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Categoria

Cultura

Antonio
CinemaCulturaIn primo pianoMusica

Antonio Zannone: Io Pulp? Sì, ma con gusto!

scritto da L'Interessante

Antonio

Di Christian Coduto

Arrivare a Cellole, stamattina, ha richiesto un po’ di tempo. Complice sia il traffico sia la mia assoluta ignoranza geografica. Attendo Antonio in un bar al centro della città. E’ in leggero ritardo. Provo a chiamarlo sul cellulare. Non mi risponde. Gli invio dei messaggi sui social: anche qui, nessun segnale.

All’improvviso vedo comparire Antonio sull’uscio del locale. Abbigliamento sportivo, una maglietta a maniche corte. Occhiali da sole d’ordinanza. Si gira intorno. Incrocia il mio sguardo e non mi saluta. Si avvicina al tavolino dove sono seduto. “Sto locale è per fighetti” esordisce “Vieni con me”.

Mi conduce per delle stradicciole di campagna, usciamo dalla città. “Uh, un po’ come nei tuoi corti horror” gli dico. “Già” la sua risposta.

Arriviamo nei pressi di Baia Domizia, in un bar scalcinato. “Qui abbiamo girato alcune esterne di The Pyramid perché, d’inverno, si svuota ed assume una forma post apocalittica”. Solo allora inizia a sorridere. Ci sediamo e ordina due birre. Dopo aver visto la mia faccia contrariata, fa spallucce “Le birre rimangono sempre due, me le bevo io ugualmente”.

In un habitat a lui più congeniale, Antonio ritorna ad essere se stesso: un ragazzo che non ha alcun interesse nei confronti delle mode e di tutto ciò che fa tendenza. Si toglie gli occhiali e tira fuori tutta la sua simpatia. Comprendo ora il perché del suo atteggiamento iniziale …

Antonio Zannone risponde alle domande de “L’interessante”

Chi è Antonio Zannone?

La domanda più difficile in assoluto: io non parlo mai di me, mi imbarazzo. Anche quando mi chiedono “Cosa fai?” ho difficoltà a rispondere. Non mi prendo mai troppo sul serio. Come se tutto fosse un bellissimo gioco. Una mia cara amica dice che le ricordo Percy Shelley che va incontro alla tempesta, perché mi butto nelle cose, senza aver paura delle conseguenze. Osservo tanto, parlo molto poco, solo quando ho veramente qualcosa da dire. Forse è per questo che ho iniziato a fare cinema, comporre musica … sono due mezzi espressivi che mi permettono di dire tutto ciò che ho dentro.

Quando nasce la passione per il cinema di Antonio Zannone?

Non ho un ricordo preciso, in realtà. Però ti posso dire una cosa: da piccolino, guardando “Ben-Hur” in televisione con mio nonno, lui mi disse “Li vedi quei cavalli? Sono della scuderia di mio cugino!” In una sequenza c’è anche lui: una comparsa a cavallo! Avevo 5/6 anni … pensai che fare cinema fosse davvero bello. Con mio papà guardavo i western di Sergio Leone che, tra le altre cose, è stato regista di seconda unità proprio di “Ben-Hur” … vedi che tutto torna ? (Sorride). Ad 8 anni ho visto “Zombi 2” di Lucio Fulci con mia mamma, di notte. I miei genitori mi hanno sempre permesso di vedere la tv fino a tardi. Figurati, alle elementari, ero l’unico che poteva vedere “Twin peaks” di David Lynch. Il giorno dopo mi sentivo molto figo perché tutti mi chiedevano notizie in merito a questo serie (ridacchia). Nel tempo, rubai una videocamera super vhs nel negozio di elettrodomestici della mia famiglia. Nessuno la comprava e la presi: aprii semplicemente la vetrina e iniziai a girare le prime cose, a sperimentare.

Nel 2006 Antonio Zannone esordisce con il corto “L’assassino nel Diavolo” ed è subito pulp! Due anni dopo arriva “Il sequestro e la rapina”. Lo stile ben definito, che oramai già gli appartiene, e una storia che riserva davvero tante sorprese …

Sì sono d’accordo. Avevo già nella mia mente un quadro piuttosto chiaro del tipo di cinema che volessi fare. Però, prima, dovevo apprendere il linguaggio cinematografico, conoscere le regole di base, è una cosa fondamentale! Poi c’è Tarantino che, a quanto si dice, non ha mai studiato … ma questa è un’altra storia (ridiamo). “L’assassino del Diavolo” lo girai proprio con  due amici, mia cugina e la videocamera di cui ti parlavo prima! Non scrissi nemmeno la sceneggiatura … ero davvero tutto improvvisato. C’era solo l’amore per i B movie! Mi sono divertito da morire a lavorare con il lattice, il sangue finto, tutta la parte degli effetti è stata molto interessante. Lo inviai pure a diversi Festival, ma da un certo punto di vista non lo considero nemmeno un esordio, quanto piuttosto un divertissement tra amici.

“Il Sequestro e la rapina” è un corto piccolino, quasi amatoriale, ma è anche vero che ho avuto un direttore della fotografia, un fonico e attori più preparati. Una vera e propria troupe. Nel cast c’è Elio D’Alessandro, che lavora moltissimo in teatro. Nel corto ci sono personaggi pulp, un po’ al limite, sopra le righe, tanto sangue, situazioni estreme e violente, le cose ci sembrano chiare, ma si rivelano essere tutt’altro, i buoni si rivelano i cattivi … insomma, quelle situazioni a sorpresa, destabilizzanti. Il classico colpo di scena. L’idea della storia mi piaceva moltissimo. Al di là dei risultati finali (lo trovo ancora imperfetto), con questo corto ho capito quale fosse la mia strada e che avrei dovuto proseguirla per bene. Così ho frequentato una scuola di cinema!

Mi colpisce subito la sua modestia. Sul set è un professionista, lavora a ritmi serrati, ma riesce ad affrontare il tutto senza prendersi eccessivamente sul serio. Per lui fare cinema è un gioco. Rimanere con i piedi per terra gli permette di affrontare nel modo giusto sia le cose belle sia le delusioni che, inevitabilmente, possono esserci in questo mestiere.

Ci parli un po’ di “S. Balentino”? Hai deciso di parlare della festa degli (orrore!) innamorati in una chiave decisamente cupa, seguendo lo sguardo di un bambino …

(Strabuzza gli occhi) Non lo so come tu faccia a sapere dell’esistenza di “S. Balentino”. E’ un corto che non è mai stato distribuito, è stato proiettato una sola volta in occasione dell’anteprima. E’ stato il primo lavoro che ho realizzato dopo aver terminato la scuola di cinema. Fui ingaggiato da una piccola casa di produzione che si occupava di progetti legati all’ambito scolastico. Me lo ricordo con piacere perché, per la prima volta, venni pagato per portare a termine l’incarico che mi era stato assegnato. Una storia carina, una favola nera, ambientata a San Valentino Torio. Lavorarono con me degli studenti di una scuola media. Il tema del corto è l’amore. Però il mio stile mi ha portato a fare una cosa decisamente meno mielosa. Ho sempre amato le favole nere, credo che si sia capito (ride). Il protagonista è un bambino che ha subito un trauma, in seguito alla morte del papà. E’ un po’ chiuso in se stesso, tende ad essere “cattivo” anche se, in realtà, non lo è per davvero. Un giorno la professoressa (una strega) gli fa una sorta di incantesimo e lui si risveglia in questo mondo in cui non c’è alcuna forma di sentimento, di amore. La madre non lo saluta, non gli prepara la colazione al risveglio e così via. In pratica, si ritrova in un mondo in cui tutti si comportano come lui. Un giorno una bimba sta per essere investita da una macchina e lui accorre a salvarla, venendo investito al suo posto. Poi, però, si sveglia e si ritrova nel suo letto e capisce che tutto era un sogno.

Una favola per bambini che, sono convinto, avrebbe potuto darci diverse soddisfazioni nei Festival come il Giffoni, per esempio. La produzione, però, non volle doppiarlo. I ragazzini coinvolti erano molto bravi e volenterosi, ma non avevano studiato recitazione. A mio giudizio il doppiaggio sarebbe stato necessario. Quindi, il progetto è rimasto lì, non ha avuto un seguito. Peccato.

Per me rimane sicuramente un’esperienza formativa, senza alcuna ombra di dubbio.

“Bastard Serial Killer! Kill! Kill!” è un omaggio di Antonio Zannone a Quentino Tarantino e Russ Meyer. Gli appassionati del genere vanno in visibilio e raggiungi le 25mila visualizzazioni sul web. Quanto è stato divertente realizzarlo?

Uh, si potrebbe parlare per ore di questo corto! La mia idea originaria era quella di girare un vero e proprio film. Capirai, avevo da poco terminato la scuola di cinema ed ero pieno di idee e di entusiasmo. Ma in Italia, soprattutto per ciò che concerne l’aspetto produttivo, le cose sono piuttosto complesse e delle idee te ne fai poco, quindi optai per un cortometraggio (sogghigna). Pensa che fui costretto a tagliarne circa 5 minuti per poterlo inviare ai Festival: per essere un corto, all’epoca, era considerato troppo lungo! Per quello che io considero il mio vero esordio, volevo che ci fosse il giusto omaggio al cinema di serie B, ma anche a Lucio Fulci, Umberto Lenzi, Ruggero Deodato … tutto quello che vedevo sin da piccolino, in pratica. E certo c’è anche Tarantino, che ha ripreso certi stili cinematografici e li ha rimessi insieme. C’è praticamente di tutto: la famiglia di malati riporta alla memoria “Non aprite quella porta”, c’è anche molto di Rob Zombie, un regista in gamba. C’è anche tanta ironia. Il che è tipico del mio carattere: io tendo a ridere un po’ di tutto, anche delle cose terribili.

La storia è quella di una banda di malviventi che rapina un furgone portavalori e il capo della banda, sotto effetto di meta anfetamina, inizia a sparare e ammazza un sacco di gente. Il gruppo riesce a trovare rifugio in una casa in campagna, dove nasconde la refurtiva. Vengono arrestati. Dopo anni escono dal carcere e vengono a scoprire che, in quella casa, ora vive una famiglia di squinternati cannibali.

Sì, è stato divertente girarlo, ma anche molto stressante: le riprese sono durate una settimana. Iniziavamo alle 8 del mattino per finire intorno alle 3, 4 del mattino del giorno dopo. Però ti dico una cosa: con l’esperienza che ho accumulato negli anni, se tornassi indietro, con il budget di allora, oggi, realizzerei quasi un intero film! Il corto vinse diversi premi, le recensioni furono davvero eccellenti.

Ecco, quindi, “Apocalypse” che entra a far parte del lungometraggio (diretto a cinque mani) “The Pyramid”. Lavori con il mito indie Alex Visani, che supervisiona l’intero progetto. Il tuo episodio si contraddistingue per l’ironia, un tuo marchio di fabbrica.

“The Pyramid” è stata una sorta di conseguenza naturale del successo di “Bastard”: Alex cercò di riunire i registi che, in quel periodo, non solo fossero più attivi, ma anche più adatti ad un progetto basato sulla collaborazione. Considera che, tra pre e post produzione e tutta la fase di presentazioni nei Festival, sono trascorsi oltre due anni. In tutto questo periodo, non c’è stato mai alcun problema tra di noi. Tutti ci abbiamo creduto molto e credo che il risultato finale sia davvero buono, soprattutto se consideri il budget bassissimo.

