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Categoria

Cultura

Foto palco drama
CinemaCultura

Vincenzo Comunale: la profonda ironia di un ventenne

scritto da L'Interessante

Di Christian Coduto

In occasione dell’ultimo spettacolo della stagione del Drama Teatro Studio (Via Piave 195, Curti) di Rosario Copioso e Dario Pietrangioli, incontriamo oggi l’attore comico Vincenzo Comunale. “Sono confuso … ma ho le idee chiare” da lui scritto e interpretato, è una pochade ironica, ricca di battute pungenti, mai volgari. Sorprendentemente matura, nonostante la giovanissima età dell’autore. Si affrontano temi quali l’essenza della nascita e della vita, la difficoltà di trovare un lavoro, con un occhio alla politica che profuma di freschezza e originalità; un’analisi quasi filosofica. Si ride di gusto, ma si è protesi a ragionare, con un pizzico di amarezza. Il pubblico applaude ripetutamente. Al termine dello spettacolo, ci sediamo dietro le quinte e parliamo un po’.

Vincenzo è socievole, spiritoso, simpatico. “Beh è un comico, ci mancherebbe!” qualcuno potrebbe dire, ma non è così: tanti attori che hanno fatto della risata il loro punto di forza nel lavoro, nella vita privata sono decisamente malinconici. Lui preserva invece quella positività trascinante, contagiosa. E’ rilassato, molto soddisfatto dell’andamento della serata. Ascolta con attenzione ciò che gli viene detto. È una spugna: assorbe e ne fa tesoro. Ha un animo di una persona più adulta.

Vincenzo Comunale si racconta.

Chi è Vincenzo Comunale?

Un ragazzo di 21 anni, napoletano, uno studente universitario che si diletta a fare il comico! Un monologhista comico che cerca di trasformare la sua passione in un mestiere vero e proprio. Alcune esperienze importanti ci sono già state, sarà il tempo a decidere (sorride).

Il tuo mito è Massimo Troisi. Però hai una tua personalità ben definita. Quanto tempo c’è voluto per forgiare la tua vena artistica?

Credo che la personalità artistica sia la rivelazione del proprio talento. Ha dei tempi, è un continuo work in progress. Non puoi mai dire di essere arrivato. Il grande Totò diceva che i comici iniziano ad essere interessanti a 40 anni, io ne ho 21 figurati! (Ridiamo). Mi sto creando uno stile, scrivendo i testi dei miei spettacoli, nella postura, cercando di evitare la banalità e la volgarità. Allo stesso tempo, però, credo che nella costruzione di ogni identità sia necessario un punto di riferimento. Non amo solo Troisi, ma anche Vincenzo Salemme, Woody Allen, Jim Carrey, Enrico Brignano. Poi, ovviamente, svincolarci dai nostri modelli è la parte più difficile. Considera anche questo: fare il comico, a Napoli, è un po’ come fare il calciatore ed essere argentino … ti paragoneranno sempre a Maradona!

Che cosa fai nel tempo libero? Dove trovi l’ispirazione per ciò che racconti?

Un comico, a mio parere, è una sorta di medico: non è mai fuori servizio. Deve avere i recettori della risata sempre pronti a captare qualcosa, una ispirazione. E’ necessario un occhio vigile nei confronti della realtà, i nuovi linguaggi e così via. Solo così puoi portarli sul palco nella maniera più opportuna. In effetti, tra l’università e questo lavoro, non è che io abbia molto tempo libero, ma non disdegno le uscite con gli amici o un buon film.

Ci parli un po’ della tua esperienza a “Zelig”?

La realizzazione di un sogno! Sin da piccolo, mentre i miei amici sognavano di diventare calciatori, io volevo partecipare a questo programma televisivo, giuro! Ho sempre avuto le idee molto chiare, al riguardo. E’ stato bellissimo ritrovarmi accanto ad artisti che stimo; condividere il camerino con il Mago Forest e Ale & Franz per me è stata una grandissima emozione. L’ho considerato un punto di partenza, non di arrivo, ovviamente.

E’ un ragazzo pratico, ragiona su ciò che vuole fare e, solitamente, lo fa nel migliore dei modi. Parla di questa esperienza con orgoglio, gli occhi gli brillano, poi ritorna subito con i piedi per terra. Dice di essere una persona normale. Un termine che non deve essere frainteso: è normale il suo modo di vivere, senza vantarsi, senza divismi. E’ straordinaria invece la sua sensibilità.

