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Categoria

Cultura

Teatro
CulturaIn primo pianoTeatro

Teatro Augusteo: un pomeriggio in compagnia

scritto da L'Interessante

Teatro Augusteo.

Martedì 21 marzo, a partire dalle ore 17.30, il Teatro Augusteo, in collaborazione con Viola Produzioni e la Compagnia della Rancia, offrirà l’opportunità di trascorrere un pomeriggio con gli artisti del musical “SISTER ACT” in scena al Teatro Augusteo di Napoli da venerdì 17 fino a domenica 26 marzo

Belia Martin, Jacqueline Maria Ferry, Suor Cristina e tutto il resto del cast artistico saranno a disposizione per raccontare curiosità sullo spettacolo e rispondere alle domande del pubblico e della stampa, svelando alcuni ‘segreti’ dello spettacolo musicale.
Per poter partecipare all’incontro è necessario prenotare via email specificando nome, cognome, indirizzo email, numero telefonico e numero di partecipanti a questo indirizzo: stampa.teatroaugusteo@gmail.com.
L’incontro si svolgerà presso il Teatro Augusteo per il pubblico prenotato e per la stampa, come segue:

Martedì 21 marzo
Ore 17.30 – Incontro con la Compagnia presso la sala del teatro.
Ore 18.30 – Opportunità per fare una fotografia di gruppo con la Compagnia
e visita al backstage
Ore 19.00 – Possibilità di assistere al riscaldamento fisico e vocale della
Compagnia
Ore 19.30 – Termine incontro
Ciascun partecipante all’incontro sarà premiato con un buono per l’acquisto di un biglietto a tariffa speciale per lo spettacolo della sera stessa, che si terrà alle ore 21.00.
Il posto in platea avrà un costo di € 22,00 anziché € 35,00 e quello in galleria avrà un costo di € 12,00 anziché € 25,00.

Teatro Augusteo: un pomeriggio in compagnia was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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abito
CulturaIn primo pianoTeatro

L’abito nuovo: il ritorno dello spettacolo di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello

scritto da L'Interessante

Abito.

Di Erica Caimi

Da martedì 14 marzo al Teatro Sala Fontana di Milano è in scena lo spettacolo «L’abito nuovo», l’adattamento teatrale curato da Eduardo De Filippo dell’omonima novella di Luigi Pirandello.

Le strade dei due luminari del teatro e della letteratura si sono incrociate un’unica volta, quella in cui hanno dato vita alla commedia «L’abito nuovo», andata in scena per la prima volta al teatro Manzoni di Milano nel 1937, un dialogato in due atti e tre quadri tratto da un racconto di Luigi Pirandello e arrangiato da Eduardo De Filippo. All’epoca, la prima è stata accolta con poco entusiasmo dal pubblico, criticata anche da Peppino De Filippo che non condivideva la scelta del fratello di aver abbandonato la drammaturgia napoletana in favore di adattamenti di opere altrui. Nel 1964 Eduardo decide di rielaborare nuovamente la commedia per farne un’edizione televisiva che oltre a lui vanta tra gli interpreti Ugo d’Alessio, Carlo Lima e Pietro Carloni. Da quel momento la pièce piomba letteralmente nel dimenticatoio.

L’ abito nuovo: la trama

Le vicende de «L’abito nuovo» ruotano intorno al protagonista Michele Crispucci, un uomo di umili origini ma alti principi morali che non vuole accettare l’eredità della defunta moglie pur di non perdere la sua dignità. La donna, infatti, aveva abbandonato lui e la figlia per vivere una vita equivoca accumulando ricchezze concedendosi ad amanti facoltosi. Accettare il suo patrimonio significa lasciarsi corrompere dal vile denaro e Crispucci cerca di resistere al compromesso, un tentativo inspiegabile agli occhi della madre e della figlia, le quali insistono affinché lui non si lasci imprigionare da un’inutile rigidità morale. Il protagonista è un solitario paladino in lotta contro l’avido materialismo e il degradante attaccamento degli uomini alle cose, piuttosto che ai sentimenti. Il racconto breve di Pirandello inizia con un abito consunto, che Crispucci indossa da tempo immemore, e si conclude con un abito nuovo, un passaggio innocente all’apparenza, che rappresenta, invece, il fulcro principale del testo. L’orgoglio e la sua incrollabile integrità lo condurranno sull’orlo di una lucida follia e capirà, suo malgrado, che la natura umana è facilmente corruttibile.

La compagnia “La luna nel letto” riporta in scena lo spettacolo “L’abito nuovo”

A riportare in scena lo spettacolo, alla Sala Fontana di Milano a partire da martedì 14 marzo, è un’altra interessante liaison, quella tra Michelangelo Campanale con la sua compagnia pugliese «La luna nel letto» che accampa una regia visionaria ispirata alla poetica pirandelliana e Marco Manchisi, attore e autore napoletano, che ha curato la stesura del testo, comparando fedelmente il dramma del 1935 e la riscrittura del ‘64 per le riprese Rai.