Alex aveva capito che, in quel periodo, stava prendendo piede la formula del film ad episodi. Però, in questo caso, il film ha una peculiarità in più: i 4 cortometraggi non sono slegati, a se stanti e poi cuciti insieme. Tutti e 4 i corti costituiscono altrettante parti della stessa storia. L’elemento che raccorda i vari segmenti, va da sé, è la piramide del titolo.

E’ stato bello prendere parte a questo progetto. Con Alex siamo entrati subito in sintonia, c’è una gran bella amicizia tra di noi. Ci ho messo del tempo perché la troupe non è stata pagata quindi dovevo attendere di averla a disposizione per girare. Gli unici soldi li ho investiti per i costumi, gli effetti speciali e i rimborsi. Abbiamo girato soprattutto nei fine settimana.   

In “The portrait” torni a lavorare con David Power, con cui avevi già girato “Apocalypse”. Quanto è importante, per la riuscita di un progetto, l’empatia regista/attori coinvolti?

Originariamente doveva fare parte di un progetto collettivo costituito da tanti cortometraggi poi, per problemi di tempo, non riuscii a completarlo. Ero impegnato in “The Pyramid”, quindi sfruttai lo stesso budget, la stessa troupe e gli stessi attori per terminarlo. E’ ispirato al racconto “Il ritratto ovale” di Edgar Allan Poe.

Il protagonista del corto è un pittore/serial killer che dipinge le sue vittime cercando di rappresentare sulla tela l’attimo in cui queste muoiono.

Per quanto riguarda David, credo che ci siano degli attori adattissimi ad interpretare un certo ruolo. Trovarli è fondamentale per realizzare qualcosa di convincente. Con lui è nata una simpatia immediata, ma soprattutto una grande stima: è un attore incredibile. Con questo corto ha vinto il premio come migliore attore alla IX edizione del The reign of horror short movie award 2014!

Parliamo di “Stigmate”, l’ultimo (capo)lavoro di Antonio Zannone …

Sei troppo buono! Beh, di sicuro credo moltissimo a questo progetto e prima o poi sono convinto che arriveranno molte soddisfazioni.

E’ stato un lavoro velocissimo: non ho mai realizzato un progetto con la stessa celerità in vita mia! Ho buttato giù la sceneggiatura in un pomeriggio, di impatto, non l’ho più ritoccata. Per questo motivo la prima stesura è stata proprio quella che ho utilizzato, al momento delle riprese. Organizzato in due giorni, girato in un giorno e mezzo, montato in una settimana. Prima di inviarlo ai Festival, ho fatto diverse prove: l’ho inviato a tutti gli amici che stimo e a coloro che fanno questo lavoro (produttori, registi, anche di mainstream). Ho ricevuto ottimi feedback.

Io ho immaginato un diverso contesto, un presente alternativo in cui la chiesa ha mantenuto un potere temporale e in cui svolge anche operazioni di polizia e magistratura. Ci ritroviamo, quindi, in questa caserma dove il signor Marlowe viene condotto in arresto perché accusato di essere un ateo. In questa situazione un po’ kafkiana, il protagonista viene sottoposto a diverse angherie psicologiche e fisiche, fino a quando non verrà trasformato in un martire da utilizzare a proprio vantaggio dalla chiesa, da mostrare ai fedeli. La religione, in realtà, l’ho utilizzata come pretesto per raccontare la storia del potere che fa delle nostre vite ciò che vuole. Anche quando parliamo di democrazia. Non è affatto un corto contro chi crede in Dio, mi preme ribadirlo, bensì sull’uso subdolo che il potere ha sempre fatto delle religioni. In più, volevo portare le persone a riflettere sul fatto che nel nostro paese non esista il reato di tortura.

Il corto è stato presentato, in anteprima, al Napoli Film Festival con molto successo.

Antonio Zannone, però, è anche un musicista …

Beh, sono un musicista non professionista. Anche se ho sempre suonato, sin da piccolo, per me la musica è soprattutto uno sfogo. In questi anni ho suonato tantissimo, ho fatto molti concerti con “I Malpertugio” e “This is not a brothel”, ma anche con progetti solisti, perfino all’estero. Però la musica rimane soprattutto una passione. La mia vera professione è quella del film-maker.

 

Hai realizzato tanti videoclip per diversi musicisti: Il Malpertugio, Lain, Carbonifero … trasformare in immagini le note musicali è complesso, soprattutto considerando che devi raccontare una storia in un intervallo di tempo, spesso, piuttosto ristretto?

Allora … quando ho iniziato a girare dei video, le prime cose riguardarono, ovviamente, proprio i miei progetti musicali. Il mio video più famoso, in tal senso, è “Zany zoo” con un featuring di Roberta Gemma. Questi lavori sono piaciuti molto e tanti altri musicisti, diverse band, mi hanno contattato affinché realizzassi per loro delle clip. Considero i videoclip uno svago, un momento di relax azzarderei. Hanno un linguaggio differente rispetto a quello cinematografico, non ci sono vincoli di sceneggiatura. Puoi affidarti alle immagini. In aggiunta a ciò, il mondo dei videoclip è assai vicino al surrealismo e questa è una cosa che mi piace tanto, soprattutto per ciò che riguarda la pittura. Mi ispiro ai quadri di Dalì, Max Ernst. Non sei obbligato a raccontare una storia … per me è estetica.

Si gira spesso intorno, osserva tantissimo, riuscendo contemporaneamente a rispondere alle mie domande. E’ un animo inquieto, ha molto da dare.

Antonio … domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Non vado spesso al cinema perché mi irrita quando le persone sedute accanto a me iniziano a smanettare con il cellulare. Ciononostante, ho visto due volte “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Al teatro non vado mai. Compro moltissimi vinili, l’ultimo è stato “Unknown pleasures” dei Joy Division.

 

Cosa dobbiamo attenderci da Antonio Zannone per questo 2017?

Come prima cosa: creare una mia casa di produzione. Ci sto già lavorando. La fonderò a Dubai, molto probabilmente. Da settembre vorrei trasferirmi. C’è un buon equilibrio tra le tasse da pagare e tutte le altre spese che ne derivano. Lì di sicuro non potrei fare splatter, horror e così via, però mi dedicherò a reportage, video, documentari per le aziende. Gli introiti di questi progetti li potrò reinvestire per realizzare, in Italia, opere nel mio stile. Non voglio girare cose brutte o fatte male, il mio desiderio è quello di trasformare in immagini le storie che mi va di raccontare.

Ho già pronte un paio di sceneggiature … vedremo quale riuscirò a trasformare in film.

Diventa di colpo serio. Un elemento a sorpresa in questa intervista. Durante la nostra chiacchierata non si è risparmiato in battute e sberleffi. Eppure, ci tiene a sottolineare che punta in alto. Ha dei sogni da realizzare e, forse, ha trovato la strada giusta, quella che gli permetterà di attuarli.

Ed ora … marzulliamo : fatti una domanda e datti una risposta

Ma interesserà a qualcuno quello che sto dicendo in questa intervista? Secondo me, solo a te! (Scoppia a ridere).

Nella strada di ritorno verso la mia macchina osservo Antonio per un po’: sì, è ancora un bambino, che si entusiasma di fronte ad una macchina crea-emozioni. Probabilmente, con il cuore e la mente, è ancora lì, sul divano insieme al nonno, a cercare di carpire alcuni dei segreti di realizzazione di un film. Un animo buono (ma questo non glielo diciamo!) che esorcizza con la violenza estrema e lo splatter un evidente bisogno di comunicare …

Antonio Zannone: Io Pulp? Sì, ma con gusto! was last modified: maggio 23rd, 2017 by L'Interessante
23 maggio 2017 0 commenti
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Rain
CulturaEventiIn primo piano

Rain Arcigay Caserta Onlus: PhotoMarathon, sabato 20 maggio

scritto da L'Interessante

Rain

Di Christian Coduto

Un messaggio rivolto ai numerosissimi amanti della fotografia del territorio campano che, di sicuro, non mancheranno all’appello!

Per dare libero sfogo alla fantasia e all’arte, ecco una splendida iniziativa (dai fini nobili) organizzata dal comitato di Rain Arcigay Caserta Onlus, di cui riportiamo il comunicato stampa

Descrizione dell’evento PhotoMarathon di Rain Arcigay Caserta Onlus

Una gara di 12 ore i cui concorrenti si sfideranno a colpi di scatti fotografici rigorosamente entro i confini di Caserta: è questa la PhotoMarathon, maratona fotografica, in programma sabato 20 Maggio dalle 12.30 alle 20.00 .

L’evento è organizzato da Rain Arcigay Caserta onlus ed inserito in MAGGIOinPRIDE 2017, la rassegna di eventi a Caserta inaugurata mercoledì 17 Maggio (Giornata Mondiale contro omofobia e transfobia) e che durerà fino alla fine del mese, per sensibilizzare sulle tematiche LGBT.

I concorrenti, dopo essersi iscritti sul sito

http://www.rainarcigaycaserta.it/photomarathon/

(sul quale andranno caricate le foto), si presenteranno sabato alle 12.00 a Via Verdi 15 armati di liberatoria e vestiti di giallo in modo da essere riconoscibili, visto che le foto, scattate rigorosamente in città lungo l’arco della giornata, potranno essere realizzate coinvolgendo comuni cittadini/e e turisti/e .

Tutti i mezzi tecnologici potranno essere usati per gli scatti.

Una giuria di esperti (fra cui Pietro Junior Zampella e Dario Alifano) decreterà i vincitori.

In palio premi messi a disposizione da NCItaliaFoto :

http://www.ncitaliafoto.com

Tutte le foto saranno in mostra presso la sede di Rain Arcigay Caserta onlus, in Via Verdi numero 15, Caserta.

Questo il Link all’evento

https://m.facebook.com/events/1866289080310321?acontext=%7B%22ref%22%3A%2298%22%2C%22action_history%22%3A%22null%22%7D&aref=98

Ecco i contatti telefonici e gli indirizzi telematici per info ed eventuali:

Il Presidente: Bernardo Diana – presidente@raincaserta.it

Numero di cellulare +39 3274658281

Addetto Ufficio Stampa: Gianuario Cioffi – ufficiostampa@raincaserta.it

Numero di cellulare +39 3472234961

Rain Arcigay Caserta onlus

Via Verdi 15, 81100 Caserta

Numero Telefonico +39 0823 1607485

Sito web: www.rainarcigaycaserta.it

Contatto Facebook: https://www.facebook.com/rainarcigaycaserta/

Rain Arcigay Caserta Onlus: PhotoMarathon, sabato 20 maggio was last modified: maggio 19th, 2017 by L'Interessante
19 maggio 2017 0 commenti
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Raffaele
CulturaEventiIn primo pianoTeatro

Raffaele Patti e Teresa Perretta: Cyrano, uno splendido perdente.

scritto da L'Interessante

Raffaele

Di Christian Coduto

Al Teatro Izzo di Caserta, un pubblico numerosissimo e concentrato, ha seguito con molta attenzione il riadattamento del “Cyrano De Bergerac” di Edmond Rostand ad opera di Raffaele Patti, che ne ha curato la regia e si è ritagliato il ruolo del protagonista. La storia è nota: Cyrano è un uomo brutto (ha un naso enorme), ma ha una meravigliosa sensibilità. E’ innamorato di Rossana, a sua volta interessata a Cristiano, un ragazzo molto affascinante, ma sicuramente privo di quel dono dell’oratoria, dell’intelligenza e di quella emotività che caratterizzano invece il protagonista della vicenda. Cyrano decide quindi di sacrificarsi e di prestare la sua voce, il suo cuore e la sua mente a Cristiano, scrivendo frasi d’amore dedicate a Rossana.

