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Categoria

Cultura

Teatro
CulturaEventiIn primo piano

Teatro civico 14: arriva Magic People Show di Giuseppe Montesano

scritto da L'Interessante

Teatro

 

Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Andrea Renzi e Luciano Saltarelli sono i protagonisti del divertente avanspettacolo pop firmato da Giuseppe Montesano in scena al Teatro Civico 14 di Caserta, da venerdì 31 marzo (ore 21) a domenica 2 aprile (ore 19).

 Teatro Civico 14: che cos’è Magic People Show?

Magic People Show ritorna sulle scene con una nuova versione del comico, feroce e colorito spettacolo dell’Italia malata di questi ultimi anni. Su un ritmo vertiginoso da commedia nera Giuseppe Montesano chiama in scena il suddito televisivo, il consumatore globale, l’uomo medio assoluto, lo schiavo della pubblicità, e poi i risanatori dell’economia nazionale, i venditori di spiagge, i venditori di aria da respirare, i venditori e i compratori di anime. Un comico, feroce e colorito avanspettacolo pop, dove gli attori scoprono le piaghe di una modernità livida e terribile, dove il caldo è soffocante e i black out continui. In un crescendo che mescola l’opera buffa e il dramma si scoperchia allora il formicaio brulicante di questo show postmoderno, dove vive un Popolo Magico fatto di ridicoli mostri drogati dal sogno del denaro, di prigionieri illusi di essere liberi, di gaudenti che hanno seppellito la passione e l’amore.

“Quello che volevamo – sottolinea l’autore del testo Giuseppe Montesano – era restituire il senso di nevrotico sovraffollamento del condominio globale, il pullulare comico di personaggi messi a cuocere in una stessa pentola a pressione demenziale, le vite non più protette dall’intimità dell’at home ma sempre sotto l’occhio di tutti, e con un ritmo che voleva sposare i Simpson e Aristofane, Eduardo e Woody Allen, i Soprano e la Commedia dell’Arte, Quevedo e l’Avanspettacolo, Totò e Godot: come farlo con soli quattro attori? E qui la loro idea straordinaria fu di recitare su un tavolino da salotto, gomito a gomito come sardine in una scatola mentale, ricreando la sensazione della mancanza di spazio interiore del condominio coatto. E poi, attinta alle radici stesse del teatro popolare napoletano e ai Maestri della Farsa, la trovata del travestimento: solo quattro attori si trasformavano e si moltiplicavano, con pochissimi trucchi, in maschi e femmine e bambini, in una folla di personaggi, in una sorta di avanspettacolo postmoderno. Era nato Magic People Show. Si può ridere su cose drammatiche? Si può fare ironia su ciò che ci sta strangolando? Magic People Show parla di come stiamo diventando servi del mediatico e del denaro, ma si rifiuta di usare le categorie della politica; parla di come la politica abbia invaso le anime, ma non la nomina mai; parla di come la cara e amata vita quotidiana, sia modificata e deformata dallo strapotere dell’Economia, ma senza scrivere trattati asserviti alle ideologie vecchie e nuove. Non si possono più usare innocentemente le parole che i nemici dell’umano hanno deformato nella menzogna, e se si vuole restare vivi bisogna provare a smascherare quelle menzogne: ma come? Non resta che dare la parola a loro, ai mutanti di quella che è già da tempo la ex società del benessere: facendo confessare a loro stessi la propria vergogna e assurdità, la mancanza d’amore, la banalità nel male. Allora bisogna far salire in scena Lallo e Gegè, la signora madre Torza e la signorina figlia Torza, l’osceno avvocato Morfo e l’ultimo resistente, il dottor G.: e bisogna lasciarli liberi di sproloquiare, lasciare che i mostriciattoli si esprimano in tutta la loro ridicola e ripugnante miseria, per vedere ciò che troppo spesso è nascosto dall’abitudine e dal così fanno tutti quindi è normale fare così. Non è vero: diventare disumani e cretini e servi e morti in vita non è normale, e non tutti lo fanno: e quindi è normale essere umani, e miti, e gentili, e liberi, e poetici, e vivi.”

INFO E PRENOTAZIONI

Teatro Civico 14

Via F. Petrarca (Parco dei Pini) c/o Spazio X

81100, Caserta

  1. (+39) 0823 441399
  2. (+39) 0823 1601742

info@teatrocivico14.it

Teatro civico 14: arriva Magic People Show di Giuseppe Montesano was last modified: marzo 28th, 2017 by L'Interessante
28 marzo 2017 0 commenti
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scimmia
CulturaCuriositàIn primo piano

Animali. Cosa ci passa per la testa? Una scimmia lo capisce

scritto da L'Interessante

Di Antonio Andolfi

Gli esseri umani non sono i soli capaci di intuizioni, come l’indovinare che un nostro simile andrà a cercare nel posto dove ha visto che un oggetto è stato nascosto, anche se poi siamo stati testimoni che è stato tolto di lì. A condividere con noi questa capacità, che hanno i bambini a partire dai quattro anni, e forse anche da prima, sono anche scimpanzé, bonobo, oranghi.

Animali. Vedo che ti sbagli

Potrebbe sembrare una banalità, ma essere dotati di una teoria della mente, cioè essere in grado di attribuire agli altri desideri, intenzioni, credenze, anche credenze false come quella di guardare nel nascondiglio che sappiamo sbagliato, è da molto tempo ritenuto il discrimine che ci separa dagli altri primati.

I ricercatori che studiano la cognizione animale hanno osservato alcuni tratti di intelligenza, e di comprensione della mente altrui, finora considerati tipicamente umani, anche in altri animali. In alcuni esperimenti, per esempio, gli scimpanzé si sono dimostrati capaci di ingannare i compagni, o di ricordare chi era stato un buon compagno nello svolgimento di un compito.

Ma finora non si era riusciti a trovare in altri primati prove convincenti della capacità di attribuire agli altri credenze false, uno degli elementi più sofisticati di una teoria della mente. Questo anche perché non è semplice mettere a punto gli esperimenti per dimostrarlo, dato che nei test è spesso presente il cibo, utile per coinvolgere gli animali ma anche elemento di distrazione, o perché spesso sono basati sulla comprensione del linguaggio.

Animali. Soap opera per scimmie

Un gruppo di primatologi ha escogitato un sistema per superare questi ostacoli, mettendo in piedi un esperimento che fa uso di un video creato apposta per gli animali, e della tecnologia di eye-tracking, che consente di seguire in modo preciso il movimento dello sguardo, e dunque i punti in cui si concentra l’attenzione dell’animale.

Per il video, un gruppo internazionale di ricercatori ha messo in piedi una sorta di soap opera che potesse attirare l’interesse dei “volontari” dello studio, e creato due diversi “episodi”. Nel primo, un attore travestito da scimmia (soprannominato King Kong) ingaggia una sorta di lotta con un essere umano, e poi va a nascondersi sotto uno di due covoni di paglia, mentre l’uomo non guarda. Nell’altro, lo stesso King Kong, in una gabbia, ruba una pietra a un visitatore, la nasconde sotto una scatola, la sposta sotto un’altra e infine la porta via mentre l’uomo si è allontanato.