Sei abituato a lavorare sia in teatri grandissimi, sia in realtà off come il “Drama” di stasera. In termini di empatia con il pubblico, quali differenze ci sono?

Contrariamente ad alcuni comici che, quando vedono una platea piena, hanno paura, io mi faccio forza, mi sento a mio agio. La risata si diffonde a macchia d’olio: è contagiosa. Gli spazi piccoli sono l’ideale per serate di laboratorio, per testare battute e pezzi. Come soddisfazione personale, un teatro enorme (a Zelig erano 2500 persone) è un’esperienza formativa. L’emozione c’è sempre, sia chiaro. Considera che la mia palestra è stata il Teatro Diana, un pubblico importante da 800 posti a sedere. L’empatia si può creare con 10, 100, 1000 spettatori. Un comico deve essere camaleontico e riuscire ad adattarsi alle varie situazioni.

La comicità non è mai fine a se stessa. Non si può fare ridere dall’inizio alla fine, senza un momento di riflessione. E’ necessario il retrogusto amaro, che i tuoi monologhi hanno senza ombra di dubbio …

 

Ti ringrazio per questa osservazione. E’ semplicemente un diverso modo di pensare. La mia filosofia comica, se possiamo definirla così, si basa proprio sulla meditazione. Credo che l’ironia sia uno strumento potentissimo per comunicare. Questo linguaggio va riempito di messaggi. Esiste anche una comicità fine a se stessa. Non la condivido, non la porterei sul palco, ma la rispetto.

Solitamente, quanto tempo impieghi per scrivere un monologo?

 

Dipende, non c’è una durata ben definita. Ci sono monologhi che hanno richiesto pochissimo tempo: l’ispirazione è stata folgorante, poi sono stati testati in scena e sono stati arricchiti. Altri pezzi, invece, hanno richiesto una gestazione decisamente più lunga.

Cosa dobbiamo attenderci da Vincenzo Comunale per questo 2017?

Questo non lo so nemmeno io! A parte la battuta, mi aspetto di continuare a fare quello che sto facendo: serate, live e così via. Lavorerò sia con il gruppo dello Zelig lab Salerno sia in proprio, con altri miei spettacoli da portare in giro nei locali e nei teatri.

 

Omaggio a Gigi Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

Uh, bella questa! Allora : qual è la domanda più difficile che potrebbero farmi? Questa! (ridacchia).

In bocca al lupo!

Vincenzo Comunale: la profonda ironia di un ventenne was last modified: aprile 27th, 2017 by L'Interessante
27 aprile 2017 0 commenti
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PINA-TURCO-8
CinemaCultura

Pina Turco: sì, era proprio questa la vita che volevo

scritto da L'Interessante

Di Christian Coduto

Mi dà appuntamento in un bar in periferia di cui non conoscevo l’esistenza, lo ammetto. “Non perché io sia sofisticata o radical chic” chiarisce subito “Semplicemente perché ho una voce talmente squillante che mi farei sentire da mezza Caserta”. All’incontro arriva puntualissima. Indossa una camicetta bianca, che mette in risalto la sua gravidanza. “Sono al sesto mese, ci siamo quasi”. Ha un sorriso incantevole, in cui è facilissimo perdersi. Gentile, rilassatissima, si accarezza il pancino. Riesce ad essere armoniosa nei movimenti, nonostante il piacevole ingombro. Ride in modo contagioso. Dà l’idea di essere una donna attiva, che si rimbocca le maniche. Non c’è tempo per essere indecisi, la vita corre. Troppo. Mi chiede se ho visto il suo ultimo film, “La parrucchiera” e cosa ne penso. Affronta l’intervista come se fosse per lei la cosa più naturale del mondo. Ha una bella notorietà, ma non ama sbatterla in faccia a nessuno. Pragmatica, concreta, ha i piedi fortemente radicati al suolo. È l’immagine della forza di volontà.

Pina Turco parla delle sue esperienze artistiche.

Chi è Pina Turco?

Pina Turco è una ragazza della provincia di Napoli, di Torre del Greco precisamente. Solare  e divertente, ma con un profondo lato oscuro. Ora però ha un sorriso nuovo, aperto. Uno sguardo lucido e un senso critico spietato verso se stessa.

