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L'Interessante

Atto vandalico
CalcioIn primo pianoSport

Atto vandalico allo stadio ‘Pinto’, tranciati i cavi dell’impianto di irrigazione

scritto da L'Interessante

Atto vandalico a caserta

Una brutta sorpresa per la Casertana. Un atto vandalico in piena regola che ha causato danni ingenti al club e allo stadio ‘Pinto’

Ignoti hanno tranciato i cavi che attivano l’impianto di irrigazione del terreno di gioco. Un danno che ha rischiato di pregiudicare in maniera irreversibile l’intero sistema che viene utilizzato quotidianamente per la manutenzione ordinaria. Un’azione mirata a creare profondi disagi, considerando che i cavi tranciati sono individuati in un pozzetto nascosto sul terreno di gioco. La Casertana F.C. si è subito attivata per arginare il problema. In considerazione dell’approssimarsi dell’avvio del campionato e per evitare che la mancata irrigazione del campo rischi di pregiudicare l’intervento di manutenzione straordinaria che sta interessando il manto del ‘Pinto’ proprio in questi giorni, il club si è adoperato in prima persona, accollandosi i costi da sostenere per la riparazione del danno e fare in modo che sin dalla giornata di oggi possa riprendere la consueta cura del terreno di gioco. La Casertana F.C. non può che condannare profondamente atti di questo tipo che, in precedenti occasioni, hanno colpito anche le altre realtà sportive del territorio.

 

Atto vandalico allo stadio ‘Pinto’, tranciati i cavi dell’impianto di irrigazione was last modified: agosto 20th, 2016 by L'Interessante
20 agosto 2016 0 commenti
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Attraversare
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Attraversare a Napoli: guida per turisti alle prime armi

scritto da L'Interessante

Attraversare a Napoli

Di Maria Rosaria Corsino

 

Ci sono cose di cui nessun libro, nessuna guida turistica e nessuna cartina geografica parla: come attraversare la strada a Napoli?

Può sembrare una cosa ridicola ma in realtà è un problema che affligge tantissimi turisti, soprattutto stranieri.

In realtà con molta pazienza e un po’ di allenamento si può imparare e vi renderete conto, seguendo le nostre dritte, che nulla è impossibile.

Esistono diverse tecniche, alcune elementari, altre più avanzate, l’importante è che capiate cosa potete e cosa non.

Tendenzialmente il banco di prova dovrebbe arrivare almeno dopo un paio di passaggi pedonali, ma non a Napoli.

No, apprendisti cari, sappiate che come metterete piede fuori dalla stazione centrale vi troverete nella giunga.

Napoli non perdona, e neanche i motorini.

Partiamo quindi dalle tecniche base.

Quello che vi suggeriamo è di piazzarvi accanto alle strisce pedonali dove vi sia un semaforo, aspettare il verde e prima di attraversare controllare per bene che non vi sia nessuna macchina a folle velocità in arrivo.

Facile, semplice, diretto.

L’importante è non mostrarvi titubanti, camminate sulle strisce senza timore come se foste voi i padroni della strada. Attenti però alle biciclette, quelle non conoscono leggi.

Quando vi trovate ad un semaforo pieno di persone poi, badate bene a seguirle nell’andare dall’altra parte: alcune si lanciano incuranti della propria vita e altre praticano slalom estremo degno di olimpiadi tra le vetture.

Scegliete quindi con cura il vostro gruppo di attraversamento.

Mai, e poi mai attraversare quando ad una distanza ravvicinata ci sono pullman, tram o altri mezzi di grossa taglia, quelli che lo fanno generalmente o hanno sette vite o sono degli stuntman professionisti. Al massimo provate a farlo nel vostro paese.

C’è poi una tecnica che consigliamo solamente a chi è più esperto, a chi ha già avuto esperienze o a chi è stufo di vivere: quella del lancio.

Lanciarsi, ovviamente dopo aver guardato a destra e a sinistra, in mezzo alla strada come se stesse spiccando il volo per passare da una parte all’altra della strada vi farà avere una forte scarica di adrenalina, ma state attenti ai fossi.

Questa tecnica, come già detto ma è meglio ribadirlo, è possibile solo dopo un adeguato allenamento o si trasforma in harakiri.

Ultimo, ma non ultimo, fate molta attenzione quando camminate nel bel mezzo delle zone pedonali perché da ogni angolo e da ogni traversa c’è un motorino pronto a sbucare.

Buone vacanze!

Attraversare a Napoli: guida per turisti alle prime armi was last modified: agosto 20th, 2016 by L'Interessante
20 agosto 2016 0 commenti
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Amsterdam
Dall'Italia e dal MondoIn primo pianoViaggi Interessanti

Amsterdam: la libertà porta il suo nome. Viaggi interessanti

scritto da L'Interessante

Amsterdam

Di Vincenzo Piccolo

Cari Amici,

vi siete mai chiesti che sapore ha la libertà? Quella vera intendo, quella che vi fa respirare a pieni polmoni. Quella stessa libertà che, per strada, vi fa apprezzare ogni singolo raggio di sole che illumina il vostro volto.

Beh, c’è chi queste sensazioni le respira ogni giorno, sto parlando dei cittadini di Amsterdam

Una libertà “Valorosa, decisa e misericordiosa”, come le tre parole associate alle tre croci di Sant’Andrea presenti sulla bandiera della città.

La città di Amsterdam ospita ben 2.289.762 persone di ben 170 nazionalità diverse, un’integrazione perfettamente riuscita tale da creare uno stile di vita comune a tutte le etnie presenti sul territorio. Uno stile di vita basato sul perfetto miscuglio libertà-rispetto. Si perché la prima parola (valorosa,ndr) va ad esteriorizzare il significato culturale della “libertà olandese”, che si pianta e cresce sul rispetto e sui limiti preposti alla salvaguardia di quest’ultima, piuttosto che su veri e propri divieti.

Camminando, o pedalando, per i canali patrimonio dell’umanità come il Singel, il Keizersgracht o il Herengracht, tra un coffeeshop e l’altro riesci a penetrare nell’anima di una società costruita per dare spazio ad una delle popolazioni più cosmopolita al mondo.

Nonostante lo skyline rinascimentale e romantico, Amsterdam è una delle città Europee più all’avanguardia, riuscendo ad unire passato e presente con una perfezione architettonica che si palesa per le strade di Museumplein, sede del Van Gogh Museum, che vanta una permanente su tre livelli del grande pittore olandese ed altre esposizioni temporanee. Il Rijksmuseum, circondato da un magnifico giardino, è il più grande museo di storia olandese famoso per la collezione di dipinti del Secolo D’oro olandese. Lo Stedelijk Museum ovvero il museo di arte moderna e contemporanea di Amsterdam.

Tradizione e storia sono le direttrici che ci portano anche sulle vie del mercato galleggiante dei fiori, dov’è possibile acquistare i semi e i bulbi dei tipici tulipani locali e a poche centinaia di metri da piazza Dam è possibile trovare alcune catene di ristoranti take away, dov’è possibile guastare le tipiche zuppe a base di patate olandesi e i tipici formaggi come Gouda e Edamer.