In entrambi i casi, la figura umana che si è allontanata rientra e va in cerca di King Kong sotto il covone, oppure della pietra nella scatola.

I filmati sono stati mostrati a 19 scimpanzé, 14 bonobo e 7 orangutan, e la maggioranza degli animali alla conclusione del video – il rientro in scena dell’uomo – ha fissato lo sguardo nel punto in cui “sapeva” che l’attore sarebbe andato a guardare. In percentuale analoga a quanto succede con bambini dell’età di due anni o più con cui sono stati fatti esperimenti simili, questi primati sono stati in grado di capire che l’informazione in loro possesso non coincideva con quella della persona del video, e hanno aspettato correttamente la conclusione della storia.

Questa capacità si è evoluta probabilmente nelle società complesse degli ominidi (esseri umani e primati) per offrire agli individui il beneficio di anticipare meglio il comportamento degli altri. Ed è importante studiarne le origini biologiche e l’evoluzione anche per comprendere meglio i disturbi in cui proprio la teoria della mente non sembra essersi formata in modo corretto, per esempio l’autismo.

Animali. Cosa ci passa per la testa? Una scimmia lo capisce was last modified: marzo 26th, 2017 by L'Interessante
26 marzo 2017 0 commenti
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otzi
CulturaIn primo piano

Ötzi: l’uomo di Similaun

scritto da L'Interessante

Di Antonio Andolfi 

Nel 1991, in un ghiacciaio della Val Senales veniva scoperto il corpo mummificato di un uomo vissuto oltre 5.000 anni fa. Venticinque anni di studi e ricerche hanno portato a scoprire molto su chi era e come viveva l’uomo di Similaun.

Vissuto durante l’Età del Rame, fra il 3100 e il 3300 a.C., Ötzi aveva circa 45 anni quando morì, un’età abbastanza avanzata per l’epoca. Aveva occhi marroni, capelli scuri lunghi fin sulle spalle, che probabilmente portava sciolti. La sua corporatura era snella e scattante: alto circa un metro e sessanta, pesava una cinquantina di chili. Il suo numero di scarpe corrisponderebbe oggi a un 38.

Ötzi: le prime ipotesi.

A ritrovare la mummia che affiorava dai ghiacci a 3.200 metri di quota nella zona del Giogo di Tisa in Val Senales fu, il 19 settembre 1991 una coppia di escursionisti tedeschi, che segnalarono la sua presenza al gestore del rifugio Similaun. Due giorni dopo, si trovò a passare sul posto anche Reinhold Messner, in compagnia di un altro alpinista sudtirolese, Hans Kammerlander. Venne mostrato loro uno schizzo dell’ascia ritrovata accanto al corpo, e Messner per primo ipotizzò che si trattasse di un corpo di un’età molto antica, non un escursionista morto di recente o un soldato della Prima guerra mondiale.

Dal 1998 la mummia si trova al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, conservata in una cella frigorifera che riproduce le condizioni del ghiacciaio: una temperatura costante di 6 °C sotto zero e un’umidità del 99 per cento. La mummia viene inoltre spruzzata regolarmente con acqua sterilizzata per contrastare la perdita di umidità. Il pubblico può osservarla da un piccolo oblò.

Ötzi ucciso per vendetta?

Ötzi morì assassinato: nel 2001 fu scoperta la punta di una freccia nella spalla sinistra. In quali circostanze si consumò il dramma? Secondo la ricostruzione del commissario della polizia criminale di Monaco, Alexander Horn, l’uomo di Similaun potrebbe essere stato ucciso da qualcuno con cui aveva un conto in sospeso. Perché Horn è giunto a questa conclusione? Ötzi aveva una profonda ferita da taglio alla mano destra, risalente a pochi giorni prima della morte, che sembra procurata in una lotta corpo a corpo, forse in un tentativo di difesa. Poco prima di morire, inoltre, l’uomo si era fermato a consumare un pasto abbondante, di cui è stata trovata traccia nel suo stomaco: segno che non aveva fretta e non si sentiva minacciato. La freccia che l’ha colpito a morte è invece stata scagliata da lontano e probabilmente in modo inaspettato: il suo assassino, è l’ipotesi, potrebbe dunque averlo seguito, e avere pianificato l’agguato.

Nuovi studi sul corpo di Ötzi

Gli esperti hanno pensato finora che l’ascia ritrovata vicino al corpo mummificato fosse fatta di rame “locale”. In realtà, nuove indagini condotte da un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, hanno fatto scoprire che il rame proviene da giacimenti nella Toscana meridionale. Ötzi, dunque, 5mila anni fa, si spingeva dalle Alpi fino a sud di Firenze? E quali erano i contatti tra popolazioni che vivevano in zone distanti dello stivale? Interrogativi per ora senza risposta.

Una nuova tomografia computerizzata di Ötzi, realizzata nel 2013 con un apparecchio di nuova generazione che ha permesso di realizzare una scansione completa, dalla testa ai piedi, ha evidenziato tracce di arteriosclerosi nei vasi del cuore, oltre a quelle già note. Questi dati clinici, oltre alle analisi genetiche, testimoniano che l’uomo di Similaun aveva una forte predisposizione alle malattie cardiocircolatorie.

I ricercatori hanno paragonato particolari marcatori del DNA mitocondriale della mummia con oltre mille campioni moderni e sono arrivati a concludere che quel DNA non si trova nella popolazione contemporanea, in pratica è estinto. Altre analisi indicano che per parte di padre gli antenati di Ötzi venivano dal vicino Oriente, ed erano arrivati sulle Alpi con le migrazioni dell’età neolitica, circa 8mila anni fa. Per parte di madre, invece, gli ascendenti di Ötzi erano di una popolazione di origine locale.

Gli abiti di Ötzi erano fatti di una combinazione di pelli e pelliccia di cinque diversi animali, oltre che di erbe intrecciate. In testa portava un berretto di pelliccia di orso bruno che secondo le analisi genetiche proveniva dall’Europa occidentale. La sopraveste era di strisce di pelle di pecora e di capra, ordinate in sequenze chiare e scure, quasi a dimostrare certo gusto estetico, rammendata con fili d’erba. I gambali erano fatti nello stesso modo. Aveva anche un perizoma, sempre di pelle di pecora. Le calzature avevano una suola “isolante” di erba secca, e tomaia di pelle di cervo, mentre i lacci erano realizzati in pelle bovina.