Inserita nel filone della Cantata dei giorni pari, «L’abito nuovo» riprende tutti i temi cari ai due autori, la miseria e il teatro nel teatro tipici dell’arte di De Filippo si fondono alla tragedia insita nella drammaturgia di Pirandello. A lasciare un po’ di amaro in bocca, invece, sono le figure femminili che hanno un ruolo del tutto avvilente e privo di possibilità di riscatto. Sarà, forse, a causa del testo datato, ma le donne della pièce o sono scialbe perbeniste o sono sgualdrine da lapidare perché non si attengono alle convenzioni imposte dalla società dell’epoca. Se da parte degli uomini non c’è alcun segno di pietà nei giudizi, neppure quando poveretta fedifraga muore tragicamente, anche da parte delle donne è assente qualunque istinto di solidarietà o comprensione. Da questo punto di vista il testo risente del peso del suo anacronismo e dimostra esattamente gli anni che porta.

TEATRO SALA FONTANA

14-19 Marzo 2017

L’ABITO NUOVO

di Eduardo de Filippo e Luigi Pirandello

con Marco Manchisi, Nunzia Antonino e Salvatore Marci

e Vittorio Continelli, Annarita De Michele, Adriana Gallo, Paolo Gubello, Dante Manchisi, Olga Mascolo, Antonella Ruggiero, Luigi Tagliente

regia scene e luci Michelangelo Campanale

Produzione Ass. Cult. Tra il dire e il fare/La Luna Nel Letto

L’abito nuovo: il ritorno dello spettacolo di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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Dieci
CulturaIn primo pianoLibri

Dieci domande per l’Intervista Interessante a Mariateresa Belardo

scritto da L'Interessante

Dieci.

Di Maura Messina

Amici dell’Interessante, bentrovati! Ci apprestiamo a compiere il secondo passo della giovane rubrica 10?II (dieci domande per l’Intervista Interessante)

Questa settimana, Maura Messina intervista l’ autrice di Nottetempo, Mariateresa Belardo. Alcuni la conoscono sui social come Lapennallarrabbiata. La scrittrice di Succivo risponde alle dieci domande di rito. Leggete e lasciatevi stupire dalle sue dieci risposte condite di ironia e di profonda sensibilità.

Un mix perfetto che vi lascerà con una sola certezza: questo libro non può mancare nella vostra libreria. Pronti per questo nuovo viaggio?

Auguriamo a tutti voi una buona lettura!

Scopriamo chi è lapennallarrabiata in dieci step

1) Un rigo per presentarti

Mariateresa Belardo, per gli amici Lapennallarrabbiata

2) Due righi per scoprire il titolo e un accenno alla trama tuo libro

Nottetempo. Una notte metaforica vissuta fra mente e cuore, ragione e sentimento. Un dialogo interiore necessario per elaborare un abbandono e scoprire che, quando la notte è più buia, l’alba è più vicina.

3) Tre righi dedicate al protagonista

Io, tu, quasi in maniera presuntuosa potrei dire… ogni donna. Perché, purtroppo, ho scoperto che tutte le donne che hanno letto Nottetempo si sono riconosciute nella protagonista. Evidentemente, o sono stata banale, o tutte le donne vivono, amano e soffrono nello stesso modo. O tutti gli uomini sono stronzi uguale.

4) Quattro righi per il personaggio al quale ti senti più legato/a

Ringrazio sempre il “Fuggitivo” di Nottetempo, incazzatissimo per il fatto di essere stato, suo malgrado, protagonista di un libro. Profondo sdegno verso tutti quegli uomini che fuggono dalle responsabilità, che pensano di poter invadere le vite degli altri, far danni, e poi uscirne con indifferenza, eterni Peter Pan. Un capolavoro di vendetta. Modestamente, ho dimostrato di avere una cazzimma esagerata. Vi ho vendicate tutte!

5) Cinque righi per commentare il tuo libro preferito

Se scelgo di leggere un libro, in quel momento è quello. Sono una lettrice affamata, nel senso che un libro lo divoro, letteralmente. Forse il primo libro che ho letto, è quello che ho amato di più. Si intitolava “Scarpette rosa”, me lo regalò la maestra delle elementari. Un regalo grande, perché da lì, non ho più smesso. Raccontava di una ragazzina povera, e della sua passione per la danza. Poi sono stata, di volta in volta, la protagonista di ogni libro che ho aperto, per cui li ho amati tutti, A parte quelle di de Giovanni, che finiscono ammazzate.

6) Sei righi per raccontarci come nasce la tua passione per la scrittura

Nasce durante il primo dei tanti cortei a cui ho partecipato per la nostra terra martoriata. Un corteo con tutti i partecipanti che sfilavano in silenzio. Camminavo e pensavo che non sarei stata più zitta. Non potevo, in quanto madre. Scrissi un post, e poi me lo sono ritrovato pubblicato. Iniziò così la mia “carriera”. Ho scritto decine di articoli sulla Terra dei fuochi, ho raccontato le storie della gente. La cosa più bella che scrivere mi ha regalato sono i legami con le persone che ho incontrato lungo il cammino. Anime belle, combattenti, gente che ci crede sul serio in quello che fa, e lo fa non solo per se stesso, ma per tutti. Tu sei una di queste.