Lo spettacolo è forte, intenso, di grande spessore. Raffaele Patti la fa da mattatore, con un amabile aplomb gigionesco. Al suo fianco, la solida professionalità di Teresa Perretta, una convincente Rossana. Non è da sottovalutare, infine, la bella prova di Gabriele Russo che, nello rappresentazione, è ovviamente Cristiano.

Un progetto che mescola elementi di varia natura (musiche moderne, un ottimo gioco di luci, un allestimento minimalista per emozionare nella maniera più immediata possibile), con un ritmo sostenuto.

Diverse sono state le versioni di questa opera, tra le più note ricordiamo quella con Gigi Proietti e una versione cinematografica con Gérard Depardieu, senza trascurare la commedia americana “Roxanne” con Steve Martin e Daryl Hannah. Patti ha scelto un approccio decisamente più drammatico, con risultati eccellenti.

Al termine dello spettacolo, attendo i due protagonisti nei pressi dei camerini e scambio con loro opinioni sul lavoro. Sono molto felici, orgogliosi.

Raffaele Patti ci racconta della genesi del Cyrano

Raffaele, perché la scelta di Cyrano De Bergerac? Perché lanciarsi in questa sfida così insidiosa?

Conoscevo, un po’ come tutti, la figura di Cyrano seppure negli elementi di base, quelli più comuni (il nasone e l’aspetto estetico poco piacevole, per esempio). Poi, una sera di un paio di anni fa, mi sono imbattuto nella replica televisiva di una trasmissione curata da Alessandro Baricco, “Miti ed eroi”. In quell’occasione si parlò, tra le altre cose, proprio del personaggio ideato da Edmond Rostand. Ne rimasi talmente colpito che, nei giorni successivi, decisi di approfondire meglio il testo. Sono sincero: è stato amore a prima vista! La prima lettura è stata sicuramente appassionata … questo romanticismo, questo stoicismo nel rincorrere Rossana … già in quel momento incominciai a pensare alla possibilità di poterlo rappresentare a teatro. Ci sono state tante rappresentazioni di “Cyrano”, ma ammetto di non averne mai vista una. Il che, da un certo punto di vista, è una cosa estremamente positiva: una visione vergine, se posso definirla così, mi permette di non essere influenzato in alcun modo. Si evita di cadere, anche senza volerlo, in qualche forma di citazionismo. Ho semplicemente intersecato le mie passioni cinematografiche, musicali e teatrali e le ho messe nello spettacolo. La storia è stata dunque asciugata, scarnificata. Anche perché sono convinto che, per Rostand, lo scopo fosse proprio questo: cogliere l’essenza della storia. Non a caso, l’originale è suddiviso in 5 atti (qui sono 3) ed è una commedia. Io ho scelto di virare nel terreno drammatico.

E’ insidioso, così come lo sono tutti i testi classici, però credo che un approccio nuovo, coraggioso alle opere del passato sia necessario per chi ama il lavoro di attore. Il sacro deve essere dissacrato, non nel senso di svilirlo, svalutarlo, ovviamente, bensì ricreando una struttura che vada in una direzione diametralmente opposta all’originale.

Al di là dell’impegno, mi piace sottolineare come l’approccio del protagonista nei confronti della vita, il suo coraggio sia stato un’ispirazione non solo per me, ma anche per gli altri attori sul palco.

Raffaele ha una voce amichevole. Sorride in maniera garbata. Ascolta con molta attenzione le mie impressioni. Com’è giusto che sia, trae profitto dai feedback che riceve dal pubblico. Ha lavorato tanto per portare in scena questa storia. Sente il bisogno di raccontare, di spiegare, di fare capire il perché delle sue scelte. Ogni tanto si lascia andare a qualche risata liberatoria. E’ un professionista, senza ombra di dubbio.

Da un punto di vista linguistico lo spettacolo è strutturato in rima. Quanto è stato impegnativo il lavoro per dare i giusti accenti ai dialoghi?

Devi sapere che non avevo mai lavorato con un testo in rima. C’è bisogno di un ritmo completamente diverso. Noi non abbiamo suggeritori a darci una mano, sul palco siamo solo in tre! Quindi è stato necessario un lavoro di memoria e di consapevolezza del testo molto approfondito, così come è stato necessario individuare la giusta ritmica da proporre poi agli spettatori. Confrontarsi con un testo come il “Cyrano” è stata una sfida vera e propria: c’era un paletto poetico/linguistico e da questo sono state liberate le emozioni, la parte emotiva tua e del personaggio che interpreti, ovviamente. E’ stato un anno impegnativo, ma che ha permesso a me e ai miei colleghi di crescere artisticamente.

Lo spettacolo è stato già portato in scena per le scuole. Come affrontano i ragazzi questa storia così forte, drammatica?

Ecco un’altra sfida! Molti insegnanti mi chiedevano se fosse adatto ad un pubblico di giovanissimi. Io rispondevo con convinzione di sì, ma il dubbio si insinuava. Per fortuna, sin dalla prima rappresentazione, al Liceo Scientifico di Marcianise, ci siamo resi conto che i ragazzi hanno un approccio forte, di grande passione nei confronti di questa drammaticità. Sono sempre coinvolti. Tra le altre cose, abbiamo guidato questi spettatori, facendoli entrare a mano a mano nella storia: abbiamo organizzato un dibattito dieci, quindici giorni prima della rappresentazione in cui abbiamo parlato del testo, dei personaggi e così via. Dopo lo spettacolo, c’è stato un secondo dibattito, proprio per portare a compimento l’intero progetto.

Cyrano è un eroe romantico. Si dice che un attore metta sempre qualcosa di sé nei ruoli che interpreta. Quanto c’è di Cyrano in Raffaele e di Raffaele in Cyrano?

In maniera volontaria o involontaria, capita sempre di mettere qualcosa di te nel personaggio. Con Cyrano e’ stato uno scambio reciproco. Il personaggio mi ha fatto comprendere i miei limiti, attraverso i suoi. La cosa più bella che mi ha donato è stato l’ affrontare la vita con coraggio, nonostante il fallimento. Alla fine c’è la battaglia contro i suoi nemici: la menzogna, i compromessi, la viltà e la stupidità. Tutti, per amore.

Nello spettacolo ho messo molti dei miei errori, i miei “fallimenti”, ma anche la volontà di affrontarli e di riscattarmi.

Dove vi porterà la tournée di Cyrano?

Ovunque! Per ciò che concerne la Campania: Napoli, Salerno, Benevento, Avellino … ma incrocio le dita anche per portare questo progetto in altre regioni. Di sicuro verrà presentato in diverse rassegne, alcune di portata nazionale. Vincere dei premi sarebbe un sogno e una grande soddisfazione. Sul “Cyrano” continuiamo a lavorare giornalmente: i personaggi sono in perenne trasformazione, lavoriamo sulle scene in maniera costante. Poi, prima dell’estate, inizieremo le prove di un nuovo spettacolo, ma non posso anticiparvi nulla!

Passiamo ora a Teresa Perretta

Una cosa che ho sempre amato di questo spettacolo è il fatto che i protagonisti si evolvano nel corso della vicenda. Rossana è il caso esemplare …

Parliamo di maturazione di un processo evolutivo. E’ quello che Rossana fa ed è più evidente rispetto agli altri due personaggi che, soprattutto nel caso di Cristiano, sono un po’ costretti dagli eventi. Rossana invece si evolve autonomamente. Credo che sia il suo aspetto più interessante. Una ragazzina che diventa donna. Sono sincera: all’inizio ho rifiutato un po’ questa ragazzetta perché non mi apparteneva. Troppo superficiale e furba, calcolatrice. Ma poi, con la maturità, si accorge che la verità è ben altro rispetto all’essere fisicamente e al saper parlare in un certo modo. Questo passaggio mi ha affascinato. Però ammetto che l’affrontare questa trasformazione non è stato affatto facile. Il motivo è semplice: lo sappiamo … nella vita reale, una crescita richiede molto tempo, un rapporto costante con te stesso e con gli altri. Nel riadattamento realizzato da Raffaele il tutto avviene invece con tempistiche più ristrette.

Rossana ama Cristiano che è bello e (crede) poetico ed intelligente. Però lo amerebbe anche se fosse brutto. In tutta onestà, se al posto di Rossana ci fosse stato un uomo, credi che avrebbe avuto lo stesso comportamento con una donna bruttina?

Non credo ci siano differenze tra uomini e donne in questo contesto. Sì, volendo seguire dei luoghi comuni, forse la donna ci arriva prima dell’uomo (scoppia a ridere). Però voglio andare al di là delle solite analisi. Anche perché credo che il tutto dipenda dall’uomo coinvolto, dalla sua sensibilità, dalla sua emotività, dalla sua empatia. Una donna è più predisposta a certi passaggi sia fisicamente sia emotivamente. Però l’uomo non è da meno. Il cuore è quello.

In alcuni casi lo si dà troppo per scontato.

Secondo me sta all’uomo decidere di cogliere e portare con sé quei passaggi viscerali tipici dell’amore. Così facendo può fare in modo che crescano. E’ un percorso totalmente soggettivo, si basa su una scelta: quella di ricercare la verità e di ottenere un equilibrio relazionale e non solo. Di sicuro c’è bisogno di tanto coraggio … eh, hai detto niente! (Ride di gusto).

Il fatto è che siamo troppo soggetti alle convenzioni sociali e molto spesso abbiamo quasi paura di imporci ad esse. Le nostre scelte sbagliate dipendono anche da questo, indipendentemente dal fatto che sia un uomo o una donna a farle.

Rispetto al personaggio che ha interpretato sul palco (inevitabilmente più controllato), dietro le quinte, Teresa è un vero e proprio uragano: trascinante e coinvolgente. Ogni frase è substrato per una nuova battuta. E’ il suo modo di scaricare la tensione, lo si capisce al volo. Nel corso dell’intervista rivela una personalità assai complessa ed articolata.

Sei romantica? Ti piace l’idea del rapporto epistolare? Tra Whatsapp et similia sembra destinato a svanire…

Bella domanda! Sì, sono estremamente romantica. In un primo momento non ho amato moltissimo questi social. Hanno reso sterili i rapporti umani, li hanno resi frettolosi, privandoli di un contesto romantico, poetico. Non sono contro il progresso, sia chiaro, ma questi nuovi contesti di comunicazione dovrebbero essere utilizzati nel modo giusto. Se ne fa un uso spropositato. Dovrebbero rendere la vita più semplice e ce l’hanno invece rovinata. Adoro la corrispondenza epistolare: da bambina scrivevo un sacco di lettere alle mie amiche delle vacanze. Adesso si usano le e mail, i messaggi e i vari programmi di messaggistica. Io cerco di usarli per lavoro. Però un sentimento non si esprime così … non c’è paragone con il profumo del foglio, il colore dell’inchiostro della penna, la forma delle lettere. Mi dispiace per le nuove generazioni, che non hanno avuto l’opportunità di poter vivere il sapore dello scrivere una lettera. Durante i laboratori con i ragazzi abbiamo fatto spesso questa domanda “Avete mai scritto una lettera?”  La risposta è triste. Preferiscono il whatsapp.