I primi studi individuarono sul suo corpo un numero variabile, tra 49 e 57, piccole incisioni della pelle su cui veniva strofinato del carbone vegetale. Un’analisi successiva ne ha trovati 61, in corrispondenza del torace e della schiena, sul polso sinistro, sul ginocchio destro, sui polpacci e sulle caviglie: ad eccezione di due croci, si tratta per la maggior parte di segni costituiti da brevi lineette disposte parallelamente. Un’ipotesi è che i tatuaggi avessero una funzione terapeutica, simile all’agopuntura, ma il dibattito sul loro significato è aperto.

Ötzi: l’uomo di Similaun was last modified: marzo 26th, 2017 by L'Interessante
26 marzo 2017 0 commenti
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Irene
CinemaCulturaIn primo piano

Irene Grasso: da dignitosa a suracina, con crescente successo

scritto da L'Interessante

Irene

Di Christian Coduto

E’ arrivata la primavera … passeggiare per Napoli, di questi tempi, è davvero una piacevole follia. Sono nei pressi di Via Toledo. Intorno a me tantissima gente: ragazzetti che ridacchiano allegramente, casalinghe con le borse della spesa, turisti che si fermano ogni secondo e guardano ammirati i vari edifici, le infinite bancarelle … l’appuntamento è in corrispondenza dell’uscita della metropolitana. Cammino, a fatica, in direzione opposta alla folla. D’improvviso la vedo: riconoscerei il suo sorriso, tra mille. Irene si avvicina con il suo passo vivace, vispo. Percepisci immediatamente la sua positività. Mi saluta con affetto e inizia a parlare a raffica: mi chiede se ho visto il servizio su “Casa Surace” da Barbara D’Urso a Pomeriggio 5. Gesticola tanto e ti coinvolge nelle sue allegre divagazioni. E’ un flusso di coscienza vivente: ha così tanto da raccontarmi e passa da un argomento all’altro, senza interruzioni. E’ un potpourri di colori vivacissimi, un arcobaleno di emozioni. Non si può non volerle bene. Ogni tanto si ferma a guardare le vetrine dei negozi. Ha uno sguardo dolce, sembra una bimba in una fabbrica di caramelle. La “sua” Napoli (ne parlerà durante l’intervista) se la gode così: giorno per giorno.

Parlando parlando, arriviamo nei pressi di un ristorantino e ci sediamo all’esterno. “Mi piace osservare le persone” mi dice “La loro postura mi racconta tanto di loro … in più, posso prendere spunto per qualche personaggio da interpretare”. Dopo aver ordinato (un’insalata di porri e pomodori, lei, un piatto di pasta con le melanzane io) iniziamo la nostra chiacchierata.

 

Irene Grasso parla delle sue esperienze artistiche

D: Chi è Irene Grasso?

R: Domanda importante. Sai che, forse non lo so ancora nemmeno io? (ride). Beh … Potrei dirti che sono un’attrice, che cerca di farlo con tutto l’amore e l’impegno possibili, con lo scopo di essere sempre all’altezza della situazione. Mi rendo conto di essere immersa in questo mondo a 360 gradi e di viverlo in maniera completa, dedicandomi anima e corpo ad ogni nuovo progetto.

D: Com’è nata la passione per la recitazione?

R: Sicuramente grazie ai miei genitori. Mio padre si è sempre nutrito di teatro. Un appassionato. Pensa che lo praticava anche da amatoriale, ha scritto dei copioni. Sin da piccola andavo a vedere i suoi spettacoli, ma anche quelli dei suoi amici. Sono quella che si definisce una figlia d’arte. Mio padre ha una collezione di libri di teatro incredibile, questo mi ha permesso di crescere circondata dall’amore per questa forma d’arte: Shakespeare, De Filippo, Viviani, Cechov e chi più ne ha più ne metta. Iniziai a vedere ogni rappresentazione televisiva (quelle notturne, giusto per intenderci) e, per quanto possibile, andavo anche a teatro. Poi, a mano a mano, ho frequentato alcuni laboratori nel territorio casertano, quando ero iscritta al liceo classico. Fino ad una certa età, però, ho vissuto il tutto come un mero hobby. La convinzione che potesse essere un lavoro è arrivata in un secondo momento. Intorno ai venti anni, infatti, mi sono trovata di fronte ad un bivio: forse la facoltà di giurisprudenza non era la mia strada e sono entrata all’Accademia di Arte Drammatica del Bellini. Un impegno costante, tre anni duri e ricchi di soddisfazione. Facevo la pendolare, ogni giorno. Tornata a casa, non avevo voglia di uscire, la mia priorità era diventata un’altra! (Sorride).

D: Tu sei nata a Caserta. Quando non sei in tournée nel resto d’Italia, vivi e lavori a Napoli. E’ stata una scelta necessaria? Da un punto di vista artistico, Napoli ha molto da offrire …

R: Sì una scelta, ma non lo è stata immediatamente. Terminata l’Accademia, infatti, ho sperimentato Roma e Milano e questo mi ha permesso di conoscere tante nuove realtà, culturali ed umane. Ad un certo punto, è stata invece Napoli ad aver scelto me, regalandomi tante opportunità, accogliendomi. Per una serie di fortunate coincidenze, ho deciso di rimanere qui. Ho capito che qui potevo costruire … Napoli è una città ricca di contraddizioni, ma artisticamente è molto fertile, senza ombra di dubbio. E sarebbe un peccato non sfruttare tutto ciò, ti pare? Certo, ci sono tante difficoltà oggettive. Però le realtà in cui lavoro mi soddisfano molto … ad un certo punto si sono formate in questa città ed io, con naturalezza, non ho potuto fare a meno di renderle parte di me.

D: A teatro sei stata diretta da Carmen Pommella (“La trilogia della villeggiatura”, “Antigone”, “Una notte al buio” ). Quali differenze ci sono quando alla regia c’è una donna?

R: Carmen è una carissima amica. E’ stata una delle prime a spronarmi a provarci. Mi ha consigliato di fare i provini per l’Accademia. Mi ha visto crescere. Con lei è tutto più semplice: mi conosce talmente bene, siamo sintonizzate sulla stessa lunghezza d’onda! Ogni volta, un lavoro insieme è un incontro sia artistico sia umano. Capita di perderci per un po’ e di ritrovarci per nuovi progetti …  ed è come ritornare indietro nel tempo, quando era la mia insegnante. Quando trovi una donna così aperta, istintiva, che sa esattamente quello che vuole, che riesce ad ottenerlo dai suoi attori … beh, è sempre un’esperienza stimolante!

D: Con “Parastasi kitsch” ti sei dedicata anche tu alla regia (accanto a Fabiana Fazio). E’ difficile trovare un equilibrio tra le emozioni che vuoi trasmettere e far sì che la messa in scena sia impeccabile?

