariamente nel verso giusto o, almeno, come vuole lui. È un bravo ragazzo, non c’è che dire.

Sempre nel 2015, ecco una bella esperienza televisiva: “Alta infedeltà”. Che ricordi hai di questa avventura?

Un’occasione nata quasi per gioco: mi contattarono dalla produzione, dicendo che ero perfetto per quel ruolo. Guarda, ti dirò: ci sono sempre tanti pregiudizi … non so se mi spiego … Un attore serio certe cose non le fa … ma “Alta fedeltà” non è mica, boh, un reality! Sono stato chiamato per interpretare una parte, per recitare. Ecco perché ho accettato di buon grado: c’è grande professionalità. Ero l’amante della moglie del mio migliore amico. Mi ha dato tanta popolarità; ancora oggi, quando vedono il video, mi contattano e mi dicono “Ma che hai fatto? Sei stato un bastardo!” (scoppia a ridere). Vedi? Questo è il rovescio della medaglia del mio mestiere: quando fai il buono, l’eroe di una storia, tutti ti esaltano. In questo caso ero l’amante e mi odiavano tutti (ridiamo).

 

Sia parlando di Emma sia del format televisivo, ci tiene a sottolineare che lui va al di là dei pregiudizi. L’arte può esistere in mille forme e in mille colori. Fare il finto snob non è da lui. Quello che conta è la professionalità. Chi ha le capacità merita ogni tipo di rispetto.

Punto a suo favore: non si finge chic per apparire migliore. È pane al pane e vino al vino. Mi domando se il suo essere così schietto e diretto gli abbia mai creato problemi, con gli amici per esempio o in campo lavorativo, con qualche regista un po’ rompiscatole.

Nel 2009 Antonio Capuano dirige Cosimo Sinforini nel film “L’amore buio”. Che ricordi hai della tua prima volta cinematografica?

Una vera e propria esperienza extrasensoriale … è un regista caratterizzato da una lucida e sana follia. Sa perfettamente quello che vuole: riesce a far sì che tutti gli attori, tutte le persone sul set seguano la strada che ha già deciso in precedenza. In apparenza, sembra distratto, in realtà è concentratissimo e ti segue attimo per attimo.

La mia prima esperienza sul set era piccola, ma mi sono trovato davanti Fabrizio Gifuni che, a mio parere, è uno dei migliori attori italiani del momento.

Una bella emozione, che ripeterei di sicuro.

 

A proposito di cinema, parliamo un po’ di “Dead country” …

Un’esperienza molto carina, una produzione totalmente indipendente e low budget. Giovanni Roviaro, il regista, è davvero giovanissimo ed è riuscito a trarre il meglio da un cast di attori che, nel tempo, sono diventati grandi amici. Nonostante il budget ridotto, il set era pieno di professionisti.

 

Hai recitato in oltre 10 cortometraggi. “Tela Bianca – La morsa del Daimon” è quello più recente. Possiamo avere delle anticipazioni?

Il cortometraggio è una scuola di vita, soprattutto per un attore che abbia intenzione di percorrere la strada della recitazione. E’ importante non solo per il momento attoriale, ma anche per imparare a relazionarsi con gli altri … i macchinisti, i tecnici, gli operatori. Ci sono dei meccanismi e dei ruoli che devi imparare a rispettare. “Tela Bianca” è diretto da Giuseppe Rasi, con il quale è nata una bella amicizia. Abbiamo in cantiere anche un lungometraggio, incrociamo le dita! In questo cortometraggio io interpreto il ruolo di un pittore che è stato allontanato dalla famiglia, che non approva la sua scelta di vita.

Premettendo che la mia famiglia mi è sempre stata accanto nelle mie scelte, riconosco qualcosa di Cosimo anche in questo personaggio: spesso, quando dico alle persone che faccio l’attore, tanti mi guardano straniti, mi chiedono “Ma allora riesci a vivere di questo?” embè … (sorride). Presto verrà presentato nei migliori Festival, auguro a questo progetto di vincere tanti premi!

 

Nel tuo curriculum, anche due spot televisivi. I tempi ristretti, una sceneggiatura (solitamente) ridotta … riesci (o provi) a dare un’impronta attoriale anche in situazioni come queste?

Beh … una cosa è recitare un monologo di Shakespeare sul palco e un’altra è ripetere alcune battute velocissime per uno spot. Ma, nonostante tutto, anche in quest’ultimo caso c’è spazio per l’interpretazione. Giusto per dire: l’ultimo spot che ho girato con i The Jackal, quello per la Muller, è costituito da una serie di mini pillole che usciranno a breve … ebbene, lì c’è talento puro, mi è stata data la possibilità di recitare al 100%!

 

Domanda multipla: ultimo film che hai visto al cinema, ultimo libro letto, ultimo cd acquistato, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

“Song to song” di Terrence Malick … attori fantastici e una regia esemplare, da vedere! “Conversazioni su di me e tutto il resto” di Woody Allen … consigliatissimo. “Bird is free” di Charlie Parker; ti immerge in realtà che ormai, musicalmente, ce le possiamo solo sognare! “Ragazzi di vita” al Teatro Vascello, interpretato da Fabrizio Gifuni.

 

Cosa dobbiamo aspettarci da Cosimo Sinforini per questo 2017?

Allora … sono piuttosto scaramantico, quindi preferisco far parlare direttamente il lavoro. Ne vedrete delle belle, ma non anticipo nulla (sghignazza).

Terminiamo con un simpatico omaggio a Marzullo: fatti una domanda e datti una risposta

“Cosimo, che rapporto hai con Napoli?” “Un rapporto di odio e amore. Ce l’ho da sempre. Napoli è una città bellissima, senza ombra di dubbio. Dona ampio spazio agli artisti, ma allo stesso tempo soffre di vittimismo. Noi napoletani dovremmo iniziare ad andare avanti a testa alta. Da un punto di vista artistico abbiamo avuto il boom di Gomorra, ma tutto ciò non basta sicuramente. E’ giusto che tutti i giovani della nostra città riescano a realizzare i propri sogni, in qualunque settore della loro vita!”

L’intervista si chiude con questo augurio alla sua città. C’è una bella dose di critica, perché nella vita non bisogna mai smettere di analizzarsi. Quegli stessi rimproveri che Cosimo si è fatto, nel tempo, per levigare le sue doti di attore. Quella dose di severità che gli ha permesso di rimanere lucido, pragmatico, nonostante i mille sogni da realizzare. E che, sono convinto, realizzerà negli anni a venire …

Ph. Laura Di Legge

Cosimo Sinforini: vivere d’arte? Si può! was last modified: giugno 12th, 2017 by L'Interessante
12 giugno 2017 0 commenti
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