Ma poi … vogliamo parlare dell’attesa? Il tempo necessario per ricevere la risposta, l’immaginarsi quello che c’è scritto. Sono cose indescrivibili, uniche! Mi appartengono perché le ho vissute.

Secondo me i ragazzi dovrebbero essere rieducati a scrivere lettere in italiano, senza la x al posto del però e del perché e così via. Io le chiamo le parole mozzate.

Recentemente, cinque o sei mesi fa, ho scritto una lettera troppo bella ai miei genitori. Sai che li ho fatti commuovere?

No, non c’è proprio paragone!

Saluto i due giovani attori, augurando loro che questo progetto possa portare loro le più belle soddisfazioni umane ed artistiche.

Raffaele Patti e Teresa Perretta: Cyrano, uno splendido perdente. was last modified: maggio 17th, 2017 by L'Interessante
17 maggio 2017 0 commenti
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Claudia
CulturaEventiIn primo piano

Luigi Sacchettino, Claudia Buono e Alessia Fratta: “Dog you like?”

scritto da L'Interessante

Claudia

Di Christian Coduto

E’ domenica mattina. C’è un sole davvero bello, di quelli che solamente a maggio si possono godere. Eppure, un gradevole venticello mi fa compagnia. Attraverso una strada sterrata nei pressi di Maddaloni e arrivo a “Dog you like?”, un bellissimo campo  dedicato all’amico per eccellenza dell’uomo: il cane. La prima impressione è quella di ritrovarsi in un’isola felice. I rumori delle macchine sono lontani, persino l’aria che si respira ha un sapore diverso. C’è molto verde e ti senti immediatamente a tuo agio.

Pace è la parola che ti viene subito in mente … eppure c’è vita e gioia intorno a me: Giotto e il suo proprietario Antonio stanno giocando allegramente ad acchiapparèllo, un altro paio di clienti discutono allegramente, mentre i loro cagnolini esplorano il territorio.

Luigi, Claudia e Alessia mi vengono incontro in maniera festosa. Sono dei professionisti che mettono la loro esperienza al servizio degli utenti, in maniera decisamente produttiva. Amano gli animali, lo percepisci all’istante.

Luigi, Claudia e Alessia danno il via all’intervista

Luigi, parliamo un po’ di “Dog you like?” …

“Dog you like?” nasce come associazione sportiva dilettantistica rivolta agli appassionati di cani e a coloro che vogliono avvicinarsi a questo mondo. E’ il frutto attuale della sinergia di cinque personalità, ciascuna esperta in un diverso settore, proprio per promuovere la cultura cinofila. Il campo è nato un anno fa, si trova a Maddaloni, in Via Starza Lunga. E’ stato creato perché ci siamo resi conto che, nella provincia di Caserta, non esistono dei luoghi dove poter slegare il proprio cane, lasciandolo libero e in completa sicurezza. Tenere il cane slegato e dargli la possibilità di esplorare è uno dei bisogni di base della specie canina. Purtroppo, però, spesso il proprietario non riesce ad appagare in maniera idonea tale necessità. Il campo è diviso in tre differenti sezioni. Funziona 5 giorni a settimana come area verde e 2 giorni a settimana come centro di educazione, di cui mi occupo io nello specifico.

C’è la possibilità di fare degli abbonamenti?

Certo! Sia semestrali sia annuali. Una volta fatto l’abbonamento, il proprietario ha l’accesso alla struttura come socio attivo; gli viene consegnata una chiave per poter accedere tranquillamente. Per l’abbonamento semestrale il costo è di 90€, per quello annuale 180€.

Parliamo ora con Claudia Buono.

Claudia, quali sono i prossimi eventi in programma?

Noi ci stiamo cimentando in attività che possano coinvolgere anche persone che non hanno ancora un cane. Il 2 giugno ci sarà un evento rivolto ai più piccolini. Lo scopo è quello di permettere loro non solo di conoscere i cani, ma soprattutto di conoscerli nella maniera corretta: gestire il cane e rapportarsi in maniera adeguata con lui, senza commettere degli errori grossolani che potrebbero determinarne un atteggiamento aggressivo. E’ un evento supportato da me, che sono psicomotricista, mi occupo della parte legata ai bimbi e da Luigi, che è l’istruttore cinofilo e si occupa appunto della gestione del cane. Ci sarà una parte iniziale di natura teorica: i bambini ascolteranno quelli che sono i rudimenti base della comunicazione dell’animale. A questa seguirà una parte pratica in cui, attraverso i nostri cani (che sono particolarmente tranquilli e già educati e abituati alla socializzazione) faremo delle attività ludiche e di esercizio,facendo sì che il bambino diventi parte attiva: camminata al guinzaglio, percorsi guidati, il modo giusto per accarezzarli e così via.

Durante la seconda settimana di giugno ci sarà invece la Passeggiata a 6 zampe. Il cane e il proprietario verranno condotti da Luigi attraverso un percorso guidato al fine di migliorare la gestione e le relazioni. Il percorso permetterà ai cani di esplorare, perlustrare, annusare. Il tragitto è all’incirca di 3 chilometri.

Aggiunge Luigi:

Il problema è che l’essere umano vive troppo il contesto urbano con il proprio cane. L’idea è quella di far vivere all’uomo un contesto più naturale, step fondamentale per riportare l’intero sistema famiglia ad una dimensione di maggior calma, relax ed agio relazionale. Va da sé che, in una situazione in cui sono presenti più cani, i conflitti possono aumentare. Ecco perché spieghiamo ai proprietari l’importanza delle giuste distanze tra i cani e usiamo degli spazi molto ampi con delle nuove piste olfattive: in questo modo si riduce il livello conflittuale.

Il 24 e il 25 giugno ci sarà un seminario dal titolo emblematico “Chiediti se sono felice” che sarà gestito dal collega Giancarlo Spadacini, che si occupa di una razza molto in voga in questo periodo, il Weimaraner (il bracco di Weimar). Questo seminario nasce proprio dalle difficoltà dei proprietari di questi cani di capirne le esigenze e le caratteristiche di razza.

Durante la terza settimana di giugno ci sarà un evento sui luoghi comuni. Devono essere sfatate le leggende metropolitane o le false informazioni. Giusto per dire: si crede che un anno di un cane equivalga a 7 anni dei nostri e il loro primo anno sia uguale ad 1 dei nostri. Tutto ciò è errato! Un cane raggiunge la sua maturità sessuale nell’arco del primo anno di vita. Basti pensare che una femmina raggiunge il primo calore a 6 mesi; se lo vogliamo paragonare ad una donna siamo all’incirca a 12 anni.

Per ciò che concerne i laboratori, è importantissimo l’apporto della dottoressa Angela Pascarella, psicoterapeuta cognitivo comportamentale- socia fondatrice del campo,  e di Dakota, il suo collie, che ha un’affinità incredibile con i più piccoli.

Passiamo ora ad Alessia Fratta. Mentre risponde alle mie domande accarezza Charlie, uno splendido boxer affettuosissimo.

Alessia, tu sei un architetto. Qual è il tuo contributo in questo contesto, per quanto concerne l’arredamento del campo?

La progettazione degli spazi e degli arredi dei campi è stata organizzata da me, sfruttando le competenze di Luigi. Grazie a lui ho compreso quanto spazio dovesse essere destinato ad ogni settore e che tipi di arredi dovessimo utilizzare, ovviamente a prova di cane. Pertanto la scelta è stata fatta in funzione della compatibilità ambientale, ma è stata fondamentale anche la selezione dei colori, di materiali che fossero solidi nella parte esterna, così come la porzione botanica; sono state scelte delle piante in base alle tolleranze dei cani, ma anche quelle che potessero rispondere in maniera adeguata alle nostre condizioni climatiche e alla mancanza di una cura quotidiana, ma che riuscissero a garantire allo stesso tempo l’ombra giusta al momento giusto.

L’arredo è molto rustico, cosa che si adatta perfettamente all’ambiente circostante, a mio giudizio.

Io mi occupo di cinema. Qual è il film con animali che avete amato di più e perché?

Luigi: “Balto” perché veicola l’idea della diversità di un cane che viene vissuta come un valore. Questo accade raramente poichè molti proprietari danno delle attribuzioni ai loro cani molto falsate. Se capissero che lati diversi del loro cane (rispetto a come noi umani li desideriamo) possono rappresentare talenti, per una relazione equilibrata sarebbe decisamente meglio.

Claudia: “Il re leone” … l’ho visto insieme alle mie figlie e mi è piaciuto tantissimo. Anche “Alla ricerca di Nemo”.  Amo i film di animazione!

Alessia: “La carica dei 101” senza ombra di dubbio! E’ l’immagine della loro vitalità, della loro tenerezza, della loro capacità di vivere in gruppo e insieme a noi umani, insegnandoci tantissimo.

Le risposte all’ultima domande mi lasciano sorpreso: possibile che a nessuno sia piaciuto, che so, un “Hachiko” o un “Io & Marley”?

“Giamma!” rispondono all’unisono “I film in cui gli animali sono usati come marionette non li concepiamo in nessun modo, così come il circo!”

… Giusta affermazione, in bocca al lupo ragazzi!

Luigi Sacchettino, Claudia Buono e Alessia Fratta: “Dog you like?” was last modified: maggio 16th, 2017 by L'Interessante
16 maggio 2017 0 commenti
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Contadino
CulturaCuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il cane del contadino

scritto da L'Interessante

Contadino

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati questa settimana avevo un po’ di dubbi su quale argomento affrontare: ancora razze? Le controversie tra i colleghi sulle tecniche migliori per l’educazione del cane? Il fatidico concetto di dominanza? Insomma, non riuscivo a decidermi. Poi stamane l’illuminazione.

Vi racconterò del cane del contadino.

Sì, stavo andando al campo, che è in una zona di campagna. Molti contadini lavorano ancora nell’ orario in cui arrivo io. Uno di loro era in pausa, lì col suo cane accanto. Alla vista della mia automobile il contadino ha preso in braccio il cagnetto, riponendolo a terra solo quando ero ormai distante e non più pericoloso. Il cagnetto allora lo ha guardato- si sono dati un segnale e insieme hanno iniziato a rincorrersi, sorridendosi di vero cuore.

Contadino, in pausa da un lavoro pesante, gioca con il suo cane, divertendosi- penso.

Quanta cura, quanta accortezza, quanta condivisione in quei tre minuti di interazione. Eppure il contadino era con la pesante zappa in mano poco prima. Il cagnetto ha aspettato il suo turno, in cui poter alleggerire il peso di quella zappa attraverso corse scodinzolanti. Evidentemente sapeva che il suo turno sarebbe arrivato.

Ho pensato a tutte quelle famiglie del “non ho tempo per il mio cane”.

Il tempo è una risorsa preziosa ed oggigiorno manca sempre più: ma non si è soliti recitare forse “Quando il perché è forte il come si trova sempre”? Certo, poiché è tutto un discorso di motivazione. Lo dice la parola stessa, ci vuole il motivo che ti spinge all’azione, cioè a fare qualcosa. E spesso questo motivo è legato all’importanza che si da all’altro. Alla capacità di lettura ed empatia verso l’altro. Ti capisco, ti accolgo, condividiamo. E vale, perché anche io sto meglio con te. Sarebbe più onesto portare a consapevolezza un “non ti voglio più”, o anche “ho sbagliato ad adottare un cane ora”. L’errore è umano, la non ammissione è invischiante. La perseveranza nell’errore diabolica.

