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Autore

Roberta Magliocca

malasanità
CronacaIn primo pianoParliamone

Malasanità: il dolore di chi resta

scritto da Roberta Magliocca

Malasanità

Sono una giornalista. O meglio, mi correggo. Desidero diventare una giornalista. Sono circa tre anni che mi muovo tra redazioni, in scarpe fatte di parole, bevendo caffè nero come inchiostro. Sembra che ci sia una caratteristica fondamentale per chi voglia intraprendere questa strada: IL DISTACCO. Si, tutti i più grandi nomi della carta stampata sono veri e propri obiettivi che mettono a fuoco la realtà senza mai staccarsene, descrivendola ma non commentandola, vivendola ma non provandola. E lo capisco bene il perché. Il lettore deve poter leggere i fatti così come sono per poi, in piena libertà e senza che nulla possa influenzarlo, elaborare una propria idea in merito all’accaduto.  E ora vorrei tanto che uno di quei grandi giornalisti fosse qui per potergli chiedere come si potrebbe mai mantenere quello stesso distacco anche in situazioni forti, che ti toccano da vicino, che ti bagnano gli occhi e ti smuovono l’anima. Perché l’articolo che sto scrivendo non riesce a vedermi imparziale né, tantomeno, indifferente.

Per questo, ancor prima di entrare nel vivo della questione, mi scuso con chi sta leggendo e con chi vorrebbe una cronaca attenta e precisa. Non sarà così, non qui, non per questo pezzo.

In una Caserta insolitamente troppo calda, appoggiate ad una macchina fuori ad un locale del centro che suona musica che ricorda il verde dell’Irlanda e il sapore delle terre del Sud d’Italia, due ragazze con un bicchiere di vino rosso in una mano ed esperienze pronte per essere condivise nell’altra, parlano, si conoscono, si raccontano.

Una di quelle due ragazze sono io, l’altra … beh, l’altra è quella parte del mondo vittima della tanto detta (TROPPO DETTA) Malasanità

Una ragazza che all’anagrafe ha 28 anni, ma che negli occhi e nelle mani di anni ne ha molti di più. Ha gli anni di quelle persone che nel petto portano le colpe di terzi, della negligenza di chi la vita la dovrebbe tutelare, provare a salvare, non abbandonarla a sé stessa senza muovere un dito.

Non racconterò la storia di questa ragazza costretta troppo presto a diventare una donna. Non la racconterò perché sento di dovere al suo dolore un rispetto che i medici non hanno avuto. Non la racconterò perché questo non è un articolo di denuncia o di polemica. Non la racconterò perché questo vuole essere un articolo di coscienza.

Ogni qualvolta qualcuno muore non per cause naturali, ma per errori umani dovuti all’indifferenza o alla sufficienza di medici o chi per loro, ci si scaglia contro o a favore di un ospedale che, in quel caso, espone giustificazioni e proprie ragioni. Nessuno mai accende i riflettori su chi…RESTA. C’è quel correre di camici bianchi, correre ai ripari ovviamente, dietro schiere di avvocati pronti a sostenere l’assoluta necessità di quelle decisioni che poi, per disgrazia, solo per disgrazia, si sono dimostrate fatali. Ma non sono qui a sostenere l’assurdo. Dietro bisturi e mascherine ci sono uomini, certo. E la natura dell’essere umano, si sa, non è infallibile. Ma c’è chi, quando un proprio caro è in un letto di ospedale, ha bisogno di essere rassicurato. Ha bisogno di sapere che può contare sulla lucidità e la competenza di chi ha nelle mani le responsabilità della vita di chi ama e così, poi, potersi lasciare andare.

E invece capita sempre più spesso che chi resta a piangere un proprio caro, resta solo, senza le scuse di chi dovrebbe, senza il tempo di un saluto e… in alcuni, troppi, casi, anche messo in discussione da un sistema che, in un modo o nell’altro, la spunterà sempre.

Il vero problema è che viviamo nel mondo del “NESSUNO TOCCHI CAINO” senza porsi una domanda fondamentale: MA ABELE CHI LO DIFENDE? Proviamo a capire le ragioni di quanto accade, cerchiamo di giustificare chi commette errori che comportano la morte di innocenti, facciamo sconti di pena a chi ha responsabilità troppo grandi per uomini troppo piccoli. Ma per le vittime, no, di sconti non ce ne sono. Il loro dolore sono costrette a viverlo tutto. Fino in fondo.

