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Categoria

Cultura

Quaresima
CulturaIn primo piano

Quaresima. Che cos’è e come funziona

scritto da L'Interessante

Quaresima

 

Di Antonio Andolfi

La quaresima è il periodo liturgico di conversione e penitenza rituale che precede la Pasqua. Inizia con il mercoledì delle ceneri e si conclude dopo 40 giorni, il Giovedì santo. 

In questo periodo i cristiani sono invitati a vivere la loro fede in modo più forte attraverso le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).

 Concretamente i precetti da vivere in questi 40 giorni si sono limitati notevolmente negli anni. Oggi è prevista soltanto l’astensione dalle carni durante i venerdì di Quaresima (per ricordare la morte di Gesù) e il digiuno in due giorni particolari: il mercoledì delle ceneri e il Venerdì santo. Il digiuno consiste nel mangiare soltanto un pasto completo (senza carne), limitandosi a uno “spuntino” per gli altri due pasti.

 

Digiuno e niente carni durante la Quaresima.

 

L’astinenza, in particolare dalla carne, risale all’Antico Testamento e per alcune circostanze allo stesso mondo pagano, anche se ha avuto ampio sviluppo nel monachesimo cristiano. Una severa alimentazione e il controllo della gola combatteva le tentazioni e la concupiscenza della carne, favorendo l’ascesi e il dominio dello spirito sul corpo.  

Se da un punto di vista scientifico il digiuno quaresimale può essere un toccasana per il corpo, da un punto di vista spirituale ha poco senso se non viene accompagnato dalla  preghiera a Dio e dall’elemosina: i tre elementi insieme connotano la pratica penitenziale della Chiesa Cattolica. 

 Nel medioevo l’astensione dalla carne era accompagnata anche dall’astensione dalle carni: in quaresima era proibito avere rapporti sessuali (ovviamente all’interno del matrimonio). Il Decreto del canonista tedesco Burcardo di Worms, nell’XI secolo ammoniva:

“Con la tua sposa o con un’altra ti sei accoppiato da dietro, come fanno i cani? Devi fare penitenza per 10 giorni a pane e acqua.

Ti sei unito a tua moglie mentre aveva le mestruazioni? Farai penitenza per altri 10 giorni con pane e acqua. […]

Hai peccato con lei in giorno di Quaresima? Devi fare penitenza 40 giorni con pane e acqua o dare 26 soldi di elemosina; ma se ti è capitato quando eri ubriaco, farai penitenza per solo 20 giorni”

 

Quaresima. Il mercoledì delle ceneri

 

Come detto la Quaresima inzia con il mercoledì delle ceneri quando si compie il rito dell’imposizione delle ceneri: i sacerdoti impongono sulla fronte o sul capo dei fedeli un po’ di cenere, a simboleggiare la polvere che diventeremo, e anche come esortazione alla conversione. La formula che si recita è infatti: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure «Convertiti e credi al Vangelo».

 A essere bruciate e ridotte in cenere sono le palme e i rami d’olivo benedetti in occasione della domenica delle Palme dell’anno precedente.

 

Perché la Quaresima dura 40 giorni

 

Perché ricorda i 40 giorni che Gesù trascorse nel deserto, episodio narrato dagli evangelisti. Calendario alla mano, però, la Quaresima dura 44 giorni, perché le domeniche (che sono 4 in questo periodo) non contano come Quaresima: il periodo di penitenza “si interrompe” nelle domeniche che ricordano il giorno della resurrezione di Gesù.

Questa differenza di 4 giorni non c’è nel rito ambriosiano – quello in vigore a Milano e Lombardia, per intenderci – dove infatti non c’è il mercoledì delle ceneri, il carnevale dura fino al sabato, la quaresima inizia di domenica e queste ultime sono a tutti gli effetti giorni di penitenza.

 Il digiuno è importante per tutte le religioni monoteiste: i musulmani celebrano il mese di Ramadam e gli ebrei il Kippu.

Quaresima. Che cos’è e come funziona was last modified: marzo 6th, 2017 by L'Interessante
6 marzo 2017 0 commenti
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vietato
In primo pianoMusica

Vietato morire: la libertà da Gaber a Ermal Meta

scritto da L'Interessante

Vietato

 

 

Di Michela Salzillo

La libertà non invecchia mai. E il diritto  alla sua difesa è sempre materia prioritaria. Forse perché è ancora così lontana, forse è un vizio che abbiamo paura di dimenticare, di confondere con il resto, e allora cerchiamo di raccontarcela, per non farla morire. Per non lasciarci morire. La libertà è partecipazione, scrive Gaber, non è lo spazio libero e neanche il volo di un moscone.  E’ muoversi dunque, è cogliersi ed accogliersi, è rispettarsi prima di rispettare, come fa il bambino appena nato che cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura.  Perché forse è così che bisogna fare. Per insegnarci il coraggio di essere liberi non abbiamo bisogno della sapienza, non quanto l’ ingenuità di chi è così tanto decostruito da sposare ogni forma di apertura e ribellione come la cosa più naturale del mondo.

La libertà non aspetta il destino, non la fa passare liscia a nessuna regola  e non  c’è nulla che sia più anarchico di questo. Essere libero vuol dire avere la forza di cambiare le stelle, se ci provi riuscirai, conferma qualche passo più avanti Ermal Meta, che se a Sanremo arriva al terzo posto, sul podio delle nostre riflessioni guadagna sicuramente una posizione di testa, perché lo sappiamo benissimo che morire da vivi è una condanna che ci infliggiamo troppo spesso. Sappiamo quanto è difficile capire l’amore per noi stessi e quanto sia proporzionale l’esistenza di ciascuno fra ciò che siamo in grado di donare e la libertà che il dare insegna.

 

Vietato morire: una canzone che educa al  valore della disobbedienza.