Quando nasce il tuo amore per la recitazione?

Ho sempre amato questo lavoro, l’ho sempre desiderato! Il mio futuro, come quello di ognuno, è arrivato come un servo lento, ma fedele. Devi sapere che non ho avuto una formazione attoriale classica. E’ stata una scelta mirata: non volevo essere schiava della mia passione, volevo amarla sempre, anche da lontano, anche quando non si faceva cingere, ma volevo esserne allo stesso tempo libera per dominarla. Solo così facendo anche lei ha amato me, non ci siamo mai asfissiate! (Ride)

Tanta popolarità come Maddalena De Luca in “Un posto al sole”. Un personaggio “scomodo” perché mette in crisi il lunghissimo rapporto d’amore tra Silvia e Michele.

Quello di Maddalena è stato un duro colpo per i fan di “Un posto al
Sole”, ne ero consapevole. Tantissime persone mi scrivevano , mi odiavano , volevano che io trovassi un’ altra storia all’interno della serie. Per fortuna la coppia ha resistito ed è stato un bene per tutti, anche per me! (Scoppiamo a ridere)

Tra pochi mesi diventerai mamma. In un paese (piuttosto) maschilista come il nostro, quello della gravidanza è un momento molto delicato. Sei una donna estremamente pratica ed intelligente, come bilancerai il tuo lavoro di attrice e quello di mamma?

Non ne ho la minima idea, non voglio essere ansiosa. A mano a mano che si presenteranno le cose, cercherò delle soluzioni più adeguate per il bene mio e della mia famiglia. Per fortuna ho un compagno straordinario (il regista Edoardo De Angelis N.d.R.) che mi segue in ogni passo e che condivide con me qualunque tipo di decisione.

Sei una bravissima attrice, ma anche una bellissima donna. Nel mondo dello spettacolo, spesso le due cose sembrano essere incompatibili. Quanto è stato impegnativo riuscire a convincere delle tue qualità artistiche?

Per fortuna la mia bellezza è un orpello che ho messo a favore dei personaggi che ero chiamata a rappresentare, per cui l’ho sempre utilizzata in maniera funzionale. Nella vita privata mi è servita a conquistare il mio futuro marito. Beh … ha fatto il suo dovere.

Quest’ultima risposta mi spiazza di nuovo. Non ha tempo da perdere nell’autocompiacimento. E’ consapevole di avere delle qualità, certo, sa di essersi meritata quello che ha ottenuto.  Eppure sono argomenti, per lei, di cui si potrebbe quasi fare tranquillamente a meno. Ha interpretato un ruolo? E’ piaciuto al pubblico e alla critica? Benissimo: è arrivato già il momento di andare avanti e pensare ad altro, ad un nuovo progetto.

Diretta da Marco Risi, reciti in “Cha cha cha”, accanto a Luca Argentero. Che ricordi hai di questa esperienza?

Marco Risi è un regista stupendo! Ci sono opere della sua carriera a cui sono molto legata. Vedevo i suoi film, da piccola, e mi sembravano le cose più belle a cui potessi assistere. Ho una stima infinita per lui. Mi ricordo tante prove, prove, e ancora prove … balletti e cha cha cha. Mi sono divertita tanto, ne avevo la forza e l’entusiasmo, è stato emozionante.

Parliamo di “Una grande famiglia?”

Riccardo Milani è stato una scoperta per me. Lo conobbi al cinema per “Auguri professore”, un film con Silvio Orlando che ho amato molto. Credo sia il suo film
più bello. “Una grande famiglia” … l’unico set che io abbia fatto al nord … lo ricorderò per forza. La Brianza non è esattamente la mia terra, quindi l’esperienza mi ha entusiasmato. Un ruolo di qualche puntata, ma divertente. Primo Reggiani mi cantava le canzoni neo melodiche, mi sentivo un po’ a casa (sorride).

Debora Di Marzio e “Gomorra – La serie tv” … un argomento di cui nessuno ti chiede mai notizie, vero?

