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Autore

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Bianconiglio
CulturaIn primo pianoLibri

Associazione Bianconiglio : evviva il Bookcrossing!

scritto da L'Interessante

Bianconiglio

Di Christian Coduto

 

Caserta è l’immagine della incoerenza.

Questa è un’amara verità.

Ci si lamenta sempre del fatto che, qui, non ci sia mai nulla di culturale da vivere. Poi, quando le cose vengono fatte, si inizia a dare la colpa alla mancata pubblicità “Noi non ne sapevamo niente!” e così via. Ci vuole coraggio per affrontare un qualcosa di nuovo, che punti alla qualità, che non ricada nel mero commercio fine a se stesso, in una location del genere. I risultati spesso si ottengono con il contagocce, ma per fortuna c’è una cosa che si chiama passaparola …

A tal proposito, oggi sono in compagnia dei ragazzi dell’associazione Bianconiglio. Ragazzi giovanissimi che si sono rimboccati le maniche, puntando sulla novità. Non si sono arresi e stanno finalmente cogliendo i frutti del loro lavoro.

Nel momento in cui entro nel bar dove ci siamo dati appuntamento, mi accolgono con fragorosa vitalità. Sorridenti, chiacchieroni (detto in senso assolutamente positivo, si intende) mi circondano e iniziano a parlare tutti insieme. Mettono allegria, sanno come accogliere il “nuovo”, ma lo fanno spontaneamente, non c’è nulla di costruito. La loro veracità mi colpisce subito; un primo punto a loro favore. Dopo l’allegria iniziale, si ricompongono ed iniziamo l’intervista. Mi rivolgo ad Ilaria Longobardi. 26 anni. Si occupa di social media marketing. E’ una dei soci fondatori dell’associazione. E’ una ragazza vivace, grintosa, socievole. Ha una postura che trasuda sicurezza da ogni poro. La sua risata è contagiosa.

I ragazzi del Bianconiglio ci parlano delle loro iniziative

D: Ilaria, parliamo un po’ della vostra associazione …

R: Allora … il progetto di Bianconiglio è nato quasi due anni fa, ma l’associazione esiste formalmente da quasi un anno. L’obiettivo di tutti i soci fondatori era quello di portare a Caserta una realtà che potesse offrire un intrattenimento alternativo, costruttivo. Per questo noi organizziamo eventi culturali. L’attività che ci identifica al meglio è quella del Bookcrossing. Abbiamo iniziato questa attività di scambio di libri in maniera assolutamente gratuita perché il nostro sogno è quello di promuovere la lettura e dare la possibilità alla cultura di circolare in maniera libera. Inizialmente abbiamo portato avanti questo lavoro raccogliendo solo donazioni da parte dei cittadini casertani; nel tempo si sono aggiunte anche diverse case editrici che hanno deciso di sostenerci (Milena Edizioni, Caracò Editore, CS edizioni, Astrolabio Edizioni e moltissime altre). Nei primi periodi abbiamo organizzato degli eventi una tantum, negli spazi pubblici della nostra città. Poi, dopo aver riscontrato un interesse sempre maggiore per le nostre iniziative da parte degli utenti (il numero dei libri cresceva esponenzialmente e trasportarli ogni volta era diventato piuttosto scomodo!), abbiamo cercato uno spazio, una location che potesse essere permanente. L’abbiamo trovato nel ristorante “Il Cortile” a Via Galilei. Solo in questo modo abbiamo potuto garantire un servizio effettivo ai cittadini, in quanto continuativo. Attualmente il numero complessivo dei libri a disposizione supera le tremila unità. Nel corso del tempo abbiamo perfezionato la nostra organizzazione: sul nostro sito ufficiale, per esempio, è possibile prenotare gli scambi da casa per gli iscritti all’associazione. Per info ed eventuali, l’indirizzo del nostro sito è: associazionebianconiglio.it

D: Avete in progetto anche qualche presentazione di libri?

R:Abbiamo partecipato ad alcuni eventi e abbiamo proposto delle attività collaterali allo scambio, che avevano il libro come oggetto centrale. C’è in cantiere anche questa idea ovviamente. Vogliamo proporre agli utenti la presentazione di libri con un approccio giovanile, informale, stimolante. Una forma inedita, speriamo (sorride).

D: Ti va di ricordarci i nomi degli altri membri del comitato?

R: Marta Farina, Melissa Farina, Domenico Marotta, Alessandro Merola, Luca Giliberti, Gabriele Buzzone, Riccardo Roano, ed io ovviamente. Però è bello ricordare anche Luca, che la Svizzera ci ha “rubato”, ma che continua a seguirci e sostenerci!

Passiamo adesso la parola ad Alessandro Merola. Anche lui giovanissimo (25 anni). Accoglie le persone con un bel sorriso amichevole. Riesce a farti sentire a tuo agio.

D: Alessandro … Caserta è una realtà più provinciale, soprattutto se facciamo un paragone con altre città quali Napoli, per esempio. Eppure il pubblico risponde con entusiasmo. Come siete riusciti a fidelizzare gli iscritti? Quali sono i punti di forza dell’associazione?

R: Mi sono avvicinato al Bianconiglio grazie ad un mio amico. Partecipando ad uno degli eventi, ho conosciuto il resto dei ragazzi e sono rimasto affascinato dall’aria che si respirava … così sono entrato a far parte dell’associazione. Ora come ora, il limite che separa l’amicizia dal “lavoro” è davvero flebile. Siamo una bella famiglia. La cosa che più mi ha colpito è stata proprio questa: l’unione, il legame che, senza dubbio, arriva anche agli iscritti. Gli eventi sono organizzati benissimo a mio parere. Mi chiedevi del punto di forza … beh … credo la voglia di creare aggregazione. Ma c’è di più: ognuno di noi è esperto in un campo diverso. Ilaria, per esempio, si occupa di web marketing, Melissa di cinema, io di programmazione e sviluppo software, Luca di architettura, Mimmo di economia, Luca (che ora è a Zurigo) di astrofisica … siamo talmente eterogenei che uno scambio di idee e opinioni è davvero stimolante. Nessuno vuole prevaricare. L’opinione di tutti vale allo stesso modo e il confronto diventa crescita.