Se per Gaber votare è disobbedire ad ogni forma di mancata democrazia, con Ermal Meta la libertà arriva trasgredendo ogni tipo di schema, non in materia di politica ma in termini di vita negata; dal fare più semplice a quello più complesso. C’è da dire che quando nell’ inciso Ermal canta: figlio mio, ricorda bene che la vita che avrai non sarà mai più grande dell’amore che dai, e prima ancora lascia intendere che quel messaggio sia scritto ad una madre, la sua, che da un libro di odio gli ha insegnato l’amore, tutti cadono nel tranello della canzone denuncia che parla di violenza.

Ma la smentita arriva dall’autore stesso, che dichiara: “ la violenza, in questa canzone, è soltanto la fionda. Il sasso che dovrebbe colpire il messaggio che ha dentro, cioè la disobbedienza. Bisogna imparare a disobbedire ricominciando a usare la propria testa.”

È come un martello, per Ermal, la capacità di disobbedire, che se usato nella maniera giusta può aprire dei varchi importanti verso una vita più felice. Dire di no, dunque. Dirlo ogni volta che qualcosa influisce negativamente sulle personali volontà e la rispettiva serenità. Vietato morire è una canzone che parla anche di violenza, quindi, ma non solo, perché ci sono molte forme di stupro capaci di annientare, a volte anche invisibili,  per questo urge riconoscere che rimandare non è mai il momento giusto per ribellarsi a qualcosa che non ci rappresenta, perché la vita preferisce sempre il qui ed ora al domani qualunque, che rischierebbe di arrivare in ritardo all’ appuntamento con quello che vogliamo ottenere ed essere, per diventare  a tutti gli effetti padroni delle nostre vite ed evitare la morte a piccole dosi.

Vietato morire: la libertà da Gaber a Ermal Meta was last modified: marzo 5th, 2017 by L'Interessante
5 marzo 2017 0 commenti
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Modern Family
CinemaIn primo pianoTv

Modern Family: una famiglia poco convenzionale

scritto da L'Interessante

Modern Family

Di M.Rosaria Corsino

 

Ormai è risaputo, Grey’s Anatomy è il fiore all’occhiello della redazione.

Ma dopo tredici stagioni, la morte di quasi tutti e una tragedia continua che Euripide, fatti da parte, c’è il bisogno di cambiare aria.

E respirare un po’ di vita. In tutti i sensi.

Grazie al cielo la ABC, nota rete americana, nel 2009 ha dato vita a Modern Family.

Una sit-com davvero poco convenzionale

 

La Modern Family  oggi

 

Non c’è niente di classico e scontato in questa serie realizzata con la tecnica del falso documentario.

La famiglia si compone di tre nuclei: la famiglia Pritchett che vede il capostipite Jay sposato con la bella Colombiana Gloria, che ha un figlio dal precedente matrimonio, Manny.

La famiglia Pritchett-Dunphy composta dalla figlia di Jay, Claire, il marito Phil e i tre figli.

L’ultimo nucleo, quello Pritchett-Tucker vede il figlio di Jay, Mitchell, col suo compagno Cameron e la loro bambina vietnamita, Lily.

Bizzarra, fuori dal comune e assolutamente straordinaria, questa famiglia ci ha regalato fino ad ora, otto stagioni davvero fantastiche.

Ciò che lo rende ancora più piacevole, è la completa mancanza del classico moralismo americano.

Non aspettatevi insegnamenti su come bisogna essere sinceri l’uno con l’altro o sempre pronto a tendere una mano.

Divertente, ironica e a volte cinica, Modern Family vi farà ridere tanto.

E forse vi farà riprendere dalla morte di Derek.

Modern Family: una famiglia poco convenzionale was last modified: marzo 2nd, 2017 by L'Interessante
2 marzo 2017 0 commenti
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Sebastiano
CinemaCulturaIn primo pianoTeatro

Sebastiano Gavasso: mangia, nuota, recita.

scritto da L'Interessante

Sebastiano

 

Di Christian Coduto

Nel momento in cui scende dal treno, armato solo di un trolley piccolino e molto pratico, impegnato in un’animata telefonata al cellulare, ti rendi conto di trovarti di fronte ad un ragazzo che non ama perdere tempo. Un giovane manager, che sfrutta le ore in maniera proficua. Non è uno di quelli che si adagia sugli allori, non se lo può permettere. Nessuno, in realtà, dovrebbe. Trasuda sicurezza da tutti i pori, ma senza apparire mai distaccato o antipatico. E’ solo concentrato su ciò che deve fare. Nel corso dell’intervista, armeggia in continuazione con un organizer: segna orari, appuntamenti, memo di varia natura. E’ uno che ama la perfezione, nella vita e nel lavoro. Spesso, si è soliti dire che la precisione sfoci nella freddezza, ma non è questo il caso. Sebastiano Gavasso è un attore forte, vibrante. Ho avuto la fortuna di vederlo sul palco in diverse occasioni. Ha una capacità di immedesimazione nel personaggio che interpreta che lascia sgomenti. La prima volta che lo vidi interpretare il “Tra le pietre” in Dignità autonome di prostituzione, gli scoppiai a piangere in faccia. Appena mi vede, sorride con la sua solita affabilità. L’attore è attualmente in Campania per le prove dello spettacolo “Il giocatore”, uno spettacolo importante, che avrà di certo grande risonanza. “Dove andiamo a mangiare?” mi chiede; in effetti l’ora di pranzo è vicina. Gli dico che la zona non la conosco … sfodera il suo amato cellulare: dopo un paio di minuti tira fuori il nome di un ristorante. “Ha detto un mio amico che lì si mangia benissimo”, mi informa.

La sua praticità è ammirevole. Appare in forma, rilassato, pronto ad affrontare una nuova avventura con molto entusiasmo. Parla a ruota libera. Ogni tanto utilizza, a sorpresa, qualche parolina in dialetto romano: proprio perché inaspettata, la cosa te lo fa apparire ancora più simpatico.

Mentre lanciamo un’occhiata al menù, inizio a riempirlo di domande.

 

Sebastiano Gavasso risponde alle domande de “L’interessante”.