Debora è stata la bomba della mia vita, come “Gomorra” d’altro canto. C’è una scena alla quale sono molto legata, quella del parco, quando cerco la mia bambina, la adoro! Poi, però, se penso a quante mazzate ho preso e dato durante la colluttazione nella scena finale con Marco D’Amore, allora mi passa tutta l’euforia! (Ride a crepapelle) Scherzo, ovviamente. “Gomorra” è stata un’esperienza dolce e potente, non la dimenticherò mai
più. Ero così felice, soprattutto durante la lavorazione della prima serie, che se ci penso mi faccio tenerezza da sola. Ero piccola … e quelle mazzate mi sono servite, in tutti i sensi! Il fatto che ora, ne “La parrucchiera”, ci sia Cristina Donadio, mi fa pensare un po’ che il mio cordone non si sia del tutto tagliato con la serie. Ho un profondo legame con Cristina: lei e le sue cose mi appartengono sempre un po’. Scusate se mi permetto, ma l’affetto è affetto.

Nel 2015 una nuova esperienza, per te: il cortometraggio “Bellissima” del quale sei sia autrice sia produttrice. Come ti sei ritrovata in queste vesti?

Benissimo! Amo scrivere. “Bellissima” è stata un’esperienza libera e divertente e per questo vincente. Ho seguito ogni fase della lavorazione, soprattutto quella attoriale , Giusy Lodi resta la mia migliore scoperta, ne vado fiera. La sua voce mi emoziona, il suo modo di fare è geniale. Io, Alessandro Capitani e Gennaro Marrazzo abbiamo tratto solo beneficio da questo piccolo capolavoro, per me preziosissimo: io ho conosciuto il  mio futuro marito, Alessandro sta per girare un lungo e Gennaro Marrazzo è ormai un affermato casting director, meglio di così non sarebbe potuta andare! Sono felice perché abbiamo
avuto la “Fortuna del principiante”. Abbiamo lavorato un’estate intera per poterlo produrre come desideravamo e fare tutto in una maniera fluida; sono stata aiutata da tantissime persone preziose. Un gran lavoro.

Sei la protagonista assoluta del film “La parrucchiera” di Stefano Incerti, in questi giorni nelle sale. Una commedia colorata, ma con un retrogusto amaro …

Dopo “Gomorra” mi è arrivata una telefonata da parte di Cristina Donadio; ero a Milano con Edoardo, stavamo ritornando da Cannes. L’idea mi fare un film con lei, con un soggetto così insolito, mi divertiva tanto. Ho letto la sceneggiatura e ne ho parlato con Edoardo. Ho conosciuto Stefano, abbiamo lavorato con una lena insolita. Così è nata Rosa. Tutti i miei personaggi hanno una vena amara, questo li rende veri, sinceri, puri. Ho avuto un profondo rispetto per Rosa: il suo bisogno di volersi ritagliare un posto nel mondo mi commuove ancora.

La Rosa del film è una lavoratrice, ma anche una mamma che ama incondizionatamente il figlio combina guai e una donna che ama. Un personaggio multi sfaccettato. Ti è piaciuto interpretarlo?

E’ stata un’avventura all’arrembaggio, un’atmosfera felliniana. Ho amato Rosa sin dal nostro primo incontro. Sapevo che solo io avrei potuto darle lo spessore che meritava. Ho molto rispetto del mio lavoro e dei miei personaggi. Nonostante i suoi limiti,  Rosa è pura, una ragazza selvatica se vuoi, ma che impara con il tempo a credere in se stessa e questo fa pensare.

Il film inneggia all’amore multirazziale, ma non solo: Carla (interpretata da Stefania Zambrano) è una donna transessuale che lotta per preservare la sua dignità, perché vuole amare chi vuole, perché è se stessa e si vuole bene in quanto essere umano. Un messaggio di grande apertura. Ma questo è il cinema … come la vedi la situazione attuale, nella realtà? Credi che ci sia ancora molto da fare?

Molto, molto, molto e molto ancora! Non si finisce mai  di migliorare, di crescere, di sfidare i propri limiti. Personalmente ho conosciuto poche donne con la femminilità spiccata di Stefania Zambrano e l’amore per se stessi è la base di ogni sano vero amore, l’amore
per la dignità genera qualsiasi altro tipo di amore, senza quello l’amore non esiste, esiste lo sfizio amoroso, l’amoretto, come direbbe lo scrittore Javier Marías, ma il vero amore parte da quello verso se stessi.

Io mi occupo di cinema. Qual è il film della tua vita e perché?