7) Sette righi per rivelarci altre tue passioni

Sebbene qualcuno abbia messo in giro la voce che non so cucinare, lo faccio benissimo. Tipo a Natale, che preparo decine di chili di struffoli per tutti quelli nella lista del cuore. Gioco a burraco (come le vecchierelle, dicono), anche se non vinco quasi mai. Strano, visto che sono pure sfigata in amore. Cazzeggio su Facebook, e pare sia abbastanza spiritosa. Ultimamente parecchie delle mie battute, firmate #lapennallarrabbiata, vengono pubblicate da Prugna, il portale di satira. Il mare è decisamente una delle passioni più grandi. La quarta di copertina di Nottetempo recita “Nessun’onda passa invano”. Starei ore ed ore a guardare il mare, ad ascoltare il rumore della risacca, perdendomi nei miei pensieri.

8) Otto righi per ritornare al tuo libro: chi vorresti lo leggesse?

Vorrei che leggesse il mio libro ogni donna che soffre per amore. Perché, probabilmente, potrebbe aiutarla. Un caro amico che non c’è più, Gianfranco, diceva che Nottetempo è un piccolo manuale di PNL fatto in casa. Che avevo fatto uno splendido lavoro dando voce al mio io. A volte si pensa che si soffra per una causa esterna. Scrivendo Nottetempo ho capito che ci può essere un agente esterno, ma la causa è sempre dentro di noi. Nessuno può farci soffrire se non glielo permettiamo. Sembra difficile a farsi, ma ti assicuro che è più semplice di quanto possa sembrare. E tutto questo non significa restare indifferenti a quello che ci accade, ma viverlo da una prospettiva diversa. Quella del “nulla è per sempre”. E vale sia per le gioie che per i dolori.

9) Nove righi per salutare i lettori e convincerli a leggere tutto fino alla fine… perché il più bello, si sa, arriva alla fine

Allora, innanzitutto se dovete leggerlo, ve lo vendo io perché ho un sacco di copie invendute e in questo periodo sto senza un euro (mi hanno pure rubato la macchina, per cui fareste un’opera buona). Assodato questo, Nottetempo va letto perché è bellissimo, scritto bene, scorrevole. Secondo me, e ti dico che dopo due anni, ogni tanto, ancora mi rileggo, e non mi pare vero di averlo scritto io, è bella parte in cui mente e cuore smettono di litigare fra di loro. È quasi l’alba, e iniziano a venirsi incontro perché hanno compreso che solo accettandosi reciprocamente, e accettando i relativi limiti, si può pensare di colmare dei vuoti che – invece – rischiano di fagocitare tutto quello che c’è intorno. Due ore, massimo tre, se vi ci mettete d’impegno. A tratti si ride pure: da questo punto di vista, si può dire che Nottetempo è la cosa più seria che io abbia scritto. Voi aiutatemi a vendere tutte le copie, poi vi prometto di iniziarne uno molto più leggero, stile #lapennallarrabbiata.

10) Dieci righi per citare uno stralcio della tua opera

Io tifo per Capitan Uncino.

Perché diciamoci la verità, noi donne dei principi azzurri e dei Peter Pan non sappiamo cosa farcene.

Meglio aver a che fare con lo stronzo di turno. Il confronto è più equo.Tanto noi donne ci mettiamo in gioco comunque, ma avere a che fare con uno che ti fa dannare l’anima ti dà la possibilità di elaborare tutte quelle strategie in cui noi donne siamo bravissime. Quelle macchinazioni da KGB, gli intrighi che la CIA ti fa un baffo, che ti consentono di passare un pomeriggio con le amiche a discutere e sviscerare virgole, pause e sfumature di una conversazione con il bruto di turno, della quale lui invece non si ricorderà nient’altro tranne il “ci vediamo alle 19,00 da me”. Perché invece i Peter Pan, quando le storie finiscono, ti lasciano l’amaro in bocca di non averci capito un cazzo. E non li puoi manco odiare, quelli. Perché ti hanno rispettato (ma chi te l’aveva chiesto, meglio un giorno da leone che cento da pecora… ehm, ho scritto da!)…”CONTINUA…”

Dieci domande per l’Intervista Interessante a Mariateresa Belardo was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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Rapporto
CulturaIn primo piano

Rapporto uomo cane: utilizzo o coinvolgimento?

scritto da L'Interessante

Rapporto

 

Di Luigi Sacchettino 

Il rapporto uomo cane si fortifica in un lungo periodo di coevoluzione, forse unico nel suo genere; all’inizio i futuri cani dovevano essere molto simili a roditori,  poi assomigliarono alle manguste, per diventare alla fine grandi come dei lupi. 