E se pensate che sia finito qui, forse avete dimenticato di fare un giro nel Red Light District. Questo distretto, posizionato nella parte più antica della città, ospita le cosiddette “vetrine” dove ragazze provenienti da tutto il mondo offrono i loro servizi legalmente riconosciute e tassate.

Un altro mondo? Un’altra mentalità? Forse un’altra storia e una differente evoluzione culturale ha fatto dell’Olanda, e di Amsterdam,la patria dei diritti civili. I Paesi Bassi sono uno degli stati più avanzati nel liberalismo sociale di tutto il pianeta, con sondaggi indicanti che più del 90% degli appartenenti all’etnia degli Olandesi vedono e considerano l’omosessualità come perfettamente morale ed accettabile, sia socialmente che individualmente.

Insomma non bisogna sognare per forza l’America per assaporare la libertà. Alla fine ce l’abbiamo in casa, a meno di due ore d’aereo.

Amsterdam: la libertà porta il suo nome. Viaggi interessanti was last modified: agosto 19th, 2016 by L'Interessante
19 agosto 2016 0 commenti
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Cappella San Gennaro
Cultura

Quella Cappella dove bisogna chiedere permesso e quel celebre miracolo

scritto da L'Interessante

Cappella di San Gennaro

Di Maria Rosaria Corsino

La costruzione del Duomo di San Gennaro (o Duomo di Santa Maria Assunta) comincia nel XIII secolo per volontà del re angioino Carlo II di Napoli. Il progetto prevedeva di edificare la nuova struttura attorno al Battistero di San Giovanni in Fonte e alla Basilica di Santa Restituta, luoghi di culto di età paleocristiana (il lavoro fu commissionato a degli architetti francesi), mentre un’altra antica basilica, conosciuta col nome di Stefania (costruita tra il 409 e il 501 per volere del vescovo Stefano I ed era dedicata al Salvatore), fu sacrificata. All’inizio gli artisti coinvolti erano soprattutto di origine francese, ma ben presto le lavorazioni furono affidate a rappresentanti dell’arte locale o italiana. Finalmente nel 1314 la Cattedrale fu solennemente dedicata all’Assunta dall’Arcivescovo Umberto D’Ormont.

La storia del Duomo è assai travagliata, già nel secolo successivo alla sua costruzione, nel 1349, un terremoto distrusse il campanile e la facciata. Quest’ultima fu eretta nuovamente nel XV secolo, questa volta in stile gotico, ma la sfortuna si abbatté ancora sulla nuova basilica che, a metà secolo, vide crollare parti della navata centrale in seguito ad un altro terremoto. Anche la navata fu prontamente ricostruita, avviando il duomo verso gli abbellimenti che caratterizzeranno gli anni tra il ‘400 e l’800.


Infatti, già a cavallo del 1500, venne costruita la Cappella del Succorpo, abbellita da decorazioni di Tommaso Malvito. Un secolo dopo, invece, Francesco Grimaldi realizzò, proprio di fronte alla Basilica di Santa Restituta, la Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro per onorare il voto che i napoletani avevano affidato al Santo durante la peste del 1526

Per Napoli il “Tesoro” è costituito dal busto del Santo che custodisce le ossa del cranio e dalla Teca che conserva le ampolle con il sangue.

E’ il luogo simbolo dell’incontro di un Popolo con il suo Santo e con i suoi Santi ecco perché, prima che il sacerdote entri nella cappella, per prelevare il sangue dalla Teca e far sì che si compia il miracolo, deve voltarsi verso il popolo presente e chiedere il permesso di poter entrare.

Altra particolarità della Cappella del Tesoro di San Gennaro è il cancello, che ha avuto una lavorazione di oltre quarant’anni.

Meritevole di particolare attenzione, è l’elemento posto sull’arco superiore del cancello che, se toccato nei punti giusti, emette diverse melodie: il San Gennaro a doppia faccia.

L’originalità dell’opera consiste nella sua valenza plastica.

Il Santo, infatti, rivolge lo sguardo nella Cappella e nel Duomo senza trascurare la sacralità di nessuno dei due spazi.

I due busti, che compongono l’unica figura bifronte furono realizzati sul disegno del Fanzago da Gennaro Monte nel 1668.

Nella cripta dedicata alla famiglia Carafa, nei sotterranei del Duomo, è collocato un vaso Longobardo che stando a quel che si dice, contenga il resto delle ossa del Santo.

Il miracolo

La storia del miracolo di San Gennaro è forse nota in tutto il mondo.

La leggenda racconta che, quando San Gennaro fu ucciso a Pozzuoli sotto Diocleziano, il suo sangue fu raccolto in due ampolle che furono poi donate al Vescovo quando le reliquie del Santo furono portate a Napoli.

Il 17 Agosto nel 1389 il sangue si sciolse, dando vita a quello che oggi è uno dei culti più celebrati.

Il miracolo accade tre volte l’anno; nel primo sabato di maggio, in cui il busto ornato di preziosissimi paramenti vescovili e il reliquiario con la teca e le ampolle, vengono portati in processione, insieme ai busti d’argento dei numerosi santi compatroni di Napoli, anch’essi esposti nella suddetta Cappella del Tesoro, dal Duomo alla Basilica di S. Chiara, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli, e qui dopo le rituali preghiere, avviene la liquefazione del sangue raggrumato; la seconda avviene il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione, una volta avveniva nella Cappella del Tesoro, ma per il gran numero di fedeli, il busto e le reliquie sono oggi esposte sull’altare maggiore del Duomo, dove anche qui dopo ripetute preghiere, con la presenza del cardinale arcivescovo, autorità civili e fedeli, avviene il prodigio tra il tripudio generale. Avvenuta la liquefazione la teca sorretta dall’arcivescovo, viene mostrata quasi capovolgendola ai fedeli e al bacio dei più vicini; il sangue rimane sciolto per tutta l’ottava successiva e i fedeli sono ammessi a vedere da vicini la teca e baciarla con un prelato che la muove per far constatare la liquidità, dopo gli otto giorni viene di nuovo riposta nella nicchia e chiusa a chiave. Una terza liquefazione avviene il 16 dicembre “festa del patrocinio di S. Gennaro”, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo. Il prodigio così puntuale, non è sempre avvenuto, esiste un diario dei Canonici del Duomo che riporta nei secoli, anche le volte che il sangue non si è sciolto, oppure con ore e giorni di ritardo, oppure a volte è stato trovato già liquefatto quando sono state aperte.

Quella Cappella dove bisogna chiedere permesso e quel celebre miracolo was last modified: agosto 19th, 2016 by L'Interessante
19 agosto 2016 0 commenti
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Caduta degli Dei Olimpici
In primo pianoSportVolley

La caduta degli Dei Olimpici Italiani

scritto da L'Interessante

La caduta degli Dèi Olimpici Italiani

Di Michele Calamaio

Chi credeva nell’eternità si sarà fatto due conti con la realtà della “vecchiaia sportiva”. Chi credeva nella gloria assoluta si è reso conto dell’impossibilità tangibile di gridare al mondo la propria sete di grandezza nel corso del tempo.