R: Decisamente sì, una sfida complicata! Per fortuna ho avuto accanto una collega e amica che mi ha dato man forte in questa follia favolosa! Fabiana ha rielaborato il testo, poi ci siamo focalizzate sulla regia. La prima domanda che ci siamo poste è stata “Cosa vogliamo comunicare?”. La cosa importante era far capire che volevamo divertire e divertirci in questo paradosso. Abbiamo cercato di esasperare il tutto, per donare poi quel retrogusto amaro. Senza prenderci troppo sul serio, ma con professionalità. Abbiamo avuto degli amici/professionisti che ci hanno dato una mano per il disegno luci, l’audio, l’organizzazione e così via. Ma tutto il resto l’abbiamo gestito noi. Di certo, l’aver debuttato al “Nuovo teatro Sanità”, ci ha permesso di giocare in casa. Il fatto di essere riuscite a restituire sia questo divertimento sia quel retrogusto di cui ti parlavo, è stata per noi una vittoria. Non mi ero mai dedicata alla regia, ecco perché ho voluto condividere questa esperienza: non mi sentivo ancora pronta ad affrontare da sola il tutto, sobbarcarmi di ogni responsabilità. Condividendola, ho potuto comprendere i miei punti di forza e i punti deboli da correggere, è stato un confronto che mi ha arricchito.

Stavolta osservo io la sua postura: non incrocia le braccia nemmeno per un secondo. Nessun segnale di chiusura. E’ rilassatissima, lo si vede dagli occhi. Sorride anche con lo sguardo. Non è da tutti. Dà l’impressione di essere appagata. In qualche frazione di secondo percepisci che è stanca, considerando i mille impegni giornalieri, ma mantiene un ritmo costante. Accelerato? Forse. Ma necessario. Non può adagiarsi sugli allori, proprio ora. Proprio ora che il suo lavoro le sta regalando piacevoli frutti. Significherebbe vanificare tanti sacrifici.

D: Ne “La vita è una cosa meravigliosa” lavori accanto a Carlo Buccirosso …

R: L’incontro con Carlo è stato davvero bello! Ovviamente, lo conoscevo già di nome, di fama. Una tournée molto lunga, tantissime tappe. Un lavoro molto intenso. Carlo è un grandissimo lavoratore: una volta che lo spettacolo ha debuttato, non si ferma. Continua a lavorarci per tirare sempre fuori il meglio. Grazie a lui ho imparato certe dinamiche di ritmo, comicità che non conoscevo. E anche umanamente ho avuto una grande soddisfazione: una intervista con Gigi Marzullo, quando siamo stati a Roma al teatro Eliseo! Ho ritrovato Carlo Buccirosso l’anno successivo, grazie ai “Compromessi sposi”. Mi sono divertita tantissimo, i personaggi sono sempre molto colorati. Questa forma di comicità ha un bell’impatto positivo, sul pubblico.

D: Al cinema sei stata diretta, tra gli altri, da Ivan Cotroneo (“La kryptonite nella borsa”), Diego Olivares (“Veleno”) e Davide Marengo (“Sirene”). Recitare su un palco e davanti ad una telecamera: due mondi completamente opposti …                                                                     

R: Sì, ma solo parzialmente. Una preparazione teatrale è già completa di per sé, ti aiuta tantissimo. Soprattutto nel contesto della naturalezza, della ricerca della verità. Non credo alla differenza tra recitazione teatrale e cinematografica. La recitazione è unica. Ad essere diversi sono i tempi. A teatro, per esempio, le prove sono fondamentali. Al cinema si gira e si rigira fino a quando non si trova il take perfetto. Invece credo che bisognerebbe arrivare già preparati anche sul set (faccio riferimento al personaggio, ad esempio). Una preparazione teatrale ti forma, perché ti abitui ad uno studio approfondito con il regista, durante le prove. Con il cinema, una parte di questo lavoro un po’ si perde anche se sono sincera: le mie esperienze cinematografiche sono state fortunate perché ho lavorato con registi che mi hanno dato le giuste informazioni sul personaggio che dovevo interpretare, sulla location … considera che, al giorno d’oggi, le tempistiche diventano sempre più ridotte così come i ciak. Quindi è necessario essere estremamente concentrati per raggiungere subito il target.

D: Arriva un premio importante come miglior attrice per un cortometraggio del quale sei protagonista “Strappamando” di Pierfrancesco Borruto. Ce ne vuoi parlare?

R: Devo dirti la verità? E’ una di quelle follie meravigliose nate e completate in un pomeriggio, tra amici. Pierfrancesco ha una casa di produzione, insieme al fratello Angelo, la BBROS. Abbiamo studiato insieme all’Accademia. In occasione di un mio compleanno, mi disse “Irene, ho pensato ad un cortometraggio da girare. Una cosa velocissima. Senza parole. Su Superman e la moglie!”. Lo abbiamo girato a casa di amici, in poche ore, utilizzando il green screen. Un paio di anni dopo, Pierfrancesco mi chiama e mi dice che ho vinto questo premio. Ovviamente, ne sono orgogliosa. Il corto è diretto benissimo, ha una trovata geniale a mio parere. Lo potete vedere su youtube, tra le altre cose!

D: Momento inevitabile … Dignità autonome di prostituzione e il tuo personaggio, quello della Ritrattista …

R: (Si illumina) DAdP è per me uno spettacolo importantissimo. E’ arrivato in un momento giusto per il mio percorso di attrice. Luciano (Melchionna, il regista dello spettacolo) N.d.R.) mi ha assegnato questo monologo brillante, ironico, ma a denti stretti, tipicamente nel suo stile … c’è sempre una dicotomia tra umorismo e amarezza. Provenivo da una serie di ruoli totalmente drammatici, quindi avevo paura di non riuscire a dare il giusto spessore a questo ruolo. In più, come ben sai, si crea un rapporto molto intimo con gli spettatori, soprattutto nel territorio napoletano: gente seduta sotto i tavoli, chi appesa al lampadario (scoppiamo a ridere). Però ho ottenuto grandissime soddisfazioni. Lo spettacolo ha un format geniale, è una grande festa. Prima c’è la parte divertente, con la contrattazione, poi il cambio e il pubblico ti segue con tanta attenzione. Più volte le persone mi hanno ringraziato di cuore, perché hanno iniziato a riflettere sul testo e sul significato così profondo di quelle parole. Ho avuto tanti bellissimi doni, persino un peluche meraviglioso (ridiamo perché fu un mio regalo!). E’ un’esperienza unica per un attore … quattro ore di spettacolo sono tante, ma ti lasciano tanto, è una vera e propria palestra. Hai a che fare con spettatori sempre diversi. Bisogna trovare anche un equilibrio con gli avventori: devi essere gentile e cortese, ma nel rispetto di un progetto teatrale.

Ha un Curriculum vitae impressionante. Snocciola ogni esperienza professionale con naturalezza. Ne va orgogliosa, certo, ma non ha tempo da perdere in gesti di vanità. Ogni esperienza è stata un mattoncino che le ha permesso di costruire. Durante l’intervista si sorprende di quanto conosca della sua carriera. Mi ringrazia. E’ un gesto di riconoscenza che è quasi commovente.