D: C’è la possibilità di fare degli abbonamenti?

R: Certo! E’ possibile iscriversi: il costo della tessera è di 10 euro e ha validità di 12 mesi (non intesi come anno solare!). Il tesserato ha la possibilità di accedere al database online, in cui sono registrati tutti i nostri libri.

D: In generale, gli iscritti hanno un’età che varia da?

R: E’ estremamente variabile! Il tutto, invero, dipende dalle attività che proponiamo: il bookcrossing, per esempio, coinvolge sia l’universitario sia l’ultrasessantenne. La serata del social game, che abbiamo organizzato un anno fa, ha interessato i giovanissimi. Non c’è una fascia che prevale sull’altra.

Mi rivolgo a Melissa Farina. Dopo la laurea in comunicazione, ha deciso di studiare cinema a Bologna. Ha un fare pacato, soppesa le parole, ispira serenità.

D: Cinema e letteratura vanno spesso a braccetto. Deduco che voi amiate anche questa forma d’arte …

R: Da quest’anno collaboro attivamente con il Bianconiglio … infatti svolgo qui il mio tirocinio di laurea magistrale in cinema e tv. Io mi occupo di una sorta di cineforum, che è in realtà organizzato in questo modo: vediamo in separata sede il film e poi ne discutiamo tutti insieme, il giovedì sera, presso l’Officina Teatro a San Leucio. Il mio tirocinio consiste nell’analizzare il film e nel proporlo in maniera originale e inedita al pubblico che ci viene a seguire. La particolarità è quella di proporre al pubblico, ogni settimana, tre film (seguendo un tema, un regista o un attore) dandogli l’opportunità di scegliere quello che verrà poi analizzato.

D: Una serata a cui hai tenuto particolarmente?

R: Sicuramente quella dedicata a “Room”, che ha riscosso molto successo tra le altre cose. E’ bello quando un film, che piace a te in primo luogo, suscita interesse negli altri, anche quando riceve dei feedback negativi. E’ divertente quando si riesce ad unire persone che non si conosco nella vita di tutti i giorni, ma che sono accomunati da una passione, come appunto quella per il cinema.

D: Da poco si è conclusa la notte degli Oscar … quali sono le tue impressioni?

R: I risultati erano abbastanza prevedibili, soprattutto le nomination relative a “La la land”, il film cult degli ultimi mesi. Dopo la notte degli Oscar, sono andata a vedere “Moonlight”, che ha vinto nella categoria miglior film. Avevo grosse aspettative al riguardo. Forse, proprio per questo motivo, non sono rimasta completamente soddisfatta, sono sincera. Per il resto sono soddisfatta perché “La la land” a me è piaciuto molto, quindi la statuetta ad Emma Stone mi è sembrata giusta. Sono felice per Casey Affleck, che ha avuto la sua grande occasione. Un po’ contrariata per la vittoria di Mahershala Ali (migliore attore non protagonista) proprio per il fatto di essere stata delusa da “Moonlight”. Viola Davis, invece, la adoro! E’ davvero in gamba: è molto intelligente, ha trovato un giusto equilibrio tra cinema e televisione, notoriamente una cosa non così scontata. Attendo la visione de “il cliente” di Farhadi. “Zootropolis” è delizioso … sarà anche un cartone animato, ma è adattissimo anche agli adulti.

In bocca al lupo, ragazzi! Una boccata d’aria fresca a questa città era davvero necessaria!

 

Associazione Bianconiglio : evviva il Bookcrossing! was last modified: marzo 9th, 2017 by L'Interessante
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Quattro stagioni

scritto da L'Interessante
Quattro stagioni was last modified: marzo 9th, 2017 by L'Interessante
9 marzo 2017 0 commenti
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Interculturalità
CuriositàParliamone

Intercultura o Globalizzazione? Melting Pot!

scritto da L'Interessante

intercultura

Di Michele Calamaio

Intercultura? Una parola che risulta essere ancora sconosciuta a molti, ascoltata di rado da tanti, ma ben conosciuta dagli addetti ai lavori che, grazie allo sviluppo e alla diffusione dei mezzi di comunicazione, oggi giorno fanno dell’informazione internazionale il loro pane quotidiano e alimentano la fiamma della speranza che spinge verso un futuro nuovo e diverso, dove l’agglomerazione di più culture, più popoli e più mentalità sia possibile e dove la ricerca di in continuo scambio e progresso sociale sappia da subito rappresentare un continuum credibile per un coinvolgimento e un perenne arricchimento del reciproco bagaglio culturale. Come è possibile tutto ciò? Semplicemente perché Intercultura significa conoscenza, contatto, scambio tra lingue ed interazione, a tal punto da eliminare anche il solo puro sentimento di odio che ha trascinato per secoli guerre e martiri inutili, a tal punto da scomodare senza scrupoli l’assimilazione di un concetto tanto rude quanto vergognoso come la discriminazione, a tal punto da mutare totalmente un panorama di concetti che ispeziona ora nuovi modelli di “osmosi culturale”, all’interno dei quali i modelli altrui sono fonte di ispirazione e il sincretismo tra le razze non rappresenta più un’effimera speranza buttata al vento dall’ennesima brutale forma di razzismo ma la mano che sorge dalle ceneri di una vittoria per la pace.

<<Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze>> diceva Paul Valery; <<Felice è chi è capace di amare il diverso>> confermava Hermann Hesse; entrambi avevano in comune un unico desiderio: rigenerare quel posto, già conosciuto come mondo, che permettesse ad un singolo gesto di cambiare la società ed ad un vincitore di continuare a sognare senza mai arrendersi, così come predicava Mandela, esattamente così come profetizzava Gandhi. “Melting Pot” lo chiamano gli inglesi, ovvero quel “crogiolo” di società diverse che imparano a vivere insieme, che formano la generazione del futuro attraverso il rispetto e la commistione di elementi di origini eterogenee diversi, con il risultato finale di costruire una identità condivisa e prospera; ma con il termine “Globalizzazione”, forse, il tutto risuona un po’ più familiare: il processo di transazione da un sistema ad un altro che implica mutamenti socioculturali è purtroppo un intervento di sostegno che ha bisogno di tempo per essere studiato, necessita strategie di adattamento tra il “vecchio” ed il “nuovo” e non certamente vede dinnanzi a sé una immediatezza risolutiva capace di arrestare una società ancora troppo selvaggia per essere civilizzata sotto nuovi parametri culturali, sociali e religiosi. Il primo importante passo da compiere, dunque, è quello fatto in direzione delle popolazioni in via di sviluppo, le stesse che hanno visto per anni usurpati il proprio “oro vitale” dinnanzi ad un mancato riconoscimento di tutti i diritti universali ed il negato riconoscimento dell’identità di popolo.