A noi istruttori un’altra frase induce orticaria: “Se avessi una casa col giardino prenderei un cane”. Come se il cane fosse l’ottavo nano.

Vi assicuro che tutti i cani che vivono in giardino distanti dai loro proprietari trascorrono il loro tempo vicino alla porta d’ingresso, o curiosando su cosa si sta facendo in casa, o ancora provando ad attirare l’attenzione dei proprietari. E se tutto ciò non funziona, trovano spesso strategie auto appaganti, comportamenti come rincorrere le lucertole, abbaiare agli estranei oltre il cancello, leccarsi le zampe o manifestare stereotipie.

Perché non è lo spazio la risorsa principale da avere nella vita con un cane; è il tempo. E pure di qualità. Per le passeggiate, per l’educazione, per la socializzazione, per pulire le pipì del cucciolo e le marachelle fisiologiche, necessarie per la crescita serena del soggetto. Per la condivisione. Il tempo per dare e dire sì; perché per ogni No che diciamo al cane per via del nostro stile di vita, dovremmo pensare ad un Sì per il suo stile di vita.

Il tempo per divertirsi. Ma per divertirsi bisogna crearle le situazioni. E bisogna avere il tempo per crearle. Tempo e voglia. Così come quel contadino ha portato con sé il suo cagnetto e appena possibile si è dedicato piacevolmente a lui, anche noi umani di città dovremmo alzare la motivazione.

Sennò che relazione è?

Attenzione a non diventare coinquilini con il vostro cane.

Fortunato quel cane.

Ode a quel contadino.

Il cane del contadino was last modified: maggio 13th, 2017 by L'Interessante
13 maggio 2017 0 commenti
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Gianni
CinemaCulturaEventiIn primo piano

Recensione: “La Tenerezza” di Gianni Amelio

scritto da L'Interessante

Gianni

Di Christian Coduto

La Tenerezza (Italia, 2017)  *

Regia: Gianni Amelio (5/6)

Con: Renato Carpentieri (8), Elio Germano (6), Giovanna Mezzogiorno (6), Micaela Ramazzotti (6), Maria Nazionale (6/7), Greta Scacchi (5/6)

La trama del film di Gianni Amelio

Lorenzo è un uomo piuttosto anziano. Ha un importante trascorso da avvocato e un presente rivolto alla solitudine: ormai vedovo, ha infatti un rapporto di grande freddezza con Elena e Saverio, i suoi figli. Dopo essere uscito indenne da un infarto (con tanto di ricovero in ospedale e una conseguente evasione alla Harrison Ford ne “Il fuggitivo”), l’uomo decide di tornare a vivere nella sua bella magione, intrecciando sporadici rapporti con pochi esseri umani. A Lorenzo piace osservare le persone, cerca di capire tanto di loro, ma non è in grado di esternare le sue emozioni.

Una serie di coincidenze fortuite lo porta ad interagire con Fabio e Michela, i suoi nuovi vicini di casa, genitori di due figli decisamente irruenti e (leggermente) maleducati …

Lo dico subito: è davvero doloroso, in questa recensione, parlare male de “La tenerezza”, ma da un regista del calibro di Gianni Amelio, che ci ha regalato gioellini come “Il ladro di bambini”, “Porte aperte” (con uno straordinario Gian Maria Volonté) e “Lamerica” era lecito aspettarsi un po’, per non dire molto, di più.

Il film ha una serie di difetti assolutamente imperdonabili, che saltano immediatamente all’occhio: la sceneggiatura, in primis, è priva di ogni qualsivoglia tipo di pathos narrativo. Non si riesce mai a provare empatia nei confronti dei protagonisti della vicenda. E’ costruita (dallo stesso Amelio e Alberto Taraglio) su sequenze fini a se stesse. Non c’è sequenzialità. Si ha l’idea di una serie di riempitivi per portare il film alla lunghezza minima necessaria.

Lorenzo  e Fabio camminano. Tanto. Troppo. Che cosa stanno provando? Non è dato saperlo.

I dialoghi sono quanto di più limitativo ed irritante si possa immaginare: soggetto, predicato e complemento. Stop.

È pur vero che i personaggi principali della vicenda sono tutti disadattati, infelici, insoddisfatti, ma allo spettatore non arriva nulla, se non una successione infinita di attimi di freddezza.

Alcuni personaggi compaiono e scompaiono senza motivo: che fine fa Aurora, la mamma di Fabio, ad esempio?

Quale significato attribuire alla sequenza conclusiva (che, ovviamente, non rivelerò)? Possibile che i 103 minuti di proiezione avessero come unico scopo quel (ridicolo) finale?

Amelio, in una recente intervista, ha rivelato che il suo sogno era quello di ambientare un suo film a Napoli, una città che ama moltissimo. Scegliere le zone meno curate e in completo restauro (vedasi la sequenza ambientata nella Galleria Umberto I, sinceramente un po’ forzata tra le altre cose) non ha reso giustizia ad una delle città più belle del mondo.

Anche l’occhio meno esperto non avrà difficoltà a notare evidenti errori di montaggio.

E’ mia ferma opinione che il realizzare un’opera cinematografica non sia necessariamente un fatto obbligatorio. Se le idee mancano, è preferibile un dignitoso silenzio, soprattutto tenendo conto del passato importante del cineasta.

Altrettanto doloroso è, infine, constatare la deludente performance di un cast di tale caratura: Elio Germano, Micaela Ramazzotti, Giovanna Mezzogiorno e Greta Scacchi appaiono in difficoltà, danneggiati da dialoghi al limite del ridicolo e da una scarsa caratterizzazione dei personaggi che gli sono stati affidati.

Un applauso a Maria Nazionale che affronta, invece, in maniera spigliata e realistica il suo compito, regalando alla sua Rossana la giusta dose di veracità. Vincente l’intonazione, convincente la postura.

“La Tenerezza” è però, a tutti gli effetti, un film con Renato Carpentieri: l’attore recita con il corpo, la voce e gli occhi. I segni del tempo sul suo viso aggiungono espressività ad un solido professionista, troppo spesso sottovalutato.

Aspettiamo Gianni Amelio con un ritorno in grande stile dopo questa pellicola che speriamo sia un caso unico nella sua bella carriera.

Termino con una domanda: perché dare così tanto spazio, sulla locandina, alle figure di contorno di Germano, Mezzogiorno e Ramazzotti, quando il protagonista della vicenda è, al contrario, Lorenzo?

Meditate gente, meditate …

Recensione: “La Tenerezza” di Gianni Amelio was last modified: maggio 11th, 2017 by L'Interessante
11 maggio 2017 0 commenti
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Shiba
CulturaCuriositàIn primo piano

Il piccolo, ma non troppo Shiba Inu. Intervista ad Antonio Lombardo

scritto da L'Interessante

Shiba

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati il fascino che l’Oriente riveste sull’Occidente è spesso notevole, e anche nel mondo della cinofilia si avverte questa tendenza. E’ per questo che dopo i maestosi Akita inu abbiamo deciso di concentrarci sugli Shiba inu, e per farlo ci siamo affidati ad Antonio Lombardo, Educatore Cinofilo FICSS, ex allevatore di Akita Inu con affisso Enci, che da due anni e mezzo collabora con il più grande allevamento di razze giapponesi d’Europa, in provincia di Torino.

Partiamo dall’origine dello Shiba inu

Grazie mille per aver accettato l’intervista. Qual è l’origine di questa razza orientale? A volte saperne l’origine aiuta la conoscenza del comportamento da parte dei proprietari.

“Come avviene per tante razze, l’origine dello Shiba inu è alquanto vaga, ma ciò che sappiamo per certo è che si tratta di uno dei cani asiatici più antichi. E’ il più piccolo tra le sette razze native giapponesi, e veniva indicato come cane da caccia, a differenza del più grande e conosciuto cane giapponese, ovvero l’Akita inu, indicato altresì da caccia e lavoro. Il suo magnetismo risiede nel contrasto della sua essenza, selezione, ma scrupoloso mantenimento dei caratteri ancestrali. E’ un cane dall’aspetto essenziale e rustico, è un cacciatore formidabile, versatile e fatto per qualsiasi superficie e preda. Specialista nella caccia di piccole prede, veniva utilizzato dai cacciatori persino per irretire gli Orsi: inducendoli a sorreggersi sulle due zampe posteriori, il cuore della preda poteva così divenire facile bersaglio per le frecce dell’uomo”.

Spesso i futuri adottanti scelgono questo cane per la loro estetica e simpatia: ma cosa comporta vivere uno shiba nella realtà?

“Come già accennato i suoi scopi selettivi ci danno più che un’ idea sul suo comportamento. Molto dinamico e attivo, si lega molto ai propri referenti, ma ha anche una buona dose di socievolezza. Come tutti i cani nipponici, è estremamente silenzioso e particolarmente pulito. Stoico come pochi nel trattenere i propri bisogni già dalle prime settimane in casa, detesta sporcare i propri spazi. Apprezza i confort domestici, ma adora la natura: quello è il suo areale, dove i suoi occhi luccicano e si infiammano al contatto con la neve, il suo naso gocciola all’annusar del bosco. In libertà ha distanze medio-ampie, molto predatorio e autonomo nell’esplorazione, come tutti i cacciatori ama le tracce e godersi i sapori olfattivi”.

Quanto si discosta il comportamento di uno shiba da quello del cugino akita? Spesso si sente dire che uno shiba è un akita in miniatura: cosa ne pensa a riguardo?

“In verità si somigliano parecchio, ma non esteriormente: dal punto di vista morfologico sono tecnicamente molto differenti; infatti uno shiba che assomiglia ad un akita non è uno shiba in tipo. Internamente sono molto simili, poiché entrambi portano con sé tutto il prodotto della coevoluzione col popolo Giapponese. Discrezione, delicatezza, pulizia sono le peculiarità di queste due razze. E’ definito più nevrile, ma a me piace raccontarlo semplicemente come più vivace, più attivo e dinamico del cugino di grande taglia”.

Cosa può consigliare ai futuri adottanti che è necessario debbano sapere su questa razza?

“Uno shiba adulto è capace di farvi percorrere 50 metri in 30 minuti: se prima non ha terminato la sua zelante ispezione è impossibile proseguire. Scherzi – ma non troppo- e tecnicismi a parte, è un cane attivo, che dice la sua, che propone e sceglie. Tende ad essere incompatibile coi conspecifici di egual sesso ma può tranquillamente avere degli amici cani. Non è di certo un cane da area cani- ammesso che esista il cane da area cani-, è di piccola taglia ma non pensate che sia una fantastica reliquia giapponese da lasciare lì, sul divano, tutta da contemplare. Lo shiba, come tutti i cani da caccia, ama i caldi ripari, soprattutto dall’umidità, ma ha anche un bisogno di fare importante. Come detto, non disdegna la vita d’appartamento, ma ha bisogno di esperienze in natura che gli permettano di ritrovare il proprio equilibrio. Molto solare, è un compagno discreto per i bambini, festoso con chi ritiene amico, tende alla diffidenza verso cani ed umani, ma meno che l’akita, per questo va vivamente consigliata una buona conduzione alla maturità, attraverso una corretta esposizione sociale. E’ un cane molto forte e longevo, non ha patologie peculiari di forte incidenza, facile da pulire, ha mute due volte l’anno che sono più frequenti nei soggetti maggiormente esposti alle escursioni termiche”.