Le ricerche realizzate non hanno fatto chiarezza sulle dinamiche dell’incontro: è stato l’uomo ad avvicinarsi al lupo o viceversa? 

Il cane è il frutto dell’incontro. 

“Le teorie maggiormente accreditate indicano che l’adottabile può essere stato rinvenuto nei pressi dell’accampamento oppure trovato durante una battuta di caccia. La tesi Autointegrativa (Coppinger) sostiene che nel periodo Mesolitico il lupo si sia avvicinato al villaggio e ne abbia tratto un vantaggio selettivo legato alla minore mortalità. La tesi del Maternaggio, invece, ipotizza che durante il periodo Paleolitico, l’uomo abbia raccolto un cucciolo di lupo e la donna lo abbia allattato al seno, poiché gli erbivori non erano ancora stati addomesticati (Marchesini). Le ricerche effettuate sul Dna mitocondriale da C. Vilà et al (1999) posizionano il processo di domesticazione del cane circa 135 mila anni fa mentre P. Savolainen et al (2002) lo collocano intorno ai 40 mila anni fa”. [S. Giussani] 

E com’è cambiato il rapporto con l’uomo nel tempo? Si parte dall’utilizzo. 

Oltre a procurarsi reciprocamente cibo e sicurezza, per millenni gli uomini e i cani hanno beneficiato del rapporto complesso costruito tramite la caccia e la sorveglianza  della casa o del bestiame: è probabile che le varie forme di associazione tra uomo e cane non siano mai state solo utilitaristiche, e che siano semplicemente diventate più articolate nei secoli. 

Negli ultimi anni l’interpretazione del cane è infatti passata da una più rigorosamente zootecnica-  utilitaristica -, a  quella zooantropologica, in cui il cane viene vissuto come partner sociale- da conoscere, rispettare nelle sue peculiarità, all’interno di una relazione affettiva. La docilità  e la collaborativà del cane ne fanno l’animale integrabile per antonomasia, soprattutto in quelle attività in cui affianca l’uomo, come nella pet therapy o in ricerca e soccorso. In cui dovrebbe essere coinvolto, più che utilizzato. 

 

Periodi diversi, ruoli diversi 

CANI DA CACCIA – L’utilizzo dei cani da caccia risale all’alba della civiltà umana.  Abbiamo testimonianze di pittura rupestre dell’età del bronzo che raffigurano un cacciatore con cani. La parola caccia deriva dal greco kynègia che a sua volta deriva da kynos, cioè cane. 

CANI DA SLITTA- Gli Inuit hanno utilizzato per secoli la slitta trainata da cani come mezzo di locomozione. In Europa si fa risalire l’utilizzo di cani per trainare slitte alla fine dell’anno 1000; questo mezzo di trasporto ha avuto una vasta diffusione sino al XIX secolo, anche a causa della scarsità di cavalli. “ I cani per il traino delle slitte sono di evoluzione recente, circa 150 anni. La selezione di queste razze è iniziata con le gare messe su per divertimento in cui venivano messi alla prova cani e conduttori che normalmente lavoravano trasportando la posta, merce o perfino persone. Con la corsa all’oro in Alaska, nel 1896, la slitta coi i cani divenne una risorsa insostituibile.  Nel  1909 furono importati i primi Siberian Husky (che sono, in effetti, incroci con levrieri e cani da caccia che esibiscono arti lunghi, tendenza a forma quadrata e torace meno ingombrante )”. (Gallicchio B.) 

CANI DA GUERRA- Gli antichi romani selezionarono  il molosso romano, o Canis Pugnax,  come cane da guerra al seguito delle loro legioni, con indosso una vera e propria armatura.  Ma è negli anni settanta dell’Ottocento che in alcuni villaggi tedeschi il cane assunse  il moderno ruolo di “militare” grazie a programmi di sussidi nazionali, prodromici del cane DA UTILITA’ E DIFESA. 

IL CANE DA TERAPIA- Il padre della psicanalisi, S. Freud, era solito condurre le sue sedute in presenza del cane. Si racconta che il cane dormisse per tutta la seduta e che si svegliasse sul finire, quasi a segnalare il termine dell’ incontro. 

Siamo forse agli albori della pet therapy? Sarà per questo che molte categorie professionali consigliano un cane per aiutare un bambino in difficoltà, senza però tenere conto di cosa possa provare il cane? 

Quello che sappiamo è che spesso il “con” va a sostituire l’anacronistico “da”, in una immagine interpretativa  di diade, di gruppo. Il cane è sempre più percepito e vissuto come membro della famiglia  e come tale coinvolto e non utilizzato. 

Certo le derive antropomorfizzanti sono dietro l’angolo; bisogna infatti tendere a quell’equilibrio fondato sul rispetto delle doti etologiche del cane, senza considerarlo uno strumento- come la lavatrice, né tantomeno come un surrogato affettivo. 