Roberta Magliocca

Malasanità: il dolore di chi resta was last modified: aprile 13th, 2016 by Roberta Magliocca
13 aprile 2016 0 commenti
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Argia Maina
CulturaIn primo pianoLibri

Argia Maina e il nodo del suono completo

scritto da Roberta Magliocca

Sarà che ho già recensito autori della Roundmidnight Edizioni e parole di encomio uguali e ripetitive mi sembrano fuori luogo. Sarà che penso che di uno scrittore più non si può dire se non quello che lo scrittore stesso già ha scritto. Sarà che Argia Maina – avvocato casertano concepito tra la musica londinese – ha parole che meglio possono raccontarla, fatto sta che questo articolo sarà uno zibaldone di parole. Le mie, modeste e rispettose, le sue potenti e dignitose. Argia, nome imponente e impegnativo. Su ogni bocca il mio nome cambia forma e accento. Sgraziato, stonato, rotondo. Con un nome del genere si può fare ben poco. Puoi passare la vita a spiegarlo o scrivere poesie.

Se dicessi che il libro di Argia Maina – Il Nodo del suono – 72 tracce a bassa definizione – si beve con leggerezza e senza scossoni, sarei poco onesta con voi, tantomeno con Argia

 Il Nodo del suono ha la lealtà dei sentimenti e la realtà piene di parole forti come radici di quercia. Le poesie di Argia Maina sono  come i lineamenti di certi visi: apparentemente sgraziati e casuali ma necessari, e per questo precisi. La Roundmidnight Edizioni non è scesa a compromessi, nemmeno questa volta. E oggi, con un piede ancora nella crisi economica, nel degrado culturale ed etico, con l’altro nella speranza e nei buoni propositi puntualmente disattesi, L’Interessante, per quanto può, offre possibilità di voce che è una e condivisa: “noi crediamo nell’onestà e nel lavoro pulito, chiamateci pure pazzi.” Diamo voce ad Argia Maina e alla sua penna, perché di tanto in tanto apro il mio taccuino, respiro lo smog e mentre perdo l’ultima corsa della giornata scrivo di me. Argia non me ne vorrà se le sono entrata nel libro e ne ho rubata l’anima, ma solo le sue parole potevano spiegarla. Sperando che smettano di chiederle del suo nome e comincino a leggerne le parole io vi lascio, ancora una volta, con le parole di Argia Maina che ci spiega Il Nodo del suono:  s’aggruma nelle ore diurne , con lo schiocco dei palloni sull’erba, quelli leggeri, di tela azzurra.

 

Roberta Magliocca

Argia Maina e il nodo del suono completo was last modified: aprile 13th, 2016 by Roberta Magliocca
13 aprile 2016 0 commenti
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cane dog friendly aree cani terremoti
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il Dog Friendly: intervista a Luigi Sacchettino

scritto da Roberta Magliocca

Il Dog Friendly

Al via la nuova rubrica de L’Interessante: Il Dog Friendly, a cura di Luigi Sacchettino

Giovedì 14 Aprile partirà la nuova rubrica de L’Interessante. Abbiamo fatto due chiacchiere con Luigi Sacchettino, l’esperto che ci aiuterà a capire meglio i nostri cani. Da giovedì, ogni giovedì, sarà un appuntamento fisso.

Ciao Luigi, grazie di aver accettato di farti intervistare prima di tutto, ma soprattutto di aver accettato di seguire per noi la rubrica “IL DOG FRIENDLY”. Partiamo da te. Qual è la tua figura professionale?

Ciao Roberta, grazie a te e a “L’interessante” per aver reso possibile la nascita di questa rubrica, nonché per la condivisione di idee: è un vero piacere per me. Sono un istruttore cinofilo formato presso la SIUA – Scuola di Interazione Uomo Animale con sede a Bologna – e sono uno studioso della zooantropologia, la scienza che indaga proprio la relazione che intercorre tra l’uomo e gli animali. Ho ibridato la mia formazione con seminari e congressi in giro per l’Italia, in un aggiornamento continuo, sempre più affascinato dalla mente dei nostri cani. Il ruolo di un istruttore cinofilo  è proprio quello di aiutare i proprietari ad avere una relazione equilibrata con i loro cani, superando problemi gestionali o equivoci comunicativi, e per farlo c’è bisogno di passione e studio.

