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Categoria

Cultura

Sneguročka
CulturaIn primo pianoLibri

Sneguročka, la fanciulla di neve: una fiaba come ponte tra culture

scritto da L'Interessante

Sneguročka

Di Erica Caimi

“La fanciulla di neve Sneguročka” è il titolo del nuovo libro di Giovanna Caridei pubblicato da C1V Edizioni, che inaugura la nuova collana della linea kids chiamata “Storie dal Mondo”, ideata dalla stessa scrittrice in collaborazione con l’editrice Cinzia Tocci. Il progetto si pone come obiettivo quello di trattare tematiche a sfondo sociale e sempre rivolte all’attualità, promuovendo la scoperta di storie, tradizioni e simboli di altre culture a sostegno dell’interculturalità.

L’autrice, giornalista, insegnante e mediatrice linguistico-culturale, si ispira al personaggio delle fiabe di tradizione russa Sneguročka per lanciare un messaggio molto caro alla realtà odierna:  l’incontro e la scoperta dell’altro superano il pregiudizio latente nella mancanza di conoscenza e nella ritrosia a riconoscere “l’altro” come interlocutore alla pari.

Senguročka, una figura molto nota nella cultura russa, è la giovane nipote nonché aiutante di Ded Moroz, Nonno Ghiaccio, il Babbo Natale russo. Insieme a lui, Senguročka porta i regali ai bambini in occasione del Novyj God, la magica notte di Capodanno, il giorno in cui in Russia ci si scambia i doni. La giovane è il simbolo dell’incontro di due mondi diversi, la Foresta dei Ghiacci Perenni e il mondo degli umani e incarna i valori della condivisione, della cooperazione, dell’accoglienza e della solidarietà.

Sneguročka: la nascita del personaggio nella tradizione russa

La rappresentazione iconografica di Sneguročka deve sintetizzare in un’immagine l’idea di acqua ghiacciata, di cui la giovane fanciulla è simbolo, il nome, infatti, significa  “fatta di neve”. Per questo la ragazza, eternamente giovane e allegra, indossa un abito bianco e sulla testa ha una coroncina a otto raggi impreziosita da argento e perle. Anche la rappresentazione moderna del suo abbigliamento è quasi sempre fedele alla descrizione storica, le uniche varianti ai colori sono giustificate dalla difficoltà grafica di rendere efficacemente il bianco, per questo può apparire anche vestita in azzurro. 

Sneguročka nasce nel mondo della letteratura. Nel 1968, Aleksandr Afanasiev, l’equivalente russo dei Fratelli Grimm, scrisse una storia su un personaggio chiamato “Snegurka”, una bambina costruita con la neve da due poveri contadini, Ivan e Maria, disperati perché non riuscivano ad avere un figlio vero. Snegurka, magicamente, prese vita, ma morì con l’arrivo dell’estate, sciogliendosi ed evaporando nell’immensità del cielo. Nel 1873, il commediografo A.N Ostrovskij, influenzato dalle idee di Afanasiev, scrisse la fiaba drammatica in versi “La fanciulla di neve”,  con musiche di scena di P. I. Čajkovskij. L’artista, nato e cresciuto nella Regione di Kostroma, fu allevato da una bambinaia che era solita raccontargli tantissime fiabe. Fu proprio questo contatto con la tradizione popolare a fungere da fonte d’ispirazione alla quale attingere in età adulta. Nella sua versione, Sneguročka è figlia di Primavera la Bella e Babbo Gelo, desidera la compagnia degli esseri umani, ma è priva della capacità di amare. Sua madre alla fine gliela dona ma, quando si dichiara finalmente al suo amato, viene colpita da un raggio di sole, ed essendo fatta di neve, si scioglie. Così, dopo anni di gelo perenne, con la morte della protagonista, tornerà a splendere il sole. Il sacrificio della Fanciulla di neve simboleggia la fine del freddo invernale e il concetto di amore-morte che pervade la storia significa che soltanto attraverso la morte dei protagonisti tornerà il sole e con esso la nuova vita della natura, che si perpetua ciclicamente. La storia di Ostrovskij fu poi adattata in un’opera in quattro atti da Rimskij-Korsakov, con elementi scenici realizzati dal famoso pittore Vasnetsov, che aveva già immortalato la giovane in un bellissimo dipinto.

Negli anni seguenti vari scrittori e poeti misero mano alla leggenda cristallizzando la presenza del personaggio nell’immaginario collettivo come simbolo legato alle feste invernali e, nel frattempo, per tutti diventò la nipote di Nonno Gelo (anziché la figlia).

Dopo la Rivoluzione, tutte le feste religiose vennero ufficialmente proibite e anche la figura di Sneguročka venne data alla fiamme in nome della religione di stato. Per la sua rinascita, bisognerà aspettare il 1935, quando si stabilì che il Capodanno dovesse essere la festa più importante dell’inverno, in sostituzione del Natale. Da lì in poi nei libri sulle feste invernali, accanto a un abete addobbato e a Nonno Gelo, cominciò ad apparire la giovane Sneguročka, in qualità di nipote e sua assistente, una vera e propria mediatrice nelle relazioni tra i bambini e Nonno Gelo.

“La fanciulla di neve Sneguročka”, l’idea di Giovanna Caridei

“Il libro – spiega l’autrice – nasce dalla constatazione che oggi più che mai viviamo in una società multietnica (continui flussi migratori, rifugiati/richiedenti asilo, classi miste, etc.) e per arrivare ad una reale, duratura e profonda accoglienza/integrazione occorre mettersi “in ascolto” dell’Altro, abbandonando la concezione etnocentrica”.

“Solo riconoscendo che l’Altro è portatore di una cultura altrettanto valida della nostra (senza farsi influenzare da giudizi di valore a prescindere, preconcetti, nel senso etimologico del termine) è possibile entrarvi in contatto, facendo semmai propri quegli elementi che si percepiscono come più affini. È ciò che è successo, tempo fa, ad un gruppo di mamme italiane, che casualmente hanno scoperto l’esistenza di questa figura molto poetica ed evocativa, “aiutante di Babbo Natale”, di tradizione russa e totalmente nuova all’interno della cultura e del costume italiani e non solo”.

“Da lì – prosegue l’autrice – l’idea di organizzare un evento in cui entrambe le tradizioni potessero convergere, trovare un punto di fusione, creando qualcosa di più e di diverso che la semplice summa delle parti. Ne è nata un’esperienza unica e coinvolgente, che ha spinto la sottoscritta ad approfondire le radici di tale leggenda, pensando una storia che, pur sempre fedele a se stessa, potesse ben inserirsi all’interno del panorama editoriale nostrano; perché no, conferendole anche il carattere della serialità, in linea col senso di rinnovamento e ciclicità che ogni Natale porta con sé”.

“Snegurochka – conclude l’autrice – vuol’esser, dunque, una sorta di stargate sull’universo Intercultura, mediatrice – non solo – tra Papà Natale ed i bimbi del villaggio, che quelli di tutto il mondo rappresentano… bensì costruttrice di ponti tra culture! In definitiva, la prima di tante trame, per tessere un unico grande ordito, quello del dialogo, della pace e della solidarietà!”.

Il testo, introdotto da Ljudmila Tsjupera, docente presso la scuola di lingua e cultura russa Russkoe Slovo di Roma, gode del patrocinio morale dell’International Writers and Translators’ House di Ventspils, Lettonia. Le illustrazioni a colori sono realizzate dall’artista Sabrina Longarini.

Sneguročka, la fanciulla di neve: una fiaba come ponte tra culture was last modified: febbraio 18th, 2017 by L'Interessante
18 febbraio 2017 0 commenti
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Elena
CulturaIn primo piano

Elena Starace: un’attrice alla ricerca di sé, attraverso l’infinito

scritto da L'Interessante

Elena.

Di Christian Coduto

La prima volta che ho visto da vicino Elena Starace è stato al cinema: era intenta a sgranocchiare allegramente dei nachos nei pressi della sala in cui avrebbero proiettato il film

Conoscevo le sue belle qualità di attrice grazie alla sua partecipazione in diversi progetti televisivi ed ero rimasto incantato da quegli occhioni così buoni ed espressivi, circondati da una massa deliziosa di riccioli biondi. Vuoi per timore, vuoi per imbarazzo non mi avvicinai per salutarla. Si accostò, invece, una ragazza che, con fare vivace la riempì di complimenti. Vederla arrossire e chiedere scusa perché non poteva darle la mano a causa delle mani sporche di ketchup me la fece apparire immediatamente simpatica. Una diva a misura di essere umano.

A mano a mano le cose sono cambiate: ho avuto l’onore di vedere Elena sul palco in diversi spettacoli e di averla come ospite nella rassegna di cinema indipendente italiano di cui sono direttore artistico: l’Independent Duel.