 

 

Rapporto uomo cane: utilizzo o coinvolgimento? was last modified: marzo 16th, 2017 by L'Interessante
16 marzo 2017 0 commenti
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Festa
EventiIn primo piano

La Festa del Sorriso All’En Gedi Duel Club

scritto da L'Interessante

Festa

 

Il Duel Village di Caserta è lieto di invitarvi all’Open Day che si terrà venerdì 17 marzo alle ore 20.00 negli splendidi locali dell’En Gedi Duel Club. Una vera e propria FESTA DEL SORRISO ideata per quanti vogliono saperne di più di questo ‘smiling place’, un posto pensato per fare festa, rilassarsi e stare con gli amici e, perché no, scoprire un altro modo di fare cultura attraverso l’arte, la musica, gli spettacoli e il buon cibo. Chicca della serata sarà la mostra fotografica-videoslide della giornalista e fotografa casertana Giovanna Giaquinto dal titolo ‘Intanto faccio Scorta di Colori’. Sarà proprio l’autrice degli scatti a guidare il pubblico nella narrazione delle foto che  scorreranno sullo schermo dell’En Gedi.  La ‘personale’ prende il nome dal suo primo libro di poesie, un volume sul potere pacificatore della luce, dei sorrisi e della vita stessa. Un’opera che si sposa in pieno con quello che è lo spirito dell’En Gedi Duel Club. L’ingresso è gratuito.

 LA FESTA DEL SORRISO E l’ EN GEDI DUEL CLUB  

L’En Gedi Duel Club è il locale – all’interno dello spazio Duel Village, con ingresso su via Borsellino – pensato per l’accoglienza ed il relax. Un luogo elegante e versatile dove poter organizzare compleanni, comunioni, promesse di matrimonio, cerimonie, cene, party a tema, musica e ballo con consolle dj dedicata. Ma non solo. L’En Gedi Duel Club è la location ideale per incontri dimostrativi, cene aziendali, seminari, corsi di formazione. Potrete inoltre usufruire di numerosi servizi: catering di altissima qualità, animazione, servizi video e fotografici, addobbi personalizzati, servizio torta. Potrete facilmente utilizzare un ambiente invitante, intimo e ricco di confort situato nel cuore della città con ampio parcheggio annesso, in piena libertà, a prezzi assolutamente vantaggiosi e competitivi.

 

 

Per informazioni e contatti

391 397 9054

www.duelvillage.net

 

La Festa del Sorriso All’En Gedi Duel Club was last modified: marzo 16th, 2017 by L'Interessante
16 marzo 2017 0 commenti
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Vittorio
CulturaEventiIn primo piano

Vittorio Messina in mosta: l’ inaugurazione il 25 marzo

scritto da L'Interessante

Vittorio

VITTORIO MESSINA

«IN UN CERTO SENSO INFINITO»

GALLERIA NICOLA PEDANA

INAUGURAZIONE 25 MARZO 2017 ORE 19

LA MOSTRA SARÀ APERTA DAL 25 MARZO AL 22 MAGGIO 2017

 

«In un certo senso infinito» è il titolo della mostra di Vittorio Messina che sarà inaugurata sabato 25 marzo alle ore 19 presso la sede di Nicola Pedana Arte Contemporanea in piazza Matteotti 60 a Caserta. L’esposizione, curata da Marco Tonelli, rimarrà aperta dal 25 marzo fino al 22 maggio 2017.

«In un certo senso infinito – sottolinea nel suo testo Marco Tonelli – vuole essere un titolo di una mostra, ma anche una provocazione intellettuale, un modello visivo, una comunicazione estetica, un’affermazione che sollecita domande. Cosa si nasconde nel certo di un senso infinito? Certo come certezza o, al contrario, come modo in(de)finito e vago di esprimere un significato?

E senso allude all’aspetto sensibile dell’esperienza, quello appunto dei sensi, o al significato, alla direzione? Come se esistesse un senso dell’infinito, una direzione infinita? Tutto dipenderà appunto da come interpreteremo l’infinito compreso nel titolo. Concetto di per sé impensabile nella sua interezza, proprio perché senza fine e quindi senza limiti per esseri finiti e limitati come noi, l’infinito lo possiamo solo dire o scrivere, simboleggiare (∞), avviare in sequenze numeriche (1…3…5…7…11…13…), ma mai fisicamente contenere. Vittorio Messina è un artista a cui piace sfidare inafferrabili e sottili inquietudini, praticando installazioni che vogliono spingersi oltre la loro pur oggettiva materialità costruttiva.

Vittorio Messina e il significato delle sue opere.

 Le sue opere sono tentativi di uscire dalla gabbia del pensiero razionale, dalle ovvietà dei dati sensibili, dai dogmatismi del trascendente, anzi ambiscono in un certo senso a fondere razionalità-sensibilità-metafisica nell’opera d’arte.  Oltre la metafora, oltre l’analogia, forse l’opera di Vittorio Messina è da sempre in cerca di un’estetica basata proprio sull’in un certo senso, essenza stessa dell’Arte, che è a sua volta un concetto inafferrabile, non delimitabile, illimitato. Ovvero, in un certo senso, infinito».