D: Domanda introspettiva: chi è Sebastiano Gavasso?

R: Potrei risponderti in molti modi. Per esempio: “Credo che trovare la risposta a questa domanda sia la ragione principale per cui faccio questo mestiere.” Ma preferisco rispondere più seriamente:  un trentacinquenne, nato a Roma da un veneto ed una greco-romana, che ama recitare, nuotare e mangiare frutti di mare.

D: Una tua definizione della parola recitare. Cosa significa per te?

R: Giocare con la consapevolezza di sé, per conoscersi meglio e per condividere col pubblico questo piccolo tentativo di conoscenza.

D: Sei così serio e rispettoso sul palco, ma anche molto ironico nella vita di tutti i giorni. Il tuo JesVlog – Il Vlog di Gesù di Nazareth è un concentrato di battute esilaranti. Com’è nata l’idea di questo progetto?

R: L’idea è nata 2017 anni fa. Ha subito un piccolo stop di tre giorni nel 33 d.C. ma poi è ripartita alla grande (ridiamo di gusto). Noi tre (nel senso di autrice, regista e interprete) abbiamo voluto raccontare un Gesù diverso dal solito, ma non così lontano dai vangeli apocrifi. Una buona novella … non troppo buona … nell’alto dei clouds e su YouTube.

D: Lavori tanto sia in Italia sia all’estero, avendo vissuto e studiato per un lungo periodo di tempo a Perth. Quali differenze hai trovato nell’approccio alla recitazione?

R: A Perth ho avuto la fortuna di studiare con la talent scout di Heath Ledger, posso dire che in generale c’è una maggiore ricerca di verità  (grossa parte degli spettacoli teatrali che ho visto lì sono recitati come se si stesse su un set cinematografico). La verità scenica però è una cosa diversa, e non credo dipenda solo da quel tipo di ricerca di verità. Ad ogni modo credo che esistano solo tue tipi di recitazione: quella che comunica ed emoziona, e quella che non lo fa. La prima fa bene all’attore, al teatro e al pubblico. La seconda no.

D: Gli amanti del buon teatro ti conoscono per “Dignità autonome di prostituzione” di Luciano Melchionna, uno spettacolo decisamente fuori dal normale …

R: Ecco parlando di verità e verità scenica DAdP è l’esempio perfetto, e Luciano un maestro. La sua indicazione prima di ogni replica è “Il pubblico non deve uscire dalle stanze pensando a quanto sia bravo questo attore ma con la sensazione di aver assistito a qualcosa di extra-ordinario”. Per farlo l’unione di verità e arte è fondamentale. A tal proposito, Caravaggio diceva: “Tutte le cose non sono altro che bagatelle, fanciullaggini o baggianate – chiunque le abbia dipinte – se esse non sono fatte dal vero, e nulla vi può essere di più buono o di meglio che seguire la natura”. Noi dipingiamo anime vive, ma vale lo stesso concetto.

Ha pronunciato la citazione con un fare più serio, in netto contrasto con l’atmosfera leggera che si è creata nel frattempo e l’effetto è decisamente suggestivo. E’ così: è responsabile, ma ama prendersi in giro. E’ un continuo alternarsi di dinamiche, destabilizza e ti coinvolge nel suo essere.

D: Parliamo di “D5, Pantani”, al quale so che sei molto legato …

R: Uno spettacolo che mi è entrato nel cuore e che porta con sé una grande battaglia: restituire a Marco Pantani, alla sua famiglia, ai tifosi dell’uomo e dello sportivo la dignità e il rispetto che hanno provato a togliergli. Abbiamo debuttato a Dozza (BO) lo scorso dicembre dopo oltre un anno di prove e abbiamo avuto l’onere e l’onore di utilizzare in scena una delle biciclette di Marco. L’emozione a fine spettacolo era tangibile: commozione e consapevolezza di fare qualcosa di grande e di giusto. A maggio con lo spettacolo seguiremo le principali tappe del Giro d’Italia del Centenario. Debutteremo a Reggio Calabria il 5 maggio e chiuderemo a Milano al Teatro della Cooperativa il 28 maggio. Una grande vittoria fatta di salite, fatica e cuore. Con Marco, per Marco, sempre.

Dopo l’ultima frase, resta in silenzio per un attimo. L’osservo con attenzione: è visibilmente emozionato. Orgoglioso di quello che ha messo in atto. Avevamo parlato da tempo di questo progetto e so quanto per lui sia stato importante essere riuscito a realizzarlo.

D: Cinema e teatro , un legame interessante. Sei uno dei drughi di “Arancia meccanica” diretto da Gabriele Russo …

R: Un sogno che si è realizzato e mi ha cambiato la vita. Il Teatro Bellini è una famiglia che mi ha accolto, stimato, spronato. Uno spettacolo per “atleti del cuore”, che necessitava di una grande preparazione emotiva e fisica. Uno spettacolo meraviglioso. Un onore poter essere un drugo, oltre a un obiettivo da quando avevo 11 anni. Ora la nostra famiglia di drughi e malcicke di Arancia Meccanica sta lavorando ad un altro spettacolo che promette meraviglie: Il Giocatore di Dostoevski. La regia è sempre di Gabriele, e oltre agli aranciameccanici Daniele Russo, Alfredo Angelici, Paola Sambo, Martina Galletta e Alessio Piazza può contare su due nuovi diamanti: Marcello Romolo e Camilla Semino Favro. Con una squadra così è un piacere essere un Giocatore!  Debuttiamo il 14 Marzo al Teatro Bellini!

Nel frattempo, arrivano due primi strepitosi. In effetti il suo amico aveva ragione … Sebastiano mangia di gusto, si sta rilassando e sorride di più.

D: Nel 2012 sei stato il protagonista di “L’ultimo sogno di Howard Costello” di Michele Diomà, un’opera molto coraggiosa e riuscita, in cui reciti solo con lo sguardo e i gesti. E’ stato difficile completare un progetto così ambizioso?