E quello sguardo così pulito non l’ha perso mai.

E’ una bella mattinata di febbraio; ci incontriamo nei pressi di un bar rumorosissimo. Mi viene incontro con un bel sorriso stampato sul viso. La osservo sorpreso: ha cambiato il colore dei capelli! “Per esigenze di copione in questo periodo sono rossa. Mi piace cambiare, trasformarmi”, rivela.

Mentre prenotiamo da bere, noto la sua postura: piacevole, garbata, aggraziata. E’ vestita in maniera semplice, ma potrebbe indossare qualsiasi cosa, risultando sempre elegante.

 

Elena Starace si racconta in un’ intervista

D: Allora … eccoci qui (sorride). Iniziamo con una domanda facile facile: chi è Elena Starace?

R: (Spalanca gli occhi) Eh, mica è così semplice questa domanda, sai? Dunque: sono una figlia, una sorella e una zia.  Amo la vita e soprattutto viaggiare. Se fosse per me, starei sempre in treno. Figurati che una mia amica rumena, in uno dei miei tanti momenti di assenza e di distrazione, da lontano mi disse unde esti, cioè dove sei? Questa frase mi è piaciuta così tanto che ho deciso poi di tatuarmela perché mi rappresenta al meglio; sento spesso di essere da un’altra parte rispetto alla situazione che sto vivendo. Nonostante questo, però, riesco sempre a vivere le cose in pieno e cerco di trarne sempre il meglio.

D: Artisticamente, sei nata come ballerina di danza classica e jazz. Come ha avuto inizio l’amore per la recitazione?

R: E’ iniziato a 12 anni per superare la mia timidezza e anche per curiosità: Giovanni Compagnone aveva organizzato un corso di recitazione a Capua, nel meraviglioso teatro Ricciardi. Per ironia della sorte, ho ritrovato poi Giovanni dopo molti anni e abbiamo deciso di collaborare. Abbiamo iniziato con il grande Eduardo e proseguiremo sicuramente con Eduardo; il nostro viaggio ci ha portato fino in Puglia, un’esperienza bellissima. Una compagnia molto affiatata, molto unita quella dei Qua..si teatro. Nei primi periodi ho proseguito questa nuova passione parallelamente a quella per la danza classica, poi ho fatto una scelta. Insieme ai ragazzi del Teatro Serra, uno spazio aperto da pochissimo a Via Diocleziano a Fuorigrotta, sto preparando invece una versione napoletana de “I miserabili”, in cui interpreto Santina e Cosetta, due personaggi molto diversi tra loro. E’ un teatro off, molto intimo. Saremo in scena il 18 e il 19 febbraio, vi aspetto!

D: La danza classica ha delle regole molto ferree, molto precise. Credi che ti abbia donato la costanza necessaria per affrontare questo tipo di lavoro?

R: La costanza, no. Io non sono una persona costante, persino emotivamente. Questo è un mio difetto. Certo, sono molto seria: se prendo un impegno, lo porto sicuramente a termine. La danza classica mi ha dato una grande formazione fisica; è come se mi avesse modellato il corpo, la maniera di muovermi, la maniera di camminare. Il portamento, insomma. Mi ha fatto capire l’importanza delle piccole cose che formano l’insieme. Intendo: lavori tutti i giorni su una cosa, che è un piccolissimo elemento facente parte di un insieme perfetto, l’importanza del dettaglio.

D: Il tuo esordio, nel 2012, è all’insegna di un grandissimo successo con “Benvenuti a tavola” (e relativo seguito l’anno successivo) in cui reciti accanto al fianco di Giorgio Tirabassi e Fabrizio Bentivoglio …

R: Un’esperienza che mi ha catapultato nel mondo della televisione, del cinema, degli attori VERI. Io, piccolissima, accanto ad attori bravissimi. E’ stato davvero bello prendere a questo progetto. Ho imparato tanto. E’ stata una produzione importante, parliamo di Taodue e Canale 5. Se tornassi indietro, lo rifarei altre mille volte. Avrei voluto che la serie continuasse per altre 10 stagioni! Amavo molto il personaggio di Giovanna Perrone che, tra le altre cose, proprio nel corso della seconda serie era stato sviluppato in maniera interessante. Conservo ancora degli ottimi rapporti con gli attori del cast.

D: A tal proposito … che rapporto hai con la cucina? Sei una buona cuoca?

R: Mm no! Però sono una buona forchetta! (ridiamo) Assaggerei di tutto, tranne le cavallette. Amo la cucina thailandese, quella giapponese e quella greca. Utilizzatemi come assaggiatrice ufficiale!

D: Un’altra serie alla quale so che sei molto legata è “Per amore del mio popolo” …

R: Uh a proposito: amo anche queste (il cameriere ha appena portato un vassoio di patatine). Allora …  sono molto fiera di aver preso parte a questa operazione. Antonio Frazzi è un grande regista, che ha voglia di raccontare in maniera pulita e potente, incisiva. La distinzione netta tra il bene e il male. Il suo Don Diana è un eroe, un ribelle, un rivoluzionario. E io adoro i ribelli!

D: Ed ecco, quindi, “Gomorra – la serie” … un vero e proprio caso a livello mondiale …

R: Sì, lo è stato e lo è ancora (mentre parla, autografa il box della prima stagione che le ho porto). Non poteva essere altrimenti, è un’operazione titanica.

D: Siete rimasti sorpresi del successo?

R: Oddio no! Durante le riprese della prima stagione, si sentiva già nell’aria di far parte di una cosa enorme. Era una scommessa, però c’era così tanta potenza e perfezione intorno, non poteva che risultare bellissimo. Tra le altre cose, Stefano Sollima proveniva da enormi successi, quindi la cifra stilistica era riconoscibilissima. E’ un regista geniale. La mia  Noemi forse avrebbe potuto avere più spazio, ma il focus era ovviamente un altro: al di là di Imma Savastano (interpretata da Maria Pia Calzone) le donne sono leggermente di contorno.

D: Ti va di parlarci di “Limbo” in cui sei stata diretta da Lucio Pellegrini, dopo “Benvenuti a tavola 2”?

R: “Limbo” è stato inaspettato e molto piacevole. Ho fatto il provino, ma è stato l’unico caso in cui sono stata chiamata dal regista. Mi ero trovata benissimo ad essere diretta da Lucio, che per questo ruolo aveva in mente proprio me. Un ruolo piccolo, ma molto forte. Ho lavorato accanto a Kasia Smutniak, che è meravigliosa, di una dolcezza e di una bellezza incredibili. Era tutto condensato, durante la sequenza di un battesimo. Il mio personaggio, Imma, era una vedova consapevole del fatto che il marito fosse stato innamorato di Manuela, il personaggio interpretato appunto da Kasia. Quindi un dolore misto a rabbia e rimpianto perché le ultime parole che aveva detto al marito, prima della sua morte, erano state distruttive. Imma fa un gesto bellissimo, durante la cerimonia: quello di dare il bimbo in braccio alla donna che il marito ha amato. Vedi? A volte, dei piccoli ruoli, nascondo un intero universo.

Parla di attori importanti con i quali ha lavorato, ha preso parte a progetti di successo … snocciola simpatici aneddoti come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non c’è alcun segnale di ansia da protagonismo. La immagini serena. Eppure il suo sguardo lascia intravedere qualche segnale di insofferenza. Quasi come se stesse pensando a cosa fare per potersi migliorare.

Trovare una chiave di lettura.

Una ricerca di sé.

Chissà dove la sta portando la sua mente in questo momento.

Nasconde un animo molto forte, ma anche una profonda malinconia. Quegli occhi non mentono.

D: Sei un volto molto noto al pubblico di Raitre, grazie alla tua partecipazione alla serie “Un posto al sole”, che ha un successo che prosegue, costante, da tanti anni …

R: 20 anni! Entri lì ed è tutto stranissimo, perché è come attraversare la soglia di un altro universo. E’ stata una sorpresa: io sono arrivata lì e ho pensato che, entrando in una struttura così collaudata, non sarei riuscita ad integrarmi. Invece tutti sono stati carinissimi, mi hanno messo a mio agio, aiutandomi persino ad orientarmi negli studi. Devi sapere che io ho un senso dell’orientamento pessimo! Figurati che, una volta, sono andata in giro per la Rai con l’accappatoio di scena e le ciabatte perché avevo sbagliato strada! Dovevo scendere solo una rampa di scale e invece ho attraversato tutta la Rai! La gente mi guardava e rideva … anche perché, diciamocelo, quell’accappatoio era orribile (scoppiamo a ridere). Passai davanti agli uffici, gli impiegati in giacca e cravatta … una figuraccia! Però, con una faccia tosta, che normalmente non ho, proseguii fiera, come se avessi indossato il vestito di uno stilista famoso nel mondo. “Un posto al sole” lo rifarei mille volte anche perché ha una struttura ed un ritmo molto veloci.