Chi credeva davvero nella fama “ricaricabile” ad ogni salita si è arreso inevitabilmente ad ogni caduta, si è aggrappato ad una popolarità effimera che ha chiuso gli occhi gloriosi un’ultima volta, ha scaraventato a terra i sogni di celebrità con tanta indifferenza, la stessa che ora punisce chi ha peccato di ingenuità mista ad arroganza

E’ stato questo il dramma sportivo che ha colpito nel giro di pochi giorni i quattro “divi olimpici” italiani per eccellenza, quegli stessi che per anni hanno raccontato una storia interminabile di successi e che, nel giro di poche ore, hanno chiuso allo stesso modo un libro nella maniera peggiore possibile: <<la sconfitta più bruciante è non riuscire a rialzarsi>> afferma la Pellegrini, consapevole di essersi giocata, forse, davvero l’ultimo gettone a disposizione che l’avrebbe portata a “toccare il cielo con un dito”, a sostenere sulle proprie spalle la grandezza dell’”universo Italia”, un mondo con cui giocare e divertirsi ma anche da ammirare in lontananza per la sua pericolosità mediale; <<è una vittoria della politica e non dello sport>> incalza Clemente Russo, altrettanto amareggiato per aver assistito alla sua inevitabile inversione di marcia vertiginosa che gli è costato una ripida caduta agonistica senza aver potuto “colpire” il bersaglio con la forza che l’ha contraddistinto per tutto il tempo in cui ha seduto sul “trono del pugilato”; <<non ho gestito la tensione>> suggerisce la Errigo, arrivata al punto limite del decadimento atletico dopo essere riuscita nell’incredibile “impresa” di passare dal sogno di una vita all’incubo più brutale nel giro di poche scoccate, pochi ma decisi colpi alla tuta che la difendeva dalla spada, ma anche a quel cuore troppo fragile da riuscire a reggere un peso così abnorme; <<è stata tutta una beffa>> conclude Schwazer, rassegnato al punto tale da non riuscire più a pronunciare parola, quella che in tante occasioni ha caratterizzato i suoi occhi pieni di lacrime di gioia, il suo fisico ricoperto di un sudore meritevole, la sua mente distrutta ora da un doping ancora tutto da verificare che lo condanna inesorabilmente alla poltrona di una casa vuota piuttosto che all’asfalto di una città, Rio, piena di tifosi pronti a incitarlo fino all’ultimo passo per la vittoria.

In un trambusto di emozioni miste a sentimenti, ci si ritrova pertanto in una stanza chiusa dove rimbombano pesantemente le grida di rabbia di chi insulta i tifosi, di chi scarica il proprio nervosismo contro i giudici di gara, di chi ancora litiga con il proprio allenatore e chi, propenso a fuor suonare la campana del prossimo gong ancora un’ultima volta, non si rassegna a chiudere malamente la propria carriera e grida al complotto. Dietro la gioia e le lacrime di chi vince una medaglia si nasconde, così, un malessere mostrato ai pochi ma celato dentro fino allo scoppio di una guerra interiore, capace di distruggere un piedistallo fino ad ora usato con eccessivo lusso e sfarzo ma in procinto di cadere rovinosamente per far posto alla “nuova gioventù”, un fiore all’occhiello che cerca di arrivare ad eguagliare la carriera tanto sognata dei propri idoli e che tenta, con immenso sacrificio e forza di volontà, di far superare all’allievo inesperto quel maestro così tanto in difficoltà: c’è tanta rabbia, si racconta, ma è una rabbia ancora più distruttiva che corrode l’immagine pura delle olimpiadi e sancisce la fine di un “impero” che per troppo tempo ha vinto battaglie senza guardarsi mai alle spalle.

La figura più imponente, nonché portabandiera della nazionalità italiana, che ne esce totalmente sfigurata da questa competizione internazionale è quella di Federica Pellegrini: i Giochi Olimpici, infatti, erano cominciati in maniera trionfale per lei e le buone sensazioni registrate durante la vigilia erano diventate ottime in vista di una gara, la sua gara, che le avrebbe regalato la soddisfazione più grande dopo una vita intera passata tra allenamenti, piscine e tanto sacrificio, che le avrebbe permesso finalmente di diventare donna, quell’eroina speciale capace di superare la stessa Anita Garibaldi, emulando un impresa degna di essere trascritta sui manuali di storia contemporanea. Ma a 28 anni, dopo una carriera lunga e logorante, Federica va più lenta delle nuove leve e finisce fuori da quel podio che aveva così tanto sognato: <<Ho 28 anni e se ancora si dice che subisco la gara di testa, tiro cazzotti a tutti>> è stato il commento a caldo abbastanza scomposto della campionessa azzurra, la quale, dopo aver riequilibrato testa e cuore, ammette la delusione enorme, colpevole di essersi fatta prendere da una <<determinazione eccessiva>> senza tener conto dell’imprevedibilità delle avversarie. Tempo di riprendersi? Chi lo sa, ma nel frattempo il dolore è forte, va acutizzato con il tempo, lo stesso che le permetterà di dare una risposta a tante domande, in primis a quella di <<cambiare vita o meno>>: da una parte <<la sconfitta nei 200 mi ha fatto vedere nero, nerissimo>> diventa lo striscione perentorio che a primo impatto consolida l’idea di rinunciare alla sua immensa miniera di successo, portando a casa una medaglia di legno che sa di sconfitta eterna; dall’altra, il suo coraggio viene premiato dal suo <<non voglio smettere piangendo, non voglio finirla così>>, grido di speranza verso un futuro ancora tutto da scoprire ma in cerca di un riscatto immediato e certo, a prescindere dal finale.

Chi esce sconfitto tra le polemiche è, invece, lo stallone di Marcianise Clemente Russo: più dei pugni del russo campione del mondo Eugeny Tishenko, a fargli male sono le valutazioni dei giudici, colpevoli di aver messo in scena un vero e proprio “furto” agli occhi del mondo della giustizia sportiva. <<Oggi anche chi non capisce un cavolo di pugilato ha visto che avevo vinto>> afferma il pugile campano, che in tutta la sua interminabile furia riesce a farsi scappare uno spiraglio di umanità ancora non toccata dalla rabbia animalesca scatenata dall’accaduto, annunciando una potenziale partecipazione ai prossimi giochi nonostante le ben 32 primavere: <<mi sento ancora giovane sia fisicamente che mentalmente>>, conferma l’oramai ex Balboa italiano, provando a scherzare su un futuro che attende, pertanto, solo il suo immediato ritorno alla vetta.