D: In 360° Girotondo si parla di sesso e amore in maniera diretta, con ironia, ma senza mai cadere nella volgarità gratuita …

R: Lo scopo era quello di essere eleganti. In questo Mario e Carlo (Gilardi e Caracciolo, che hanno curato regia ed adattamento N.d.R.) sono sempre molto attenti. A teatro si può affrontare qualsiasi tipo di tema, è la modalità che fa la differenza. Trovare un gioco teatrale per un argomento che è sotto l’occhio di tutti, affrontato in tutti i modi tra internet, televisione e cinema, era intrigante, rischioso, anche “folle”, ma è risultato vincente per lo spettatore. Sul palco c’erano questi tavoli con le rotelle e tutti gli attori dovevano muoversi al di sopra, in diversi momenti dello spettacolo. Una paura di cadere che non ti dico! (Ride).

D: Una collaborazione molto importante, anche dal punto di vista della collocazione, è quella con il Nuovo Teatro Sanità …

R: Assolutamente sì! Oramai è diventato una nuova casa, nonché una seconda famiglia! Il quartiere Sanità, prima di iniziare questo progetto, era per me una zona sconosciuta. A parte il fatto che è meraviglioso: colorato, florido! Lo vivi quando lo attraversi. C’è un giro di turismo non indifferente. Le Catacombe di San Gennaro, Le Catacombe di San Gaudioso, il Cimitero delle Fontanelle … avere questo teatro nel cuore della città è qualcosa di importantissimo. Come ben sai, il Teatro è costruito all’interno di una chiesa e già questo lo rende magico. Ma c’è di più: i ragazzi del posto che collaborano con noi sono tra le persone migliori che io abbia mai conosciuto. Sono generosi, attenti, hanno un entusiasmo incredibile. Tutto ciò si trasforma in linfa vitale per il lavoro che facciamo. Questo nucleo, per fortuna, cresce e si rinforza anno dopo anno. L’ultima stagione è stata un susseguirsi di grandi successi. C’è spesso il sold out. E’ una vittoria in un periodo di crisi totale, un piccolo fiore nel cemento. Noi ci occupiamo di tutto: dall’aspetto puramente artistico a quello organizzativo, passando per la manutenzione … lo viviamo a trecentosessanta gradi. Vedi che tutto torna? (Ridiamo).

D: Grandissima popolarità arriva con le web serie “Casa Surace” …

R:”Casa Surace” è stato un altro incontro fondamentale. Un altro punto di riferimento. Conoscevo già Andrea Di Maria e Simone Petrella. Entrambi provengono dal teatro, come me. La serie funziona. La cosa più importante è che tutti, dagli attori fino ai collaboratori sono uniti, affettuosi, ma soprattutto spontanei. E questa spontaneità, questa genuinità alla gente piace, perché arriva in pieno. Ci confrontiamo sulle cose da girare, non è mai un lavoro sterile, a sé stante. Anche a fine lavorazione, una volta ultimato il video, ci confrontiamo e ciò permette una crescita. C’è un’attenzione costante al gruppo, ti senti protetto. E’ una squadra solida. Questa piccola creatura è recente, ma sta ricevendo feedback positivissimi.

D: L’ultimo corto, dedicato alle fiabe Disney, sta andando davvero bene. Quanto ci avete messo per realizzarlo?

R: Guarda, per quanto riguarda le giornate di lavorazione sono state solo due. Con questo intendo allestimento, girato eccecc. anche se è chiaro che sono stati due giorni di full time. La location, stupenda, è il Castello Macchiaroli di Teggiano, in provincia di Salerno. Ovviamente, c’è stata prima la preparazione dello script, le prove costumi … siamo stati velocissimi perché c’è uno staff molto unito. La cosa più bella è il riuscire a mantenere inalterata la professionalità e la qualità di ciò che offriamo.

D: Luciano Melchionna torna a dirigere te e gli altri dignitosi in “Oh issa” degli Stag, un divertissement …

R: Molto divertente, abbiamo girato il video su questa spiaggia nei pressi di Latina. Avevamo conosciuto gli Stag a Cinecittà, durante le Dignità; in quella occasione erano stati gli ospiti musicali. La giornata trascorsa insieme è stata molto gradevole. Anche perché il gruppo dei dignitosi è davvero molto unito. Mi ricordo che era una giornata di settembre, ancora molto calda …

D: Sei giovanissima, eppure lavori da molti anni. Di tutte, qual è l’esperienza che ti è rimasta maggiormente nel cuore?

R: Domanda difficile! Senza mancare di rispetto a nessuno … ce ne sono tantissime. Ogni spettacolo mi ha segnato un periodo del mio percorso. Allora … “Museum” del grande Renato Carpentieri, una delle mie prime esperienze, all’interno del complesso del Museo di San Martino. “DAdP” e “Do not disturb”. Quest’ultimo progetto, ideato da Mario Gelardi e Claudio Finelli, credo sia uno spettacolo unico. Lo abbiamo presentato anche in diversi festival, come quello di Todi e di Benevento “Città spettacolo”. E’ un format ambientato nelle camere d’albergo. In primis, abbiamo un hotel che ci ospita, qui a Napoli, che è la fine del mondo :  il Grand Hotel Parker’s. Lo spettatore entra nella camera d’albergo e spia l’ultimo quarto d’ora, gli ultimi venti minuti di questa coppia (o terzetto) e tutto accade lì, in quel momento. Il famoso “qui ed ora” del teatro. Sia per l’attore sia per lo spettatore è un qualcosa di veramente suggestivo. Si crea una vera e propria intimità, un’empatia, un flusso di emozioni. Ti racconto una cosa molto delicata: una sera, durante una delle storie in una stanza, una signora rivide in me la figlia che era scomparsa, rimase molto turbata. Proprio perché non c’è una barriera, una separazione … il tutto è ancora più vero.

D: Cinema, teatro, serie web … quale pensi che sia la tua collocazione più naturale?

R: Sarò scontata, però il teatro è il mio primo e più grande amore. Però anche grazie al web sto ottenendo grandi soddisfazioni, perché ha una qualità importante: quella di essere diretto, ma soprattutto spontaneo. La web serie la vedo come una trasposizione naturale del teatro. E’ un canale di comunicazione che mi divertente, che va di pari passo con il teatro. Però non si può rinnegare la magia del cinema … non saprei scegliere, sono sincera!

D: Cosa dobbiamo aspettarci da Irene Grasso per questo 2017?

R: Sto collaborando con Mario Gelardi alla versione teatrale de “La Paranza dei bambini” (dal libro di Roberto Saviano) in scena dal 19 aprile in poi al Nuovo Teatro Sanità. Sarò aiuto regista. In qualità di attrice, invece, parteciperò a “Rituals” (scritto e diretto da Mario Gelardi) sull’emigrazione in Svizzera degli italiani alla fine degli anni ’60. Con questo spettacolo parteciperemo al Napoli Teatro Festival quest’estate. Una location particolare, all’interno di Palazzo Reale, una cosa fighissima!