Il film più bello della mia via nasce tra fine luglio e metà agosto. In seconda posizione
c’è Bogart con “Casablanca” che mi ha spiegato cosa sia un uomo. Infine c’è “Bellissima” di Visconti che mi ha spiegato cosa sia una donna e una mamma, direi che sto bene così. (Sorride)

Il parto ricorre spesso nel corso della nostra chiacchierata. Ma come darle torto? Per una donna è un momento delicato, importante, un turning point nella sua vita. Ogni volta che ne parla, le brillano gli occhi.

Cosa dobbiamo attenderci da Pina Turco per questo 2017?

Allora … quello che mi aspetto io: un figlio prima di ogni cosa! Ho un film in cantiere, ma
non aggiungo altro, permettimi un bel po’ di scaramanzia …

Concludiamo con una domanda alla Gigi Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

“Era questa la vita che volevo?” … Beh  l’ho costruita, me la sono inventata partendo dal nulla, l’ho desiderata e amata, plasmata, costruita e sudata. Sì, era proprio quello che volevo! 

Con la stessa grazia, Pina si alza e mi saluta garbatamente.

Sì … sono sicuro: sarà una splendida mamma.

Pina Turco: sì, era proprio questa la vita che volevo was last modified: aprile 27th, 2017 by L'Interessante
27 aprile 2017 0 commenti
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Aurelio de Matteis
CinemaCulturaIn primo piano

Aurelio De Matteis: un attore alla ricerca dell’amore

scritto da L'Interessante

Aurelio.

Di Christian Coduto

Avevo già incontrato Aurelio De Matteis alcuni anni prima, in occasione di uno spettacolo teatrale: preciso, attento, rigoroso, era riuscito a dare forma ad un personaggio difficile, con una naturalezza e una spontaneità che mi avevano lasciato basito. Ho modo di rivederlo, oggi pomeriggio, per parlare del suo ultimo progetto, lo spettacolo “Acqua Santa” (da lui diretto insieme a Costantino Punzo) e delle sue tante esperienze artistiche. Al telefono mi ha chiesto di incontrarci a Piedigrotta, nel Parco Vergiliano. In attesa del suo arrivo, lancio più di un’occhiata alla tomba di Giacomo Leopardi. Ogni volta che metto piede, qui, l’effetto è sempre lo stesso: il tempo e lo spazio diventano un tutt’uno, è facile perdersi in questo vortice informe. La mente vaga liberamente. Ogni elemento stuzzica il ricordo, ogni immagine crea un’epifania. Sono talmente impegnato ad osservare i particolari dell’entrata del Colombario di Virgilio che non mi accorgo di averlo alle spalle. Mi giro e rimango sorpreso: mi ricordavo di un viso e di un corpo più tondeggianti, ma questi hanno lasciato spazio ad una silhouette longilinea. Gli dico che lo trovo in splendida forma. Mi ringrazia timidamente. Ha un abbigliamento vagamente retrò, decisamente dandy. Ha un portamento nobile, che fa pendant con il suo cognome. E’ come se mi trovassi di fronte ad un’altra persona; eppure, c’è un qualcosa che non è cambiato: quello sguardo così attento e profondo. Quegli occhi che rivelano uno stato di malinconia perenne. O, alternativamente, di ricerca continua. Nelle parole, nei gesti, nei respiri. Propri e delle persone che lo circondano.

Ci accomodiamo su una panchina del Parco. E’ una giornata caldissima. Gli odori e i colori della Natura sembrano entrare a far parte della nostra chiacchierata.

Nel corso dell’intervista mi osserva con attenzione. Mantiene sempre lo sguardo. È misurato, contenuto, pacato nei toni. Parla tantissimo. “Sono logorroico, me ne rendo conto!” si scusa, con un’ingenuità quasi adolescenziale. Eppure affronta temi importanti, assaporando le parole, dando loro la corretta intonazione e l’adeguato significato.

Aurelio De Matteis si racconta

Chi è Aurelio De Matteis?