Intercultura “put into practice”: intervista a due ragazze neo-italiane

Ma cosa più spaventa o attrae di questo viaggio? Quali paure si porta dietro chi riesce a farsi forza ed intraprendere un percorso “fuori dagli schemi”? Cosa si genera nell’animo di chi prova a mettere in pratica tutto ciò senza aver paura di rischiare a rimettersi in gioco? Domande che forse non avranno mai una risposta limpida e chiara, mai forse una del tutto congruente con il resto delle altre esperienze che, come questa, cambiano la vita ma, nel tentativo di arrivare ad una banale seppur determinate conseguenza “fuori programma”, noi proviamo ad entrare nella più profonda logica dei medesimi mutamenti destinati a cambiare il mondo.

Eva e Yara sono dure ragazze all’apparenza diverse tra di loro, la prima di origini greche mentre la seconda siriane, ma intrinsecamente unite da un destino che ha deciso di farle incontrare e appassionare ognuna della vicenda altrui, portandole a costruire un’amicizia più forte delle barriere che da anni impediscono la sola comunicazione o l’approccio culturale tra popoli. Le abbiamo intervistate per capire quali sono state tutte le dinamiche della loro storia e per scavare più a fondo in una vicenda che rappresenta a tutti gli effetti i tratti di una nuova “speranza interculturale” nel mondo

Come siete arrivate in Italia e come è stato il vostro processo di integrazione?

E: Beh la mia è una storia particolare. Nasco da un padre greco e una madre italiana, di Viterbo, e passo la mia infanzia in Grecia, stando totalmente a contatto con la vita quotidiana di tutti i giorni tra scuola, amici e famiglia e parlando il greco “per la maggior parte del tempo”: perché si, seppur vivendo nel paese ellenico, in famiglia parlavamo anche l’italiano rispettando le origini materne. Il tanto atteso “ritorno” nel bel paese, invece, non mi risulta per nulla complicato: vivo con i nonni materni in provincia di Viterbo e frequento la facoltà di Chimica e Tecnologie Farmaceutiche all’Università di Urbino. Mi trovo bene, non trovo eccessive differenze tra i due paesi e la lingua, per evidenti ragioni, la conosco abbastanza bene, con tanto di accento romano. La mia è, sin dall’inizio, una storia a lieto fine, determinata dalla mia capacità di accettazione della situazione che ho vissuto, senza pormi problemi sul “perché”: per me l’interculturalità che ha caratterizzato la mia vita è pura normalità, la accetto e la considero fonte di profonda conoscenza interiore, che ti permette di maturare sotto tutti gli aspetti sociali e culturali.

Y: Se la storia di Eva è particolare, la mia lo è di più. Provengo da una famiglia siriana emigrata dal proprio paese per evidenti ragioni e ho passato la maggior parte della mia vita in Grecia: lì la situazione è stata abbastanza complicata per me all’inizio, perché tra la lingua e l’accento che avevo acquisito, il “marchio” che mi portavo addosso e di cui mai mi sono vergognata e una realtà sociale e culturale completamente diverse dal mio paese d’origine, ho vissuto momenti altalenanti e difficili. Tuttavia, mi sono sempre considerata abbastanza forte da superare tutto ed andare avanti: ed ecco come mi trovo ora in Italia, a frequentare la facoltà di Farmacia all’Università di Urbino, cominciando una ennesima nuova esperienza che continua a rivoluzionare la mia vita. Ora mi sento bene, mi sento sollevata sotto vari aspetti e mi riconosco in questa nuova immagine che ho creato di me stessa: una ragazza che ha vissuto tanti periodi difficili ma che non ha mai permesso alle circostanze di prendersi un futuro tutto dalla mia parte

Cosa si prova a sentirsi “estranei” all’interno di una realtà non propria? Quanto tempo ci è voluto prima di una completa e totale osmosi con il nuovo mondo?

E: Come anticipato prima, il mio processo di integrazione non è stato difficoltoso: mi consideravo a tutti gli effetti una cittadina italiana e cittadina del mondo. Per carità, all’inizio anche io ho vissuto momenti in cui mi percepivo “particolare”, ma è stata sempre una particolarità che ho vissuto con piacevolezza, tranquillità ed entusiasmo, perché non c’è niente di più bello che assuefarsi ad un mondo che ti accoglie a braccia aperte e ti aiuta a capire che essere figlia dell’incontro di due mondi paralleli è un emozione tanto indescrivibile quanto straordinaria da provare.

Y: Bella domanda. Come già risposto a priori, non ho mai permesso alle situazioni né alle persone che mi circondavano di programmare la mia felicità, ma anzi ho sempre affrontato di petto una realtà che all’inizio rischiava di risucchiarmi, e che alla fine è riuscita ad apprezzarmi per quella che veramente sono. Quindi si, mi sono sentita “estranea”, ma anche nel mio caso è stata una estraneità che mi è servita tanto a maturare idee diverse da quelle che mi ponevano problemi all’incipit, a crescere e a ribellarmi di fronte ad una verità che in realtà era menzogna: ho capito finalmente che solo con l’integrazione tra conoscenze, pensieri, modi di fare e pensare e culture si arriva ad un arricchimento totale della persona stessa, a tal punto da considerarsi parte di una società che non ti giudica più, ma ti rende partecipe e ti ingloba in tutto e per tutto, in una <<totale e completa osmosi>> appunto

Similitudini con persone della stessa situazione aumentano o riducono il senso di appartenenza al nuovo paese ospitante? e per la mancanza del proprio?