Vittorio Messina in mosta: l’ inaugurazione il 25 marzo was last modified: marzo 16th, 2017 by L'Interessante
16 marzo 2017 0 commenti
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pompei
CulturaIn primo piano

Pompei, l’interno di una casa ricostruito in 3D

scritto da L'Interessante

Pompei

Di Antonio Andolfi

Combinando i tradizionali rilievi archeologici con avanzate tecniche di scansione e visualizzazioni 3D, i ricercatori dell’Università di Lund (Svezia) sono riusciti a ricostruire con grande accuratezza l’interno di una casa di Pompei, così come doveva apparire poco prima dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Il lavoro iniziato dall’Istituto svedese di Roma nel 2000 e poi passato al Dipartimento di Archeologia e Storia Antica di Lund, parte da una campagna di scansioni realizzae nel sito di Pompei tra il 2011 e il 2012, poi utilizzate per realizzare animazioni 3D di alcune parti della città distrutta.

Nell’animazione esploriamo la casa di un ricco pompeiano di nome Caecilius Iucundus, appartenente al secondo grado più alto della classe sociale della città. Si notano una sala centrale ben illuminata, con una vasca di raccolta dell’acqua piovana e un altare domestico decorato con motivi che ricordano il terremoto che interessò la citta’ nel 62 d.C.

Si passa poi allo studio del padrone di casa o tabularium, dai fregi sontuosi; fino alla stanza per ricevere gli ospiti, con affreschi alle pareti che in tempi recenti sono stati staccati e trasportati in musei. All’esterno, un giardino con tanto di fontane, per riposarsi nelle ore pomeridiane.

Pompei. Una vera e propria macchina del tempo.

Con la stessa tecnica il team ha ricostruito gli interni di 3 grandi ville, una taverna, una lavanderia, una panetteria e diversi giardini, arrivando a capire come era fatto il pavimento, da dove entrava la luce e quale storia costruttiva vantavano gli edifici. In alcuni punti degli scavi sono stati trovati strati completamente intatti. In un negozio sono venute alla luce tre finestre originali in gesso cristallino di provenienza romana, accatastate una sopra l’altra.

Altre importanti conclusioni riguardano la rete idrica. Se inizialmente i negozianti e i ristoratori dipendevano dalle famiglie più ricche per le risorse d’acqua, più tardi, a ridosso dell’eruzione, le condizioni migliorarono e nella città fu costruito un acquedotto.

Pompei, l’interno di una casa ricostruito in 3D was last modified: marzo 15th, 2017 by L'Interessante
15 marzo 2017 0 commenti
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blind
CulturaIn primo pianoMusicaTeatro

BLIND DATE, concerto al buio di Cesare Picco: sublime sinestesia

scritto da L'Interessante

Blind

Di Luigi Sacchettino 

 

Un mese fa. 14 febbraio. San Valentino. Una festa piena di luce, candele e luccichii.  

Io decido di stare al buio. No, non sono uno di quei single che in quel giorno un po’ arranca.  

Decido di stare al buio del teatro Bellini. Nel rosso Bellini. 

Sì, perché torna al Teatro Bellini il Blind Date, il concerto al buio ideato nel 2009 dal pianista e compositore Cesare Picco e portato in giro da CBM Italia Onlus. CBM è la più grande organizzazione umanitaria internazionale impegnata nella prevenzione e cura della cecità e della disabilità nei Paesi del Sud del mondo;  sono  circa 39 milioni le persone affette da cecità, una condizione che tuttavia potrebbe essere evitata nell’ 80 per cento dei casi, con interventi mirati. A un costo irrisorio se si pensa all’importanza della vista. 

Com’è strutturato il blind date? 

Il concerto è basato su una semplice e magica formula: si inizia con la  LUCE-, si passa al BUIO, intenso, pesto, lungo 30 minuti–, e si termina con la LUCE. A voler rappresentare il percorso che un malato affetto di cataratta può subire. Una formula che esprime appieno la missione di CBM: ridare la vista alle persone che non vedono e che, senza l’intervento dei medici di CBM, sarebbero destinate a vivere nella cecità e nel buio assoluto. 

Blind date è un’esperienza sensoriale e percettiva unica. Cosa c’è di strano nello stare mezzora ad occhi chiusi ad ascoltare della musica?- starete pensando.  

Ho vissuto sulla mia pelle cosa significhi non usare la vista come organo di senso principale: occhi chiusi oppure aperti il risultato in quel momento è il medesimo. Inizialmente ci si sente combattuti, si prova e riprova a spingere gli occhi a vedere. Poi ci abbandona a quel senso di impotenza.  

Si sposta l’attenzione dal pensiero alle sensazioni e all’emozioni. Ci si abbandona più a udito, tatto, naso. 

Perché in un momento di disorientamento  ci si ritrova ad allungare la mano versa la spalla di un’ amica e toccandola si torna sereni, condividendo quel momento di solitudine. Insieme. Da solo sarebbe stato devastante.  