Allora, questa domanda già mi mette seriamente in crisi, lo sai? In realtà, io ancora non lo so! Forse, non lo saprò mai! (Ride) La propria esistenza è un costante mistero, un enigma. Devi sapere che io non amo molto le definizioni. Le lascio agli altri e mi diverte ascoltare ciò che gli altri pensano di me. Ecco perché, forse, preferisco la domanda “Chi potrebbe essere Aurelio De Matteis?”. Una cosa che cerco di scoprire giorno per giorno. La mia idea è che non siamo esseri definibili. Se proprio vogliamo sforzarci a fare un ”calcolo” , io non andrei per somme o aggiunte, bensì per sottrazione: credo che la vita ci tolga qualcosa. La convinzione che i genitori ci proteggeranno in eterno, per esempio. Ci toglie la lucidità mentale. Ciò che ci caratterizza, in effetti, è che noi rimaniamo un’energia in cerca di uno scopo. E questo scopo per me rimane l’amore. Senza amore non resta nulla. Forse, ripeto, forse solo alla fine del nostro percorso riusciamo a capire ciò che siamo stati. È un discorso anomalo, piuttosto filosofico, me ne rendo conto, ma sono fatto così.

Aurelio e la recitazione. Una lunga storia d’amore. Quando è nata?

Il teatro è stato sempre presente nella mia vita. Io provengo da una famiglia di artisti. Sono imparentato con la famiglia Maggio e Luisa Conte; è la prima volta che lo dico. Ho iniziato tanti anni fa, credo fosse il 1994, con Pino De Maio. Sai come succede, si inizia a “giocare”. Poi, anno dopo anno, quello che era un innamoramento, un’infatuazione, si è trasformato in una vera e propria scelta. La decisione di convivere. Una scelta definitiva (e di cui non potrei mai pentirmi) che ho preso nel 2009, quando ho abbandonato il mio vecchio lavoro; guadagnavo bene, ma non ero felice, non era quella la mia strada. Quella scelta mi ha tolto tutto da un punto di vista economico, ma i sacrifici mi hanno permesso di eliminare il superfluo, tutto quello di cui non avevo effettivamente bisogno. Ho fatto entrare nella mia vita i colori delle emozioni e il favoloso inganno delle parole. Sì perché la parola è un’arma, da usare con cautela. Basta sbagliare un’intonazione e quella parola viene fraintesa. Però, allo stesso tempo, rappresenta un mondo estremamente affascinante di cui non possiamo fare a meno. Io amo parlare, si era capito, vero? (Scoppiamo a ridere) Ho avuto la fortuna di incontrare, lungo il mio cammino, dei maestri incredibili che mi hanno formato, tra le pieghe delle quinte e i drappeggi del sipario. Ho osservato tanto, ho fatto esperienza e tanta gavetta. Agostino Chiummariello, Fortunato Calvino, Vincenzo Borrelli, Tonino Taiuti, Paolo Spezzaferri, Costantino Punzo mi hanno insegnato tanto, con i loro diversi modi di vivere l’arte. Ma ho avuto la fortuna di lavorare anche con giovani talenti, come Maurizio Capuano, Vittorio Passaro, Giuseppe Fiscariello e Franco Nappi. Con quest’ultimo abbiamo realizzato recentemente “Il ritratto di Dorian Gray”, con Roberta Astuti. Volevo aggiungere questo: per me essere attore è un modo di essere e non di apparire. Io non amo molto apparire. Non vado alla ricerca smodata dell’ovazione, dell’applauso. Io trovo l’espressione di me stesso nel momento in cui vivo quella cosa. Ciò mi permette di scoprire tante cose di me. Adesso, forse, deluderò o sorprenderò qualcuno, ma io non ho la passione per il teatro, bensì per la vita. Se non avessi la passione per la vita, non potrei esprimermi attraverso il teatro, perché nella recitazione io vivo fino a consumare ogni singolo istante della mia esistenza, che poi svanisce in quel momento. L’attore è consapevole di questa sua dolce condanna: quello che vive, nasce e muore in quell’istante. In effetti mi ritengo un eroe tragico (ride di gusto).

Le tue esperienze artistiche spaziano da Pirandello fino ad arrivare a Plauto, passando per Scarpetta. Tanti mondi diversi, che richiedono una differente immedesimazione. Ti piace recitare nel tuo dialetto? Ci sono artisti che sembrano rinnegare le proprie origini, incomprensibilmente.

Allora, quelli che rinnegano le proprie origini mi fanno piuttosto sorridere, sono sincero. Disconoscere il proprio tessuto culturale, a mio parere, ti impedisce di trasmettere qualcosa di te. Non si può non tenerne conto, ti pare? Forse sarebbe opportuno cercare di capire cosa spinga una persona a rinnegare le proprie origini, le proprie tradizioni. Forse per fare la figaiola nei salotti culturali. Io amo il mio dialetto: il napoletano ha una musicalità meravigliosa. E’ una lingua vera e propria, il cui fascino risiede nel fatto che si è arricchita nel corso del tempo, si è evoluta. La tradizione deve essere presente, senza però esserne schiavi. Bisogna rivalutarla, viverla, reinterpretarla.