Quali sono gli obiettivi che intendi raggiungere con questa rubrica?

Mi piacerebbe condividere con tutti voi  ciò che i cani mi insegnano ogni giorno,  affinché si possano capire sempre più i nostri amici a quattro zampe – superando antropocentrismi e luoghi comuni. In cinofilia si sente molto spesso parlare per “esperienza personale – mio cugino ha detto ” che sicuramente rappresenta un valore aggiunto, se unito a competenza e conoscenza.

Qual è, secondo te, la convinzione più sbagliata che di solito noi bipedi abbiamo del mondo a quattro zampe?

Bella domanda; credo a volte si abbia la tendenza a considerare i cani come dei piccoli umani o come dei bambini, fedeli e desiderosi di solo amore, proiettando su di loro molti dei nostri comportamenti e bisogni. Il cane però è una specie diversa e per rispettarla appieno – senza banalizzazione – bisogna conoscerne l’etogramma – termine che in etologia rappresenta l’insieme dei comportamenti propri di una specie animale. Solo sapendo ciò di cui hanno desiderio possiamo dedicarci alla loro felicità. Ad esempio i cani hanno un grosso bisogno di esplorare il mondo attraverso delle passeggiate quotidiane in cui possono inebriarsi con gli odori, mentre noi umani abbiamo la tendenza a pensare che un divano, del cibo e tanto amore siano sufficienti.

I nostri cani, se avessero le parole, cosa ci direbbero più spesso rispetto ai nostri consolidati comportamenti “sbagliati” che abbiamo nei loro confronti?

Ci direbbero di parlare meno ed agire di più. Noi umani siamo “verbosi” mentre la comunicazione del cane si esplica più sul piano non verbale, con postura e prossemica,  spazi e distanze corrette. I cani amano “il fare”, sono animali sociali votati all’azione. Credo ci direbbero: “Ehi, prendiamo il guinzaglio e ce ne andiamo a passeggiare in campagna?! In questo periodo ci sono odori bellissimi per me e colori bellissimi per te”. Per farsi un po’ cane bisogna ragionare più con il naso che con la vista, più in collaborazione, partnership che in individualismo.

Grazie Luigi e buon lavoro!

Roberta Magliocca

 

Il Dog Friendly: intervista a Luigi Sacchettino was last modified: aprile 12th, 2016 by Roberta Magliocca
12 aprile 2016 0 commenti
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pianoforte
CulturaIn primo pianoMusica

Un pianoforte per Napoli

scritto da Roberta Magliocca

Take a sad song, and make it better. Dai tetti di Londra ai vicarielli di Napoli. Come i Beatles e le loro chitarre furono, oggi i napoletani e il pianoforte sono. Hey Jude, prendi una canzona e rendila migliore. Quante volte lo si è pensato di Napoli. Prendiamo una città – la nostra città – e rendiamola migliore. E forse qualcuno che crede nella musica come salvezza per il mondo, o chi non vuole rassegnarsi a partenze ed addii, o forse solamente chi vuole trovare rimedio alla noia dei ritardi e mancate coincidenze.

Chiunque abbia avuto l’idea di mettere un pianoforte alla stazione, ci ha visto lungo

Ebbene si, Napoli canta don’t cry for me Mergellina – o meglio, suona – per i pendolari giornalieri o figuranti di passaggio. Nei mattini di primavera, spesso è passato di qui il treno dei desideri di Celentano che all’incontrario va.

Nessuna idea originale quella partenopea, sia chiaro. Sembra che tutto sia partito dal Giappone, portando pianoforti a Roma, Venezia, Torino, passando dagli Stati Uniti.