E: Questa domanda è stata, in parte, risposta già precedentemente, ma ci tengo a precisare una cosa: tutto ciò che mi viene in soccorso nel mio percorso di formazione personale non solo è ben accetto, ma rappresenterà anche la motivazione principale a farmi capire che non esistono fattori che aumentano o riducono il senso di appartenenza ad un nuovo paese o il senso di mancanza del proprio, perché siamo nati per essere cittadini del mondo dove l’unica appartenenza è quella realtà umana che ci accomuna, e come tali dobbiamo lavorarci su e cercare di essere in grado di rapportarci con tutti, senza mezzi termini, senza creare problemi di razzismo, discriminazione o xenofobia. Proprio questo ha portato a creare le condizioni tali affinché incontrassi, per caso o per destino, una persona come Yara: la mia consapevolezza mi ha spinto a fare sempre di più verso una persona che “chiedeva aiuto” a modo suo, unite dallo stesso bisogno di essere apprezzate per quello che davvero eravamo. Incontri così, casuali o voluti da qualcuno di superiore, sono eventi che ti cambiano la vita e ti fanno capire l’importanza di essere aperti a qualsiasi tipo di stravolgimento, che sia esso culturale o sociale, e che qualsiasi cosa che abbia a che vedere con il fenomeno della globalizzazione, dell’interculturalità e del Melting Pot non rappresenti neanche minimamente un fattore di crescita negativa.

Y: Confermo rispondendo allo stesso modo: l’incontro con Eva è stata, da una parte, la mia ancora di salvezza quando sono arrivata in Italia, perché era come se avessi totalmente bisogno di affiancarmi a qualcuno che si “prendesse cura” di me dopo i tanti momenti difficili passati nella mia vita; ma, dall’altra, ha creato in me la consapevolezza che i fattori che aumentano o riducono il senso di appartenenza ad un paese o la nostalgia per il proprio hanno un origine diversa e più profonda degli schemi della società attuale. Spesso sono solo sentimenti o mancanze che vengono colmate dagli imprevisti della vita, come il banale incontro con persone in grado di farti osservare e vivere quella stessa nostalgia con serenità o che addirittura, grazie alla semplice compagnia che ti tengono, riescono a farti sentire così tanto a casa da apprezzare qualsiasi luogo, qualsiasi momento, qualsiasi attimo insieme a loro. La conclusione è che, semplicemente, non possono e non devono esistere barriere, muri o imposizioni all’educazione, ma permettere la creazione di un mondo dove la una stessa abbia la “necessità culturale” di ampliarsi vivendo situazioni come la nostra, dove l’”estraneo” è colui che preferisce non rischiare, morire nell’ignoranza e rimanere inerme di fronte al cambiamento positivo della legge universale che solo le società hanno imposto, e non colui che, invece, ha messo in gioco la propria vita per trasformarla nella più bella scoperta del mondo

Aspettative per il futuro? Come sarà?

E & Y: Semplicemente sarà “internazionale”, sarà uno di quelli da raccontare ai nipoti o da scrivere nei libri sulla scia di “I have a dream”, affinché la paura di un cambiamento nel mondo non sia più un dictat di dubbio perenne ma l’inizio di una nuova parola d’ordine che regali nuovi emozioni: Interculturalità.

Intercultura o Globalizzazione? Melting Pot! was last modified: marzo 9th, 2017 by L'Interessante
9 marzo 2017 0 commenti
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Album
In primo pianoMusica

L’album Double Fantasy: all’asta la copia che John Lennon firmò al suo assassino

scritto da L'Interessante

Album

Di M.Rosaria Corsino

L’album di John Lennon autografato dallo stesso ex Beatle per Mark David Chapman, l’uomo che solo qualche ora dopo lo uccise a colpi di pistola davanti alla sua residenza di New York, e’ in vendita per 1,35 milioni di dollari (circa 1,27 milioni di euro). Double Fantasy, l’album del suo ritorno al lavoro, dopo il periodo dedicato a fare il papà per il suo secondo figlio Sean, e’ offerto dalla californiana Moments in Time (momentsintime.com), una casa d’aste specializzata tra l’altro nella vendita di manoscritti e documenti storici, autografi, fotografie firmate e oggetti appartenenti a personaggi famosi. Lennon, ricorda il sito di Moments in Time, firmò l’album su richiesta del suo assassino cinque ore prima che venne colpito a morte l’8 dicembre del 1980 sull’ingresso del Dakota, l’ormai celebre palazzo dell’Upper West Side di Manhattan dove l’artista viveva insieme a Yoko Ono. E quella copia di Double Fantasy, con le impronte digitali di Chapman, venne acquistata da un giardiniere che la trovò in un vaso di fiori davanti al cancello del Dakota. L’album divenne famoso anche grazie alle immagini, che allora fecero il giro del mondo, di John Lennon proprio mentre lo autografava per il suo assassino. L’anonimo fortunato possessore dell’album decise di venderlo 19 anni più tardi, nel 1999, ad un acquirente privato, sempre attraverso Moments in Time.

L’album prima della tempesta: quel tagico 8 Dicembre

Poche settimane dopo l’uscita del disco, la sera dell’8 dicembre 1980 alle 22.51, al termine di un pomeriggio trascorso al Record Plant Studio, mentre Lennon si accingeva a rincasare con la moglie e si trovava di fronte all’ingresso del Dakota Building (il lussuoso palazzo in cui risiedeva, sulla 72ª strada, nell’Upper West Side a New York), un venticinquenne di nome Mark Champman esplose contro di lui cinque colpi di pistola colpendolo quattro volte (il quinto colpo non andò a segno) mentre esclamava: «Hey, Mr. Lennon». Uno dei proiettili trapassò l’aorta e Lennon fece in tempo a fare ancora qualche passo mormorando «I was shot…» (mi hanno sparato), prima di cadere al suolo perdendo i sensi.

Soccorso da una pattuglia di polizia, Lennon perse conoscenza durante la corsa verso il Roosvelt Hospital, dove fu dichiarato morto alle 23.07.