Chi invece non si conferma campione è Arianna Errigo, numero uno in carica nel fioretto femminile ma fuori soltanto agli ottavi in una tabella di marcia che la lascia di stucco, immobile in tutta la sua delusione e amarezza, e le consente di ricevere il “dono” neanche tanto ricercato della pausa di riflessione, necessaria al riequilibrio fisico e mentale: <<sono caduta nel baratro dell’autosicurezza>> ha affermato l’ex primatista subito dopo essere stata sconfitta dalla canadese Harvey, scagliando la propria delusione in parte contro se stessa e in parte contro il suo maestro Giulio Tommasini, tecnico fidato che però l’ha tradita nel momento clou della sua carriera e le ha bloccato la strada verso quell’oro tanto desiderato ma svanito nel nulla come neve al sole. <<Credo stia cercando solo una scusa per giustificare la sconfitta>> la risposta veemente dell’insegnante stesso, pronto a difendersi nonostante le accuse dell’allieva, la quale, stavolta, non è stata capace di superarlo, di vincere quella barriera di “rispetto reciproco” tra le figure professionali ed è caduta sotto l’effetto sonnambulo di una spada che l’ha cancellata inesorabilmente dalla Hall of Fame dei giochi di Rio.

 

Chi, infine, non è neanche riuscito a scendere in campo e a provare anche minimamente a gareggiare in una marcia che l’avrebbe trasformato con buona speranza da “diavolo” ad “angelo” è stato Alex Schwazer, il corridore altotesino sconfitto da se stesso, da un controllo doping ancora tutto da chiarire e da un Tas che gli ha inflitto la pena più cruda che un atleta avrebbe mai potuto immaginare nel corso della sua carriera: otto anni, otto anni di squalifica, otto anni di inferno terrestre, otto anni di “morte spirituale”, otto anni da reinventare, per non cadere inesorabilmente nella fossa dei leoni e diventare cibo per dei mass media che prima osannano e poi uccidono spietatamente. Fatale per il gareggiatore azzurro la positività al testosterone nel controllo dello scorso primo gennaio, determinando una recidiva decisiva alla decisione finale, un verdetto inappellabile che segna senza scampo la fine della carriera di Schwazer. <<Dovete avere rispetto>> si limita a dire ai giornalisti che lo attendono al suo ritorno in Italia, ancora più sconvolto da una giustizia che per una volta sta agendo come tale e non si piega di fronte all’umiliazione sportiva di chi ha sbagliato: <<lo hanno voluto eliminare e ci sono riusciti>> ha, invece, affermato il suo allenatore Sandro Donati, pallido in viso, rosso dalla rabbia e decisamente nero per lo schiaffo in faccia ricevuto da quelle stesse autorità che avrebbero dovuto consentire di mostrare ancora una volta al mondo dello sport tutto il valore di un uomo innanzitutto, e di un professionista poi.

Quattro destini, quattro figure, quattro campioni. Tutti diversi, tutti incredibilmente distinti ma così tanto uniti da un filo impercettibile che li ha resi unici in tutti questi anni, super eroi che sono stati in grado di regalare emozioni, di infliggere sconfitte cocenti ad avversari temibili ed esultare con la stessa intensità con la quale purtroppo, adesso, ripongono le proprie armi e cadono a terra in segno di resa: se Pierre de Coubertin aveva ragione affermando che “l’importante non è vincere ma partecipare”, allora questo motto internazionalmente accettabile non rappresenta una vera sconfitta per il mondo azzurro, non si può neanche minimamente considerare una catastrofe sportiva in tutta la sua soggettività, ma va soltanto a riempire un altro passo fondamentale della storia umana, uno di quelli che difficilmente saranno dimenticati, ma pur sempre un passo avanti verso la scoperta di nuovi talenti, nuovi destini, nuove figure, nuovi campioni pronti a sostituire quelli vecchi. Perché si, oramai gli attuali sono soltanto categorizzabili all’interno della scatola chiusa degli “Dei decaduti”, e purtroppo nient’altro più.

La caduta degli Dei Olimpici Italiani was last modified: agosto 18th, 2016 by L'Interessante
18 agosto 2016 0 commenti
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Arlecchino
CulturaEventiIn primo piano

Arlecchino con lo specchio (Picasso) Napoli, palazzo Zevallos Stigliano 18 Giugno-11 Settembre 2016

scritto da L'Interessante

Arlecchino con lo specchio

Di Maria Rosaria Corsino

Questo dipinto, che fa parte della serie dei grandi “Arlecchini seduti” realizzati nel corso del 1923, è diventato una delle opere più amate e popolari di Picasso. Il viaggio in Italia del 1917 imprime un cambiamento nell’arte del pittore andaluso che, nell’ambito del cosiddetto movimento del ritorno all’ordine, ritrova un interesse per la figura, per l’antico e per la tradizione classica.

Arlecchino con lo specchio (Picasso) Napoli,  palazzo Zevallos Stigliano 18 Giugno-11 Settembre 2016

Tuttavia, a differenza degli altri quadri del 1923, nei quali Arlecchino ha le sembianze del pittore spagnolo Jacinto Salvadó ed è vestito col costume a scacchi tipico della popolare maschera, in questo caso, dopo aver pensato in un primo tempo a un autoritratto, l’artista segue un percorso iconografico molto originale. Infatti, se il cappello a due punte che il fanciullo si aggiusta con la mano guardandosi nello specchio rimanda ad Arlecchino, il costume è quello con la calzamaglia tipico di un acrobata e il volto malinconico ricoperto dal cerone è quello di Pierrot. Questa contaminazione rende l’opera ancora più straordinaria, perché rimanda alla prima produzione di Picasso, al cosiddetto “periodo blu e rosa” dove compaiono, insieme agli artisti del circo – acrobati, pagliacci e saltimbanchi – proprio le due maschere di Arlecchino e Pierrot, che simboleggiano la condizione emarginata dell’artista. La cristallina bellezza e la misura di questa immagine, che sprigiona malinconia e tenerezza, derivano dal confronto di Picasso con le antiche pitture romane, ammirate nella sua visita del 1917 a Pompei, e con Ingres. La limpida sintesi plastica dei volumi ricorda il celebre ritratto di Ingres Madame Moitessier seduta della National Gallery di Londra, con il quale l’Arlecchino presentato oggi condivide il motivo della mano accostata al volto. A Napoli Picasso si interessò tanto alle antiche pitture di Pompei quanto alla tradizione iconografica della figura di Pulcinella e tra il 1922 e il 1924 condivise questi temi con altri artisti come Gino Severini e André Derain, divenuti anch’essi straordinari interpreti, nei loro Arlecchini, Pierrot e Pulcinella, del fascino che continuava a esercitare la Commedia dell’Arte, vista come una grande metafora della vita stessa. L’iniziativa segna il secondo appuntamento con L’Ospite illustre, la rassegna – avviata con il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina, conservato a Palazzo Madama di Torino – che si prefigge di presentare al pubblico delle Gallerie d’Italia, in brevi e ricorrenti eventi espositivi, un’opera di grande rilievo proveniente da collezioni prestigiose o da musei o chiese, in un rapporto di scambio e collaborazione con importanti istituzioni culturali nazionali o estere. La presenza a Napoli di questi capolavori è tanto più significativa in quanto sia le opere sia gli autori – Antonello e Picasso – rivelano un legame privilegiato con la città e con la sua storia culturale e artistica. A rendere ancora più evidente tale rapporto, nel percorso espositivo di Arlecchino con specchio è una testimonianza relativa al balletto Pulcinella, di cui il grande maestro andaluso disegnò costumi e scenografia, memore delle sue passeggiate napoletane e di quella maschera da lui varie volte osservata mentre improvvisamente “si offriva in spettacolo per le strade”. Nel 1920, infatti, Picasso porta in teatro il suo interesse per la commedia dell’arte occupandosi delle scene e dei costumi per il balletto Pulcinella di Igor Stravinskij. A Picasso tornarono utili le gite a Napoli, i ricordi delle belle stampe di Pulcinella e delle collezioni relative al teatro napoletano. Il bozzetto per il costume di Pulcinella dell’omonimo balletto è quasi una sintesi dei due stili privilegiati in questi anni dal pittore. Nella stagione 1986-1987 il Teatro di San Carlo presenta il Pulcinella con scene originali e costumi realizzati su studi di Picasso; in scena una stella della danza, Vladimir Vassiliev, nel ruolo della maschera napoletana. Grazie alla collaborazione con il Teatro di San Carlo, la presenza de L’Ospite illustre sarà affiancata dall’esposizione di sei abiti di quello spettacolo, ricostruiti sui bozzetti di Picasso con l’aiuto del figlio di Léonide Massine, autore della coreografia originale. L’esposizione del capolavoro di Picasso e la collaborazione con il Teatro di San Carlo offrono l’occasione per lanciare Careers in Art, il programma ideato da Intesa Sanpaolo e Next Level nell’ambito di Progetto Cultura per avvicinare i giovani ai mestieri dell’arte mettendosi in gioco direttamente.