E se fino a qualche mese, alla stazione, si ingannava il tempo con qualche veloce lettura, con un caffè al bar o con una passeggiata per le attese più lunghe, ora si canta e si perde la nozione del tempo, lo stesso tempo che, all’insegna della noia, sembrava non passare mai. Quindi basta tristezza nelle attese snervanti. Per assurdo, se per lavoro, studio, viaggio, svago e divertimento, vi trovaste a passare alla stazione di Napoli Centrale, potreste addirittura meravigliarvi nel vedere viaggiatori contenti dei ritardi di Trenitalia, perché questo permetterebbe loro n’ata cantata.

Ed è proprio questo che succede: bellissimi momenti di aggregazione che solo la musica  riesce a regalare. A colpi di Tu vuò fa l’americano e Funiculì Funiculà, il pianoforte a Napoli è stato accolto con gioia da partenopei e parte-no.

Perché che siano classici napoletani o canzoni d’oltreoceano, una cosa è sicura – parola di pendolare – quel pianoforte non smette mai di suonare. C’è sempre qualcuno che, per sé o per gli altri – si accomoda al piano, la valigia al suo fianco, e suona. Spesso qualcuno si accosta e, sulla scia di note ben conosciute, canta. E se… “Annuncio ritardo, ci scusiamo per il disagio”, adesso c’è chi scusa volentieri quel disagio e risponde a gran voce “suoniamoci su!”.

Roberta Magliocca

Un pianoforte per Napoli was last modified: aprile 11th, 2016 by Roberta Magliocca
11 aprile 2016 0 commenti
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IL MIRACOLO
CulturaIn primo pianoTeatro

IL MIRACOLO ad Officina Teatro

scritto da Roberta Magliocca

Il Miracolo

In scena 8, 9 e 10 Aprile, lo spettacolo IL MIRACOLO di Officina Teatro è già sold out da giorni ormai

Giocano in casa Michele Pagano – regista dello spettacolo e direttore artistico del teatro stesso – e Maria Macri – attrice nella pièce teatrale e anima di quel luogo d’arte – presentando un lavoro cucito perfettamente addosso ai giovani attori del Laboratorio Permanente Ipotesi Espressive.

La famiglia, nella sua complessa semplicità è un luogo dell’anima, è uno specchio dove le menzogne si vedono chiaramente, i falsi sorrisi svelati, i coltelli dietro la schiena ben visibili.

La famiglia non è per forza e in assoluto quel nido d’amore dove tutto è in armonia, in perfetta combinazione con l’universo. Anzi, a pensarci bene, è innaturale trovare il regno della gioia. Nella vita reale non c’è alcun mulino bianco, nessuna gallina che gioca felice con il fornaio del paese.

La famiglia è caos. Caos di persone e personalità, di affetti e di progetti non condivisi, caos di pranzi e abbracci, litigate e paci fatte.

IL MIRACOLO di famiglia ne racconta una. Non da prendere a modello positivo, ma nemmeno il contrario. Una famiglia tra le famiglie, un caos tra i caos, un legame tra i legami.

Una famiglia numerosa tenuta insieme da un destino di miseria condivisa, dove ogni singolo componente aspira ad un ribaltamento della propria situazione ma assolutamente individuale. Si condivide la povertà, ma i sogni di ricchezza sono tutti al segreto. Ognuno per sé e Dio per tutti. E mica tanto.

Perché hai voglia a divedere pani e pesci, bere vino e pregare. Se non ti salvi da solo, nessuno lo farà per te. Costruisciti la tua strada, percorrila, sbaglia, torna indietro e fai meglio, o peggio, ma fai qualcosa.

Tu e solo tu, tu per te stesso. Sii artefice del tuo MIRACOLO.

Roberta Magliocca

IL MIRACOLO

Con: Antonia Alberico, Marica Palmiero, Enrico D’Addio, Francesco Ruggiero, Gianluigi Mastrominico, Pierpaolo Ragozini, Concetta Del Vecchio, Martina Cariello, Cristina Alcorano, Eugenio Sorgente, Martina Esposito, Maria Macri, Andrea Di Miele

Assistente alla regia: Federica Pezzullo

Costumi: Pina Raucci

Regia: Michele Pagano

IL MIRACOLO ad Officina Teatro was last modified: aprile 10th, 2016 by Roberta Magliocca
10 aprile 2016 0 commenti
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Human Prights
CulturaEventiIn primo piano

Human (P)Rights: mostra fotografica di Marco Tancredi

scritto da Roberta Magliocca

Poco più di un mese e Human (P)rights – mostra fotografica di Marco Tancredi –  sbarcherà in quel di Napoli.