D: E poi c’è tanta professionalità: continuare, con una certa prolificità, a scrivere una sceneggiatura che si evolve in base a ciò che avviene fuori, nella vita di tutti i giorni, non è facile …

R: Ecco, proprio per questo prima facevo riferimento ad un sistema dinamico, che tende al miglioramento. C’è stata sicuramente un’evoluzione nel corso degli anni, in base agli sviluppi tecnologici e ai nuovi mezzi a disposizione. C’è una continua ricerca, si aggiornano. Sono protesi alla perfezione.

D: Nel 2016 partecipi al film “Vita cuore battito”, che sbanca i botteghini italiani … (nel frattempo metto sul tavolino il dvd del film)

R: (Mi guarda divertita). Ok, adesso ti firmo anche questo! Allora … Un cameo divertente! Tutto molto colorato e colorito. Ho avuto la fortuna di conoscere Miriam Rigione, che è una ragazza simpaticissima. Un prodotto carino, intessuto di tanta napoletanità. So che è piaciuto tantissimo ai più piccoli, che ovviamente seguono gli Arteteca in tv nel programma “Made in Sud”.

D: Sei la protagonista di “Road to Calessi” di Marco Sommella, un film completamente indipendente. Il progetto non è ancora uscito nelle sale, puoi darci qualche anticipazione?

R: E’ un thriller. Scritto molto bene, a mio avviso, ed interpretato altrettanto bene. Ho apprezzato la location: nei boschi al confine tra il beneventano e il Molise, una zona meravigliosa. Abbiamo girato in estate, si stava molto freschi. A livello umano, un’esperienza positiva: si era creata una sorta di comunità agreste … era uno spasso mangiare, ad esempio, il caciocavallo sull’erba come se stessimo facendo un picnic! Le riprese interessanti. Vorrei tanto vederlo in sala! Affronta un tema molto delicato: quello delle sette, dei sacrifici umani e del plagio di giovani ragazzi da parte di qualche malato di mente che, con una personalità sicuramente forte, riesce a muovere i fili delle vite altrui, fino a spezzarli.

D: Visto che hai così tanto tempo libero, sei riuscita a dedicarti anche alla scrittura!

R: Ma in realtà è la scrittura che trova me, mi trova sempre. Mi sento in debito con lei e anche un po’ in colpa, perché c’è tanto che vorrebbe uscire e io per paura non la faccio uscire. Però non può rimanere lì per sempre, prima o poi esploderà, indipendentemente dalla tua volontà.

D: E quindi è uscito “Anime pezzentelle” …

R: Sì, il mio primo romanzo. E non sarà l’ultimo, perché voglio scrivere e scrivere ancora …. Ma come? Anche questo? (Prende la copia del suo libro che conservavo nello zainetto e mi scrive una dedica molto carina). E’ nato come uno spettacolo di teatro di narrazione, poi mi sono accorta, mentre lo portavo in scena, che avevo bisogno di uno spazio più ampio, di un respiro più ampio rispetto al palcoscenico per i vari personaggi che potevo interpretare. Avevo bisogno della carta, che mi desse il senso dell’infinito a disposizione, per quanto in realtà non è che sia lunghissimo (169 pag. Edizioni L’erudita). E’ un libro che condensa una lunga storia, un lungo percorso di formazione, di crescita personale del personaggio. Ho tentato di raccontare per immagini, come in un film. Mi sono concentrata su quante volte la vita ci costringa a cambiare e come fare per sopravvivere.

Il parlare della scrittura sembra averle dato linfa vitale: la vedo illuminarsi di una nuova luce; la ricerca dell’infinito attraverso la parola è un’impresa ardua, che farebbe paura alla stragrande maggioranza degli esseri umani. Ma lei non ne è spaventata, ha solo l’impressione di non essere all’altezza. Molto pragmatica,  autocritica, ma sognatrice e pindarica allo stesso momento. Una contraddizione affascinante, che è piacevole seguire, ma in cui è facile perdersi.

D: Nel frattempo, sei stata coinvolta nel cortometraggio “La condanna dell’essere”, che verrà proiettato sabato 18 febbraio al Duel Village Caserta …

R: Adriano Morelli, il regista, ha una maniera di raccontare in maniera onesta. Non vuole prendere in giro lo spettatore, non usa filtri, tattiche. E’ molto chiaro nella narrazione degli eventi e nel descrivere i sentimenti. E’ come se guardassi una cosa pulita anche se ti sta mostrando la cosa più sporca, come una perversione ad esempio. Una narrazione che ritorna all’origine. In questo corto ho un piccolissimo ruolo, ma è stato molto carino girare con lui, anche perché da qui è nata una collaborazione per il suo secondo cortometraggio; ancora non ha un titolo preciso, però in questo caso la collaborazione è a livello di scrittura. Non posso spoilerare molto, ma il tema principale sarà quello della ipocrisia.

D: Cinema, teatro, televisione, letteratura e la musica … la tua collaborazione con il pianista Marco Mantovanelli!

R: (Si illumina) Io e Marco, insieme a Luca De Simone, un grande percussionista, stiamo realizzando un progetto di narrazione e musica su “Anime pezzentelle”. Abbiamo preso una linea che possa scivolare e scorrere nel modo migliore possibile e che arrivi all’universale, più che nel dettaglio del fatto in sé, che tocchi l’esperienza che ognuno di noi può aver vissuto in un percorso. Ci rivolgiamo ad un pubblico il più vasto possibile, è un progetto fruibile da tutti. E’ interessantissimo vedere questi due mostri sacri creare in un attimo delle atmosfere, delle musiche. E’ bello perché, grazie al loro costante tappeto sonoro, sembra di vedere un film. Sono entrambi degli sperimentatori, non si limitano alla superficie. La storia parte a Napoli e loro hanno ricreato delle sonorità che rimandano alla classicissima musica napoletana, ma con un’interpretazione molto fresca. Ci siamo anche dati un nome: La logique du phantasme. E’ una definizione di psicologia che ha proposto Luca, che è uno psicanalista. E’ tutto quello che fa parte della tua vita a cui non riesci più a pensare razionalmente, dei traumi per esempio e che, sotto, lavora secondo una logica e ti spinge a fare delle cose. Andando ad analizzare, ci si rende conto che, alla base, sono sempre gli stessi meccanismi che tornano e ritornano. Un fantasma che opera e ti condiziona.

D: Prima di salutarci, una domanda alla Marzullo … anzi, più precisamente: Fatti una domanda e datti una risposta!

R: A quale luogo pensi di appartenere? Sicuramente la campagna. Non abbandonerei mai il mio lavoro, che amo da morire, ma liberarmi da tutti i fronzoli aggiuntivi e dal sistema mi renderebbe felice. Però non lo faccio perché siamo tutti legati ad un sistema che non ci permette di sganciarci. A questo punto mi chiedo: questo blocco che vedo è una scusa perché ho paura oppure è la verità? E secondo me è la prima (sorride).

Be … forse è davvero questa la tua strada: ritrovare le tue radici. Seguire il tuo istinto e dare un (nuovo) stravolgimento alla tua vita. Come già in passato, quando hai appeso le scarpette al chiodo per calcare il palcoscenico, ma per dare stavolta libero sfogo alle tue emozioni più celate, che non riuscivano ad essere espresse. Ti auguro che questo viaggio ti porti lì dove desideri, affinché tu possa trovare una serenità d’animo che ti meriti e che ti renda felice. In bocca al lupo!

Elena

Elena Starace: un’attrice alla ricerca di sé, attraverso l’infinito was last modified: febbraio 18th, 2017 by L'Interessante
18 febbraio 2017 0 commenti
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anniversario
CulturaEventiIn primo piano

Venticinquesimo anniversario dell’Università a Capua

scritto da L'Interessante

Anniversario

L’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” celebra il “Venticinquesimo anniversario dell’Università a Capua. Cultura e sviluppo del territorio” con un evento che si svolgerà nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia il giorno 16 febbraio c.a. alle ore 10.00

In occasione dei 25 anni della presenza a Capua dell’Università “Luigi Vanvitelli” sarà valorizzato il ruolo svolto dal Dipartimento di Economia. Saranno ricordate le tappe fondamentali del rapporto sinergico sviluppato in questi anni tra cultura e territorio: l’insediamento, lo sviluppo, la valorizzazione delle eccellenze professionali e culturali hanno costruito

un asse sinergico che vede da un lato l’Università e dall’altro i suoi protagonisti come poli di attrazione di energie e di cultura. Ultimo atto è la valorizzazione del Museo Campano di Capua, con l’adesione al progetto “Adotta una madre” tra le mater matutae ivi custodite, proprio a siglare anche per il futuro un patto di fertilità culturale con il territorio.