Contemporaneamente alla mostra di Napoli, dal 21 giugno al 18 settembre 2016, il Museo ThyssenBornemisza ospita Caravaggio y los pintores del Norte, esposizione incentrata su Michelangelo Merisi da Caravaggio e sull’influenza che il genio italiano ebbe sui pittori nordici che, affascinati dal suo lavoro, ne diffusero lo stile. Saranno in mostra un gruppo di opere che abbracciano l’intera carriera dell’artista, dal periodo romano fino alle cupe e commoventi composizioni dei suoi ultimi anni, tra le quali Il Martirio di sant’Orsola della collezione Intesa Sanpaolo, ultimo dipinto di Caravaggio, realizzato a pochi mesi dalla morte e abitualmente esposto a Palazzo Zevallos Stigliano.

Arlecchino con lo specchio (Picasso) Napoli, palazzo Zevallos Stigliano 18 Giugno-11 Settembre 2016 was last modified: agosto 18th, 2016 by L'Interessante
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Novecento, Alessandro Baricco
CulturaIn primo pianoLibri

Novecento. Intramontabile

scritto da L'Interessante

Novecento

Di Carmen Giaquinto

Novecento di Alessandro Baricco, edito da Feltrinelli nell’anno 1994, è il primo testo teatrale dell’autore torinese. Prima di “Oceano Mare”, uno dei suoi testi più famosi, scrive, appunto, Novecento, un monologo in un atto unico che ha avuto anche una riduzione cinematografica in “La leggenda del pianista sull’oceano”, del regista Giuseppe Tornatore (1998).

L’atto racchiude la storia, narrata dall’amico suonatore di tromba Tim Tooney, che si impersona in questo modo nei panni di narratore interno, di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, pianista sul transatlantico Virginian. Abbandonato sulla nave da emigranti, viene accudito da Danny Boodman, marinaio di colore che muore dopo otto anni. Il suo talento straordinario si incontra e si scontra con musicisti d’eccezione come colui che si autodefinisce “l’inventore del jazz”, Jelly Roll Morton, il quale si reca sulla nave per sfidare proprio Novecento, il pianista che pare non sia mai sceso sulla terraferma. Nemmeno quando il suo amico Tim lo esorta a scendere i gradini della scaletta che lo separano dal primo vero contatto con il suolo. Al terzo gradino aveva già voltato le spalle a quella cosa «immensa» che è la vita. Quando anche Tim decide di abbandonare la nave, il destino di Novecento sembra essere già scritto. La sua esistenza finisce a bordo del Virginian, ormai distrutto dalla guerra e prossimo al suo definitivo declino, deciso da un carico di dinamite. Novecento scompare su quella nave nello stesso modo in cui è apparso, misteriosamente. Egli ha vissuto attraverso i desideri e le passioni altrui. Ha ascoltato i racconti dei passeggeri e così ha imparato a conoscere il mondo; suonando, ha viaggiato ed esplorato luoghi di cui ha sentito parlare. Piuttosto che raggiungere un compromesso con la vita, preferisce «incantare» i propri sogni, le proprie speranze e lasciarsi esplodere col transatlantico che per tutta la vita ha conosciuto i suoi timori e ne ha custodito i desideri. Da qui si deduce la tematica principale del testo: la paura; la paura di affrontare il mondo esterno, di avere un rapporto con Dio, o meglio, con l’infinito. Novecento preferisce morire con la sua nave anziché affrontare il mondo di fuori.

Novecento è uno di quei libri che spunta da uno scaffale saturo di testi, nel momento più opportuno, proprio come è accaduto a me

Emoziona, parla di me, di noi, di tutti. Dopo averlo concluso, un senso di nostalgia misto a tristezza ed emozione, pervade l’animo. Nessuno è pronto per scendere sulla terraferma ed esplorare un posto finito, eppure viviamo in una esistenza finita ma Novecento è riuscito ad andare oltre, a capire che l’infinito è dentro di noi, in ogni cosa che viviamo, nei luoghi che percorriamo, nella terra su cui camminiamo. L’oceano, così apparentemente profondo e pauroso, possiede un senso di infinita sicurezza agli occhi di chi è nato sul mare. È un paradosso esistenziale.

Questo monologo, racchiuso in un atto unico, mi lascia un segno profondo; ha un’intensità graffiante che invita a riflettere. Chissà se un giorno riusciremo a «disarmare la felicità» e non occorrerebbe farsi esplodere su una nave, basterebbe incantare i nostri sogni.

Novecento. Intramontabile was last modified: agosto 18th, 2016 by L'Interessante
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Cani razze
CronacaCuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Tragedia a Catania. Il Dog friendly: capitolo 16

scritto da L'Interessante

Tragedia

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati sono felice di ritrovarvi dopo la pausa estiva. Spero che le vacanze con i vostri amici a quattro zampe siano state indimenticabili.

Il rientro in modalità operativa ha accolto noi professionisti cinofili con una notizia amara, quella della tragedia successa in una villetta a Mascalucia, in provincia di Catania, dove due soggetti di razza dogo argentino hanno manifestato un comportamento di aggressione a discapito di un bambino di 18 mesi

Quando capitano tali vicende si resta sempre interdetti e puntare il dito non spetta a noi;  non avendo dati confermati e chiarezza sui fatti risulta poco utile e soprattutto ingiusto.

Possiamo però farci delle domande, per evitare che si creino nuove- prevedibili- tragedie. E per farlo abbiamo raggiunto al telefono  la dott.ssa Silvia Gorretta, medico veterinario esperto in comportamento animale che opera nella Capitale.

Grazie mille dottoressa Gorretta per aver accettato l’intervista nonostante la pausa estiva; cosa potrebbe essere successo nella mente di quel/i cane/i?