Ad ospitare la mostra di tutti, per tutti, per tutti i diritti, sarà la Casina Pompeiana nel magnifico scenario della Riviera di Chiaia. 

Chi è Marco Tancredi?

Classe 1986, nasce a Potenza dove cresce e si diploma prima di trasferirsi a Napoli per gli studi universitari. E’ proprio la città di Napoli che lui ama fotografare, così caotica e colorata, una città che sprizza vita da ogni vicolo. Marco inizia a fotografare per non perdere gli attimi, per non lasciare le persone nel dimenticatoio, per poter vivere e rivere la vita come se il tempo non passasse mai. Intrappolare gli istanti così veloci nella loro natura e rendendoli così meravigliosamente eterni con l’arte.

Cos’è Human (P)Rights?

Non una semplice mostra fotografica (qualora esistesse una mostra d’arte semplice). E’ un gesto importante, un “bombardamento” di idee positive che deve arrivare a questo 2016 un po’ anacronistico un po’ da tutte le parti: da chi scrive, da chi disegna, da chi fotografa. Tutelare i diritti di tutti, gridare quando vengono negati.

‘HUMAN (P)RIGHTS’ vuole combattere lo stereotipo e il pregiudizio e lo fa attraverso i volti di chi, ogni giorno ci mette la faccia per dire BASTA all’omotrans fobia.
90 scatti ripresi durante i pride di Napoli e Foggia per raccontare una realtà non più formata solo da persone omosessuali o trans bensì anche da eterosessuali che non discrimina, non allontana, non marginalizza ma include, integra e accetta la ‘diversità’.

Una mostra che dobbiamo sentire nostra, in quanto esseri umani destinatari di un’unica umanità. Marco Tancredi ha scattato per noi, per i nostri diritti. Il minimo che possiamo fare – dal 16 al 21 Maggio – è essere lì non solo per il suo lavoro, ma per mostrare con forza da che parte si decide di stare.

E voi, da che parte state?

Roberta Magliocca

Human (P)Rights: mostra fotografica di Marco Tancredi was last modified: aprile 9th, 2016 by Roberta Magliocca
9 aprile 2016 0 commenti
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Trivelle
CulturaEventiIn primo piano

Che non siano solo le trivelle il nostro unico pensiero

scritto da Roberta Magliocca

Che non siano solo le trivelle il nostro unico pensiero

Trivelle si, trivelle no, non solo trivelle

Il 17 Aprile si sta avvicinando e le polemiche – soprattutto sul web e sui social – si stanno districando tra il SI, il NO, l’astensione. Le battaglie etiche contro quelle economiche, le preoccupazioni per una salute del mondo che tanto sembra importante. Ora.

Si, perchè che fine hanno fatto le fiaccolate per la Terra dei Fuochi? L’allarmismo per la diossina? E le polveri sottili, si, gli incentivi per i mezzi pubblici, la circolazione a targhe alterne? Per non parlare della dieta mediterranea, quella vegana. L’aspartame ieri faceva bene, oggi è veleno. 

Tutti grandi problemi, tutti terremoti, tante corse al riparo per poi dimenticarsi di ogni pericolo e ritornare ad occuparsi della prossima imminente catastrofe.

Ma abbiamo mai pensato a rendere il mondo un posto migliore con piccoli gesti, ogni giorno, a poco a poco, senza dover per forza gridare alla tragedia? Perchè se noi andiamo a votare SI per lo smantellamento degli stabilimenti, per dire no alle trivelle, ma poi continuiamo a mantenere le nostre abitudini, questo mondo non lo salviamo.

Se per fare anche solo 500 metri prendiamo la macchina, se con distrazione non ci occupiamo della differenziata, se per non lavare le stoviglie la sera continuiamo ad usare i piatti di plastica, se non smettiamo di fumare, se continuiamo a mangiare tanto e male, se la natura non sarà nei nostri pensieri chiodo fisso da preservare, beh, votare SI al referendum non solo non ci salverà, ma farà emergere un dato certo: la nostra incoerenza.