IL PROGRAMMA:
Coordina – OTTAVIO LUCARELLI – Presidente Ordine dei Giornalisti della
Campania
SALUTI
GIUSEPPE PAOLISSO – Magnifico Rettore dell’Università della Campania “Luigi
Vanvitelli”
EDUARDO CENTORE – Sindaco di Capua
ANTONINO DEL PRETE – Direttore Museo Campano

1° SESSIONE – DALLA FONDAZIONE AL RADICAMENTO NEL TERRITORIO
Interventi:
FRANCESCO LUCARELLI, La Fondazione
MANLIO INGROSSO, I rapporti con le istituzioni del territorio
VINCENZO MAGGIONI, La nuova sede
CLALIA MAZZONI, Lo sviluppo

2° SESSIONE – RISULTATI DI ECCELLENZA, EX-STUDENTI DI SUCCESSO NEL MONDO
DEL LAVORO
ATTILIO PALLANTE – Pastificio La Reggia
SALVATORE MARTIELLO – Sindaco di Sparanise
MICHELE BUONANNO – Dottore commercialista
LOREDANA AFFINITO – Project officer of Economic Research Department
Unioncamere
ANTONELLA PALMESANO – Responsabile finanziaria di mica&C settore auto Srl

PREMIO DI LAUREA GUARNIERI – Riconoscimento per la miglior tesi di laurea
in ambito privatistico (diritto della responsabilità civile)

3° SESSIONE – L’ECCELLENZA TURISTICO-CULTURALE: IL MUSEO CAMPANO
Intervento di GIOVANNA FARINA – Progetto “Adotta una Madre” – Associazione
Culturale Capuanova
L’Ateneo aderisce al progetto adottando una Mater Matuta come sigla della
sinergia tra cultura e territorio

Venticinquesimo anniversario dell’Università a Capua was last modified: febbraio 14th, 2017 by L'Interessante
14 febbraio 2017 0 commenti
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sanremo
CulturaEventiIn primo pianoMusica

Sanremo story: canzone che vieni, canzone che vai, canzone che resti

scritto da L'Interessante

Sanremo.

Di Michela Salzillo

Ci siamo! Ormai anche la 67esima edizione del Festival della canzone italiana sta per essere rimandata a consultazione d’archivio. Questa sera Maria De Filippi e Carlo Conti ci restituiranno il vincitore ufficiale che, si sa, fra i podi annunciati dalle scommesse e le rivelazioni dell’ultimo minuto, arriva sempre come una sorpresa nell’ uovo di Pasqua.

 Antica tanto quanto lo stupore è senz’altro la tiritera delle canzoni che la gara esclude ma il gradimento premia. Quanti brani, nel corso di questi sessant’anni e passa, ci hanno insegnato che la musica con la competizione non vuole avere nulla a che fare? Tanti. E sono davvero molte quelle melodie che, come un gran andirivieni in un porto di mare, ci rimangono dentro.

È sfida persa per chiunque provi a negare che la tradizione del festival di Sanremo regala da sempre testi e arrangiamenti capaci di attraversare le epoche così come le emozioni: canzoni che ricordiamo perché magari hanno fatto da colonna sonora a momenti di vita importanti; altre che si sono guadagnate la fama per aver proposto al pubblico novità irriverenti -almeno secondo la cultura musicale dell’epoca-;  poi ci sono quei brani che rimangono attuali oltremodo e tempo  perché a ogni ascolto sono come un pugno nello stomaco straordinario.

Ebbene, senza voler preparare lo sgambetto alle classifiche delle canzoni più belle di sempre, abbiamo scelto di creare insieme a voi un focus poco pretenzioso su alcune perle sanremesi che, al di là di ogni dubbio, sul quel palco e altrove hanno disegnato un’ impronta  profondissima.

“Ciao, amore ciao; non ho l’età; nel blu dipinto di blu” : tre canzoni per il nostro sanremo story

Se avessimo voluto fare una classifica, di quelle solite che in questi giorni si sono litigate i lettori, avremmo senz’altro dovuto riconoscere a canzoni come La solitudine, che aprì il sipario sulla sfavillante carriera della Pausini nel Sanremo 1993, un primo posto di diritto. Probabilmente, pareggio varrebbe per la famosa vita spericolata di Vasco, presentata al festival nel 1983 e posizionatasi al penultimo gradino del podio; un destino che ha tenuto fede all’ ultimo per il primo, visto il successo smisurato avuto poi dallo stesso brano. Potremmo continuare così e muoverci sulla scia di canzoni vincitrici come Luce, di Elisa,- Sanremo 2001- o magari spostarci  in là nel tempo e citare la più vetusta Gianna di un Rino Gaetano in edizione 1978.

 Potremmo, certo, ma per ogni posto assegnato ne rimarrebbero fuori tantissimi altri. Proprio perché la lunga tradizione sanremese rende limitativa una classificazione che sia coerente con il merito, compreso il fatto che non rientra nei nostri intenti quello di stilare un giudizio tecnico –  dado che lasciamo trarre a chi la musica la fa per mestiere- vogliamo, tuttavia, proporvi una sorta di gioco.

 Abbiamo deciso di analizzare le radici e curiosità di tre brani che, volente o nolente, hanno scritto la storia di sanremo, ma lo vogliamo fare a modo nostro.

Ciao, amore ciao. Non ho più l’età per amarti nel blu dipinto di blu! No, nessun errore di punteggiatura, tranquilli. È una licenza di cui ci siamo appropriati per l’occasione.

 Se è vero che le canzoni non sono poi così diverse tra di loro, che i testi, spesso, scrivono una precaria originalità, perché d’amore che va e di quello che arriva raccontano un po’ tutti, abbiamo unito qualche titolo storico per farne un’unica sperimentazione, augurandoci che in qualche modo  alleggerisca critiche mai abbastanza vecchie per andare in pensione. Non ce ne voglia nessuno, è chiaro che si fa per scherzare e, lasciatecelo dire, anche per sottolineare dei veri e propri capolavori d’autore.

Lo sapevi che?

  Ciao, amore ciao , canzone scritta e interpretata da Luigi Tenco, è una  dedica d’amore struggente che ha radici nel tormentato rapporto  fra lo stesso cantautore e la bellissima  Dalida. Fu presentata al Sanremo del 1967 ed è tristemente famosa per essere indissolubilmente legata al suicidio di Tenco, avvenuto in quel di Sanremo il 27 gennaio dello stesso anno, in seguito alla definitiva esclusione del brano dalla competizione canora.

Non ho l’età è invece firmato dalla voce di Gigliola Cinquetti che a soli quindici anni calcò le scene del Sanremo 1964. Una canzone che le ha indubbiamente segnato la vita, passando alla storia come una coscienziosa confessione su cui però, e forse non tutti lo sanno, la Cinquetti non ero affatto d’accordo. È lei stessa che qualche anno fa, nell’ambito di un ‘intervista alla rivista Oggi, in cui ripercorreva la sua carriera, ha dichiarato:

 “Io questa canzone non la canto, dissi, inutile insistere, proprio non me la sento! “Non ho l’età esprimeva concetti sull’amore che non condividevo, l’amore non è un fatto anagrafico! Mi escludeva da quel sentimento che io e quelli della mia età aspettavamo di incontrare. Non mi piaceva quel concetto di “aspetta e spera”, e non volevo che quelli della mia età mi guardassero come un fenomeno da baraccone, o peggio come un’opportunista che si fingeva virtuosa”.

 Erano tempi in cui si sentiva già chiara l’eco della rivoluzione sessuale, ma ciononostante l’amore delle canzoni era ancora quello che faceva rima con cuore, preservando forse una già eccessiva pudicizia per vedute ormai modificate . La giovane Gigliola, però, già ai tempi stava mettendo le basi per un carattere ribelle e non voleva assolutamente essere in sintonia con quella che, all’epoca, era la diffusa tendenza del buonismo sentimentale, proprio lei che il marito, Luciano Teodori, lo ha sposato in Jeans e maglietta.

E come non citare Nel blu dipinto di blu?

Meglio conosciuto come volare, il brano fu scritto nel 1958 da Franco Migliacci e Domenico Modugno che poi ne divenne l’interprete. Fu presentato a Sanremo nello stesso anno in cui venne composto, a interpretarlo fu la coppia Dorelli – Modugno.

Un duo profetico, visto che dopo aver ottenuto la vittoria in casa nostra, il brano divenne un successo planetario, fino ad arrivare a essere una delle canzoni italiane manifesto nel mondo. Musicalmente parlando, nel blu dipinto di blu è un esempio vigoroso di un pezzo che va controcorrente. Il brano di Modugno infatti sarà considerato il primo punto di rottura della musica tradizionale e l’ inizio di una nuova dimensione artistica. La canzone, si nota sin dalle prime battute, risente delle influenze swing statunitensi e, pur presentandosi con una struttura armonica tradizionale, all’epoca sottolineò una innovazione di argomento.