 “La domanda che mi poni non può prevedere una unica risposta semplice ed immediata e  diffiderei dalle opinioni che in questo momento possiamo ritrovare in rete o ascoltare dai media. Ogni cane percepisce ciò che lo circonda in maniera soggettiva. Il comportamento che può proporre può essere dettato da tante componenti; si pensi semplicemente al discorso emotivo, a ciò che ciascun cane come soggetto individuale percepisce nel mondo. Quando accadono questi episodi bisogna indagare sullo stato di benessere fisico e psichico del cane in quel momento.”

Dinanzi a queste vicende si parla spesso di tragedia improvvisa; ma è davvero tutto così repentino? Non ci sono segni prodromici?

“Assolutamente sì. Spesso però non vengono colti ed interpretati in maniera corretta a causa di una cattiva conoscenza della specie e della razza o peggio ancora per disinformazione che giornalmente ci viene propinata da opinionisti generici o professionisti poco aggiornati. Ad esempio i cani che vengono esasperati nel ruolo di guardiani possono poi manifestare un minore autocontrollo in situazioni che non riescono a decodificare o in cui sono autogestiti.”

Pensavo a quella madre e al senso di colpa che vive in questi momenti e che forse non l’abbandonerà mai. Quant’è importante il ruolo dei genitori nella supervisione delle interazioni cani e bambini?

“La supervisione è fondamentale non solo quando parliamo di neonati ma anche per bambini in età scolare. Non a caso l’ordinanza ministeriale tuttora in vigore prevede il loro divieto di detenzione da parte di minorenni. La supervisione dei genitori è fondamentale per il ruolo di mediazione e di modello da imitare; ad esempio fino ai tre anni il bambino non vede il cane come partner sociale ma come un oggetto. I bambini di età prescolare hanno movimenti scoordinati e versi acuti che possono preoccupare il cane; possono essere troppo esuberanti, violare lo spazio di sicurezza, non leggere la comunicazione del cane che sta richiedendo un momento di tregua. E’ qui che interviene il genitore dando delle indicazioni al cane e al bambino, in un sistema di tutela per tutti i protagonisti. Imprescindibile è ovviamente aver cresciuto il cane estremamente socializzato verso l’umano, indipendentemente  dall’arrivo di un nuovo cucciolo di umano nel gruppo famiglia.”

Sì, molto vero; difatti del delicato momento “arrivo nuovo cucciolo di umano” ne abbiamo parlato in un precedente articolo. Ma secondo Lei si può parlare di razze pericolose?

“Secondo me no; è indubbio che la selezione aberrante condotta dall’uomo sulla specie ha fatto sì che alcune razze propongano comportamenti che possono diventare ipertrofici e  che se non instradati durante l’età evolutiva potrebbero sul lungo periodo risultare problematici. Inoltre non dimentichiamoci che l’esperienza dei primi mesi di vita del cane può fare una notevole differenza nella sua relazione con l’uomo e in seconda battuta con l’ambiente.”

Cosa si può fare in prevenzione?

“Prima di scegliere di condividere la propria vita con un cane sarebbe bene consultare uno specialista per farsi aiutare nella scelta, senza banalizzazioni o superficialità, soprattutto quando in famiglia sono presenti i soggetti cosiddetti deboli- bambini, anziani, disabili-, e per meglio comprendere quali siano le predisposizioni di quella razza o di quel soggetto. Una volta adottato è importante impartire una corretta educazione con un professionista che dia le  indicazioni di gestione e aiuti a creare una relazione quanto più ricca ed equilibrata possibile. Preferisco parlare di educazione e di non di addestramento, in quanto la prima lavora sul sistema in età evolutiva- e quindi in crescita-  su cui il ruolo delle esperienze condotte senza violenza può contribuire a rendere un adulto davvero equilibrato. Riguardo ai metodi educativi coercitivi e violenti gli ultimi studi ci indicano chiaramente che il proprietario coercitivo può favorire l’aggressività del proprio cane, in un sistema di violenza che genera violenza.”

Ringraziamo la dottoressa Gorretta per la chiarezza e professionalità con cui ha risposto alle nostre domande su un tema così delicato.

Un dato ce lo abbiamo:  cani hanno una loro identità  e una mente plastica alla nascita. Ma la loro educazione e crescita serena dipende da noi.

La responsabilità è nostra. Di noi umani. Non possiamo banalizzare sui cani.

Soprattutto quando ci sono vite di mezzo. Umane e non.

 

Tragedia a Catania. Il Dog friendly: capitolo 16 was last modified: agosto 18th, 2016 by L'Interessante
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Cracovia
AttualitàIn primo pianoParliamone

A Cracovia, giovani come se il futuro fosse tutto lì

scritto da L'Interessante

Cracovia

Di Michele Calamaio

Molti oggi parlano dei giovani, di tanti giovani, di infiniti giovani che raccontano una storia già conosciuta e affrontata, una trama che presenta nei suoi tratti una sfaccettatura diversa ogni volta che implode su se stessa, una visione che ritorna al mondo in ogni occasione che scrive un finale diverso: la vita rammenta le difficoltà, la paura fortifica i sogni da realizzare, la forza incoraggia le innumerevoli idee per la testa che regalano emozioni, la tenacia sconfigge quella sfiducia estremamente radicata nel pensiero assurdo dell’”eternità”, uno spazio ambito, ricercato e desiderato nella messa insieme di soddisfazioni, di rimpianti, di vittorie e di sconfitte che trasformano una poltiglia amara in un universo parallelo capace invece di fermare il tempo, la “stanchezza mentale” e donare, ancora una volta, una possibilità concreta di rinascita.

“Come sarebbe un mondo senza giovani?”si domanderebbero in tanti; “In che modo si affronterebbe il futuro senza degli occhi più esperti e una parola più speranzosa?” si chiederebbero in troppi; la verità, piuttosto, gira intorno ad un passato scontroso con il progressivismo tecnologico, un presente ancora troppo ancorato alla “crisi di identità” che sconvolge l’evoluzione sociale e religiosa ed un futuro incoraggiato dalla concreta possibilità di non messaggio che non parli più <<dei giovani, ma con i giovani>>.