Perché pensi a quanto dannatamente sei fortunato a poterle vedere certe cose. E subito empatizzi con coloro che tutto ciò non possono farlo. Eppure per noi aprire gli occhi e vedere è un gesto facilissimo. Scontato. Naturale. 

Abbiamo un potere enorme nel poter aiutare chi, al momento, questo potere naturale, scontato l’ha perso. 

Io ho guardato, ed ho decido di vedere. 

Non sarei potuto rimanere cieco rispetto a tutto ciò. 

“Non importa quello che stai guardando, ma quello che riesci a vedere.” 

Henry David Thoreau. 

 

 

BLIND DATE, concerto al buio di Cesare Picco: sublime sinestesia was last modified: marzo 13th, 2017 by L'Interessante
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Claudio
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Claudio Rossi Massimi: vi racconto la mia generazione.

scritto da L'Interessante

Claudio

 

Di Christian Coduto

Oggi siamo in compagnia del regista Claudio Rossi Massimi. Nato a Roma nel 1950, ha realizzato la sua prima opera cinematografica, “La Sindrome di Antonio” dopo numerosi progetti in ambito televisivo e radiofonico. Ci incontriamo per discutere della proiezione del suo film nell’ambito della rassegna di cinema indipendente italiano “Independent Duel” (di cui sono Direttore Artistico) che avverrà in data 22 marzo, al Multicinema Duel. Gentile e disponibile, il regista descrive con entusiasmo il suo progetto …

 

Claudio Rossi Massimi ci parla di sé.

D: La prima domanda è di rito: chi è Claudio Rossi Massimi?

R: Sono un autore e un regista … lavoro da tanti anni nel settore cinematografico, radiofonico e televisivo. Ah! Sono anche uno scrittore! (sorride)

D: Quando è nata la passione per il cinema?

R: La passione per il cinema è, in primis, la passione per la cultura. Per questo motivo è nata con me. Sono stato sempre attratto dalle varie forme di comunicazione, dall’arte … non potrei dirti una data precisa.

D: Hai molta esperienza anche in campo televisivo … quali sono, sostanzialmente, le differenze che hai riscontrato nel campo cinematografico e quello della tv?

R: Le differenze sono tante. Difficili da riassumere in una singola risposta. La televisione deve rispettare degli obblighi di palinsesto. Anche al cinema devi rispettare la lunghezza, per esempio, o i limiti del budget, ma credo che sia una forma di espressione più libera. Non che la televisione non lo sia, per carità, ma segue un format più definito.

D: Perché “La Sindrome di Antonio?” Cosa ti ha portato a raccontare questa storia?

R: “La Sindrome di Antonio” è una storia generazionale, ambientata nel periodo della mia gioventù. Io, come dicevo prima, ho sempre avuto una grande passione per la scrittura. Volevo parlare di una generazione che ha fatto tantissimo da un punto di vista delle conquiste sociali (si pensi alla condizione della donna prima del ’68) ma che, da un punto di vista politico, è fallita perché non ha fatto grandi passi in avanti.

D: Nel tuo film ci sono tre camei eccezionali: Antonio Catania, Remo Girone e Giorgio Albertazzi. Come sei riuscito a coinvolgerli in questo progetto?

R: Il cameo vero è proprio è solo quello di Albertazzi, in realtà. Antonio ha un ruolo ben più definito e Remo è la voce narrante della storia (oltre a comparire in due scene). Guarda … ho semplicemente fatto leggere loro la sceneggiatura! Sembra impossibile, ma è proprio così! Bisogna provarci, lo dico sempre! Gli attori, più sono grandi, più non vivono di routine. Ciascuno di loro ha amato lo script e ha deciso di prendere parte al film.

L’impressione che ricevo è quella di un uomo sereno, pacato. Si pone educatamente, ha un atteggiamento di apertura. Ha un brutto raffreddore, ma affronta l’intervista in maniera vivace, ride spesso. Parla con cognizione di causa: le sue risposte sono brevi, ma complete.

D: Antonio intraprende un viaggio che è, in primo luogo, una ricerca di sé …

R: Assolutamente. Hai centrato in pieno il concetto. E’ un viaggio interiore che ciascun uomo o donna, deve intraprendere alla soglia della maturità per capire chi vuole essere da grande, piuttosto che cosa voglia fare …

D: I due giovani protagonisti, Biagio Iacovelli e Queralt Badalamenti sono davvero bravissimi. Cosa ti ha spinto a scegliere loro?

R: Devi sapere che non ho fatto i soliti casting, non mi sono fatto dare i classici libri con le fotografie e i curriculum. Sono andato ai saggi di varie scuole di cinema e teatro con la mia produttrice, Lucia Macale. Ho incontrato un certo numero di giovani attori e, tra loro, ho scovato Biagio. Queralt è un volto molto noto nell’ambito pubblicitario, le ho fatto fare una serie di letture della sceneggiatura: mi ha colpito la sua positività.