Insomma, in attesa delle  somme finali, abbiamo voluto riportare all’attenzione dei brani che hanno contribuito senz’altro a filare la trama della Sanremo Story, un filone che di certo continuerà. Non le abbiamo ordinate secondo nessuna cronologia, neppure queste tre, perché se è vero che ogni gara ha le sue regole, la musica ha come unico principio quello della bellezza, e dovrebbe essere questa la sola  cosa da incoronare. Sempre!

Sanremo story: canzone che vieni, canzone che vai, canzone che resti was last modified: febbraio 11th, 2017 by L'Interessante
11 febbraio 2017 0 commenti
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sanremo
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Sanremo: storia di una tradizione

scritto da L'Interessante

Sanremo.

di Maria Rosaria Corsino

1950.

La canzone italiana era snobbata e poco capita dalla maggioranza del popolo, che parlava solo il dialetto, e non capiva alcuni testi.

Erano gli anni delle canzoni Francesi, il trionfo mondiale di Edith Piaf con “La vie en rose”, dei ritmi latino-americani.

Quando nacque l’idea del festival della canzone Italiana, la città di Sanremo era ancora mal ridotta, con tanti problemi da affrontare e risolvere. il Teatro comunale era andato distrutto dai bombardamenti, la guerra era finita da poco.

Ma c’era la volontà di uscire dall’impedimento guerresco e la città era intenzionata a riprendersi il suo ruolo principale, nel campo turistico e floricolo.

Sanremo: sessantasei anni di storia

Le edizioni del “Festival di Sanremo” degli anni 70 furono determinate da diversi eventi, spiacevoli e di contestazione.

Nel 1972 lo sciopero dei cantanti.

Furono gli anni della televisione a colori, e del dilagare nelle discoteche della “febbre del sabato sera”.

La cultura Italiana, era in evoluzione.

La crisi a Sanremo si fece sentire, per diversi anni, il festival non era più l’evento nazionale, e la televisione manifestò poco interesse, così fece anche il gran pubblico. Il decennio, restò impresso come il più basso, insignificante per le manifestazioni canore di quegli anni. Nel 1977 ci fu il cambiamento di sede. La manifestazione canora si spostò dal Casinò Municipale al teatro dell’ Ariston, e la Televisione mandò in onda il primo Festival a colori.

Nel 1979 ci fu un grande evento a Sanremo, con la presenza di Stars Internazionali come Tina Turner e Kate Bush.

I Festival degli anni 70, però, produssero per il mondo musicale grandi cantanti della canzone Italiana, come Lucio Dalla e la combinazione Mogol -Battisti.

Il 1970 vide la nascita del gruppo Ligure “I Ricchi e Poveri” dopo la loro partecipazione al festival del 70 e del 71, infatti, diventarono il gruppo più popolare d’Italia.

Gli anni ottanta furono incisivi per il rilancio del Festival di Sanremo.

L’ evento della Televisione commerciale fu la molla che determinò la competizione.

Tornarono anche i personaggi del Festival, si produssero più spettacoli, e si ritornò a parlare di nuovo di Sanremo e della canzone Italiana, e la non dimenticata frase,”tanto si sa sempre prima chi vincerà il Festival”.

La rinascita del Festival di Sanremo, con il ritorno in gara dei big della canzone Italiana, e l’intervento degli ospiti internazionali, attribuì un qualcosa in più alla manifestazione, che riprese possesso della sua funzione, imponendosi come evento più importante e seguito dal gran pubblico.

Gli anni novanta, lanciati verso il duemila, furono il decennio, dei molti cambiamenti per la manifestazione canora. Fu abolito il Play-back, e le Orchestre che accompagnarono i cantanti nell’esibizione tornarono di nuovo di moda

Per il quarantennale del Festival, la manifestazione fu spostata nella mega struttura in Valle Armea: si trattò del Palafiori.

Fu considerata una “pazzia” del Patron Adriano Aragozzini, che riuscì a trasformare uno stanzone vuoto, in un teatro pronto ad accogliere cinque mila persone. Il Patron ebbe tutti contro, convinti che avrebbe fallito in quell’impresa che sembrava impossibile

Invece dovettero dargli ragione: infatti invitò e portò nella città dei fiori e delle canzonette, grandi nomi della musica Internazionale, e la manifestazione riuscì perfettamente.

La canzone Italiana in questi anni, percorse il mondo intero.

Sanremo: storia di una tradizione was last modified: febbraio 11th, 2017 by L'Interessante
11 febbraio 2017 0 commenti
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giallo
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Giallo a Varese: La Donna Sapiente e il delitto della Decima Cappella

scritto da L'Interessante

Giallo. Giallo. Giallo.

Di Erica Caimi

Sicuramente l’abilità di un buon affabulatore sta nell’elaborare una trama che faccia scivolare il lettore in un microcosmo verosimile e coinvolgente.  In questo senso, il nuovo romanzo giallo di Roberta Lucato “ La Donna Sapiente e il delitto della decima Cappella”, edito da Pietro Macchione Editore, riesce perfettamente. L’autrice amalgama l’invenzione letteraria a una competente conoscenza storico-geografica del territorio varesino e il risultato è uno squisito intreccio narrativo.

Chi è l’autrice del giallo?

Roberta Lucato vive e lavora in provincia di Varese. Bibliotecaria e giornalista pubblicista, cura la rubrica “Accadde 100 anni fa” per il quotidiano “La Prealpina”. È autrice di diversi saggi di storia locale, fra cui “Processi per stupro”, “Contrabbandiere mi voglio fare”, “Varese tra Expo e Belle Époque” e dei romanzi gialli “Saluti da Lugano”  e “La Donna Sapiente e il delitto della decima Cappella”. Entrambi i romanzi, sono frutto di un’accurata ricerca storica, spulciando negli archivi dei giornali di cent’anni fa e scavando negli atti giudiziari dell’epoca conservati nei tribunali.

La Donna Sapiente: ambientazione e personaggi

L’ambientazione è quasi onirica: una baldanzosa Varese della Belle Époque ospita la Fiera d’aprile, una manciata di giorni durante i quali la grande piazza Mercato si popola di bancarelle e carrozzoni dai quali spuntano stravaganti circensi. Alla manifestazione si può trovare davvero di tutto, tra cui il toboga, l’altalena, il tiro a segno, i Fenomeni Parascientifici, il Museo Meccanico, il Gran Serraglio, la Casa degli Specchi,  giostre, giostrine, banchetti strabordanti di dolciumi e persino l’attrazione delle attrazioni, la macchina delle immagini, il  taumaturgo dei sogni: il Cinematografo Kullmann. La ricostruzione storica si arricchisce pagina dopo pagina di particolari che irrobustiscono la tela narrativa. Il proprietario del Cinematografo itinerante, ad esempio, era un ambulante tedesco di nome Franz Kullmann, realmente esistito e molto conosciuto tra Piemonte e Lombardia nel corso dei primi decenni del ‘900.

Anche i protagonisti del libro si trovano a Varese per partecipare alla fiera, il buon Remigio, burbero Re Sputafuoco insieme alla moglie Palmira dividono il carrozzone con la dolce cantante Mimì e la povera Enrietta, detta “Donna Colosso” a causa del suo ingombrante peso. Non mancava neppure il Padiglione dei Fenomeni, dove il Nano e il Gigante si esibivano col loro numero da uomini “fuori taglia”. Queste erano le uniche prospettive di vita riservate alle persone con evidenti disabilità o disfunzioni fisiche agli inizi del ‘900. Agli sfortunati non restava che vivere ai margini della società o essere esibiti come fenomeni da baraccone. Una sera, la stravagante combriccola composta da Remigio, Palmira, Mimì e il Nano scorgono nell’oscurità la sagoma di un uomo accasciato a terra dolorante e gli si avvicinano per soccorrerlo. Poco lontano, s’imbattono in un altro straccione ossuto che dice di chiamarsi Gaìna, che in dialetto lombardo significa gallina, e di essere amico del mendicante in fin di vita. Grazie al Gaìna, scoprono che l’uomo lì disteso si chiama Natale Abbiati, che tutti conoscono come il Barbarossa o semplicemente Barba per via del colore dei capelli, rossi per l’appunto. Tempo addietro,  il destino incrociò la strada del Barba, un solitario cultore della bellezza, che viveva nella quattordicesima Cappella della Via Sacra, quella dell’Assunzione al Cielo della Vergine,  con quella del Gaìna, un poveretto scappato dal Veneto e  specializzato in furti notturni di galline. Così, l’improbabile coppia si trovò a condividere quel rifugio di fortuna e spartire quel poco che la vita gli aveva dato, ma che per entrambi era sufficiente per essere felici. Con loro viveva anche il Peòcio, pidocchio in dialetto veneto, un cagnolino mingherlino e sgraziato, ma infinitamente fedele, un esserino bistrattato ed emarginato che avevano adottato e che da loro non si allontanava mai. Il Barba era un uomo buono e ingenuo, un sognatore che sapeva cogliere l’incanto nascosto nel risvolto della semplicità, un’anima così lontana dal male che non sarebbe stato capace neppure di riconoscerlo.