R: E’ stato un progetto magico, che si è nutrito di sogni e che ha fatto sognare. Nei sogni tutto accade con naturalezza, le difficoltà nascono solo quando si smette di sognare.

D: La bravissima Laura Morante ti dirige in “Assolo”, in un cast di attori notissimi. Cosa ti affascina della visione registica femminile?

R: Non noto differenze di visioni registiche. Anche quei vale quel che vale per gli attori: chi comunica ed emoziona, e chi no. Maschile, femminile, nell’arte e nella vita, sono termini decadenti. Laura è attuale. Comunicativa. Capace di emozionare. Delicata, decisa e capacissima di dirigere. Anima e donna splendida.

D: Nel 2016 “Zeta” di Cosimo Alemà è record di incassi nelle sale italiane. Che ricordi hai di questa esperienza? Che rapporti hai con la musica rap?

R: Un’esperienza molto formativa, un film fatto di cuore e musica, di parole capaci di tagliare. Non è un film comodo, questa è la sua forza. Vola come una farfalla, punge come un’ape … come il rap … ed è deciso, umano, schietto e diretto, come Cosimo.

D: A proposito di musica … ci parli un po’ dei videoclip musicali di cui sei protagonista?

R: Il primo videoclip l’ho girato in Australia, è una forma artistica che mi piace molto: pensieri, parole, immagini, storie che si fondono con la musica. In Italia sono particolarmente legato a Rocker carbonaro di Mezzala (diretto da Antonella Sabatino) e Parlo all’infinito di Jacopo Ratini (diretto da Federico Malafronte) con cui abbiamo vinto il Roma Videoclip 2015 e in cui recito con la mia compagna Martina Galletta: una coppia nel video, in scena e nella vita! Il mio vero Oscar!

D: Prima di salutarci, un’ultima domanda : Cosa si augura Sebastiano Gavasso da questo 2017?

R: Mi auguro di fare sempre meglio e raggiungere gli obiettivi umani, professionali ed artistici che inseguo. Passo dopo passo. Tappa dopo tappa. In salita verso la vetta. Soprattutto mi auguro di essere un buon compagno, un buon fratello, un buon figlio, un buon amico … ma soprattutto un buono zio! Auguri piccolo Dario sei la mia rivoluzione!

D: Ciao e grazie di tutto!

R: Grazie a te amico mio è sempre un piacere! Ci vediamo a teatro!

Sebastiano Gavasso: mangia, nuota, recita. was last modified: marzo 2nd, 2017 by L'Interessante
2 marzo 2017 0 commenti
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canile
CulturaIn primo piano

Ti riporto in canile: quando finisce un amore

scritto da L'Interessante

canile

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati oggi parleremo di canile e dei cani che vi vengono lasciati. Ci riflettevo, poiché in settimana sono stato chiamato per effettuare una valutazione di un soggetto rientratovi all’età di un anno e mezzo. Sì, i proprietari hanno voluto ricondurlo in struttura. Non essendo più in grado di gestirlo.

Il soggetto mostrava evidenti segni di paura, ed è rimasto per tutto il tempo della consulenza in un angolo. Tremante.

I motivi che possono spingere i proprietari a ricondurre un cane in canile sono molteplici; condivisibili o meno, etici o meno, consapevoli o meno, non è il focus di questo articolo.

Vita di canile, per cani di casa

Mi piacerebbe spostare l’attenzione su cosa può pensare e vivere un cane quando si trova rinchiuso in box; magari poche ore prima era al caldo di casa propria.

Se provo a calarmi nei panni di quel cane, la sensazione che subito sento viva nel corpo e nella mente è la reclusione.

Sensazione di smarrimento. Oddio, dove sono? Perché sono qui? Quale reato ho commesso? Io sono innocente. Ci deve essere un errore. I miei familiari arriveranno a breve, e faranno di tutto per farmi uscire di qui.

Paura. Intanto devo cercare di rimanere calmo, non farmi prendere dal panico. Monitorare l’ambiente, le risorse. Cercare di capire come ci si muove. Ho paura, accidenti. 

Odori fortissimi. La stimolazione olfattiva è pungente. Gli odori sono pregnanti. C’è odore di stress, misto ad odore di detergente chimico. Le tracce olfattive sono sempre le stesse. Non ci sono odori familiari, né nuovi odori. E’ tutto un nasicare sempre la stessa cosa.

Compagni di cella che non conosco. Forse anche poco accoglienti. Quindi devo stare attento a come mi muovo, devo evitare conflitti perché non ci sarebbero le giuste vie di fuga , ma anche dosare gli evitamenti. Non li ho potuti scegliere. Toccherà indossare qualche maschera. 

Condivisioni di pasti. Poco bilanciati ed attenti al mio fabbisogno: mi piacciono o no, è l’unica forma di sostentamento. Figuriamoci l’appagamento del palato e i gusti.

Condivisione degli spazi. Ho bisogno di quell’ora di libertà, ma allo stesso tempo la temo. Tutta questa condivisione con persone che non conosco mi rende suscettibile, in allerta. Si crea un gran caos nel momento dell’uscita. “Guardati il fianco Luigi, lì c’è un posto libero al sole, e delle facce che sembrano meno tensive”. 

Noia. C’è poco da fare, avrei bisogno dei miei libri, delle lunghe chiacchierate con gli amici. Del mio cinema il mercoledì.

Freddo. Fa proprio freddo qui; la pioggia a volte arriva a letto. E l’umidità si sente fin dentro le ossa. Ho delle coperte, ma non sono bastevoli.

Sensazione di abbandono. Non ho notizie del mio gruppo famiglia. Non so cosa sia successo. Mi sento ferito. Confuso. Stordito. Avvilito. Arrabbiato. Ma io chi ero? Ed ora, chi sono?

Queste sono solo supposizioni. Sensazioni. Immaginarsi cosa possa accadere nella mente evoluta di un cane non è cosa facile. Il cane, animale sociale. 