D: “La Sindrome di Antonio” è un progetto indipendente … quali sono i punti di forza e quelli deboli della produzione indie, a tuo parere?

R: Il punto di forza maggiore è la possibilità di raccontare ciò che desideri, in maniera completamente libera. Punti deboli: la mancanza di finanziamenti e la maggiore difficoltà di emergere. Noi abbiamo trovato una distribuzione, quindi mi ritengo assolutamente fortunato, ma questo non accade sempre, purtroppo.

D: Il film l’hai ideato, diretto e sceneggiato tu; in aggiunta a ciò, il punto di partenza è un tuo romanzo. E’ un tuo figlio a tutti gli effetti … rivedendolo, che impressioni hai avuto? C’è qualcosa che, ora come ora, cambieresti del risultato finale?

R: Direi che sono sostanzialmente soddisfatto del risultato finale. E’ chiaro, non tutto è perfetto, soprattutto considerando che ci troviamo di fronte ad un progetto indie come dicevamo prima. Però mi ritengo felice, orgoglioso.

D: Premettendo che un budget NON fa un film … quanto è costato “La Sindrome di Antonio”?

R: Questo lo dovresti chiedere alla produzione (ride). Il budget è nella media di un progetto indie però, considerando che è un film on the road, la cifra è sicuramente un po’ più alta.

D: Il problema maggiore per i progetti indipendenti è senza ombra di dubbio quello della distribuzione. Nonostante ciò, il tuo esordio è uscito in tutta Italia, in oltre trenta sale … un ottimo risultato!

R: Sì è vero! Il territorio è stato completamente coperto. Mi ritengo soddisfatto anche da questo punto di vista!

D: Cosa dobbiamo attenderci, ora, da Claudio Rossi Massimi?

R: Abbiamo in cantiere un progetto molto importante, un docufilm che stiamo girando. E’ relativo ad un libro di Papa Francesco. Nel tempo potrò dare indicazioni più precise!

D: Grazie mille per la tua disponibilità!

R: Grazie a voi!

 

Claudio Rossi Massimi: vi racconto la mia generazione. was last modified: marzo 13th, 2017 by L'Interessante
13 marzo 2017 0 commenti
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Giffoni: Movie Days 2017

scritto da L'Interessante

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Una finestra sulla storia per mettere in luce contraddizioni, matrici culturali e ideologiche del Novecento: lunedì 13,martedì 14 e mercoledì 15 marzo i Movie Days 2017, le giornate di cinema dedicate alla scuola organizzate da Giffoni Experience, seguiranno il filo di conduttore della memoria individuale di chi ha portato le stigmate della Shoah e si è salvato.

 Giffoni: l’evento

Ad inaugurare la tre giorni dedicata alla “Grande Storia” sarà Tullio Foà, esponente della comunità ebraica di Napoli. Lunedì 13 marzo nella Sala Truffaut della Cittadella del Cinema di Giffoni Valle Piana Foà incontrerà gli studenti dell’Istituto Comprensivo di Montecorvino Pugliano, del “Don Bosco” di Francavilla in Sinni, del “IV De Lauzieres” di Portici, dell’Istituto paritario “Sacro Cuore” di Casal Nuovo e della Scuola Media “Solimena”di Avellino per portare la propria testimonianza di un momento storico fatto di brutalità e piccoli gesti di umanità vissuti in prima persona.


Ricordare come imperativo morale, nel tentativo di ricercare le radici di tale ingiustificata disumanità: questo, invece, il cuore del lavoro del direttore del Museo Itinerario della memoria e della pace “Giovanni Palatucci”,Marcello Naimoli, e del direttore del MOA – Museum of Operation Avalanche di Eboli, Giuseppe Fresoloneche, martedì 14, incontreranno i più piccoli. In sala saranno presenti gli studenti degli Istituti comprensivi “Perna Alighieri” di Avellino e “Della Corte” di Pompei.

 

Mercoledì 15 marzo i Movie Days ospiteranno una preziosa testimonianza su come la risposta alla sfida dellaShoah si è tramutata in azione: i coraggiosi atti di  Giorgio Perlasca rivivranno nel racconto del figlio Franco. Un’occasione per spiegare ai più giovani come quell’uomo, nato a Como nel 1910, si finse un diplomatico spagnolo e rilasciò salvacondotti falsi salvando la vita a 5.200 ebrei. Alla giornata parteciperanno gli alunni della Scuole medie “Balzico” di Cava de’ Tirreni, “Solimena” di Avellino e del Circolo Didattico “Don Milani” di Giffoni Valle Piana.

 

Durante la tre giorni saranno proposti l’acclamato vincitore nel 2016 della sezione Generator +13, “Il Viaggio di Fanny” della regista e sceneggiatrice francese Lola Doillon, e “Abel – Il figlio del vento” di Gerardo Olivares e Otmar Penker (in concorso alla 46 edizione nella sezione Elements +10).

Giffoni: Movie Days 2017 was last modified: marzo 12th, 2017 by L'Interessante
12 marzo 2017 0 commenti
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