Le mie esperienze variano tanto, è vero, però l’approccio è sempre lo stesso, nonostante  gli obbiettivi siano differenti. Alla base, c’è sempre tanta formazione e tanto studio.

Nel 2013 sei il protagonista assoluto di uno spettacolo molto intenso e delicato “Silvia ed i suoi colori”, ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto. Ti va di parlarcene?

Ti dico una cosa che non ho mai detto: io vengo da Scampia. Ho vissuto lì per venti anni. La morte di Silvia Ruotolo me la ricordo molto bene. Vivere a Scampia non è semplice, te lo garantisco. Lì vivevamo una doppia condanna: l’impossibilità di fare davvero qualcosa e l’abbandono delle istituzioni. Adesso le cose sono migliorate tantissimo, per fortuna. Nel mio rione non si spaccia più. I bimbi con i quali giocavo non ci sono più, lo dico con dolore. Io mi sono salvato per caso, perché ho avuto una famiglia solida alle spalle, mi ha salvato la cultura. Tanti anni fa, una sera, chiesi a mio papà di raccontarmi una fiaba. Lui, per tutta risposta, prese un’enciclopedia e mi lesse alcuni miti e leggende dell’antica Grecia. In particolar modo, mi parlò di Prometeo, un’immagine che mi ritorna spesso in mente quando vado a Scampia e, in generale, nella vita. Avere il coraggio di andare oltre e di sopportare con dignità la pena, senza risparmiarsi mai. Tornando allo spettacolo, diretto da Agostino Chiummariello e scritto da Roberto Russo, posso dire con orgoglio che ha ricevuto delle recensioni splendide. E’ stato definito uno dei testi più belli sul tema della camorra. Siamo abituati ad altri brand, ora. In questo spettacolo il termine camorra non esce mai. E’ un inno poetico alla vita e all’amore. Ci soffermiamo solo sulla bruttezza delle cose, troppo spesso. Silvia continua a vivere attraverso gli occhi dei suoi figli, che ho avuto l’onore di conoscere. Vive attraverso il ricordo dei suoi amici, di suo marito. E’ uno spettacolo molto intenso da vivere. Tanti si sono commossi. Spero che lasci un insegnamento: quello di non abbattersi mai. Lo abbiamo rappresentato a Padova, dove ho avuto modo di parlare con alcuni ragazzi di un’associazione dedicata proprio a Silvia Ruotolo.

La camorra si evolve, si trasforma, assume forme sempre diverse. Bisogna rimanere sempre in guardia.

Qual è l’esperienza teatrale alla quale sei più legato?

(Ci pensa un po’). Allora, non mi lego alle opere di cui sono protagonista. Le affronto tutte allo stesso modo, anche quelle il cui testo non mi appartiene. Pur tuttavia, ci sono due esperienze alle quali sono legato, ma per fattori extra teatrali. In primis, mi ricordo quando Costantino Punzo mi scelse per la versione teatrale de “Il Postino” nel ruolo che fu di Massimo Troisi. Lui è stato il fondatore del “Centro Teatro Spazio” proprio insieme a Troisi. Una grandissima emozione. Lo spettacolo venne rappresentato anche in occasione del ventennale della morte di questo grande artista, proprio nel “suo” teatro, a San Giorgio a Cremano. Con Costantino, da allora, è nata un’amicizia indissolubile e una grande collaborazione artistica.

Poi sicuramente “Filosofia in vestaglia“, un progetto che fra poco compirà un anno. Ma su questo sono più riservato e non ti dirò il perché (ride).

Certo, la bellezza di questo lavoro è proprio quella di poter conoscere le persone, di analizzare i particolari. Nella vita, questo, non accade sempre purtroppo. La gente non ne ha la voglia o il tempo.

Il tuo ultimo progetto è “Acqua Santa” in cui si parla di omosessualità al femminile. E di omofobia. La storia è ambientata nel 1800. A tuo parere, le cose sono davvero completamente cambiate?