Ma se proviamo a calarci in queste sensazioni prima di decidere per un rientro di un cane in canile, beh, potremmo almeno dire di averlo fatto consapevolmente. Che ce ne importino o meno le conseguenze, ne avremo una lucida consapevolezza.

Perché il canile, per quanto possa essere gestito amorevolmente, resta pur sempre una gabbia. E’ progettato per essere a tempo. Limitato.

Ma se ci si resta a lungo sarà l’espressione serena del comportamento del cane ad essere limitata. A volte irreversibilmente.

Ho i brividi solo a pensarlo.

 canile

Ti riporto in canile: quando finisce un amore was last modified: marzo 2nd, 2017 by L'Interessante
2 marzo 2017 0 commenti
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Entità
CulturaEventiIn primo piano

Entità: la mostra del maestro Angelo Coppola apre i battenti

scritto da L'Interessante

 Entità

Apre i battenti nei prossimi giorni “Entità”, la mostra personale del Maestro Angelo Coppola, nata da un’idea di Antonio di Grazia. L’evento si realizzerà presso la saletta espositiva del Liceo Artistico di Marcianise, in via Foglia al civico 84, con inaugurazione il prossimo 9 Marzo 2017 alle ore 17, e sarà visitabile fino al 18 Marzo 2017 dalle 9:30 alle 12:00.

Entità, un invito all’analisi introspettiva

 Circa l’evento commenta l’artista: “queste pitture sono la fine e l’ inizio di un viaggio , un viaggio verso una meta assente e ignota. Con l’intento di abolire/cancellare il culto dell’immagine contemporanea che nel terzo millennio ha invaso le vite di tutti noi, ho creato delle dimensioni assenti e lontane dalla realtà, lontane dalla figurazione, ho preferito inventare un mondo fatto di sostanza, allontanandomi dal reale.”

Reale diventato scuro, cupo, banale, scontato, malato, per questo lo spago che divide scene e colori nelle mie pitture ma allo stesso tempo imballa e protegge ciò che è la mia espressione artistica. Un’“Entità” nera senza espressione, senza concezione spazio-temporale si manifesta concreta nelle mie opere. Le attraversa e si trasferisce da un luogo all’altro percorrendo superfici così chiassose, così vere così lontane dal mondo. Il mio è un invito all’analisi introspettiva; attraverso l’osservazione delle mie opere cerco di lasciare ai fruitori infiniti modi di identificazione con la speranza che non restino utopia . in queste tele sono presenti materiali che decontestualizzo dal quotidiano,che raccolgo dalle strade, che modifico e aggiungo, materiali che sono principalmente plastica, legno, terra. Un’”Entità” che attraversa luoghi, che osserva il reale, che racconta il dramma degli uomini”.

Attesa intanto per la mostra collettiva “Materia Prima”- di cui Coppola ne è l’ideatore- che sarà inaugurata il prossimo 4 marzo 2017 alle ore 18 presso la Sala Esposizione delle complesso marcianisano delle Suore Bigie in via Paolo De Maio ed ivi resterà disponibile fino al 12 marzo 2017.

 

Entità: la mostra del maestro Angelo Coppola apre i battenti was last modified: marzo 1st, 2017 by L'Interessante
1 marzo 2017 0 commenti
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macchine
CulturaIn primo piano

Macchine molecolari. Premio Nobel per la chimica

scritto da L'Interessante

Macchine

Di Antonio Andolfi

Automobili, ascensori, razzi e muscoli artificiali, tutti mille volte più sottili di un capello. Il Premio Nobel per la Chimica 2016 è stato assegnato a Jean-Pierre Sauvage, Sir J. Fraser Stoddart e Bernard L. Feringa per la loro progettazione e produzione di macchine molecolari. 

 

I tre ricercatori, infatti, hanno sviluppato molecole con movimenti controllabili, che possono svolgere un compito quando a queste molecole si aggiunge energia.

 

 Come è nato il progetto delle macchine molecolari.

 

Il mondo naturale è pieno di macchine di dimensioni nanometriche: prendiamo i flagelli batterici: macromolecole a forma di turacciolo che, muovendosi, permettono ai microrganismi di spostarsi. Ma può l’uomo, con le sue gigantesche mani, progettare qualcosa di simile? Nel 1984 Richard Feynman aveva profetizzato che macchine come queste sarebbero divenute realtà in 25-30 anni. Il suo sembrava allora un discorso visionario, ma già da tempo qualcuno stava lavorando affinché si concretizzasse.

 

Una possibile strada, percorribile con le nostre “manone” sarebbe stata quella di costruire mani più piccole, che avrebbero costruito altre mani più piccole e così via, fino alla costruzione di nano macchine da parte di nanomani. Strada affascinante, ma impercorribile.

 

Lo stesso Feynman riponeva la sua fiducia su altre strade. Come quelle prese dai 3 vincitori del Nobel 2016 per esempio, che hanno costruito le nanomacchine a partire dalla chimica: molecole controllabili e in grado di convertire l’energia chimica in forze meccaniche e movimento. Tutto questo ha permesso ai chimici di costruire una serie di dispositivi molecolari, come interruttori e motori.

 

Le macchine molecolari e gli ioni di rame.

 

Come spesso accade nella ricerca, l’intuizione è arrivata da un campo completamente diverso, quello della fotochimica, la branca della chimica che studia come catturare l’energia contenuta nei raggi del Sole e utilizzarla per guidare nuove reazioni chimiche. Semplificando molto, Jean-Pierre Sauvage ha costruito due molecole in grado di legarsi a uno ione di rame in modo da costruire una catena molecolare. I precedenti tentativi di costruzione di catene molecolari erano stati molto deludenti: solo l’1% delle molecole utilizzate si legava. Con il metodo di Sauvage la percentuale saliva al 42%.

 

Le catene molecolari non erano più un passatempo e la strada per legare le molecole in strutture sempre più complesse era stata aperta. E così anche quella di costruzione di macchine molecolari: nel 1994 il gruppo di ricerca di Sauvage costruì una catena molecolare nella quale un anello ruotava in maniera controllata quando veniva aggiunta energia. Era il prototipo della prima macchina molecolare non di origine biologica.