Varese si tinge di giallo: il delitto e le indagini

Remigio, Palmira, Mimì, il Nano e il Gaìna trasportano il moribondo Barba in ospedale, ma il poveretto muore qualche giorno più tardi, accudito dall’affetto di quegli sconosciuti,  senza voler rivelare il nome del suo assassino e  perdonandolo in punto di morte. Il caso, diventato ufficialmente omicidio, viene raccolto dal Giudice Gagliardi, un integerrimo tutore della legge che con onestà s’impegna a risolvere il delitto, avvenuto, come si saprà soltanto in seguito, all’inizio della via Sacra. Le indagini prendono la giusta piega grazie ai “suggerimenti” della misteriosa “Donna Sapiente”, una famosa sciantosa, di cui s’ignora il nome vero, ma che all’epoca era piuttosto famosa tra politici e regnanti che si mettevano nelle sue mani per farsi predire il futuro. La chiromante, infatti, era solita dilettarsi con lettura del pensiero e divinazione nei luoghi d’incontro dell’alta società. La Donna Sapiente, giunta a Varese per la fiera, con i suoi cavalli dagli occhi di fuoco, chiede un incontro col Giudice Gagliardi, il cui contenuto è destinato a rimanere segreto, ma che darà una svolta decisiva alla vicenda.

Sullo sfondo, il nefasto passaggio della cometa di Halley,  un’attesa che aveva tenuto il mondo col fiato sospeso: avrebbe forse portato con sé cataclismi naturali?! Era quella la resa dei conti per l’umanità? L’autrice ricostruisce perfettamente il clima tragicomico, fomentato dalla stampa,  che si era venuto a creare attorno al fenomeno astronomico. I giornali erano pieni di interviste a scienziati e astronomi che preannunciavano l’evento: nella notte tra il 18 e il 19 maggio la terra avrebbe attraversato la coda della cometa, composta di gas rari e venefici. C’erano i creduloni e  gli scettici, ma il dubbio lavorava silenziosamente nella mente di ciascuno.  Si vendevano maschere ad ossigeno e persino bottiglie piene di aria pura, come antidoti per continuare a respirare nel caso di «spruzzatine» di gas cianogeno dalla coda di Halley.

A colpire è la grande solidarietà dei personaggi, il mangiafuoco e gli artisti di strada si distinguono per la  spontaneità con la quale soccorrono uno sconosciuto e se prendono cura fino all’ultimo.  I dialoghi, ben costruiti e le battute, spesso in dialetto varesino, rinforzano l’impianto narrativo, conferendogli maggiore verosimiglianza.

Che dire ancora del Barba e di tutti i protagonisti? Esiste forse modo migliore per rendere loro giustizia  se non quello di strapparli agli abissi del passato, che oscura volti e percorsi per ridare loro quella meritata dignità che sopravvive soltanto attraverso il racconto di vite vissute?

Giallo a Varese: La Donna Sapiente e il delitto della Decima Cappella was last modified: febbraio 14th, 2017 by L'Interessante
10 febbraio 2017 0 commenti
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cinquanta sfumature
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Cosa aspettarsi da 50 sfumature di nero

scritto da L'Interessante

50 sfumature.

Di Vincenzo Piccolo

Cari lettori, è uscito ieri nelle sale il nuovo film della saga di 50 sfumature: 50 sfumature di nero. Noi de l’interessante.it siamo andati a vederlo e, appariamo alquanto perplessi. La perplessità nasce forse dalla sceneggiatura della trama, gli eventi vengono presentati al pubblico attraverso dinamiche poco “composte” e l’aspetto socio-psicologico passa in secondo piano, colpa di tutto quel sesso.
La storia d’amore tra Anastasia Steele (interpretata da Dakota Johnson) e Christian Grey (interpretato da Jamie Dornan) non viene approfondita nel suo evolversi, e per un occhio non allenato, tutto si riduce alla camera da letto…e alla doccia,…e all’ascensore. Eppure non è una storia tanto lontana da noi e, quindi, varrebbe la pena approfondirla. Quanti uomini ossessionati dalla mania di possedere una donna, come fosse un oggetto, ci sono in giro? Quante coppie vivono questo tipo di relazione basato sulla sottomissione sessuale e relazionale?
Per questo, a mio avviso, appare importante all’interno della pellicola la figura di Leila Williams (Bella Heathcote), ex sottomessa del signor Grey , che continua a perseguitare Anastasia perché ossessionata dal rapporto col ragazzo. Viene da pensare che James Foley (il regista), che non è un novellino in questo genere di film, abbia voluto regalarci diversi punti di vista che danno la possibilità di approfondire meglio il tema del rapporto dicotomico “sottomesso-padrone”, rapporto che riesce a capovolgere, nel film, solo Anastasia. La protagonista rivendica ardentemente la sua libertà, che mette al primo posto, anche prima di Christian. Ed è questo che fa cambiare le posizioni dell’uomo, che pur di non perderla è disposto a cambiare, a scommettere dove nessuno l’avrebbe mai fatto. Su se stesso.
Allora ecco che esce fuori la vera storia, una storia fatta si di possessione, ma che sfocia nella  libertà più assoluta. Anastasia convince il suo amato, e futuro marito, ad essere liberi insieme. Come non lo erano mai stati prima. Questo evolversi attraversa varie fasi, gli eventi vengono filtrati dagli occhi delle psicologie dei vari personaggi principali. Quella della madre adottiva del protagonista, Grace (interpretata da Marcia Gay Harden), che vede rifiorire suo figlio nelle braccia di una donna che finalmente riesce a fargli affrontare i suoi oscuri fantasmi del passato. Quella di Elena Lincoln, alias Mrs. Robinson (interpretata da Kim Basinger), vecchia amica di Grace che ha iniziato Christian alla volta del sadismo e dei giochi di sottomissione. Tante sono le donne nella vita del ricco ragazzo di Seattle, ma solo una riuscirà a farsi “rispettare” per quello che è: Anastasia! Tuttavia gli ingredienti possono anche essere buoni, e possono anche innescare un leggero meccanismo di riflessione, ma il tutto è servito male… tanto da far rimanere il film nell’immaginario collettivo, come un mero porno-soft. Beh, sarà anche così, ma tra le tante “ormonose” ragazze che in questi giorni affolleranno la sala spero ci sia qualche Anastasia!

Le differenze con 50 sfumature di grigio

A differenza della prima pellicola, dove vengono narrati gli eventi che portano alla nascita di questa storia d’amore, adesso la trama si concentra più sulla “costruzione” di quello che si prevede sarà il rapporto della futura coppia Steele-Grey. Tuttavia si capisce ormai come acceleratore e freno siano in mano ad Anastasia, nonostante all’apparenza c’è Christian alla guida.  La ragazza modula i ruoli a suo piacimento incorniciandoli in uscite di scena molto drammatiche, che spingono di volta in volta il poveretto ad accontentarla. Quasi fosse riuscita a trovare il modo di usare l’ossessione di Christian a suo piacimento.
Riuscirà Mr. Grey a difendere la sua fama di “macho-man”, che tanto si era meritato in 50 sfumature di grigio? Per adesso abbiamo capito che a portare i pantaloni, in casa Grey, è la signorina Steele. Si, tanto lui preferisce stare senza!

Cosa aspettarsi da 50 sfumature di nero was last modified: febbraio 10th, 2017 by L'Interessante
10 febbraio 2017 0 commenti
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le mie notti
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Le mie notti: Gianrenzo Orbassano presenta la sua silloge

scritto da L'Interessante

Notti.

Di Michela Salzillo

Housman diceva: io non so che cosa sia la poesia, ma so riconoscerla quando la sento. Un verso, questo, che appare come una dottrina, una libera legge difficile da smentire. La poesia, soprattutto quella contemporanea, è bella perché è irriverente, sta fuori dagli schemi pur conoscendoli benissimo. È fatta di sensazioni che la parola disegna come può, e quando ciò che tratteggia rispecchia i margini del reale o dell’immaginato vivo, tutto funziona da sé. Improvvisamente ogni pezzo sembra essere al posto giusto, anche se un po’ sgangherato. Quando un verso suona se ne frega di tutto il resto, perché l’unica cosa che gli conferisce dignità è il ritmo rubato all’emozione, qualunque essa sia. Le mie notti di Gianrenzo Orbassano è una silloge che probabilmente si sviluppa proprio sull’elementare principio della parola per istinto. Non a caso è lui stesso a confessare che la raccolta suddetta- pubblicata nel dicembre del 2014 da Spring editore- viene fuori da una sola apparente inerzia, che attraverso il dialogo con la poesia si tramuterà in una più chiara destabilizzazione; quel senso di disequilibrio che di solito anticipa un’ importante fase di cambiamento interiore.