D: Fatti una domanda e datti una risposta …

R: Oddio, che bello, proprio come da Marzullo! Userò la stessa: “Si piange ancora per le cose belle?”. Secondo me sì!

D: In bocca al lupo per tutto!

R: Crepi, grazie mille Christian!

Al termine dell’intervista, dopo avermi salutato, la vedo riprendere immediatamente il suo passo trotterellante. E’ già pronta per affrontare nuove avventure. In pochi secondi si è già mescolata tra la folla. Che questo cammino ti porti lontano, te lo meriti di cuore …

Irene Grasso: da dignitosa a suracina, con crescente successo was last modified: marzo 23rd, 2017 by L'Interessante
23 marzo 2017 0 commenti
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strada
In primo pianoLibri

La strada per Babilonia lancia una collana per il sociale

scritto da L'Interessante

Strada

Tutti i titoli inseriti nella collana per il sociale firmata La strada per Babilonia sono stati pubblicati, oltre che per il loro valore letterario, anche per contribuire ad aiutare associazioni umanitarie, comprese quelle finalizzate alla ricerca medica e scientifica.

Tra gli obiettivi prioritari, ovviamente, va considerata la sensibilizzazione del lettore a tali tematiche. Le associazioni potranno acquistare copie a prezzo di costo (quello tipografico) e usarle per auto-finanziarsi, rivendendole ai loro eventi. Molti autori, inoltre, devolveranno i loro diritti a tali associazioni.

Il Basilisco – o della speranza- battezza la collana per il sociale de La strada per Babilonia

Il Basilisco – o  della speranza – di Stefano Cortese è il primo titolo lanciato per dare il via a tale progetto.  In questa raccolta di racconti e novelle, che racchiudono un arco temporale che va dal Medioevo francese ai primi anni del Novecento italiano, affiora una concezione del mondo e dell’uomo che, pagina dopo pagina, si scopre essere metastorica più che meramente storiografica.

 Se l’Italia rurale del post brigantaggio narrata ne La Sila diventa occasione di realismo magico, e se il tempo cronologico del racconto finisce per sfumare nel tempo mitico, non sorprende allora che gli altopiani montuosi che fanno da scenario alla vicenda siano quelli della cosiddetta Sila Greca, rappresentata non a caso come un portale mistico di unione e incontro con dèi e demoni. A fare da contraltare alla religiosità di pastori e carbonai calabri è invece il breve Il cetorino, in cui, in una pregnante e pragmatica dimostrazione di stoicismo, vengono immaginati gli ultimi giorni di vita di Gioacchino Murat, impotente dinanzi all’unica possibilità che gli resta: l’accettazione del destino. Riflessioni sull’aut-aut tra nobiltà di spirito e nobiltà di sangue sono inoltre offerte dai suggestivi L’incidente di Teplitz e Le nevi dell’altro anno: nel primo caso attraverso un confronto tra il genio musicale di Beethoven e quello letterario di Goethe, e nel secondo attraverso una collazione tra i versi apollinei del duca-poeta Charles d’Orléans e quelli dionisiaci del brigante e poeta maledetto François Villon. Autentica epopea sul senso di colpa e sulla lenta e claustrale estinzione della speranza è infine la novella che dà il titolo alla raccolta e che, attraverso la drammatica vicenda di Maria D’Avalos e Fabrizio Carafa, trucidati per mano di Don Carlo Gesualdo da Venosa, si fa portatrice dei temi esistenziali del nulla e dell’attesa, del silenzio e dell’assenza, ma che, contestualmente, reca un messaggio su tutti: un messaggio sull’importanza dell’arte.

La strada per Babilonia lancia una collana per il sociale was last modified: marzo 23rd, 2017 by L'Interessante
23 marzo 2017 0 commenti
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dieci
CulturaIn primo pianoLibri

Dieci domande per l’Intervista Interessante (10?II) a Patrizia Angelozzi

scritto da L'Interessante

dieci

Di Maura Messina

Cari amici de L’ Interessante, eccoci alla terza puntata della giovane rubrica 10?II (dieci domande per l’Intervista Interessante).

Questa settimana Maura Messina incontra l’ autrice de “Il confine umano”, Patrizia Angelozzi. Abbiamo sottoposto le nostre dieci domande alla scrittrice abruzzese. 

Entriamo a piccoli passi nella scrittura che non conosce confini e che quando li trova li oltrepassa. Un libro che punta alla riscoperta di un valore che dovrebbe essere insito in ognuno di noi: l’umanità. Vi invitiamo a tenere aperta la mente e a lasciarvi condurre “oltre”. Buona lettura!

 

Scopriamo chi è Patrizia Angelozzi in dieci step

 

1) Un rigo per presentarti

Sono Patrizia Angelozzi, madre di tre figli e autrice. Amo le persone dirette e  le emozioni che fanno ‘crescere’.

2) Due righi per scoprire il titolo e un accenno alla trama tuo libro

Il confine umano, storie vere di persone in cerca di pace…

3) Tre righi dedicate al protagonista

Sono 7 uomini, 7 vite raccontate in ‘presa diretta’ attraverso la narrazione. Arrivano da Afghanistan, Pakistan, Somalia, Turchia, Siria, Libano…

4) Quattro righi per il personaggio al quale ti senti più legato/a

Uno di loro, scappa dalle persecuzioni con la donna che diventerà sua moglie. Andranno in Norvegia, Svezia vivendo anni da clandestini, avranno tre figlie senza trovare un posto dove stare in pace, e poi finalmente…

5) Cinque righi per commentare il tuo libro preferito

“L’interpretazione della mente” di Lombardo Radice, mi ha avviato ad una lettura di comprensione profonda verso chi siamo e quello che desideriamo diventare, secondo quanto siamo disposti a riconoscere in noi e negli altri.  

6) Sei righi per raccontarci come nasce la tua passione per la scrittura

Nasce dai banchi di scuola con  le prime poesie, esigenza costante che diventerà  bisogno negli anni di scrivere per comunicare di ‘vite’ che vanno oltre o di intensità dentro la creatività‘. Scrivere per emozioni.

7) Sette righi per rivelarci altre tue passioni

L’ambito sociale, la comunicazione che rompe schemi e promuove. Il cinema, il teatro, la fotografia. Ciò che mi porta ‘oltre’ .

8) Otto righi per ritornare al tuo libro: chi vorresti lo leggesse?

Vorrei lo leggessero le persone che parlano di rifugiati e migranti secondo stereotipi e notizie false e i ragazzi, gli studenti. Per conoscere la verità sull’altro.

Solo la conoscenza porta verità.

9) Nove righi per salutare i lettori e convincerli a leggere tutto fino alla fine… perché il più bello, si sa, arriva alla fine

Leggere per capire chi è chi affronta guerre e difficoltà estreme e resta solidale, disponibile. Storie che hanno visto epiloghi di serenità, ricongiungimenti familiari, cambiato ideologie e rapporti affettivi diventate senza ‘confini’.