 

Ascensori e computer: esempi di macchine molecolari.

 

Fraser Stoddart nel 1991 si spinse decisamente più avanti: il suo gruppo di ricerca costruì una macchina molecolare costituita da un anello molecolare aperto privo di elettroni e un asse con strutture ricche di elettroni. Se inseriti in una soluzione, le strutture povere di elettroni venivano attratte da quelle ricche di elettroni e l’anello si inseriva nell’asse; se veniva applicato del calore l’anello si muoveva avanti e indietro lungo l’asse.

 

Questo meccanismo – perfezionato in seguito – è detto tecnicamente rotaxano ed è stato utilizzato da Fraser per realizzare numerose macchine. Tra questi, minuscoli montacarichi in grado di sollevarsi per 0,7 nanometri sopra la superficie in cui erano posti e un muscolo artificiale in grado di piegare sottilissime lamine di metallo. Insieme ad altri ricercatori Stoddart ha creato un chip basato sui rotaxani con una memoria di 20 kB. Rispetto ai processori che usiamo si tratta di un chip minuscolo.

 

Quando Ben Feringa nel 1999 costruì il primo motore molecolare utilizzò diversi “trucchi” per fare in modo che le molecole girassero tutte nelle stessa direzione, invece che caoticamente come avviene di solito. In condizioni normali il movimento delle molecole è governato dal caso e in media il numero di giri di una molecola su se stessa è lo stesso verso destra e verso sinistra.

Ma Feringa è riuscito farle girare sempre dalla stessa parte. Semplificando moltissimo, Feringa è riuscito a costruire una struttura chimica in cui alcune molecole, se esposte a flash di raggi ultravioletti, si muovevano di 180 gradi lungo un perno centrale: era nato il primo motore molecolare a raggi ultravioletti. Non era particolarmente veloce, ma il gruppo di Feringa è riuscito a perfezionarlo nel 2014: il motore ruota a 12 milioni di giri al secondo. Nel 2011, i ricercatori hanno anche costruito una macchina molecolare 4×4 che funziona.

L’innovazione delle macchine molecolari

 

 Con le loro macchine molecolari Jean-Pierre Sauvage, Fraser Stoddart e Ben Feringa ci hanno regalato una “cassetta degli attrezzi molecolare” formidabile: strutture chimiche che tutti i ricercatori del mondo possono utilizzare per creare oggetti sempre più complessi e avanzati. Uno dei più suggestivi esempi è un robot molecolare che può afferrare e collegare tra loro aminoacidi. È stato costruito nel 2013 con un rotaxano come suo fondamento.

 

Coloro che spesso lamentano che il Nobel per la chimica sia raramente assegnato a “veri” chimici saranno soddisfatti. Il premio è andato a ricerche di scienza di base, ma con un gran numero di future applicazioni, dai materiali intelligenti alla somministrazione mirata di medicinali. 

 

Da un punto di vista teorico Sauvage, Stoddart e Feringa hanno trovato il modo per guidare – in modo controllato – i sistemi molecolari fuori da una condizione di equilibrio. È un risultato importante perché tutti i sistemi chimici tendono all’equilibrio. Da un punto di vista pratico i tre hanno aperto un nuovo ambito di ricerca nella chimica: hanno realizzato sistemi molecolari impensabili fino a qualche decennio fa con grandi potenzialità in molti ambiti, da quello medico a quello della ricerca di nuovi materiali.

 

Le loro scoperte  sono paragonabili – a livello nano – a quelle ottenute negli anni Trenta dell’Ottocento con i motori elettrici, quando i ricercatori di allora armeggiavano con ruote e manovelle senza avere idea che tutto quello li avrebbe portati a costruire treni elettrici, lavatrici, condizionatori etc.

 

 

Macchine molecolari. Premio Nobel per la chimica was last modified: marzo 1st, 2017 by L'Interessante
1 marzo 2017 0 commenti
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pompei
CulturaCuriositàIn primo piano

Pompei. Il vino al tempo degli antichi Romani

scritto da L'Interessante

pompei

Di Antonio Andolfi

 

Pompei è un gioiello del nostro patrimonio archeologico, uno scrigno del passato, i cui resti ci dicono tanto sulla vita degli antichi Romani.

L’attività principale di Pompei era la produzione del vino, come testimoniato da numerosi affreschi. Le viti coltivate nell’area vesuviana erano quelle ricordate da Plinio e da Columella: l’Amine gemina minor, caratterizzata da grappoli doppi; la Murgentina, uva di origine siciliana, molto diffusa a Pompei, ecc..

I vigneti sono stati piantati seguendo le tracce delle antiche viti, di cui si notano ancora i calchi in gesso ricavati riempiendo il vuoto lasciato nel terreno dalle radici che si decomposero dopo l’eruzione. I calchi delle radici sono spesso affiancati da quelli dei pali di sostegno del filare.

Ma come si produceva il vino allora?

Il vino nell’antica Pompei

L’uva raccolta era trasportata con i carri nelle fattorie (villae rusticae) dove veniva premuta e dove era conservato il vino, fino alla vendita o al consumo.

Allora immaginate, in autunno, lunghe file di schiavi rovesciavano tanta uva da delle ceste in una grande vasca. Qui altri schiavi, chiamati calcatores, pestavano quest’uva a lungo, per ore, e il succo che si formava veniva poi veicolato con dei tubi, delle condotte. Ma non è tutto.

Da un chicco pestato, infatti, si può ancora ottenere del succo, e questo i Romani lo sapevano bene, ma come? Con un torcular, cioè un torchio.  Allora raccoglievano le vinacce, cioè la polpa, le bucce, e lasciavano macerare per qualche giorno, e questo rendeva il tutto molto più liquido, quindi più facile da spremere, poi lo accumulavano all’interno di contenitori, e già il peso della trave cominciava a schiacciare le vinacce, poi grazie ad un sistema a verricello, bastava tirare delle leve e si aumentava la pressione all’inverosimile, fino ad ottenere l’ultimo succo possibile dalle vinacce. E questo liquido correva in una grondaia, in una canaletta laterale fino ai dolia delle celle vinarie, cioè esattamente lo stesso percorso fatto dal liquido ottenuto pestando con i piedi l’uva.