Le mie notti: il 23 Febbraio a Casapulla

È fissato per giovedì 23 Febbraio l’appuntamento dal vivo con Gianrenzo Orbassano, che incontrerà il pubblico intervenendo nell’ambito della rassegna incontri d’Autore organizzata dalla pro-loco di Casapulla. La presentazione de Le mie notti si terrà alle ore 18.30 nella Sala Consiliare ‘’Vescovo Natale’’; Piazza Municipio, Casapulla (ce).

Interverranno:

Anna Di Nardo (Assessore alla Cultura del Comune di Casapulla)

Eliana Riva (Editrice Spring Editore)

Antonella D’Andrea (Direttrice Editoriale Spring Editore)

Elio Di Domenico (Docente di Lettere e Scrittore)

Letture a cura di: Santa Santillo

Relatore

Francesco Marino (Direttore Caserta Focus)

Le mie notti: sinossi e prefazione

‘’Le mie notti è un libro di poesie scritto di getto all’età di diciotto anni. È venuto fuori per destabilizzarmi, per modificare la routine quotidiana di un diciottenne qualunque fatta di prime volte e di porte chiuse in faccia.

Ho dovuto subire le conseguenze di scrivere, di essere quindi etichettato come uno scrittore, un poeta. Non che mi facciano schifo questi appellativi, ma preferisco non definirmi così: Io sono un appassionato e la parola stessa indica un interessamento profondo verso qualcosa. Di poesia ne ho masticato, forse inconsapevolmente, fin da tempi delle elementari, quando mio padre mi portava da casa a scuola con la macchina. In questa macchina c’era una radio che trasmetteva di continuo Lucio Battisti ed io imparai a memoria, giorno dopo giorno, alcune sue canzoni.

Poi in adolescenza ho avuto molti impulsi che mi hanno portato verso la musica e la scrittura in generale. Adoravo la new wave, quindi i Duran Duran e i Depeche Mode, in Italia invece ascoltavo i cantautori. Cos’è una canzone se non una poesia e viceversa?

Bowie faceva canzoni che erano poesia, De Andrè anche, con l’aggiunta che lesse Edgar Lee Masters e ci tirò fuori Non al denaro, non all’amore né al cielo.

Ritornando al libro, posso affermare che è stato concepito con molta frenesia e ingenuità che si notano nelle poesie, ci sono errori di punteggiatura e parole, a volte, ripetute.

È un libro quasi selvatico che parla dell’insonnia, dell’atmosfera che si crea una volta sceso il sole, la notte mi raccontava delle emozioni ed io le trascrivevo, senza neanche pensarci sopra. Parla di anarchia, di depressione, di solitudine, di controversie, di ossessioni, ma c’è anche una visione di speranza, quasi ad assicurarci che comunque dopo la notte, c’è il giorno. Il giorno che inizia inevitabilmente con la notte, da lei non si sfugge, è maestosa, per me una fabbrica di idee poiché è il momento delle ventiquattro ore dove si è più calmi e questo mi ha aiutato anche a pensare alla copertina del libro, raffigurante una sagoma nera sotto ad un lampione con delle stelle quasi scarabocchiate di fianco ad una luna disegnata con più accuratezza, contenente delle note musicali, giusto per ricordare l’importanza della musica.

È un libro che, una volta scritto, ho rinnegato subito come se, appunto, non l’avessi mai scritto io.

Perché la poesia non è mia, io non mi reputo un poeta, anzi mi darebbe fastidio esserlo.

Ciò che scrivo, mi piace pensare, sarà inevitabilmente sbranato da qualcun altro che lo farà tutto suo.

Ecco perché quando leggiamo qualcosa che ci colpisce esclamiamo: ‘’Hey, quello sono io!’’.

Nella scrittura ci si rispecchia, e penso non si può avere l’arroganza di crederci autori di nulla, la poesia è un volo pindarico nel blu dell’oceano, è come l’istinto, chissà poi dove cadrà.

Gianrenzo Orbassano: biografia

Gianrenzo Orbassano nasce a Torino ormai ventuno anni fa, nel mezzo degli anni novanta,

lasciò la terra natìa a causa del lavoro dei genitori e venne adottato dalla Campania (fu) Felix, da Caserta e da Casapulla, piccolo paese di provincia ma con una grande storia alle spalle spesso dimenticata.

Frequenta e si diploma in un Istituto Tecnico Commerciale e scopre le poesie di Baudelaire e i racconti di Bukowsky, oltre alla musica cantautorale italiana ed inglese.

Nel 2014, con la Casa Editrice Spring, pubblica il suo primo volume di poesie intotalato “Le mie notti”, riscuotendo un discreto feedback da parte dei lettori, presenziando ad eventi culturali e presentazioni nelle scuole e nei locali del casertano.

Nel 2016, insieme alla regia di Alessandro Calamo, lancia un videoclip, “Amore Universale” che è una canzone sulle dissonanze e delle ossessioni derivate da un sentimento, l’amore, ormai praticato con troppa schematicità, senza considerare la spontaneità e la magia che solo l’amore può dare.

Dal 2016 collabora con la testata giornalistica on line Caserta Focus diretta da Francesco Marino.

Le mie notti: Gianrenzo Orbassano presenta la sua silloge was last modified: febbraio 9th, 2017 by L'Interessante
9 febbraio 2017 0 commenti
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Caterina
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Sanremo social: Caterina Balivo e quei tweet imbarazzanti

scritto da L'Interessante

Caterina

Di Michela Salzillo

Sanremo è sempre Sanremo. Sì, anche quando non si parla di musica, anche se le polemiche e gli entusiasmi vanno a finire nelle briglie del cinguettio mediatico. Sono lontani i tempi in cui il cantautorato italiano si apprestava ad essere, insieme agli interpreti, il solo protagonista di rilievo del festival dei fiori, quando in gara c’erano esclusivamente i brani e neppure i cantanti potevano farsi scudo con le manie di protagonismo. L’epoca è dunque cambiata, come è giusto che sia. C’è chi è pronto a scommettere che insieme agli anni che non torneranno più, stia andando via quel rigore cerimoniale che al palco dell’Ariston conferiva una diligenza diversa, gli anni in cui l’ inciucio, la querelle fra ospiti e concorrenti erano solo il sipario di un retroscena poco interessante. Ma è davvero così? Probabilmente era semplicemente tutto poco evidenziato! In effetti a Sanremo musica e costume si sono sempre incontrati, era soltanto uno scontro meno social. Le critiche si facevano su carta, senza alcun limite caratteri, e in certi casi c’era addirittura più accuratezza nel pungere il malcapitato. Certo, era un privilegio riservato molto più agli addetti stampa che non al pubblico osservatore, che oggi è invece diventato il primo commentatore di eventi, a cui spesso i giornali sono costretti a chiedere il diritto d’autore. Una notizia deve essere prima la regina delle top trend, vale a dire che a renderla protagonista di testata , spesso, sono senza dubbio i tweet ad essa riferita. E Sanremo di hashtag ne fa volare parecchi. Dalle canzoni agli abiti; dalle gaffe agli ascolti.

Diciamocelo, è scritta nella storia l’attitudine alle papere da palcoscenico, e quando non arrivano sembra che manchi un tassello importante su cui alimentare il chiacchiericcio. Nulla di nuovo, insomma. È Così che succede: nella vita reale ci si affaccia dal balcone, in quella televisiva si calcano le scene e nella virtuale ci si affida al tweet di turno. Niente di scandaloso! È l’effetto del passaparola che diventa pubblico. Quando però sulla carta di identità del parere comune hai scritto personaggio famoso, qualche riserva forse dovresti pure avercela, specie se commenti questioni di una data serietà. Non perché sia giusto snaturarsi, esprimere un parere è legittima libertà, ma a volte sarebbe senz’altro corretto fare appello al decoro, perché se fai parte del mondo dello spettacolo potresti essere il beniamino di qualcuno, adolescente e non, che magari ti copia pure il calzino bucato nelle scarpe ritenendolo la cosa più figa del mondo.