Piccolo, ma non troppo.

Orientale, ma con la simpatia di un partenopeo. La si scopre bene su Youtube, dove abbondano video molto esplicativi con protagonisti gli shiba.

Il piccolo, ma non troppo Shiba Inu. Intervista ad Antonio Lombardo was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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Emilio
CulturaCuriositàEventiIn primo piano

Emilio Porcaro: l’acchiappapensieri

scritto da L'Interessante

Emilio

Di Christian Coduto

A Napoli ci si ingegna. Si crea arte, si trasmettono emozioni, si dona calore in mille modi.

Le nuove generazioni sfruttano canali più recenti, ma sono in grado di riutilizzare anche vecchie forme di comunicazione, regalando loro nuova linfa vitale, reinventandole.

Oggi incontro Emilio Porcaro, un ragazzo giovanissimo. Egli è il fondatore di “Io penso che …”.

A lui piace esprimere impressioni attraverso la fotografia.

L’elemento caratteristico di questo lavoro è quello di donare alle persone fotografate, un foglio su cui ognuno può scrivere un pensiero, un concetto, uno stato d’animo. Lo stesso foglio diventa poi parte integrante (anzi, fondamentale) della foto che verrà scattata.

Ci diamo appuntamento al Nuovo Teatro Sanità, a Via San Vincenzo 1, dove c’è una mostra permanente di “Io penso che …”. Dopo un saluto a Mario Gelardi, il direttore artistico del teatro, mi soffermo a guardare gli shooting fotografici opera di Emilio e dei suoi collaboratori: immagini che straripano di vita, di gioia. Talvolta si evidenziano degli attimi di leggera malinconia (forse, per qualcosa che non è stato detto o fatto a tempo debito). Non sono scatti freddi: trasudano energia, si rimane incantati, sono vivi.

Emilio mi raggiunge poco dopo, con un sorriso contagioso. Sembra molto più piccolo dei suoi trenta anni (che sono già pochissimi, di per sé N.d.R.). Poi, quando inizia a parlare, rimango colpito dalla profondità delle sue parole.

Emilio Porcaro racconta il suo percorso artistico.

La prima domanda è d’obbligo: chi è Emilio Porcaro?

Allora (corruga le sopracciglia) … Emilio è un architetto di 31 anni che vive a Napoli. Ho vissuto a Londra per 5 mesi e a Firenze per un anno e mezzo. Solitamente, sfrutto il mio tempo libero per scattare fotografie.

Quando nasce la passione per la fotografia?

E’ nata quando ho iniziato l’università, intorno al 2006. All’inizio fotografavo paesaggi e tutto ciò che fosse relativo alle materie che stavo studiando (palazzi, strutture e via dicendo). Con la fotografia sono riuscito a comunicare. Intendo: La comunicazione verbale è bellissima, ma le fotografie mi permettono di sentire quel quid in più, proprio nel momento in cui scatto. Percepisco il luogo e le cose che mi circondano. Riesco così a catturare il tutto. E’ un discorso di empatia: se non riesci a cogliere ciò che gli ambienti e gli oggetti ti trasmettono, lo scatto risulterà freddo.

Sei il fondatore di “Io penso che …”, che è diventato un vero e proprio caso virale. Ti va di parlarcene?

Certo! Adesso parliamo di un vero e proprio collettivo: un foto progetto che è cresciuto nell’arco di soli due anni. Si è sviluppato in tutta Italia, grazie alla presenza di tanti fotografi che vanno da Palermo fino ad arrivare a Genova. E’ un progetto nato quasi come un gioco, durante il mio soggiorno a Firenze. Una sorta di controreazione alla fine della mia ultima storia. Non potevo credere che tutti gli esseri umani fossero portati a basare la propria vita sulla falsità, a non dire la verità. Avevo bisogno di capire se le persone fossero in grado di comunicare realmente. Siamo abituati a comunicare attraverso una patina  data dal digitale e poco de visu. Quindi, nel tempo, il target di “Io penso che …” ha assunto una forma più definita: quella della comunicazione sentita, reale.

Ha una sensibilità incredibile. Le sue parole hanno un peso. Glielo sta dando il ricordo di un dolore, un’esperienza che ha vissuto. Non c’è costruzione … solo tanta, tanta onestà. Si sta aprendo, mettendo a nudo di fronte ad una persona che non ha mai né visto né sentito prima. Ci vuole coraggio da vendere, gliene rendo davvero atto.

I protagonisti delle foto di “Io penso che …” sono attori di teatro, gente del mondo dello spettacolo, ma anche studenti, persone che girano per la città e così via. Come vengono scelti? Come affrontano il loro momento da “fotomodelli”?

Per me tutte le persone sono uguali, visto che il centro del progetto è il pensiero. Ho notato che, da tempo, si tende a dare troppa importanza alla notorietà, se uno è in grado di stare su uno schermo oppure no. “Io penso che …” permette alle persone di esprimere ciò che pensano, in maniera concreta. Senza fregarsene dei like che possono eventualmente ottenere. Si crea una sorta di rapporto di amicizia, un’empatia tra il fotografato e il fotografo.

Come scelgo le persone? Guarda, io osservo tanto. Deve colpirmi un viso, un particolare dell’abbigliamento, un atteggiamento.

La reazione delle persone coinvolte è quasi sempre positiva, anche se capita di incontrare qualcuno che non ama o non vuole essere fotografato. 

Non parlerei di fotomodelli. Prima di scattare la foto, cerco di far capire alle persone il vero significato del progetto, che la popolarità non c’entra nulla!

Le foto sono in bianco e nero, cosa che adoro perché il tutto aggiunge fascino al progetto. Gli altri colori sono “banditi”, se escludiamo qualche deliziosa comparsata di un blu, ad esempio, tra le imbracature di alcune acrobate o il rosso e il verde dei pensieri che vengono trascritti sui fogli. Perché questa scelta?

Sì c’è sempre un colore che varia, che è quello della scritta. La scelta è legata al fatto che l’occhio umano è attratto, in primis, da tutto ciò che è colorato. Poiché il progetto deve dare importanza ai pensieri, sono proprio le parole che devono risaltare, devono rimanere impresse. Tutto il resto rimane in bianco e nero perché passa in secondo piano. La foto, in effetti, può essere letta a tre livelli: la parte scritta, l’inquadramento della persona e, infine, il contesto, la location. Talvolta qualcuno mi dice “No, forse quello che voglio scrivere è banale, non è il caso”. Non sono d’accordo: se una cosa è sentita, se è reale, non sarà mai banale. Ovviamente, chi leggerà quella scritta, quel pensiero, potrà avere una reazione positiva o negativa. E questa è una dinamica che mi affascina molto.

Tanti i partner di questo progetto, tra i quali l’Assessorato alla cultura e Assessorato ai giovani del comune di Napoli …

Guarda, colgo l’occasione per ringraziare l’Assessore Alessandra Clemente, che ha creduto sin dal principio al mio progetto; mi ha dato spazio, lo ha pubblicizzato. Alessandra è una persona che ama chi ha voglia di fare.

Continuiamo a collaborare anche con il Teatro Bellini, il Nuovo Teatro Sanità, L’Ente Cassa Risparmio Firenze, il progetto “Siamo Solidali” sempre a Firenze … è un progetto no profit, mi preme ricordarlo. Quando c’è un’idea che viene vista e apprezzata, le persone sono ben liete di partecipare.

Le foto vengono “ritoccate” o lasciate tal quali?

Le foto non vengono mai ritoccate. Non ci sono modifiche dei tratti somatici delle persone. C’è il bianco e nero, ma la foto rimane quella. Sarebbe un’alterazione della realtà e non lo accetterei. Per me è necessario mostrare la realtà dei fatti.

Un fotografo deve essere in grado di cogliere l’attimo: quanto tempo richiede uno scatto? Sembra una domanda banale, vero?

Nel mio caso, tanto pochi minuti quanto una mezz’ora complessiva. E’ cambiato il mio modo di fotografare: all’inizio, le persone tenevano in mano il foglio con la scritta. Ora, invece, metto il cartello vicino alle persone, al fine di avere una composizione maggiore. Mi piace molto studiare le posture. A volte tendo a dare un’interpretazione di ciò che è stato scritto proprio in base al linguaggio del corpo. Spesso mi dicono che riesco a catturare l’attimo, l’emozione. E’ una cosa che mi gratifica, mi rende felice. Significa riuscire ad agguantare l’essenza del soggetto immortalato.

Architetto, fotografo e (inconsapevole) psicologo. Mica male eh?

Hai vissuto per un po’ a Londra. Cosa ti ha lasciato quel periodo in termini di comunicazione ed eterogeneità culturale?

Londra mi ha formato completamente. E’ una realtà così varia e variegata, ti dona tanti input, ti elasticizza la mente. Tutti dovrebbero vivere per un po’ al di fuori della propria realtà quotidiana. Non esiste il luogo perfetto. Siamo propensi a credere che il posto migliore sia quello in cui viviamo o siamo cresciuti, ma non è affatto così. Le realtà sono varie, ci sono tanti tipi di comunicazioni differenti. Si viene a contatto con molteplici culture; ciò ti permette di crescere.

Le mostre fotografiche dedicate a “Io penso che …” sono tantissime, tra Napoli, Torino e Firenze (alcune delle quali, permanenti!). E’ una realtà che interessa tante città italiane, oltre a quelle che ho citato prima, anche: Milano, Torino, Roma, Palermo e Genova. Un risultato impressionante. Quanto lavoro ha alle spalle?

Ci sono due mostre permanenti: una al teatro Bellini e un’altra al Nuovo Teatro Sanità. “Io penso che … “ funziona per un semplice motivo: il pensiero è ovunque, non è legato ad un singolo luogo. Non ho mai amato la territorialità, non mi sono mai sentito solo partenopeo, quanto piuttosto un cittadino italiano o, volendo enfatizzare, un cittadino del mondo (sorride). La territorialità fa sì che le cose vengano fatte esclusivamente “di pancia”. Sarebbe necessario invece ragionare con la mente, il cuore e la pancia. Solo così si crea un qualcosa che può essere usato e che non sia legato ad un contesto. Con questo foto progetto siamo stati a Londra, Madrid, Berlino e Monaco. Abbiamo studiato i pensieri degli italiani che vivono all’estero.

Il lavoro alle spalle è immenso. Un grazie va ovviamente ai ragazzi che lavorano con me. Sono tutti incredibili, soprattutto Guglielmo Verrienti e Mario Falco, che sono amici da una vita e mi danno una mano in maniera assidua.

A tal proposito: questo è il sito del nostro progetto: http://www.iopensoche.altervista.org/

Il pensiero n.499 vede come protagonista proprio te

Questa foto è stata scattata da Federica Cilento. “Io penso che … bisogna capire per cosa vale la pena attendere” che è poi il mio modus vivendi. E’ una frase ricorrente nella mia vita: spesso mi sono ritrovato a dover capire per cosa valesse la pena attendere. Il che, nel tempo, mi ha reso molto paziente. Prendo le cose a mano a mano, così come vengono. Cerco di concentrarmi su ciò che mi sono prefissato; non mi arrendo facilmente. Se hai la pazienza di coltivare le cose, ottieni i giusti frutti.

“Io penso che …” è sicuramente un gran bel lavoro di gruppo. Quali sono gli altri membri dello staff?