Ma cosa accadeva a questo punto?

Bisognava lasciare i dolia aperti, assistere alla fermentazione , una fermentazione che per 10 giorni doveva essere molto violenta, quasi un ribollire, poi la si controllava per un’altra ventina di giorni, e poi si richiudevano i dolia con dei grandi coperchi in terracotta, e sopra si mettevano delle altre coperture, simili a degli scudi protettivi. E a questo punto cominciava la maturazione, era un processo che poteva durare mesi o addirittura anni.

Com’era il vino a Pompei

Allora non esisteva il novello, il vino solitamente dopo una vendemmia autunnale, veniva consumato non prima della primavera seguente, ed era molto apprezzato quello invecchiato qualche anno, 2, 3, solitamente, 5, 10 già era un’ eccezione, e di solito invecchiavano dentro le anfore, nei depositi, in soffitta o nei lunghi trasporti nell’Impero. Solo eccezionalmente si potevano trovare dei vini invecchiati qualche decennio.

In generale i vini dei Romani erano assai diversi rispetto ai nostri, quasi sempre avevano un’altissima gradazione, e alcuni avevano addirittura la consistenza del miele e quindi bisognava allungarli con dell’acqua gelida d’inverno e acqua bollente d’estate. Inoltre, dal momento che si spremevano assieme i chicchi e i rametti, cioè i raspi, il vino che ne usciva, era un vino amaro, bisognava correggere, lo si correggeva in generale con molti sistemi, a volte si mettevano anche delle spezie o addirittura del piombo. Il piombo, infatti, produce, se rimane all’aria una patina biancastra che è dolce, e così si faceva permanere il vino in contenitori di piombo, e questo aiutava il gusto, ma certo non la salute.

Insomma grazie ai resti archeologici è possibile scoprire uno spaccato della vita quotidiana a Pompei, pensate, tutto questo è avvenuto poco prima che il Vesuvio con la sua eruzione cancellasse tutto. Ma ora grazie agli archeologi, possiamo rivivere quelle storie che rimarranno per sempre scolpite nel tempo e nella memoria.

 

 

Pompei. Il vino al tempo degli antichi Romani was last modified: febbraio 27th, 2017 by L'Interessante
27 febbraio 2017 0 commenti
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Gianrenzo
EventiIn primo pianoLibri

Gianrenzo Orbassano: Lascio a voi le mie poesie.

scritto da L'Interessante

Gianrenzo

Di Christian Coduto

Giovedì 23 febbraio, presso la Sala Consiliare “Vescovo M. Natale” del comune di Casapulla, nell’ambito della Rassegna Incontri d’autore, si è svolta la presentazione del libro “Le mie notti” (ed. Spring) di Gianrenzo Orbassano. Il relatore Francesco Marino ha mediato la serata, presentando i vari ospiti: Eliana Riva e Antonella D’Andrea (della Spring Editore) Anna Di Nardo (Assessore alla cultura del comune di Casapulla) ed Elio Di Domenico (Docente di lettere e scrittore). Santa Santillo si è invece occupata della lettura di alcune delle poesie scritte dall’autore.

Elegantemente in giacca e cravatta, il giovanissimo Orbassano (compirà 22 anni a maggio) ha dato quel tocco di vivacità in più all’evento: volutamente provocatorio, ha voluto sottolineare sin dall’inizio il suo bisogno di non sentirsi definito poeta. “Non posso essere chiamato così, soprattutto se facciamo dei paragoni con i veri artisti della storia!”. Osservandolo da lontano, d’istinto, si tende quasi a considerarlo vanitoso, altezzoso. Parla molto, ma guarda spesso altrove, difficilmente negli occhi. Poi, però, ti accorgi a mano a mano che la sua è semplice timidezza. E’ consapevole di avere un dono, ha una grande sensibilità artistica, ma non vuole che gli venga riconosciuta in maniera così sfacciata. E’ un modo per rimanere ancorato con i piedi per terra, per essere se stesso. Se così non fosse, non potrebbe più descrivere in maniera così sincera le sue emozioni. E’ un gioco di equilibri che deve essere rispettato.

Dopo il dibattito, ci sediamo per alcuni minuti per parlare un po’.

Gianrenzo mi mostra orgoglioso la targa che gli è stata conferita dalla Pro Loco per la presentazione del libro. Ha un animo nobile, da adulto, intrappolato in un corpo da ragazzo. Lontano dai riflettori, è davvero un’altra persona. Da un certo punto di vista è facile capire il suo stato d’animo: le poesie vanno lette, vissute, interiorizzate … non vanno spiegate. Mai.

 

Gianrenzo Orbassano ci parla di sé.

D: Ciao Gianrenzo. Allora: “Le mie notti” …

R: In questa raccolta di poesie, la notte è il collante di vari argomenti quali la depressione e il sentimentalismo (anche spicciato). L’ho scelta come trait d’union perché a me la notte dona delle impressioni, delle emozioni che ho deciso di trascrivere su carta. C’è una ricerca anche nella scrittura, ovviamente, perché continuo a divorare i dischi di cantautori quali De Andrè, David Bowie, da cui traggo continua ispirazione.

D: In quale momento della giornata sei più produttivo nella scrittura?

R: Sicuramente di notte, perché sono circondato dalla calma e dal silenzio. Scrivere con il frastuono intorno, come quello dei cantieri in attività sin dalle sette del mattino, sarebbe per me impossibile. La notte ti regala un rilascio dell’anima che può essere riprodotto in poesia. La mente evapora e posso far volare le cose, le parole in primo luogo.