L’album Double Fantasy: all’asta la copia che John Lennon firmò al suo assassino was last modified: marzo 9th, 2017 by L'Interessante
9 marzo 2017 0 commenti
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canile
In primo piano

Adozione in canile: ti salvo la vita, appartieni a me

scritto da L'Interessante

canile

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati come sapete in questo periodo sono più spesso in canile per prestare la mia attività professionale ai volontari che si occupano di cani che non hanno ancora un proprietario. E questa settimana ho assistito a due adozioni. Dopo due ore di colloquio preadottivo un cucciolo e un cane adulto varcano il cancello del canile. Wow, che bello si può pensare. Se non fosse che sono rientrati tutti e due. A distanza di sei giorni. Sei. Centoquarantaquattro ore.

Nemmeno il tempo d’adattamento. Che tendenzialmente avviene nell’arco di un mese.

Quali possono essere i motivi di questa repentina rinuncia d’adozione?

I motivi addotti per la rinuncia sono diversi. Ma, a mio avviso, ho avuto modo di notare che possono avere un unico comune denominatore: tu cane, sei stato salvato da me umano, per cui devi comportarti come io voglio. Sono il tuo divino salvatore. Asseconda il mio ego. Asseconda le mie abitudini. Rinuncia al tuo adattamento. Plasmati rapidamente a me, più rapidamente che puoi. Chinati a me, mio amato schiavo. Ti darò il tempo che mi avanza dal resto della mia vita di famiglia, di lavoratore, di genitore o figlio. Non farò sacrifici per te, sei già fortunato che ti abbia scelto.

Mi dispiace, sarò categorico, ma credo che nessun adottante debba decidere di rivolgersi al canile per adottare un cane solo perché “così si fa una opera di bene”. No, sarebbe una scelta egocentrica e narcisistica. Matrice di un nobile buonismo.

Ricordo durante la liberazione dei cani di Green Hill: ancora prima di liberarli c’era già un numero di richieste di adozione che superava le disponibilità.

Vuoi mettere ad avere adottato un beagle da sperimentazione rispetto ad un cane X del canile X?

Certo che adottare in canile rappresenta un gesto nobile; ma per farlo bisogna mettere in conto PRIMA tutte le consapevolezze che comportano una vita convissuta con un cane, e POI quelle che riguardano un soggetto che è passato per il canile.

Un’adozione comporta il relazionarsi con un soggetto che- se cucciolo- è solo potenzialmente totipotente: il suo carattere infatti dipenderà dal prodotto della genetica e dell’ambiente, quest’ultimo inteso come esperienze, sistema famiglia, eventi favorevoli e sfavorevoli, e così via.

Immaginarsi un’adozione con un ospite del canile: presuppone necessariamente il prendersi in incarico quel soggetto con tutte le sue rappresentazioni, le sue idee, le sue esperienze, le sue difficoltà e diffidenze, le sue emozioni. Non sempre positive.

E se la scelta segue lo slancio del “ti adotto perché sfigato”, ci si dimentica dei talenti di quel soggetto. Delle potenzialità. Delle risorse cognitive e comportamentali che solo un cane che è passato per un’esperienza così traumatica come il canile può aver sviluppato. Avendola superata.

Perché quando sei da solo in un mare di difficoltà, o ti salvi o diventi pazzo. E di soggetti in stato di patologia comportamentale, al canile, nonostante tutto, ce ne sono pochi.

Anzi ci sono soggetti che, con la loro resilienza, sarebbero dei leader più calmi e risoluti di molti umani.

E allora mi viene da dare qualche dritta a questo umano salvatore: tu umano, che pensi di salvare una vita, recati in canile, con umiltà ed ascolto attivo.
Con occhio attento, guarda la potenza e i talenti. Non la taglia, il peso, il mantello.

Resta affascinato da cosa i volontari possono raccontarti di quel soggetto. Pensa a quanto potresti imparare della tua vita portando questa vita a casa. Con messa in discussione, con idea di cambiamento. Di contaminazione. Di relazione.

Se non sei disposto a mettere in conto un mese di adattamento solo al termine del quale inizierai a capire il vero carattere del tuo cane, se non sei disposto a mettere in conto i danni, i sacrifici, le notti insonni, la rinuncia delle proprie aspettative, l’ idea di dominanza e beatificazione, beh, forse è meglio che tu prenda un cane di terracotta. Non sporca, non è impegnativo, non da fastidio. Non necessita delle passeggiate. Non ha bisogno di te. Lo esibisci agli amici e te ne prendi tutti i meriti.

Lo plasmi ad immagine e somiglianza tua, e quando vuoi, lo metti in giardino. Insieme ai sette nani.

No, mi dispiace caro umano, non lo hai salvato quel cane; semmai hai pareggiato il debito di un altro umano per cui quel cane si trova in canile.

Adozione in canile: ti salvo la vita, appartieni a me was last modified: marzo 9th, 2017 by L'Interessante
9 marzo 2017 0 commenti
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libro (ph)enomena
CulturaEventiIn primo pianoLibri

Un libro per tè presenta (Ph)enomena

scritto da L'Interessante

Libro

Dopo il grande successo dello scorso anno, torna Domenica 12 Marzo 2017 – presso l’Accademia Musicale Fortepiano di Anna Paola Zenari in Via A. Stellato, San Prisco (CE) – la rassegna “Un libro per tè” con la presentazione dell’opera prima dell’autrice Giulia Sangiuliano, (Ph)enomena.

La Rassegna Un Libro per tè

Dalla convinzione che l’arte sia un abbraccio di uguale intensità tra musica, teatro, letteratura ed espressione libera ed emozionante, nasce la rassegna “Un libro per tè”. Lontane dalle solite presentazioni, la rassegna si snoda tra attimi di musica, teatro, analisi profonda del testo e condivisione con il pubblico. Dall’idea di Anna Paola Zenari – musicista – il gruppo di lavoro di Un libro per tè è composto da Corrado Del Gaizo (attore), Carmine Covino (attore e musicista), Valentina Masetto (psicoterapeuta e scrittrice), Roberta Magliocca (giornalista). E dagli autori, ovviamente. Ad aprire questo secondo ciclo è (Ph)enomena, opera prima di Giulia Sangiuliano, con la quale passeremo una Domenica pomeriggio, riscaldati da una tazza di tè.