Caterina Balivo e i commenti di troppo: il tweet perde il pelo ma non il vizio

 Forse questo Caterina Balivo, attuale conduttrice della trasmissione Rai “Detto Fatto” lo sa bene. Forse è la festa sanremese che gasa i commenti di troppo. Fatto sta che dopo la brutta figura con Diletta Leotta, la presentatrice campana ci è ricascata  con un arduo commento  su Ricky Martin. Durante la prima serata del Festival, per chi se la fosse persa, è arrivata sul palco la giovane giornalista Sky, invitata dai padroni di casa a testimoniare un triste episodio di cyber-bullismo che l’ha vista protagonista di recente. Commentando così tutto quanto le è accaduto:

“è stato un duro colpo, ma dopo una prima fase di sgomento, ho deciso di reagire! Non soltanto psicologicamente ma anche attivamente, denunciando immediatamente alla polizia postale la gravissima violazione della privacy che purtroppo ho subito. C’è pochissima conoscenza di questa materia. Si tratta di un reato, un reato vero e proprio. È giusto che tutti debbano sapere cosa si può e che cosa non si può fare con la tecnologia, questo perché determinate cose succedono anche a ragazzi molto più giovani di me… Io ho venticinque anni, ma ci sono ragazzi e ragazze veramente piccoli che hanno bisogno di essere tutelati. Il mio messaggio va a loro: siate coraggiosi, non abbiate paura! Siate forti.”

Un messaggio importante quello della Leotta che  teniamo ad evidenziare, non per patteggiare facile, ma perché sottolineare queste testimonianze non è mai abbastanza. Siamo sicuri che anche di  questo sa la Balivo, nonostante, dopo le parole della giovane collega, abbia così commentato:

“Non puoi parlare della violenza sulla privacy con quel vestito e con la mano che cerca di allargare lo spacco della gonna.” Non che sia rilevante, ma il vestito a cui si fa riferimento nel tweet è un elegantissimo abito rosso con ricami argentati, composto da un top e un’ampia gonna che doveva essere per forza allargata, a meno che la Leotta non volesse provare l’ebbrezza di un capitombolo in prima serata.

Contro la conduttrice si sono scagliati in molti, compresa Maria De Filippi che nella conferenza stampa ha poi detto: “ dare credito a questa polemica sarebbe come dire che una donna può essere violentata perché il vestito che porta ha un spacco”.

A Pensarla così è anche la scrittrice Melissa Panarello che scrive:

La polemica sul vestito di Leotta è pazzesca: una donna che parla di bullismo non può mettere un vestito con lo spacco? Quindi, dopo essere stata insultata, denigrata e sbeffeggiata, devi pentirti tutta la vita e vestirti da suora laica? Devi rinunciare alla tua libertà per lasciare agli altri la libertà di insultarti? È un po’ come quelli che affermano che ti hanno violentato perché indossavi la gonna.

Queste sono solo alcune delle risposte alla Balivo, che si è poi pubblicamente scusata per il commento infelice. Ma se è vero che: tutto è bene quel che finisce bene, il tweet della conduttrice non perde il vizio. Qualche ora dopo l’accaduto, infatti, è stato il turno di Ricky Martin che, ospite d’eccezione sul palco di Sanremo, ha fatto impazzire gli ormoni di Caterina, che si è così espressa:

 “Bono, bono. Che commenti devo fare? Sei bono. Ricky sei bono anche se sei frocio”. Che dire, data la perseveranza ci sentiamo di esprimere un consiglio non richiesto:

Cara Caterina, che ne diresti di introdurre nel tuo programma un toutorial su come fare il gioco del silenzio? Forse così ti verrà più facile ricordare che ci sono parole da non dire, e che non sempre è necessario commentare.

Sanremo social: Caterina Balivo e quei tweet imbarazzanti was last modified: febbraio 9th, 2017 by L'Interessante
9 febbraio 2017 0 commenti
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Sanremo: la prima puntata se l’aggiudica la De Filippi

scritto da L'Interessante

Sanremo.

Di Michela Salzillo

Non ci sono dubbi. A vincere la prima puntata della 67esima edizione del festival della canzone italiana è stata senza esclusione di colpi Maria De Filippi. La regina delle reti Mediaset aveva fatto parlare di sé a lungo, già prima che cominciasse il valzer delle ugole nazionali, creando aspettative di curiosità molto alte, sia nel pubblico affezionato che in quello scettico per natura. La moglie di Costanzo era stata voluta fortemente dal vegliardo padrone di casa Carlo Conti. I due conduttori non hanno mai nascosto al pubblico la reciproca stima professionale che li unisce, sintonia assolutamente confermata durante la diretta di ieri sera. Rare le occasioni in cui la De Filippi è apparsa da sola sul palco dell’Ariston; la co- conduttrice infatti ha avuto dalla sua il costante supporto del compagno televisivo, anche quando sembrava essere assente dalle scene. A dimostrarlo è stato il pronto sostegno durante il rischio di caduta della Maria più amata dagli italiani che, come in un classico copione scritto dalle secce, l’ha vista rischiare un rovinoso strafalcione a metà serata, sgualcendo , anche se solo per pochi minuti, il tono serioso assunto dalla De Filippi mentre era intenta a introdurre sul palco due ragazzini poco più che tredicenni, ideatori di un progetto anti- bullismo, onorato fra gli altri  dal presidente della Repubblica Mattarella. Un inciampo il suo che quasi sembrava essere preannunciato da chi l’avrebbe voluta, sin dai primi minuti, protagonista della scala centrale, per giudicarne magari l’andatura e il portamento. Una scala che però non è stata mai scesa dalla De Filippi, e che solo potenzialmente sarà guadagnata in chiusura del Festival. Lei, si sa, preferisce i gradini, è quella la postazione prima dalla conduttrice Mediaset, almeno in uno dei suoi programmi più seguiti. Una scelta solo sua, che negli anni si è aggiudicata le migliori parodie. Un vero e proprio costume, insomma, rispettato anche ieri sera con l’intelligente ironia che, ci piaccia o no, la contraddistingue. C’è da dire che dopo anni di onorata fedeltà al suo editore, vederla al timone della concorrenza è stato parecchio curioso. La De Filippi, infatti, in questi anni ci ha abituati a delle personali minuzie d’atteggiamento e, ammettiamolo, vederle adottate in quel temporaneo contesto d’adozione ha fatto un po’ strano a tutti. Ogni volta che preannunciava gli ospiti o interloquiva con gli stessi, sembrava fosse molto vicina l’eco delle sue buste a “C’è posta per te”, ad ogni suo facciamo entrare è probabile che i  fedeli spettatori abbiano lottato contro una crisi di identità molto forte, ma è così che accade per i colossi , ovunque vadano li riconosci sé stessi, e la De Filippi, al di là dei plausi e le antipatie, è senz’altro fra questi.

 Sanremo organizza il Festival, ma la De Filippi porta i cantanti

Come ogni anno, anche per questa edizione la gara dei big è stata suddivisa in due serate consecutive. Ieri sera, durante il taglio di nastro si sono infatti esibiti i primi undici artisti. Nel dettaglio abbiamo ascoltato: fa talmente male di Giusy Ferreri- che essendo risultata fra i concorrenti a rischio eliminazione, dovrà contendersi il ripescaggio di giovedì sera con gli altri esclusi, compresi quelli che verranno fuori dalla seconda puntata. Insieme a lei, sono finiti in zona rossa Ron, con il brano l’ottava meraviglia e il rapper Clementino con ragazzi fuori. Hanno passato il turno, invece, tutte le scoperte discografiche della De Filippi che, senza ombra di dubbio, presta da molti anni parecchio allo spettacolo musicale, portando all’ Ariston molti dei suoi allievi, vincitori e non, della scuola di Amici . Ottimi i risultati ottenuti da Elodie, con il brano tutta colpa mia; lo stesso è valso per lex front- men dei Dear jack, Alessio Bernabei che, intrapresa ormai la carriera da solista, ha presentato a Sanremo la canzone nel mezzo di un applauso. Corrono veloci anche i consensi per Fabrizio Moro, che smessi per qualche giorno i panni di professore nella scuola della De Filippi, resta vigorosamente in gara con portami via. Parte dei vincitori della prima puntata sono dunque di casa Mediaset, fatti salvi Fiorella Mannoia, con il brano che sia benedetta; Ludovica Comello che ha presentato il cielo non mi basta; Ermal Meta che ha cantato vietato morire ; il veterano Al Bano che, nonostante i problemi di salute dell’ultimo periodo, è riuscito a portare a casa un ottimo riscontro con la canzone di rose e di spine e Samuel, meglio conosciuto come cantante dei subsonica, che ha passato il turno con il brano vedrai. Per sapere come proseguirà la gara non ci resta che attendere il secondo appuntamento, che stasera fra i restanti artisti vedrà in gara un altro dei pupilli della Maria, il vincitore della appena trascorsa edizione di Amici,  Sergio Sylvestre.

Sanremo: la prima puntata se l’aggiudica la De Filippi was last modified: febbraio 8th, 2017 by L'Interessante
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