Marco Rinaldi (Palermo), Anna Rita Cattolico (Roma) Eleonora Litta (Firenze) Baldassare Tudisco (Torino), Jacopo Ardolino (Milano) e Roberto Palombo (Genova). Poi c’è la “squadra napoletana”, come la chiamo io: il fotografo Guglielmo Verrienti, il web master Mario Falco, la video maker Linda Russomanno e la fotografa e press office Federica Cilento. Come già dicevo prima, soprattutto Mario e Guglielmo sono dei collaboratori incredibili, oltre che amici fraterni.

Io mi occupo di cinema. La fotografia e il cinema hanno tanto in comune, essendo due meravigliose forme d’arte. Qual è il film della tua vita?

“The terminal” con Tom Hanks. In questo film lui interpreta un uomo che cerca di comunicare, di farsi comprendere, nonostante le difficoltà iniziali. Anche io sono così, in alcune occasioni. Per errore mio, forse, o per sensibilità differenti. Il problema spesso è proprio questo: la capacità di sentire. Non tutti ne sono in grado, ne hanno voglia. A volte è necessario trovare delle nuove chiavi di lettura per interagire con le persone. Con altri, invece, tutto è più spontaneo, immediato. Quando accade, è una cosa meravigliosa.

Cosa dobbiamo attenderci da Emilio Porcaro per questo 2017?

Spero tantissime cose. Il progetto “Io penso che …” proseguirà ancora a lungo; lo affronto con grande passione, con un gruppo davvero coeso e compatto. Mi auguro di fare ancora tante mostre e di far capire alle persone che è importante essere se stessi. Questa è l’unica chiave che permette di andare avanti. Non sono un Guru e non mi reputo tale, sia chiaro, però con questo progetto posso non solo donare, ma anche ricevere dagli altri. Un interscambio necessario per crescere, ascoltando storie sempre diverse.

 

Fatti una domanda e datti una risposta …

“Perché continui a fare tutto questo?” “Perché, nonostante tutto, ne vale davvero la pena!”

Prima di salutarci, Emilio mi chiede se può scattarmi una foto da inserire nel progetto. Accetto con entusiasmo e molto piacere. “Sai già cosa scrivere?” mi chiede. Ci penso un attimo, prendo in mano un pennarello di colore blu e completo la frase “Io penso che … cadere, farsi un po’ male e rialzarti (un po’) più forti di prima … sia l’essenza della vita!”

Ph. Daniela Affinito

Emilio Porcaro: l’acchiappapensieri was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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Davide
CinemaCulturaIn primo piano

Davide Montecchi: da grande voglio essere vivo

scritto da L'Interessante

Davide

Di Christian Coduto

Il thriller italiano ha parenti e radici illustri: Mario Bava, Lucio Fulci, Aldo Lado sono solo alcuni dei nomi di punta di un genere che, nel tempo, è stato ingiustamente bistrattato e messo in secondo piano. I nomi di Dario Argento, Ruggero Deodato, Lamberto Bava e Michele Soavi, amati nel nostro paese (e idolatrati all’estero) vengono associati alla violenza fine a se stessa. Come se quella ricerca sottile della paura, del creare angoscia, non fosse meritevole di rientrare nell’ambito della cinematografia che conta davvero. Anni ed anni di ridicola ed incomprensibile serie B. Non a caso, le ultime produzioni thriller/horror (Ivan Zuccon, Domitiano Cristopharo, Lorenzo Bianchini) sono tutte di natura indipendente. Vincono premi nel mondo, riempiono le sale, ma nessuno (tranne i siti specializzati) sembra interessarsene davvero. Oggi incontro Davide Montecchi, che ha esordito alla regia con “In a lonely place” un thriller psicologico indie, che ha qualità tecniche e artistiche di gran lunga superiori alla maggior parte dei prodotti preconfezionati che ci vengono propinati nelle sale da molto tempo a questa parte. Davide ha un sorriso smagliante. E a buon diritto: il film ha già vinto dei premi e si appresta a conquistare il mercato estero. Una storia complessa, articolata, recitata magnificamente da Luigi Busignani, che nel film è Thomas e da Lucrezia Frenquellucci, che interpreta Teresa.

Come spesso accade, anche Davide è completamente l’opposto di ciò che mi sarei aspettato, considerando il tema del film: vivace, ironico, allegro. E’ molto orgoglioso del suo film, nel corso dell’intervista lo ribadisce, ma sempre con un velo di umiltà.

Davide Montecchi parla di sé.

Chi è Davide Montecchi?

Domanda complessa. Rispondo con l’aforisma del pittore Balthus «Sono un pittore di cui non si sa nulla. Adesso potete guardare i miei quadri».

Quando è nato l’amore per il cinema? Quando hai capito che diventare un regista sarebbe stato il tuo scopo nella vita?

Ricordo che ero bambino e guardavo un qualche film di Dario Argento alla televisione, forse “Suspiria”. Mi colpì moltissimo e credo che la passione sia nata lì.

Ti sei laureato al DAMS con una tesi sul regista Peter Greenway. Cosa ti affascina maggiormente di questo cineasta?

Il suo essere radicalmente differente da chiunque altro.

Parliamo del tuo primo film, “In a lonely place”. Un thriller/drammatico. Ma, sostanzialmente, è un film sull’amore: disturbato, malato, folle, certo, ma sull’amore …

Sì, è esattamente questo il tema del film. Thomas è un romantico, un uomo che patisce un amore non corrisposto fatto di sofferenza e senso di abbandono. E in lui è forte la contraddizione tra amore e odio, tra venerazione fanatica e disprezzo verso Teresa, la donna che ama … o forse il disprezzo è riservato solo ad alcune delle sue parti interiori.

Thomas è in fondo una specie di Antonio Delfini, lo scrittore delle “Poesie alla fine del mondo” che scrisse versi bellissimi ma pieni di tristezza e rancore alla donna che amava “Quanta pena mi fai … quanto dolore …/Lo schifo il disprezzo che ho per te/… pur sempre amore …/si tramutò una sera a Montenero/ questa estate per il tuo pensiero/ in fervida preghiera. E mai fu così sincero.”

Hai realizzato diversi cortometraggi e vari videoclip musicali. Com’è stato il passaggio alla dimensione lungometraggio?

Naturale e più piacevole di quello che credevo. Ero abituato a fare praticamente tutto da solo. Avere persone valide e capaci con cui collaborare è stato splendido.

Partendo dal fatto che un film NON lo fa il budget, quanto è costato “In a lonely place”?

Pochissimo, ma solo perché tutti i componenti della troupe, per amore del progetto, hanno accettato di lavorare con retribuzioni simboliche. Ovviamente tutta la sceneggiatura è stata costruita per esaltare al massimo quello che avevo disponibile.

Nel film, l’intero peso è sulle spalle di due soli attori, Luigi Busignani e Lucrezia Frenquellucci. Scelta azzeccatissima: sono bravissimi! Come sei arrivato a loro?

Sono in realtà “arrivati in dono”: ci siamo conosciuti casualmente per altri progetti, e quando si è trattato di scegliere gli attori con cui lavorare mi sono sembrati la soluzione più naturale ed efficace. Forse anche la scrittura dei personaggi è stata in parte inconsciamente influenzata da loro.

Quanti sono stati i giorni di lavorazione sul set?

Circa 30 di riprese, e circa un anno tra montaggio e post produzione.

Nel film, i protagonisti non sono solo Thomas e Teresa. Anche la polvere depositata sui mobili dell’albergo fa la sua parte. A tal proposito: ci sono una fotografia e un gioco di luci straordinarie …

Merito di Fabrizio Pasqualetto, il direttore della fotografia e Marco Nanni, l’operatore di camera. Sono stati interlocutori di straordinaria tecnica e sensibilità, capaci di tradurre in realtà le mie idee astratte.

Del film hai curato non solo la regia, ma anche il soggetto, la sceneggiatura, il montaggio e ne sei produttore. Ora, rivedendolo, sei soddisfatto del risultato finale?

Il regista e il montatore sono molto soddisfatti. Il produttore, con cui parlo ogni giorno, è incazzato perché sta ancora aspettando di rientrare dell’investimento … mi dice che forse ho sbagliato a fare un film così diverso, difficile da capire, per pochi.

Ma sono fatti suoi. A me non interessa. Sì, ho fatto un film per pochi. “Per noi felici pochi”.

“In a lonely place” è un progetto indie al 100%. A tuo giudizio, quali sono i pregi e i difetti di un lavoro indipendente?

Libertà totale, isolamento totale.

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo libro letto, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Al cinema ho visto “Guerre Stellari”, il cd non ricordo, forse un cofanetto del Battisti ultimo periodo, quello con i testi di Pasquale Panella. Di libri ne comincio a leggere diversi al giorno ma ne finisco pochi. L’ultimo che ho iniziato è un profilo critico su Pietro da Rimini, il pittore del ‘300. A teatro ho visto il bellissimo “Sleep No more”.

Cosa dobbiamo attenderci da Davide Montecchi per questo 2017?

Ho scritto un secondo film. Ma sarà un progetto più grande e complesso, spero di trovare i fondi necessari al più presto.

Ed ora un omaggio a Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

“Cosa vuoi essere da grande?”  “Vivo.”

Che dire … segnatevi questo nome: entro pochi anni, ne sono certo, entrerà nel novero dei registi che contano nel nostro paese!

Davide Montecchi: da grande voglio essere vivo was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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Sergio
CinemaCulturaIn primo pianoTeatroTv

Sergio Del Prete: un ragazzo timido, rinato grazie alla recitazione.

scritto da L'Interessante

Sergio

Di Christian Coduto

Arriva nei pressi di Piazza Plebiscito in perfetto orario. Sorridente come sempre. Ha un atteggiamento amichevole che suscita immediatamente allegria. Mi saluta in maniera educata e cordiale.

Un caffè nel celebre “Gambrinus” ci sta tutto. Soprattutto oggi pomeriggio: Napoli con il sole è la fine del mondo. Sergio, da persona socievole e abituata ad essere in contatto con tante persone, scherza allegramente con i camerieri. Sembra quasi di casa.

L’intervista sarà veloce, ritmata. Eppure, senza affanni. Tende a coinvolgerti, ad abbracciarti con le parole. “E’ una parte di Napoli che conosco molto bene” mi dice “Ho lavorato anche nel Tunnel Borbonico, tempo fa. Un’esperienza molto bella, quella di Noi vivi, ambientata durante la seconda guerra mondiale”.

Sergio Del Prete ci parla del suo percorso artistico.

Chi è Sergio Del Prete?

Un trentenne, della provincia di Napoli, che ama il mare e il cibo.

Quando hai capito che la recitazione avrebbe avuto un ruolo così importante nella tua vita?

Nel momento in cui ho visto che stava diventando il modo migliore che avessi per comunicare: un adolescente timido e riservato aveva finalmente trovato un modo per farsi “accettare”.

Il connubio attore/timidezza è piuttosto frequente. Molti sono i personaggi del mondo dello spettacolo che hanno delle piccole remore, che tendono alla riservatezza. Per molti di quelli che ho conosciuto ed intervistato era un fatto tangibile, evidente. Ammetto, stavolta, di essermi sbagliato: il modo in cui è seduto, il suo modo di parlare, persino l’abbigliamento riflettono una sicurezza incredibile. Forse, cerca di darsi un tono per non lasciare trasparire quei piccoli limiti che, inevitabilmente, ogni essere umano possiede. Apparire “imperfetto” (virgolette d’obbligo) non lo aiuterebbe a superare di certo il suo essere introverso. Un leone con un cuore tenero? Definiamolo così.