(Ph)enomena – Sinossi

Il dottor Clerk, primario di Neurologia in un ospedale nella periferia di Firenze, viene convocato d’urgenza per salvare la vita della ventenne Vittoria Coe, studentessa di chimica rinvenuta in stato comatoso in un tentativo di suicidio. Vani risultano essere gli sforzi del primario e della sua equipe medica per farle riprendere conoscenza. A infittire il mistero sono le analisi e i parametri vitali nella norma, che escludono una dopo l’altra le ipotesi che la scienza aveva posto in essere sino a quel momento. L’unica anomalia riscontrata è un’intensa attività cerebrale, elemento che lascia intendere al professore che la ragazza si trovi in uno stato di coma vigile e percepisca il mondo e le persone attorno a sé. Da quel giorno la vita di quell’uomo si stringe in una spirale ineluttabile di traviamento senza apparente via d’uscita.

Giulia Sangiuliano è nata a Napoli il 20 gennaio 1992. È laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche all’Università degli Studi di Napoli Federico II. È giornalista pubblicista e collabora per la testata online CinqueColonne Magazine. Studia Neuroscienze cognitive e riabilitazione psicologica presso l’Università La Sapienza – Roma. (Ph)enomena è il suo primo romanzo stampato per Eretica.

Un libro per tè presenta (Ph)enomena was last modified: marzo 7th, 2017 by L'Interessante
6 marzo 2017 0 commenti
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Ferzan
CinemaCulturaIn primo piano

“Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek. La recensione.

scritto da L'Interessante

Ferzan

Di Christian Coduto

Rosso Istanbul (Turchia, Italia 2017)  **

Regia: Ferzan Ozpetek (7)

Con: Halit Ergenç (6), Nejat Isler (6), Mehmet Günsür (6), Tuba Büyüküstün (6/7), Serra Yilmaz (5/6)

Orhan Sahin ha avuto, in passato, un grande successo come scrittore. In seguito ad un evento traumatico che ha coinvolto lui e la sua ex moglie, ha deciso di abbandonare la sua amata Istanbul per trasferirsi in Inghilterra.

Dopo diversi anni, ritorna in madrepatria per incontrare Deniz Soysal, un affermato regista che si appresta a realizzare il suo romanzo d’esordio, in cui affronta la sua vita, i suoi amori e i legami familiari.

Nel libro, grande importanza assumono le figure di Yusuf, un ragazzo (cocainomane) con il quale Soysal ha vissuto un’importante relazione sentimentale e della splendida Neval, la migliore amica del regista.

Quando Soysal scompare all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia, Orhan si mette alla ricerca dell’uomo. Il confine tra la finzione e la realtà non sembra essere più così netto …

Con “Rosso Istanbul” Ferzan Ozpetek, dopo il precedente “Allacciate le cinture” (meritevole di una degna rivalutazione), ritorna nel suo paese d’origine, sfruttando un cast di attori locali e raccontando una storia che profuma di nostalgia e di mistero.

Il film è ricco di simbolismi, la sceneggiatura si fonda su dialoghi spesso appena accennati, talvolta poco comprensibili.

Silenzi. Sguardi. Nuovi silenzi. Paesaggi. Lacrime sparse.

Dopo un quarto d’ora di proiezione, la noia è alle stelle. Al termine del film, il numero degli sbadigli è incalcolabile.

Sì, perché la pellicola è un gioco stilistico impeccabile, ma la storia è assente. Volutamente, certo, ma assente.

C’è un sottile filo che separa la poesia dalla presa in giro dello spettatore. Ozpetek ci circumnaviga intorno pericolosamente, con risultati che hanno il gusto della delusione.

Se, di impatto, può sembrare coraggioso il tentativo da parte del regista di provare ad allontanarsi dalle precedenti storie (variando del tutto location, situazioni e attori coinvolti), a ben vedere ci si accorge che nulla, in sostanza, è davvero cambiato:

le due zie di Yusuf, ad esempio, sono la copia perfetta di Carla Signoris e Elena Sofia Ricci in “Allacciate le cinture”; l’entrata in scena di Neval riporta subito alla mente Nicole Grimaudo in “Mine vaganti”. La stessa Yilmaz, attrice feticcio del regista, funge da trait d’union con il passato.

C’è, come sempre, il tema della morte.

E poi abbiamo il cibo: lunghe, immense, infinite tavolate, come nella migliore tradizione di Ozpetek.

I protagonisti mangiano sempre. Troppo.

Il dico e non dico, il non rendere chiaro gli eventi, ha un qualcosa di irritante.

Spiace perché Ozpetek è sicuramente un buon regista: sfrutta gli ambienti con intelligenza (un plauso anche al Direttore della fotografia, Gian Filippo Corticelli) e sceglie con attenzione i brani della colonna sonora.

Pecca, stavolta, nella direzione degli attori (suo noto punto di forza): svogliati e poco coinvolti in una storia che fa acqua da tutte le parti, con la sola Tuba Büyüküstün in grado di donare un certo fascino al personaggio di Neval.

Del tutto fuori luogo la scelta di fare doppiare Serra Yilmaz dalla stessa: la sua voce appare poco armonica e tendenzialmente sgradevole.

Un’occasione mancata. Auguriamo al regista di ritrovare al più presto l’ispirazione e l’originalità delle sue opere precedenti.

 

“Rosso Istanbul” di Ferzan Ozpetek. La recensione. was last modified: marzo 6th, 2017 by L'Interessante
6 marzo 2017 0 commenti
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sciopero
EventiIn primo piano

Lotto Marzo a Napoli: sciopero globale delle donne

scritto da L'Interessante

sciopero

A Napoli, così come in moltissime città di Italia e nel mondo, l’8 Marzo diventerà una giornata in cui sperimentare diverse pratiche e forme di blocco della produzione capitalistica e della riproduzione sociale. Attueremo nell’arco di un intera giornata forme di sciopero, pratiche di sospensione, di sovversione, di sottrazione e riappropriazione, e vivremo un 8 Marzo di lotta.