Roberta Magliocca

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Che non siano solo le trivelle il nostro unico pensiero was last modified: aprile 5th, 2016 by Roberta Magliocca
5 aprile 2016 0 commenti
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Amleto
CulturaTeatro

Amleto Fx ha due notifiche e una nuova richiesta d’amicizia

scritto da Roberta Magliocca

Saracinesca alzata ad Officina Tetaro in questo primo primo weekend di Aprile.

In scena, Amleto Fx di e con Gabriele Paolocà, collaborazione alla regia Michele Altamura e Gemma Carbone

Se per un Amleto classico, con tutta la solennità che un testo di questo calibro possiede, c’è un pubblico che ben sa cosa aspettarsi, in quanto opera tra le più conosciute al mondo, per Amleto Fx c’è una platea che assiste al nuovo, che sia un linguaggio o una musica o un atteggiamento, pur riconoscendo sulla scena tutti gli squarci della storia che hanno fatto dell’Amleto la grandezza che il passato ci tramanda.

C’è Ofelia, ci sono  Rosencrantz e Guildenstern, c’è una madre e uno zio, c’è il fantasma del padre, c’è Orazio.

E di certo vi stupireste se il suicidio di Ofelia avvenisse davanti all’ obiettivo di uno smartphone, sarebbe assurdo se la madre di Amleto lo chiamasse via skype da una casa di villeggiatura, sicuramente non credereste alle parole di Orazio che invita – attraverso una chat di Facebook – Amleto ad una festa dove ubriacarsi e farsi come ranocchi.

E il fantasma? Un video dimenticato nella cartella documenti sul desktop di un Mac.

La storia c’è, non fraintendetemi, la storia c’è. Ma c’è anche un punto di incontro tra quello che fu è quello che è, i sentimenti forti e ineluttabili che furono – sono – saranno, pur mutando cieli e musiche, abiti e personaggi.

La solitudine di una depressione che altro non è se non manifesta responsabilità di un qualcosa che va rimesso in ordine, dopo un passato che ci ha lasciato un gran caos senza logica. E le nostre colpe derivano proprio da un passato da risistemare.

Perchè se Amleto deve vendicare il padre, noi oggi ci troviamo a dover mettere in ordine un mondo che ci hanno consegnato malconcio e di cui dovremmo – chissà perchè – sentirne tutte le responsabilità. Un mondo che ci vuole tanto veloci, ma tanto condannabili in quanto i mezzi – tecnologici – che usiamo per stare al passo, sono ritenuti così di basso profilo da renderci fannulloni, scansafatiche, choosy.

Una mente geniale ha partorito la contaminazione. Un attore che – da solo sulla scena – attraverso il linguaggio nel corpo ci ha portato in mille mondi stando chiusi tra le quattro pareti di una stanza, ci ha presentato tanti e più personaggi con soli due occhi e un solo corpo che nella sua magistrale complessità, ha lasciato a noi la semplicità del solo cambio d’abito.

A saracinesca abbassata, come spesso accade ad Officina Teatro, ci siamo fermati a parlare con l’attore e l’aiuto regista. Uno splendido scambio di idee.

Finalmente muore la vecchia generazione, è stato il mio pensiero a voce alta, finalmente tutti i grandi della musica, della scrittura e del teatro stanno finendo fisicamente, lasciandoci lo spazio per esprimere un mondo nostro, la rivisitazione di un passato che vuoi o non vuoi non c’è più. E’ il nostro tempo, lasciatecelo vivere, non ci tenete incatenati “ai classici che non si toccano”, ai grandi nomi dei secoli scorsi. Abbiamo i nostri nomi da scrivere, oggi, se solo ci permetteste di costruire il nostro mondo, lasciandoci liberi e svincolati dalla responsabilità di contemplare il vostro di mondo, di rimettere ordine nel vostro casino, di rattoppare le vostre mancanze.

Ecco perchè a chi ieri ha manifestato il suo fastidio scaturito da termini quali “facebook, skype, smartphone” all’interno di un teatro durante la rappresentazione di un classico, consiglierei – umilmente – di rivedere lo spettacolo oggi pomeriggio.