10) Dieci righi per citare uno stralcio della tua opera

“A tavola con i miei figli, parliamo della giornata trascorsa, i loro compiti, il cibo nei nostri piatti e di cosa faremo domani, mentre dalla tivù il telegiornale annuncia nuovi sbarchi, quattrocento migranti. Solo una parte di loro è riuscita a salvarsi, gli altri non ce l’hanno fatta. Comincio a descrivere loro le persone e le storie; riflettiamo sulla sopravvivenza di alcuni e non di altri, sul loro senso di gratitudine e fratellanza. E così, mentre finiamo di mangiare, tra domande e risposte, spiego loro cos’è la pace. Potevamo nascere anche noi da quella parte di mondo”.

 

 

Dieci domande per l’Intervista Interessante (10?II) a Patrizia Angelozzi was last modified: marzo 23rd, 2017 by L'Interessante
23 marzo 2017 0 commenti
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Francesco Galavotti
In primo pianoMusica

#CHIACCHIERE TRA AMICI: Francesco Galavotti, da Modena con Furore

scritto da L'Interessante

Francesco Galavotti

Di M.Rosaria Corsino

Una Domenica sera d’inverno, una trasferta a Santa Maria a Vico per ascoltare quegli amici che suonano da una vita, un locale che ha in sé tutto e niente.

È qui che, tra i vari artisti che suonano, uno ha tutta la nostra attenzione: One Glass Eye, all’anagrafe Francesco Galavotti.

Non so se sia più corretto dire che Francesco suoni da solo, o che suoni con la sua chitarra, fatto sta che incanta.

Le luci soffuse del locale, i colori pastello e la sua voce trasportano il pubblico in una dimensione tra la realtà e il sogno.

L’idea di chiedergli di volersi raccontare è sorta spontanea: in un panorama musicale dove i fuochi si spengono presto, Francesco sembra destinato a durare.

Nasce così un’ “intervista” insolita, stravagante.

Nessuna penna, taccuino, caffè o mozziconi di sigarette, solo uno scambio telefonico e un vocale Whatsapp.

Il resto, ve lo faccio raccontare da lui.

La parola a Francesco

L’esordio avviene da bambino, quando verso i dieci anni mio padre mi mandava a lezione di chitarra dopo la messa.

E così il mio primo palcoscenico è l’altare della chiesa. Molto rock ‘n roll.

Continuo a suonare in cover band e comincio a sperimentare pezzi miei per poi arrivare verso i diciotto, diciannove anni con i Cabrera, band che mi tengo stretto!

C’è nel frattempo un progetto solista, ma in italiano.

È verso Febbraio/Marzo del 2016 che avviene la svolta: compongo pezzi in inglese che immediatamente registro.

In realtà l’ho presa alla leggera, quasi per scherzo. Insomma, non avevo grandi aspettative.

Ma le cose sono andate nel verso giusto, e ho fatto ben sessanta date più altre in programma

Progetti per il futuro? Sicuramente un nuovo disco, non so ancora se in italiano o in inglese, ma ci saranno inserti di elettronica per tenere il tempo.

La chitarra? Immancabile.

#CHIACCHIERE TRA AMICI: Francesco Galavotti, da Modena con Furore was last modified: marzo 22nd, 2017 by L'Interessante
22 marzo 2017 0 commenti
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Siani
EventiIn primo piano

21 marzo: Libera chiama, Radio Siani risponde presente

scritto da L'Interessante

Siani

 

Martedì 21 marzo l’associazione Libera contro le mafie, come ogni anno dal 1995, celebrerà la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. “Luoghi di speranza, testimoni di bellezza”: questo il tema che legherà tutte le manifestazioni che, nel primo giorno di primavera, si terranno in tutta Italia per ricordare le vittime innocenti delle mafie.

Il corteo del comitato regionale della Campania quest’anno si terrà a Ponticelli, periferia est di Napoli, presso il Parco Conocal, teatro in questi anni di violenza e marginalizzazione socio-culturale.

Oltre alle tante associazioni aderenti, sarà presente l’intero staff di Radio Siani per seguire il corteo ma anche per raccontarlo a chi non potrà essere presente.

«Quest’anno la giornata del 21 marzo è ancora più importante perché finalmente è stata riconosciuta dalle istituzioni come giornata nazionale in ricordo delle vittime innocenti delle mafie e poi – afferma Giuseppe Scognamiglio, presidente della cooperativa dedicata a Giancarlo Siani- perché essere in quel parco della periferia orientale di Napoli sarà ancora più significativo perché si tratta di un luogo in cui la speranza può finalmente tornare come la primavera.  Tuttavia la vera sfida ricomincia dal 22 in tutti quei luoghi di impegno già vissuti e quelli ancora da liberare, insieme, per scrivere una pagina nuova della nostra storia in cui la memoria e l’impegno siano il centro della nostra azione quotidiana. Noi di Radio Siani siamo sempre felici e pronti a dare il nostro contributo a giornate belle ed importanti come quella del 21 marzo organizzato da Libera» .

 

LA COOPERATIVA GIANCARLO SIANI

La Cooperativa Siani nasce nel 2012 con la maturazione di diverse esperienze nel campo del volontariato. Opera in due sedi: un immobile sede della radio ed un fondo agricolo, entrambi confiscati alla camorra ed intitolati alla memoria di Giancarlo Siani, giornalista campano ucciso dalla camorra. L’impegno si divide tra la radio, presenza ormai consolidata nel tempo e sul territorio, megafono di riscatto sociale, e l’impegno nel settore agricolo e apistico, curato da professionisti provenienti dalla facoltà di Agraria dell’Università Federico II di Napoli. La cooperativa collabora con quest’ultima per lo sviluppo di un’agricoltura in perfetto equilibro con l’ambiente e nel pieno rispetto dei valori disciplinari di “Slow Food”. Non solo food ma anche progetti di recupero per ragazzi disagiati e grazie alla collaborazione con vari istituti scolastici di Ercolano, la Coop Siani promuove percorsi di crescita personale e lavorativi attraverso le attività della radio e del fondo agricolo. L’incasso derivante dalla vendita della nuova confezione regalo sarà totalmente devoluta al sostegno della attività della cooperativa.

 

Per informazioni:

Cooperativa Sociale Giancarlo Siani

Corso Resina 62 80056 Ercolano NA

tel & fax 08119700927

coopgsiani@radiosiani.com

www.radiosiani.com

 

21 marzo: Libera chiama, Radio Siani risponde presente was last modified: marzo 20th, 2017 by L'Interessante
20 marzo 2017 0 commenti
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Parthenope
CulturaEventi

Parthenope: incontro su Hector Malot

scritto da L'Interessante

Mercoledì 22 marzo alle ore 10,00 presso la sede di palazzo Pacanowski dell’Università Parthenope, aula 2.5, avrà luogo la giornata internazionale “Hector Malot au carrefour des cultures”. La giornata, fortemente voluta da Antonio Garofalo, direttore del Dipartimento di Studi Economici e Giuridici e da Carolina Diglio, presidente del corso di studi di Management delle Imprese Internazionali e coordinatrice del dottorato di ricerca in “Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche” vedrà la partecipazione di studiosi ed esperti di chiara fama, quali Francis Marcoin, Danielle Dubois-Marcoin, dell’università d’Artois, Aldo Antonio Cobianchi, segretario nazionale della SIDEF (Società Italiana dei Francesisti), Luigi Ferraiuolo, noto giornalista di TV2000.