Questo il messaggio predominante che è scaturito dagli incontri avvenuti a Cracovia dal 26 al 31 luglio in occasione della XXXI edizione della Giornata Mondiale della Gioventù

Un evento che è stato capace di muovere migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo e che ha regalato una volta ancora il “verbo sacro”, l’invocazione a quel nuovo tipo di preghiera in diretto contatto con Dio e l’aspirazione ad un mondo migliore, una realtà fatta di <<pace e difesa dalla violenza del terrorismo>>. Quello che si preannunciava essere solo uno dei tanti eventi in programma, si è totalmente ridimensionato nel giro di pochi giorni mutandosi con forza nella “voce principale” che ha richiamato nella loro “casa naturale”, in quel bovile tanto desiderato ma così allontanato dalla paura dell’”astrattezza divina”, il considerevole numero di ragazzi pronti a stringersi la mano con forza per la prima vera volta, senza rancori, senza timori di diversità razziale, senza aver paura di una “guerra santa”: <<Volete essere addormentati e intontiti? O lottare per il vostro futuro?>> ha affermato Bergoglio senza esitazioni, provando a districarsi con quella sicurezza mista ad esperienza nel labirinto degli errori umani, la stessa con la quale per tutti questi anni ha dettato la “resurrezione” della chiesa e ha permesso il riavvicinamento alla fede di molte persone che, nella medesima fede, si erano persi: se <<Gesù è vivo in mezzo a noi>>, allora allo stesso modo i giovani di oggi e quelli di domani devono rivivere nella speranza del cambiamento, osservando <<il volto giovane della misericordia>>, e sostenere un <<mondo che guarda al futuro>>.  Nel Campus Misericordiae, ragazzi a perdita d’occhio e bandiere di 187 paesi si sono fusi in un unico essere, un’unica essenza pronta a varcare la “porta santa” di tutti i continenti e trascinare la speranza a cavallo di <<un’avventura che non si sarebbe neanche mai potuta sognare>>: la comodità del “divano” o del “consumo” è una difficoltà che si paga a caro prezzo e necessita di essere eliminata, anche al rischio di perdere la libertà nel dialogo, nella multiculturalità e nel bisogno di amore, così come, dall’altro lato, vi è lo spietato bisgono di <<lasciare un’impronta nella vita>>, seguendo la “pazzia” <<del nostro Dio che ci insegna ad incontrarlo nell’affamato, nel malato, nel profugo scappato dalla guerra>>. Un cuore misericordioso ha il coraggio di lasciare la comodità, abbraccia tutti e sa essere rifugio per chi non ha mai avuto una casa, sa creare un ambiente familiare ed è capace di mostrare compassione: la musica della pace, così, risuona sulle note di una <<fame sconfitta dal pane condiviso>>, la fiducia inneggia al coro di speranza verso una <<nuova ospitalità dei sogni>>, il coraggio invoca la <<fine della tragedia della felicità>>, sprecando una quantità inimmaginabile di saggezza ma riscattando allo stesso modo il termine di una vecchiaia gradualmente perduta.

Se da una parte, così, la gioventù viene lodata e invogliata a dare il meglio di sé per affrontare un futuro degno delle migliori battaglie ideologiche, dall’altra Papa Francesco si assicura di porre un punto esclamativo decisivo anche riguardo l’altro tipo di battaglia che il mondo occidentale sta combattendo oggigiorno contro quel male diabolico che fonda le sue radici sulla paura e che si materializza nel Terrorismo: il pontefice, durante l’occasione, infatti ha recitato una <<preghiera per la pace e la difesa dalla violenza>> affinché si allontanasse dal mondo l’ondata devastante di quel dolore per troppo tempo ha afflitto l’animo innocente di chi, nella vendetta, non ha mai visto un modo per cancellare l’odio, non ha mai cercato di trovare una soluzione di “coraggio”, non ha mai voluto credere alla fine di quella fratellanza universale. Se la violenza non si traduce con altrettanta violenza, allora la chiave che apre del porte di questo “nuovo paradiso terrestre” pertanto si trova nei cuori di ognuno di noi, consapevoli diretti di una “sparatoria d’amore”, che non butta giù persone come birilli ma li innalza fino <<alla potenza del Signore>>, unica via da seguire affinché il rispetto per la dignità umana continui a regnare sul mondo dei vivi e vinca l’odio non con maggiore terrore ma costruendo <<una famiglia nella comunione della pace>>. L’islam come nemico, così, diventa, come direbbero gli inglesi, un “false friend”, una crocevia da attraversare senza aver paura di rifiutare un abbraccio, un passo in direzione della pace: ciò che continua ad accoltellare è il “fondamentalismo di una lingua” che uccide più di un fucile, si pone in prima fila nella trasformazione dell’immagine di un Dio che assomiglia così tanto al denaro, si  “converte” in quell’impronta radicale da seguire affinché il ponte della serenità si abbassi e quello della sofferenza sia sempre di più un sogno.

Negli ultimi atti dell’evento, Francesco ha annunciato prima dell’Angelus la conclusione dell’edizione polacca del raduno, annettendo alla scala storica-temporale sin dalla nascita della manifestazione la data del 2019, anno in cui si celebrerà la XXXII Giornata della gioventù nello stato del Panama: la stessa “ossigenazione” spirituale, pertanto, avrà un seguito, un invito a <<non disperdere il dono ricevuto, ma custodirlo nel cuore, perché germogli e porti frutto>> ed un cammino nella misericordia di ciascuno che, <<con i suoi limiti e le sue fragilità>>, possa <<essere testimone di Cristo là dove vive>>. L’insegnamento finale di Bergoglio, infine, si compensa con la strutturazione di argomenti già pre-esistenti e vogliosi di essere esposti, un “prezzo da pagare” che va a confrontarsi con la sua impronta da lasciare: la “periodicità” di un numero è data dalla successione o dalla ripetizione ad intervalli regolari di una proprietà; l’”eternità” di un giovane, invece, si misura nel battito di un cuore che pulsa forza, si mantiene vitale e difende una libertà “graffiata via” dalle mani del tempo, un tempo che non guarda in faccia a nessuno e racconta di una storia, sempre di quella stessa storia già oramai conosciuta, che ha come protagonista la <<giovinezza, quel tesoro che si può avere ad ogni età, ma meglio possederla quando si è giovani>>.

A Cracovia, giovani come se il futuro fosse tutto lì was last modified: agosto 16th, 2016 by L'Interessante
16 agosto 2016 0 commenti
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Femminicidio
AttualitàIn primo pianoParliamone

Femminicidio? Chiamiamolo “Women-icidio”, così fa meno paura!

scritto da L'Interessante

Femminicidio

Di Michele Calamaio

Uccise. Da mariti, fidanzati o spasimanti, ma pur sempre violentate. Da rapinatori o da uomini semplicemente violenti, per motivi futili o per far dimenticare loro il volto della bellezza del mondo, ma ancora e continuamente maltrattate.  Da un mondo che non prestava loro la giusta attenzione verso l’eccessivo buonismo visto negli occhi di chi invece non merita neanche un pizzico di quella stessa tolleranza , da una pesantezza che non ha fatto altro che aumentare nel tempo un carico enorme sulla schiena di combattenti anche fin troppo martoriate da una guerra mai realmente terminata, ma pur sempre falcidiate da una incomprensione da parte delle autorità a dir poco “eterna”. Ed è così che Isacc Asimov affermava che <<la violenza è soltanto l’ultimo rifugio degli incapaci>>, consapevole che la stessa, compromessa a tal punto da sembrare qualcosa di più grande e troppo “impossibile” da superare, tocca il limite massimo della sua decenza nel momento in cui <<si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta e si forza quanto è nato per essere aperto in modo fiducioso, caloroso e creativo>>; di parere simile, ma con connotazioni alquanto diverse, era Giles Vigneault, il quale sosteneva a voce alta l’incapacità dell’essere umano di mettere un freno deciso e determinato a quell’istinto animalesco che per secoli ha segnato l’inizio di un “inferno umano”, fatto appunto di una <<tenebra che non può scacciare la tenebra stessa>> e di un ammortizzatore mai davvero messo alla prova nella sua opera di “rinascita” dalle ceneri di una “virilità poco virile”. Ma se questo spettacolo macabro messo in scena in un contesto altrettanto raccapricciante non accenna ad insegnare quel “rispetto” necessario a rafforzare la figura femminile e persiste nel ritagliarsi “minuti di silenzio” che alimentano una malattia oramai ancorata nell’”istinto ignorante” dell’essere umano, come può il rosso essere ancora il colore dell’amore senza trasformarsi in “viola tumefatto”?