I classici non solo li si può toccare, ma li si DEVE toccare, ribaltandoli, guardarli da altri punti di vista. Ma soprattutto smettiamola di criticare il nostro mondo di oggi solo per sentirci intellettualmente a posto con la nostra coscienza.

Renderemo il nostro mondo un posto migliore solo percorrendo nuove strade in avanti, non venerando i percorsi battuti da altri. Altri che uomini erano, esattamente come noi uomini siamo.

Roberta Magliocca

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Amleto Fx ha due notifiche e una nuova richiesta d’amicizia was last modified: aprile 3rd, 2016 by Roberta Magliocca
3 aprile 2016 0 commenti
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Da Baffone
Dall'Italia e dal MondoIn primo pianoIndovina dove andiamo a cena

Da Baffone: prendiamoci del tempo

scritto da Roberta Magliocca

Da baffone

Cosa mi aspetto da questa serata? Ecco, è decisamente questa la domanda che bisogna farsi davanti allo specchio prima di uscire di casa la sera, che sia un’uscita con gli amici, con il proprio partner o con la famiglia. Farsi questa domanda e – in base alla risposta – scegliere il posto giusto dove le aspettative non vengano disattese.

E se per caso, questa risposta è formata dalle parole: accoglienza, qualità, buon cibo, prodotti di prima scelta e volutamente nostrani, cordialità e tranquillità, beh, non sbaglierete andando da Baffone.

La storia. Sito da sempre in Via Ferrante, nel cuore di Caserta, il locale vanta quasi quarant’anni di attività a dimostrazione del fatto che, quando si sceglie un percorso e si sceglie di farlo bene, non ci sono crisi di sorta, nessuna scusa che tenga: la professionalità e la qualità si ripagano con la fiducia. Si perché, la maggior parte della clientela che – soprattutto nei fine settimana – si reca da Baffone, è formata da habituè, persone che da anni ed anni non rinunciano all’appuntamento settimanale con uno dei panini più buoni della Campania (se non addirittura il migliore). La tradizione iniziata negli anni ‘70 dal baffone per eccellenza Alberto Fabrocile, oggi – e già da molti anni – è in mano al figlio Armando che tiene alto il nome del locale, ampliando la scelta del menù ma non allontanandosi mai dall’ingrediente principale che ha fatto di questo locale un porto sicuro per chi non rinuncia al buon cibo: la qualità.

I panini. Differenziandosi dalle tantissime – troppe – paninoteche che aprono (e tanto velocemente chiudono) in città, la rosetta è la regina indiscussa del baffone. Gli ingredienti sapientemente scelti dal titolare, vengono consigliati in abbinamenti studiati e mai buttati lì a caso, pur lasciando agli avventori la possibilità di comporre il proprio panino a proprio gusto. La croccantezza del pane, la freschezza degli alimenti, il giusto condimento, fanno del panino di Baffone, un’esperienza da voler ripetere.

Le bruschette. Da quella classica e immancabile al pomodoro, per poi perdersi nelle mille opportunità di scleta: provola e malanzane a funghetto, mozzarella di bufala e funghi trifolati, cipolla, formaggio e pomodoro e tante altre che vi allontaneranno dall’idea classica di bruschetta per farvene conoscere un’altra, innovativa e gustosa.

Da Baffone l’attesa è un’opportunità

E’ un mondo veloce il nostro, soprattutto il mondo del 2000. Un mondo che ci vuole sempre per tempo, in anticipo e mai in ritardo. Un mondo che ci vuole super tecnologici, alla moda, in perfetto stile con tutto ciò che ci ruota intorno. Ecco perché, prenderci una pausa, evitare di correre anche nei momenti di svago e tempo libero, dovrebbero essere un monito da non dimenticare. Da tripadvisor, accanto all’eccellenza della cucina e ai buoni giudizi sul servizio, spuntano momenti di attesa non sempre graditi. Aspettare non è mai piaciuto a nessuno, ammettiamolo. Ma se questa stessa attesa fosse un’opportunità? Come la mancanza del wifi del resto, altro tratto positivamente distintivo del Baffone. Lasciamo a casa tablet e cellulari, dimentichiamoci della fretta, del “tutto e subito”. Prendiamoci del tempo per noi, per i nostri cari, per le nostre serate. Da Baffone, soffermiamoci a guardare la cucina, rigorosamente a vista. Proviamo a vedere oltre. Sostituiamo il pensiero di una lentezza che non accettiamo, con l’assoluto buon umore che ci viene dall’ idea che delle persone in quel momento si stiano prendendo cura di noi, delle nostre serate, del nostro tempo libero, affinchè un momento condiviso con tranquillità ed armonia insieme alle persone che amiamo, si possa fissare nella mente come un ricordo positivo. Di quelli che racconteremo in futuro.