Previsti in apertura i saluti di Jean-Paul Seytre, Console Generale di Francia e, in collegamento Skype, l’intervento dell’erede dello scrittore, Agnès Thomas-Maleville, giornalista e scrittrice.

A fare gli onori di casa Raffaella Antinucci e Maria Giovanna Petrillo, relatrici in questa giornata densa in cui illustri enti hanno voluto concedere il patrocinio: l’AMOPA, l’Association des membres de l’ordre des palmes académiques, l’Institut Français di Napoli, nonché la nota associazione Italiques, l’Università d’Artois, l’Associazione degli Amici di Hector Malot e la Sidef .

Un incontro da non perdere alla Parthenope

Si tratta di un momento di studio volto a riscoprire l’importanza di questo “figlio indipendente di Balzac” – spiega Marcoin – ovvero, di un grande fotografo della realtà contemporanea, giornalista e romanziere del XIX secolo nonché autore dell’indimenticabile “Sans famille”.

“L’incontro è organizzato nell’ambito del programma di scambio dell’università campana – conclude Garofalo – ; Francis Marcoin, infatti, visiting professor presso il dipartimento di studi economici e giuridici, proveniente dall’Université d’Artois, direttore del Centre Robinson (Centre de Ressources et de Recherche sur la Littérature de Jeunesse et sur les Politiques d’incitation à la lecture des jeunes), nonché direttore della rivista internazionale Cahiers Robinson e presidente dell’Associazione “Les amis d’Hector Malot” terrà dei seminari dottorali e degli incontri con gli studenti con la collega Danielle Dubois volti all’approfondimento della lingua e della cultura francese.

Parthenope: incontro su Hector Malot was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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Sassoferrato
EventiIn primo piano

Sassoferrato torna a casa

scritto da L'Interessante

Sassoferrato

Di M. Rosaria Corsino

Dopo più di due secoli torna a Perugia ‘L’Immacolata Concezione’, capolavoro di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato trasferito dai commissari imperiali di Napoleone al Louvre. L’occasione è una grande mostra dedicata al pittore marchigiano e allestita dal 7 aprile all’1 ottobre negli spazi del complesso benedettino di San Pietro, che proporrà un suggestivo confronto con l’opera di Perugino e Raffaello, cui il Salvi molto si ispirò mentre elaborava una sua cifra originale.

La mostra di Sassoferrato a Perugia

Intitolata ‘Sassoferrato dal Louvre a San Pietro: la collezione riunita’, l’importante rassegna, che permette di riscoprire il talento del maestro seicentesco, è frutto della collaborazione tra il Louvre, la Galleria Nazionale dell’Umbria, la Galleria Nazionale delle Marche e con altre istituzioni, prima fra tutte la Fondazione per l’Istruzione Agraria, (presieduta dal Magnifico Rettore dell’Università di Perugia, Franco Moriconi), cui si deve l’eccezionale prestito del museo parigino. E anche la disponibilità di una sua sede, la Galleria Tesori d’Arte, per ospitare parte del percorso espositivo.

Accanto all” Immacolata Concezione’ del Louvre sarà infatti esposta una quarantina di dipinti, e non solo del Sassoferrato.
I curatori Cristina Galassi e Vittorio Sgarbi hanno puntato a offrire al largo pubblico e agli studiosi anche un confronto con gli artisti della Rinascenza che furono gli imprescindibili modelli stilistici per il Salvi. Le opere del Sassoferrato allestite a Perugia provengono, spiega la Galassi, da varie raccolte pubbliche e private italiane e straniere e tra l’altro ”si potranno ammirare quelle (ben 17) eseguite per il complesso benedettino di San Pietro”.

Una mostra ricca d’arte, non solo Sassoferrato

Sono stati selezionati invece tra i tesori d’arte dei musei cittadini i capolavori di Perugino (tra cui figurano le cinque tavolette della predella del grandioso polittico un tempo sull’altare maggiore della Basilica e il bellissimo ‘Cristo in pietà’, realizzato negli anni della sua estrema maturità), capaci di testimoniare l’enorme influsso del maestro di Città di Castello anche durante il ‘600, soprattutto per la purezza formale delle immagini che lo contraddistingueva. Pari interesse Sassoferrato lo riservò alle opere umbre di Raffaello. In mostra verranno messe a confronto due copie della ‘Deposizione’ Borghese del genio urbinate, la prima di Orazio Alfani, la seconda del Cavalier d’Arpino (provenienti dalla Galleria Nazionale dell’Umbria) con la bella versione dipinta da Sassoferrato nel 1639. Spazio significativo sarà riservato anche alla cosiddetta ‘Madonna del Giglio’, immagine devozionale che assicurò grande notorietà al Sassoferrato, ispiratosi per l’occasione a un dipinto di Giovanni di Pietro detto lo Spagna, dotatissimo seguace di Perugino e Raffaello.

Di fronte a opere del genere, continua Cristina Galassi, gli studiosi si sono interrogati sull’effettiva originalità della pittura dell’artista. ”In realtà, e la mostra lo conferma in pieno, sarebbe sbagliato considerare il Salvi un mero imitatore, perché, come ha acutamente osservato Federico Zeri, egli non si limita a copiare le opere degli artisti presi a modello, ma aggiunge sempre la sua personale interpretazione”. Basti pensare al confronto (in mostra) tra la bellissima Maddalena del Tintoretto e la versione di mano del Sassoferrato, ”dove le forme turgide e quasi sensuali del pittore veneto vengono riproposte dal Salvi con un linguaggio più asciutto e temperato”.

In mostra, d’altra parte, saranno presenti le opere in cui il maestro marchigiano si svela in tutta la sua eccezionale originalità. ”Ecco dunque – spiega la curatrice – la ‘Giuditta con la testa di Oloferne’, tra i capolavori del ‘600 italiano, la grande ‘Annunciazione della Vergine’, opera di rara finezza esecutiva, i santi Benedetto, Barbara, Agnese e Scolastica, lavori in cui l’artista, pur rispettando l’autorità dei modelli, mette da parte ogni forma di deferente imitazione. Esemplare, in tal senso, è anche la ‘Madonna con il Bambino e Santa Caterina da Siena’, concessa dalla Fondazione Cavallini Sgarbi, autentico vertice della pittura religiosa del’600″.

Sassoferrato torna a casa was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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