Una giornata di lotta globale, quindi, in cui tutte le forme  di oppressione e subalternità ritroveranno il loro spazio di esistenza partendo dalla centralità del soggetto donna e femminista, reinventando le forme di sciopero, per opporci alle molteplici forme di violenza che assorbono le nostre vite nella loro totalità.

Per un giorno scioperiamo, sia dal lavoro pagato che da quello che siamo costrette a fare gratis. Ci riprenderemo le strade , con i nostri corpi, i nostri desideri e i nostri bisogni, attraversando la città tutt* insieme.

Al grido di “SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, ALLORA SCIOPERIAMO, l’8 Marzo ci fermiamo e interromperemo ogni attività produttiva e riproduttiva partiremo la mattina con momenti dislocati nella città e ci ritroveremo alle 17:00 a piazza Dante per partire tutt*in un corteo musicale; attraverseremo le strade della città di sera quando ci vorrebbero docili, impaurite ed isolate.

Il corteo sarà inoltre accompagnato da animazione per le/i bambine/i.

Oltre a scioperare nel tuo luogo di lavoro, per rendere visibile lo sciopero riproduttivo:

● durante tutta la giornata vestiti di nero e fucsia

● sciopera dai lavori di cura, dal lavoro domestico, da tutte quelle attività che ogni giorno ti senti costretta a fare in quanto donne o in base al ruolo di genere in cui ti senti costretta.

Ci sono molti modi per partecipare alla giornata dell’8 Marzo:

● puoi diffondere a lavoro i Volantini e i materiale con i motivi dello sciopero, scaricabili dal blog di Non Una di Meno

● puoi appendere alle finestre striscioni che sostengono lo sciopero

● puoi vestirti di nero e con una fascia o un accessorio fuxia, i colori scelti per rappresentare la protesta

● puoi spargere la voce sui social con gli hashtag #LOTTOMARZO #NONUNADIMENO #SIAMOMAREA

● puoi scendere in piazza riappropriandoti degli spazi pubblici con il tuo corpo insieme a tante altre donne ore 18.00 Piazza Dante partenza Corteo/Street Parade

 

 Lo sciopero: tutti gli appuntamenti di Napoli

● ore 6.00: Blocchi dislocati in città e in periferia

● ore 12:00 Facoltà di Lettere e Filosofia, dell’Università degli studi di Napoli, Federico II, Via Porta di Massa, 1, 80133 Napoli.

Lettera alle/ai docenti “L’8 Marzo liberiamo la didattica dal maschilismo”. Link: https://www.facebook.com/notes/non-una-di-meno-napoli/l8-marzo-liberiamo-la-didattica-dal-maschilismo/1364257503635342

●ore 17:00 Piazza Dante

SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, NOI SCIOPERIAMO

Corteo/Street Parade

 

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 Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada… per questo il prossimo 8 marzo sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi. Resteremo al sole delle piazze a goderci la primavera che arriva anche per noi a dispetto di chi ci uccide per “troppo amore”, di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà. Di chi scrive leggi sui nostri corpi; di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza. Di chi ci ricatta con le dimissioni in bianco perché abbiamo figli o forse li avremo; di chi ci offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni…

Dopo la grande manifestazione del 26 e l’assemblea partecipatissima del 27 novembre a Roma, e dopo l’ appuntamento nazionale, del 4 e il 5 febbraio che abbiamo animato a Bologna, ci attende un’altra sfida.

Le forme tradizionali del lavoro e della lotta si combineranno con la trasformazione del lavoro contemporaneo – precario, intermittente, frammentato – e con il lavoro domestico e di cura, invisibile e quotidiano, ancora appannaggio quasi esclusivo delle donne, ancora sottopagato e gratuito. Sarà uno sciopero dai ruoli imposti dal genere in cui mettere in crisi un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze.

 

A cento anni dall’8 marzo 1917, torneremo in strada in tutto il mondo, a protestare e a scioperare contro la guerra che ogni giorno subiamo sui nostri corpi: la violenza, fisica, psicologica, culturale, economica. Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo!

 

A COSA SERVE LO SCIOPERO:

 

Lo sciopero è in primo luogo una forma di lotta che si fonda sul blocco della produzione e sull’astensione dal lavoro con l’obiettivo di produrre un danno economico e di rendere tangibile il ruolo del lavoro nella produzione.

 

Mutuiamo lo sciopero come pratica fondamentale per segnalare la nostra sottrazione da una società violenta nei confronti delle donne: per questo lo sciopero sarà articolato sulle 24 ore e riguarderà ogni nostra attività, produttiva e riproduttiva, ogni ambito, pubblico o privato, in cui discriminazione, sfruttamento e violenza su ognuna di noi si riaffermano. Se delle nostre vite si può disporre (fino a provocarne la morte) perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi. Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo.

Uno sciopero per ribaltare i rapporti di forza, per mettere al centro le nostre rivendicazioni, la necessità di trasformare relazioni, rapporti sociali e narrazioni. In casa, a scuola, sui luoghi di lavoro, nelle istituzioni. Uno sciopero che ha nel piano femminista antiviolenza la sua piattaforma e il suo programma di lotta e di trasformazione scritto dal basso.

 

COME SCIOPERARE L’8 MARZO

 

Non esiste una sola forma di sciopero da sperimentare l’8 marzo. Esistono condizioni di lavoro e di vita molto diverse. Lo sciopero coinvolgerà lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, intermittenti, disoccupate, studentesse, casalinghe. Indipendentemente dal nostro profilo, siamo coinvolte in molteplici attività produttive e riproduttive che sfruttano le nostre capacità e ribadiscono la nostra subalternità.

 

Per praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive, elenchiamo solo alcune possibilità: l’astensione dal lavoro, lo sciopero bianco, lo sciopero del consumo, l’adesione simbolica, lo sciopero digitale, il picchetto…

Lo sciopero si rivolge principalmente alle donne, ma ha più forza se innesca un supporto mutualistico con gli altri lavoratori, le reti relazionali e sociali, chi assume come prioritaria questa lotta. Vogliamo trovare soluzioni condivise e collettive come è avvenuto in Polonia in cui molti uomini, mariti, compagni, padri, fidanzati, fratelli, nonni, amici, hanno svolto un lavoro di supplenza nello svolgimento di attività normalmente svolte dalle donne.