Sei un attore che si è fatto le ossa sul palco, in realtà più piccole e in produzioni importantissime. La gavetta sembra essere un optional, soprattutto per i personaggi (o presunti tali) che provengono dalla televisione. Come affronti questo involgarimento che sta subendo il teatro?

Come per tanti attori napoletani, le mie prime ispirazioni sono nate dalla grandezza di Eduardo, la genialità di Totò e la delicatezza di Massimo Troisi. Personaggi che trasmettono involontariamente, come tutti i grandi, il senso del sacrificio, che non è sempre una parola che deve far paura. La gavetta prevede anche una base di curiosità nell’artista, nel volersi confrontare con diversi metodi. Purtroppo viviamo nell’epoca del “tutto e subito”, dei “fenomeni del momento”. L’involgarimento non lo subisce il teatro, ma il suo mercato e, purtroppo il pubblico. Il teatro è molto più grande di tutti noi. È un involgarimento che deriva dai produttori che sono sempre più interessati, giustamente o ingiustamente, solo ai numeri e non ai numeri uniti alla qualità. Da attore non disprezzerei certo ruoli televisivi, ma cercherei allo stesso momento di avere sempre di più quella curiosità del bambino/attore di teatro.

Hai lavorato, in diverse occasioni, con un artista del calibro di Ernesto Lama. Ultimo in ordine cronologico, il bellissimo progetto “Anonimo napoletano”. Quanto è importante la sintonia con il regista per la resa sul palco?

Ernesto Lama è un po’ un mio “padre artistico”. Artisti geniali come lui ce ne sono davvero pochi in giro. Da diversi anni lui conduce laboratori, trasmettendo il suo sapere teatrale che è infinito. È uno di quegli artisti che il teatro glielo vedi negli occhi, nelle mani, nelle rughe. Impari osservandolo attentamente, osservando le sue infinite sfumature. La sintonia con un regista è decisiva ai fini dello spettacolo. Il regista non deve fare altro che stimolare all’ennesima potenza l’attore e farlo sguazzare nella sua libertà all’interno di un contenitore. L’attore per natura è libero, non lo puoi ingabbiare, ma lo devi accompagnare per mano. Se vuoi davvero il massimo da un attore lo devi stimolare, affiancare, non ingabbiarlo.

Un’altra esperienza importante: “Signori in carrozza”, con Giovanni Esposito, ancora Ernesto Lama e Paolo Sassanelli, che ne cura la regia …

La mia prima tournèe. Un’esperienza fondamentale per la mia carriera. Sono arrivato a questo spettacolo grazie ad Ernesto Lama che mi ha proposto al regista Paolo Sassanelli, che mi ha scelto dopo aver sostenuto un provino. La fortuna di aver lavorato in questo spettacolo sta nel fatto di aver avuto la possibilità della ripetitività. Si ha l’opportunità di “provarti” come attore ogni sera, di calibrare con il pubblico i tuoi tempi, i tuoi sguardi, i tuoi movimenti. Poi, avere l’opportunità di stare in scena con Ernesto, Giovanni e Paolo, non capita tutti i giorni. Questa opportunità l’ho sfruttata come una grande scuola, osservando la grandezza, i dettagli, i particolari, le piccole abitudini e manie di questi tre grandi artisti. Giovanni Esposito è tra gli attuali attori più bravi d’Italia a mio parere, un attore intelligente, dal quale devi rubare la sua grande professionalità e precisione. Con Ernesto impari tanto mestiere, è uno di quegli attori che sa perfettamente cosa accade alle sue spalle, uno che conosce i centimetri del palco in cui si trova, a memoria. Paolo Sassanelli invece è un poeta, il suo metodo inizialmente sembra essere scoordinato, ma alla fine ti accorgi che la sua regia è un orologio di poesia, un grande uomo. Una sua frase che non dimenticherò mai è: “Uno spettacolo bello lo fanno in tanti. Noi dobbiamo cercare di fare uno spettacolo straordinario”.

Per il Napoli Teatro Festival Italia 2016 reciti ne “La tempesta”, accanto a Michele Placido

 

Un’esperienza emozionante per diversi motivi. Prima di tutto incontrare Placido: ero un po’ intimorito da lui a dire il vero. Quando incontro grandi uomini di teatro e dello spettacolo cerco di relazionarmi a loro sempre con grande rispetto e riserbo, ma lui è una persona semplicissima, che ha il sud negli occhi.

Ma un’emozione ancora più forte l’ho provata perché ho recitato uno dei testi più belli, secondo me, della storia del teatro: la traduzione della “tempesta” di Eduardo De Filippo. Un testo che leggi e mentre lo fai ti batte il cuore forte. Ho recitato la parte di Calibano, lo schiavo orco dell’isola. In quella occasione, ho scoperto che Placido aveva interpretato lo stesso ruolo ben 30 anni prima.

 

Quest’ultima frase me la dice con una punta di orgoglio e di immensa soddisfazione. Sempre, però, nell’ottica del bambino che si avvicina al mondo del teatro: con stupore, curiosità, tenerezza.

Sei apparso in tv in un piccolo ruolo in “Un posto al sole”, ma soprattutto in “Sotto copertura 2”. Quali differenze hai trovato, in termini di approccio al personaggio, dinamiche, tempistiche, rispetto alla realtà teatrale?

Sono due mondi differenti. L’attore è un atleta e il cinema, la televisione e il teatro sono semplicemente sport differenti. L’approccio al personaggio cambia non solo in base al contesto/sport, ma anche in base al ruolo. Ci sono ruoli per i quali lo studio inizia tempo prima perché devi entrare in dinamiche di vita che non ti appartengono e da attore devi avere la lucidità di entrare e uscire da questa ad ogni ciak battuto. Li è tutto molto più veloce, soprattutto in televisione. La mia vita è in teatro, dove c’è il tempo di capire cosa stai facendo, dove sei e in che modo puoi esprimerlo. Il pubblico è lì, non si scappa, se sbagli sei fregato, ma sei fregato soprattutto con te stesso. Se svolgi il tuo lavoro come Dio comanda il pubblico lo riconosce sempre.

Al cinema sei stato diretto da registi del calibro di Guido Lombardi, Mario Martone, Sidney Sibilia. Cosa provi quando (e se) ti rivedi sul grande schermo?

Rivedo subito i miei limiti e i miei errori, sono molto critico con me stesso. Sono uno stakanovista, mi stanco raramente e cerco sempre di fare meglio, e credo si possa riuscire solo riconoscendo i proprio limiti e i propri errori.

Ecco, appunto: l’autocritica. Nel corso dell’intervista, ciò che avevo intuito all’inizio appare molto più chiaro, evidente.

Partecipi a “Caserta dream palace”, un maestoso cortometraggio diretto da James McTeigue. Credi che, da un punto di vista registico, gli artisti stranieri seguano dei percorsi differenti rispetto ai nostri cineasti? Intendo: emozioni da trasmettere, uso della tecnica e dei mezzi tecnici a disposizione, montaggio, direzione degli attori …

L’impressione che ho avuto è che in questi grandi progetti, nulla è lasciato al caso e tutti sanno perfettamente cosa fare. Tecnicamente sono straordinari, in Italia c’è ancora un metodo artigianale, che a mio parere non è sempre sbagliato. C’è una grande differenza artistica, credo che l’Italia da un punto di vista “industriale” debba ancora lavorare tanto, ma ci sono dei grandi artisti che spesso vengono schiacciati da dinamiche che di artistico hanno ben poco.

Un’altra collaborazione importante è quella con il regista Roberto Solofria: insieme a lui interpreti e dirigi “Chiromantica Ode Telefonica Agli Abbandonati Amori”, che state portando in tournèe da molto tempo. Ti va di parlarcene?

“Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” è uno spettacolo che nasce perché io e Roberto Solofria, direttore del Teatro Civico14 di Caserta, che conosco da più di 10 anni, abbiamo sempre provato un amore forte per quegli autori coraggiosi che, negli anni ’80 a Napoli e in Italia, hanno dato una sterzata alla drammaturgia contemporanea e hanno dato vita ad un nuovo modo di fare teatro. Parlo di Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Giuseppe Patroni Griffi e Francesco Silvestri. Leggendo i testi di questi meravigliosi autori, non ci interessava però fare un semplice collage, ma unire i loro testi, come si unirono loro, collaborando, per le scene dell’epoca, inserendoli in un unico contesto che li rappresentasse. Leggendo i loro testi vennero fuori parole come: passione, amore, abbandono, telefono, gelosia, Napoli. Ci interessava unire questi testi a persone con una vita devastata, non considerata, ai margini della società, rinchiusi in quella gabbia che è metafora dell’impossibilità di andare verso quella libertà di amare, quella voglia di urlare il proprio abbandono. Ma a chi? Chi ascolta i due protagonisti? Chi ha il coraggio di liberarsi dai propri limiti? “Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” é tra gli spettacoli più emozionanti e formativi che fino ad ora io abbia incontrato sul mio sentiero teatrale, perché racconta qualcosa che purtroppo, troppo spesso, si perde di vista: L’essenza. La sostanza. Raccontiamo quindi, la storia di due persone che denunciano il loro abbandono, la loro voglia di amare ed essere amati, con un velo di chiromanzia che magicamente contorna la dura verità del teatro. Cerco di non affezionarmi troppo ai miei lavori, personaggi, ma con “Chiromantica” è nata una storia d’amore, lo ammetto. È uno spettacolo che ho nell’anima, perché rispecchia esattamente la mia idea di teatro, la mia idea di vita, dice tutto di me, mi mette a nudo.

 

Teatro, cinema, tv, radio. Attore e regista. Quale pensi sia la collocazione più adatta a Sergio Del Prete?

La risposta può sembrare banale, ma sicuramente il teatro. È il mio modo di comunicare, è dove si ha la libertà. Viviamo in una società che ci costringe ad essere attori, a rispettare dei ruoli che non vogliamo, ma che siamo costretti a rispettare, in teatro invece c’è la libertà di esserlo. Nel privato infatti sono molto riservato, ho pochi amici fidatissimi, a teatro invece mi esprimo apertamente, riesco a fare quello che voglio, rispettando sempre le regole del gioco. Come dicevo prima, mi metto a nudo. Ah mi colloco anche benissimo in cucina, adoro cucinare quanto amo fare l’attore (scoppia a ridere).

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Ultimo film, “la vendetta di un uomo tranquillo” di Raúl Arévalo e mi è piaciuto così così

Ultimo cd, l’ennesimo di Pino Daniele. Ho una passione maniacale per Pino Daniele e per la sua musica. Mi manca tanto.

Ultimo spettacolo, Play duet, con Tonino Taiuti e Lino Musella, meraviglioso spettacolo.

Cosa dobbiamo attenderci da Sergio Del Prete per questo 2017?

Spero spettacoli belli da far vedere, però appena lo so pure io te lo dico.

Termino con una domanda Marzulliana : fatti una domanda e datti una risposta

Cosa avresti fatto, se non avessi iniziato a fare l’attore? Non ho la più pallida idea, è l’unica cosa che riesco a fare. Forse il cuoco.

Un incontro interessante, il nostro. Un’anima da studiare, da conoscere meglio. Di sicuro, un uomo dalle grandi doti attoriali.

Sergio Del Prete: un ragazzo timido, rinato grazie alla recitazione. was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
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