D: Hai presentato, con successo, il tuo libro in tante scuole. Stavolta la presentazione è avvenuta nel comune della tua città. Che tipo di emozione c’era?

R: Romantica, perché Casapulla è da dove sono partito. Terminare le mie presentazioni qui è stato come percorrere un cerchio che si è chiuso.

Si sofferma ancora un attimo sul piccolo dibattito nato in seguito alla sua affermazione “poeta/non poeta”. E’ visibilmente dispiaciuto perché ha paura di essere stato frainteso. Glielo si legge in volto. E’ un peccato che questo Gianrenzo non sia arrivato del tutto durante la presentazione. Sta mostrando un suo tallone d’Achille ed è una cosa inusuale: i personaggi dell’arte e del mondo dello spettacolo non lo fanno quasi mai. E’ un gesto ammirevole.

D: Sei così giovane, hai una profondità che lascia sgomenti … ci sono dei momenti in cui ti diverti, in cui sei più leggero?

R: (sorride) Certo! Sono una persona normalissima! Anzi, ti dirò: questi momenti più leggeri sono di grande utilità sai? Perché mi aiutano a pensare. In realtà l’uomo pensa 24 ore su 24, o almeno dovrebbe farlo (ridiamo insieme). Poi, come dicevo prima, di notte riesco a trascrivere quello che ho provato durante il giorno.

D: Che cosa ne pensi dell’editoria a pagamento?

R: Io ho deciso di pubblicare con una casa editrice a pagamento e non me ne sono affatto pentito, però sicuramente ne cercherò delle altre non a pagamento, in futuro, perché penso che l’autore venga maggiormente seguito. Si riesce ad avere un confronto più ricco, più diretto. Giusto per dire: le presentazioni le ho organizzate io nel 99 percento dei casi. Non mi sento, però, di criticare. Piuttosto do un consiglio, che è anche una speranza: quello di seguire meglio l’autore che è in primo luogo una persona.

D: Io mi occupo di cinema. Cinema e poesia vanno di pari passo. Quale è il film più poetico che tu abbia mai visto?

R: Oh! Sono sincero: amo moltissimo un film di Roberto Benigni, che non è “La vita è bella”, bensì “La tigre e la neve”. Credo sia l’opera più bella di questo regista. Sono rimasto colpito dal lato poetico di questo progetto, ne è colmo. Affronta temi molto delicati (sociali, politici e religiosi) di grandissima attualità.

D: Dopo “Le mie notti”, cosa ci dobbiamo aspettare da Gianrenzo Orbassano?

R: Un romanzo. Ci sto lavorando da tempo perché le dinamiche sono differenti rispetto alle poesie. Sarà un libro sicuramente affrontato con maggiore consapevolezza; il tema trattato è quello degli ultimi.

D: Bene! In bocca al lupo!

R: Grazie mille, crepi!

 

 

 

 

Gianrenzo Orbassano: Lascio a voi le mie poesie. was last modified: febbraio 26th, 2017 by L'Interessante
26 febbraio 2017 0 commenti
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Gomorroide
CinemaCulturaIn primo piano

Gomorroide: i Ditelo Voi al Cinema

scritto da L'Interessante

Gomorroide.

DIRETTAMENTE DAL SUCCESSO DI MADE IN SUD, LA PUNGENTE COMICITÀ DE I DITELO VOI ARRIVA SUL GRANDE SCHERMO CON GOMORROIDE

Dallo straordinario successo di Gomorroidi, la parodia della celebre serie TV che ha conquistato il pubblico di Made in Sud, L’IRRIVERENTE TRIO COMICO I DITELO VOI ARRIVA DAL 9 MARZO ANCHE SUL GRANDE SCHERMO CON GOMORROIDE, grazie a Tunnel Produzioni.

La comicità firmata Made in Sud che ha esordito al cinema con Vita, cuore, battito del duo Arteteca – vero e proprio caso cinematografico dello scorso anno con quasi 2 milioni di box office – torna al cinema con la verve e l’ironia di Francesco De Fraia, Raffaele Ferrante, Domenico Manfredi, affermati da anni sulla scena del cabaret italiano e conosciuti al grande pubblico come i Ditelo Voi.

Nel film i nostri Francesco, Lello e Mimmo sono gli attori protagonisti di ‘Gomorroide’, un telefilm che prende in giro la spietata organizzazione criminale. I tre sono coinvolti in una divertente sequenza di equivoci che saranno occasione per portare sul grande schermo, con sorprendenti novità, la loro comicità apprezzata dai tanti fan che li seguono sia in televisione, che in teatro, facendo registrare il tutto esaurito ai loro spettacoli in numerose città italiane.

“La nostra è una commedia caustica, un film che diverte” affermano i Ditelo Voi “non vogliamo svelare nulla, ma sarà una storia rocambolesca, in cui interpretiamo più personaggi contemporaneamente, condita con quell’ironia che da sempre caratterizza la nostra comicità”.

SINOSSI

La camorra è in ginocchio.

Il merito di questo inaspettato declino è del più grande fenomeno mediatico degli ultimi anni: GOMORROIDE, un telefilm comico che prende in giro la spietata organizzazione criminale. Grazie alla frizzante irriverenza della serie, la gente ha meno paura della malavita e si ribella ai piccoli soprusi che prima subiva.

Il successo travolgente del telefilm, trasforma i tre attori, interpreti dei feroci e strampalati camorristi, in vere e proprie star. Quando all’emittente televisiva viene recapitata una busta con tre proiettili indirizzata agli attori, nessuno prende veramente sul serio quell’intimidazione.

Almeno finché un divertente susseguirsi di eventi ed equivoci, costringerà il trio, loro malgrado, ad entrare in un programma di protezione che li sballotterà su e giù per l’Italia. Ma la camorra, accusata ingiustamente, non resterà con le mani in mano.

Gomorroide: i Ditelo Voi al Cinema was last modified: febbraio 25th, 2017 by L'Interessante
25 febbraio 2017 0 commenti
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