 

Le assemblee cittadine di Non Una di Meno e i tavoli di lavoro tematici, territoriali e nazionali, saranno il luogo privilegiato in cui costruire e immaginare le forme dello sciopero a partire dalle vertenze, dalle specificità del territorio e dalle reti attivate, attraverso iniziative pubbliche di confronto e di approfondimento in avvicinamento all’8 marzo. Sarà comunque utile immaginare strumenti che facilitino lo scambio di idee e proposte, la costruzione di immaginario, utilizzando il blog e campagne social.

L’obiettivo è andare oltre l’evocazione e il simbolico e praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive da parte del maggiore numero possibile di persone.

 

Abbiamo fatto appello ai sindacati per la convocazione di uno sciopero generale per l’8 marzo così da permettere la possibilità di adesione al più ampio numero di lavoratrici dipendenti e a chi gode del diritto di scioperare.

Se sei precaria e non ti è garantito il diritto di scioperare, puoi chiedere un permesso (per esempio per andare a donare il sangue) e astenerti dal lavorare. Per chi lavora in nero o in modo saltuario si possono organizzare iniziative di sostegno materiale e casse di mutuo soccorso.

 

Grande ruolo potranno avere i centri antiviolenza in quella giornata organizzando iniziative e rilanciando il piano femminista contro la violenza a partire dall’esperienza e le competenze di chi opera in questo settore.

La pratica del picchetto può essere utilizzata per un doppio scopo: bloccare gli accessi per bloccare la produzione; praticare presidi di denuncia contro persone, narrazioni e comportamenti violente, svilenti e dannose per le donne (reparti a alta densità di obiettori di coscienza, luoghi di lavoro, testate giornalistiche, …) sul modello dell’escrache argentino.

 

L’8 marzo quindi incrociamo le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva. Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.

Lotto Marzo a Napoli: sciopero globale delle donne was last modified: marzo 6th, 2017 by L'Interessante
6 marzo 2017 0 commenti
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Quaresima
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Quaresima. Che cos’è e come funziona

scritto da L'Interessante

Quaresima

 

Di Antonio Andolfi

La quaresima è il periodo liturgico di conversione e penitenza rituale che precede la Pasqua. Inizia con il mercoledì delle ceneri e si conclude dopo 40 giorni, il Giovedì santo. 

In questo periodo i cristiani sono invitati a vivere la loro fede in modo più forte attraverso le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).

 Concretamente i precetti da vivere in questi 40 giorni si sono limitati notevolmente negli anni. Oggi è prevista soltanto l’astensione dalle carni durante i venerdì di Quaresima (per ricordare la morte di Gesù) e il digiuno in due giorni particolari: il mercoledì delle ceneri e il Venerdì santo. Il digiuno consiste nel mangiare soltanto un pasto completo (senza carne), limitandosi a uno “spuntino” per gli altri due pasti.

 

Digiuno e niente carni durante la Quaresima.

 

L’astinenza, in particolare dalla carne, risale all’Antico Testamento e per alcune circostanze allo stesso mondo pagano, anche se ha avuto ampio sviluppo nel monachesimo cristiano. Una severa alimentazione e il controllo della gola combatteva le tentazioni e la concupiscenza della carne, favorendo l’ascesi e il dominio dello spirito sul corpo.  

Se da un punto di vista scientifico il digiuno quaresimale può essere un toccasana per il corpo, da un punto di vista spirituale ha poco senso se non viene accompagnato dalla  preghiera a Dio e dall’elemosina: i tre elementi insieme connotano la pratica penitenziale della Chiesa Cattolica. 

 Nel medioevo l’astensione dalla carne era accompagnata anche dall’astensione dalle carni: in quaresima era proibito avere rapporti sessuali (ovviamente all’interno del matrimonio). Il Decreto del canonista tedesco Burcardo di Worms, nell’XI secolo ammoniva:

“Con la tua sposa o con un’altra ti sei accoppiato da dietro, come fanno i cani? Devi fare penitenza per 10 giorni a pane e acqua.

Ti sei unito a tua moglie mentre aveva le mestruazioni? Farai penitenza per altri 10 giorni con pane e acqua. […]

Hai peccato con lei in giorno di Quaresima? Devi fare penitenza 40 giorni con pane e acqua o dare 26 soldi di elemosina; ma se ti è capitato quando eri ubriaco, farai penitenza per solo 20 giorni”

 

Quaresima. Il mercoledì delle ceneri

 

Come detto la Quaresima inzia con il mercoledì delle ceneri quando si compie il rito dell’imposizione delle ceneri: i sacerdoti impongono sulla fronte o sul capo dei fedeli un po’ di cenere, a simboleggiare la polvere che diventeremo, e anche come esortazione alla conversione. La formula che si recita è infatti: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure «Convertiti e credi al Vangelo».

 A essere bruciate e ridotte in cenere sono le palme e i rami d’olivo benedetti in occasione della domenica delle Palme dell’anno precedente.

 

Perché la Quaresima dura 40 giorni

 

Perché ricorda i 40 giorni che Gesù trascorse nel deserto, episodio narrato dagli evangelisti. Calendario alla mano, però, la Quaresima dura 44 giorni, perché le domeniche (che sono 4 in questo periodo) non contano come Quaresima: il periodo di penitenza “si interrompe” nelle domeniche che ricordano il giorno della resurrezione di Gesù.

Questa differenza di 4 giorni non c’è nel rito ambriosiano – quello in vigore a Milano e Lombardia, per intenderci – dove infatti non c’è il mercoledì delle ceneri, il carnevale dura fino al sabato, la quaresima inizia di domenica e queste ultime sono a tutti gli effetti giorni di penitenza.

 Il digiuno è importante per tutte le religioni monoteiste: i musulmani celebrano il mese di Ramadam e gli ebrei il Kippu.

Quaresima. Che cos’è e come funziona was last modified: marzo 6th, 2017 by L'Interessante
6 marzo 2017 0 commenti
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Simile e quale

scritto da L'Interessante
Simile e quale was last modified: marzo 5th, 2017 by L'Interessante
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