Negli ultimi dieci anni sono 1740 i casi di Femminicidio, un numero tanto spaventoso quanto estremamente vicino ad una realtà troppo diabolica per essere giustificata: si parla di movente passionale?

<<Allora se l’è cercata>>, sosterrebbe l’”unanimità maschilista” pronta a difendere più che condannare il <<crimine più grande della debolezza maschile>>; si tratta di pura istintualità non gestibile? <<Non aveva scelta>>, azzarderebbe il cuore di chi non ha accennato un secondo a nascondere <<le prove di un amore sbagliato>>, coerente con l’illusione di una guarigione ridotta alle briciole; si prospetta un aumento di omicidi? <<E’ il momento di dire basta>>, imporrebbe decisamente la voce della coscienza, la stessa con la quale un tragico bilancio può essere fermato, una feccia di fattori negativi al coinvolgimento attivo della paura può essere diminuita, un baluardo della “giustizia femminile” può essere finalmente aggiornato alle tempistiche moderne, ghettizzando un problema da affrontare alle radici e da combattere fino alla sua punta dell’iceberg.

Così, se la speranza di avere un “anno di tregua”, in mezzo ad un vortice troppo grande per essere interrotto, era viva nelle storie di tutte le superstiti che hanno raccontato di una vita irrimediabilmente perduta ma ancora capace di essere trasformata da quei piccoli miracoli quotidiani che solo l’amore vero può dare, quella che ne è uscita trionfante ancora una volta è stata l’amarezza di essersi arresi di nuovo <<al rosso del sangue, piuttosto che a quello della dignità>>. I volti sembrano volatilizzarsi mentre il colpo di una pistola scatta, le lacrime di disperazione si credono inutili nel momento stesso in cui una mazza colpisce quello che solo la fantasia criminale potrebbe arrivare a distruggere, gli occhi tremanti volano già in paradiso, perché rimanere su una terra che non li merita viene considerato un peccato troppo grande da colmare con il perdono: <<Quante ancora ne devono morire perché il Governo si renda conto che le risorse economiche, i mezzi e le attività di contrasto alla violenza di genere sono del tutto insufficienti? Quante donne, ragazze, madri, figlie, sorelle, amiche dobbiamo vedere massacrate da ex, diventati mostri e assassini, prima che vengano prese decisioni e attuate politiche attive idonee ad un problema sociale enorme come quello della violenza sulle donne?>> denuncia Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, che lancia l’hashtag #quanteancora per evitare uno scempio divenuto oramai imminente. Assuefazione alla “droga delle mani pesanti”? Non proprio; persone “normali” reinventate <<assassini rosa>> di una realtà commestibile solo per l’arretratezza sociale? Forse; donne diventate martiri di una guerra non loro? Decisamente si: come ha spiegato Fabio Piacenti, presidente dell’Eures, l’Istituto di ricerche economiche e sociali che da anni dedica al fenomeno un Osservatorio ad hoc, negli ultimi dieci anni <<le donne uccise nel nostro Paese sono state 1.740 suddivise nel 71,9% in omicidi familiari, 67,6% in uccisioni legate a problematiche coppia e 26,5% per mano di un ex>>, consolidando una striscia negativa di eventi che, nel gergo popolare, “farebbe un baffo alla parità dei sessi”. Il dato che tuttavia risulta essere più grave nella totalità di questo “dramma”, dipinto con tinte storiche e che risale all’alba dei tempi ma che ha davvero poco da invidiare alle sue origini greche, è la spaventosa gamma di età “picchiate” da questo fenomeno anormale: tra i 16 e i 70 anni, infatti, il 31% delle donne è stato abusato sessualmente e psicologicamente, determinando un’ascesa degna dei migliori film horror. I recenti casi mortali di Lucca e Caserta riaccendono il dibattito politico e alimentano la fiamma di una speranza ancora non del tutta morta: <<Le leggi ci sono e i centri antiviolenza devono tornare ad avere al più presto i finanziamenti necessari>> afferma il presidente del Senato Piero Grasso, che affida il suo pensiero alla possibilità concreta di cambiamento, una metamorfosi tanto positiva quanto necessaria affinché, da una parte le donne si travestano da “paladine della giustizia” e denuncino una strage fatta di odio e brutalità, e dall’altra gli uomini stessi <<si rivoltino contro questa infamia capitale>>. La soluzione? <<Stare insieme, convertendo questa “libertà vigilata” in una sfida quotidiana>>, dove uomini e donne non si appartengano per “diritto di sangue”, ma si scelgano ogni giorno, liberamente. I casi più recenti hanno raccontato la vicenda inverosimile di un “happy ending” impossibile agli occhi della realtà alternativa del banco degli imputati: se ammazzare una ragazza di Pordenone con quattro colpi di pistola è normalità per un ex fidanzato, allora viviamo nella pura anarchia sociale; se strangolare una studentessa universitaria romana di 22 anni e poi bruciarla viva è semplice routine per il suo ex convivente, allora c’è da porsi qualche domanda in più;  se uccidere una venticinquenne a coltellate dall’ <<embolo partito>> di un uomo incapace di accettare la fine di una relazione, allora l’inizio dell’Apocalisse è davvero tracciato. L’appello che risuona nei timpani otturati delle famiglie vittime di questa tragedia è sempre lo stesso, una medesima implorazione verso il sentimento nobile dell’amore che non trova più pace, un’ emozione che da troppo tempo, purtroppo, è stata macchiata con la prospettiva irrealizzabile dell’indulgenza e scambiata con la follia dei coltelli, con la bugia delle pistole e con il disprezzo verso il rispetto della dignità umana: <<non insegnate ai vostri figli che l’amore è tutto, non lo fate perché insegnate la menzogna; insegnate loro il rispetto per gli altri e alle vostre figlie il rispetto per loro stesse, perché 70 donne morte per mano del proprio uomo solo nei primi sette mesi dell’anno è pura follia, perché ad armare la mano degli uomini sono le donne che troppo amore danno e che poco amore si vogliono>>. Provare a tagliare la coda al lupo è possibile, evitare che si cibi del male che più ama è concretizzabile, ma state attente, perché se è vero che fidarsi rappresenta la vera unica soluzione ad un nuovo cambiamento, un nuovo percorso tutto in salita ma fatto di speranza viva e presente, “non fidarsi è meglio”: è buona consuetudine ricordare che “il lupo perde il pelo, ma non il vizio!”.

Femminicidio? Chiamiamolo “Women-icidio”, così fa meno paura! was last modified: agosto 16th, 2016 by L'Interessante
16 agosto 2016 0 commenti
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