Da Baffone: prendiamoci del tempo was last modified: aprile 2nd, 2016 by Roberta Magliocca
2 aprile 2016 0 commenti
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Oggi Giornata Internazionale della visibilità Transgender
CulturaEventi

Oggi, festeggiamo e non compatiamo

scritto da Roberta Magliocca

Oggi, giornata internazionale della visibilità Transgender

Oggi, giornata internazionale della visibilità Transgender

Cosa sta succedendo ai nostri occhi, cervelli, alla nostra percezione del mondo? Siamo lì, che in un modo o nell’altro, in un senso che sia quello positivo di un’umanità da salvare o negativa da condannare poco importa, ci ritroviamo a compatire tutto ciò che non concepiamo, che è altro da noi. Così i disabili, gli omosessuali, gli extracomunitari – che nel peggiore dei casi diventano emarginati e non accettabili per cause che ancora sfuggono – nel migliore dei casi, cambiando nomi alle cose (vedi diversamente abili o orientamenti sessuali), diventano il lasciapassare per la nostra fetta di paradiso.

Raccontare le loro storie struggenti, i loro problemi, le loro strade tortuose ci aiuta a smacchiare la nostra anima al cospetto di una società che altro non aspetta che la nostra prossima mossa.

Eppure c’è chi, lontano da tutto questo, rivendica SOLO il proprio diritto all’esistenza. E magari le proprie storie personali tenerle per sé, o equipararle alle storie di chi disabile non è, di chi extracomunitario non è, di chi omosessuale non è, SOLO per gettare le basi per la comprensione di una vita che nella sua inevitabile differenza, scorre esattamente come le altre.

E sembra quasi stupido dirlo, inutile sottolinearlo che la vita di Tizio sia diversa da quella di Caio, e quella di quest’ultimo, a sua volta, diversa da quella di Sempronio. Eppure nel 2016, siamo costretti non solo a doverlo spiegare a terze persone a cui non dovrebbe interessare una sfera intima e privata, ma a doverlo fare per vedere riconosciuti dei diritti che ogni uomo dovrebbe avere in quanto essere vivente.

Per questo motivo è stata istituita, il 31 Marzo, la Giornata Internazionale della Visibilità Transgender.

E’ un giorno in cui si manifesta, in chiave positiva, l’orgoglio delle persone trans in tutto il mondo e la loro visibilità nella società.

TDoV è anche il giorno in cui tutti possono esprimere il proprio sostegno alla comunità trans.

A differenza del Transgender Day of Remembrance (TDoR, che si celebra il 24 novembre) questo non è un giorno per ricordare i lutti e le violenze che ancora oggi colpiscono la comunità Transgender.

«Sono una persona transgender e rivendico la mia visibilità» – Laverne Cox, attrice transgender americana.

Associazione Casertana LGBT Rain

Oggi – e sempre dovrebbe essere – non si parla della mia vita, della sua o di chicchessia. Niente problemi o violenze, amori ed odi. Oggi – e sempre dovrebbe essere – io, tu e quel chicchessia siamo qui per il solo fatto di esserci, perché la nostra presenza di per sé sola vale a comunicare l’esistenza: battiti, respiri, gambe ed occhi. E mille vite che – viva il mondo – sono miliardi e diverse a condividere lo stesso cielo.

Roberta Magliocca

Oggi, festeggiamo e non compatiamo was last modified: marzo 31st, 2016 by Roberta Magliocca
31 marzo 2016 0 commenti
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