Purtroppo no, non credo che le cose siano cambiate. La storia di Annina e Maddalena, nello spettacolo, viene rappresentata con la massima brutalità. Forse, una volta c’era un tipo di omofobia “leonina”. Di fronte al diverso si ruggiva, i ragazzi o le ragazze omosessuali venivano sbranati e gettati via. Adesso, invece, si è creato un qualcosa di più pericoloso: c’è un’omofobia “volpina”, che si esercita con battutine, sguardi superiori, paletti anche giuridici. Qualcuno può sorridere di fronte alle sentinelle in piedi, ma sono sintomo di un qualcosa di molto preoccupante. E’ un’omofobia nascosta, latente, che opera tra le pieghe. “Acqua Santa” è la coppa della tolleranza, che noi non abbiamo ancora bevuto. C’è ancora tanto lavoro da fare, troppo. Lavorare con Ares e Marilia Marciello è stato davvero bellissimo. Nel momento in cui non si saranno più le definizioni etero, gay, lesbica, trans, bisex, ma solo la parola amore allora avremo superato tutti gli ostacoli.

Più che un’intervista, sembra una seduta dallo psicologo. Glielo dico, si dimostra d’accordo. Ha un piglio filosofico nei confronti della vita. Ha una profondità di quelle rare: analizza ogni frase, controlla il ritmo della conversazione, rielabora le mie osservazioni. È uno scambio estremamente stimolante. Mi dice che uno dei suoi più cari amici, Armando (laureato in filosofia) ama confrontarsi con lui perché (parole sue!) “Non capisce nulla di filosofia e lui gli apre nuovi mondi!”.

Sceneggiatore, attore, regista. Qual è la tua connotazione più naturale? E’ vero che sai anche suonare l’armonica a bocca?

Ah ah ah! Ma come fai a saperlo? Per me la musica è una componente della mia quotidianità. Ascolto ogni tipo di musica, non sono legato a nessun gruppo musicale, a nessun genere, non faccio distinzione. Però preferisco la musica, rispetto alla canzone. Mi aiuta a riflettere, a rilassarmi. Ci sono delle melodie che, insieme ad alcuni odori, riportano alla mente dei momenti meravigliosi che ho vissuto. L’armonica è una vera e propria estensione di me, anche se è entrata da poco nella mia vita. In precedenza ho suonato la chitarra. Alcuni amici mi hanno consigliato questo strumento, anche perché è pratico, comodo. Anche in relazione al mio modo di vestire, che è piuttosto ricercato. Sogno di suonare il blues e il country, punto in alto! Al momento, però, le uniche melodie che ho imparato sono “Imagine” e “Nearer my God to thee”, che è stata l’ultima melodia suonata dall’orchestra sul Titanic, prima della tragedia. Siccome sono ateo, sostituisco God con man, ovverosia uomo. Così la canzone diventa “Più vicino a te, uomo”.

Per ciò che riguarda la mia connotazione più naturale, ovviamente è quella di essere attore. Leggo e scrivo tantissimo (racconti, pensieri, poesie). Mi piacerebbe scrivere delle sceneggiature, al momento ho realizzato solo qualche adattamento, ma c’è bisogno di studio. Ho una mentalità ancora troppo attoriale.

Aurelio De Matteis, da attore di teatro, qual è la tua posizione nei confronti di chi esce da un reality in cui lo scopo è quello di spalare le feci in Nicaragua e si ritrova all’improvviso ad interpretare 15 film da protagonista?

(Ride a crepapelle) Christian, sono sincero: non guardo mai la televisione. Il mezzo televisivo ha una cassa di risonanza che può essere pericolosa. Può creare una notorietà effimera. Purtroppo siamo abituati ad affezionarci a persone che “vivono” in una scatola (anche se adesso sono dei quadri veri e propri!). C’è un approccio superficiale, inutile, all’arte, ma con chi dovremmo prendercela? Con chi guarda questi programmi o con chi ce li propone? A tal proposito, ti racconto questa cosa: venni invitato ad esibirmi all’interno di un premio teatrale come guest. Io, che mi esibii con due maschere (una neutra e una di Pulcinella) interpretando un monologo che avevo scritto, chiesi solo che non venisse detto il mio nome al termine della performance. Non per snobberia, ci mancherebbe. Il messaggio era un altro: non è importante chi indossa la maschera, ma la maschera in quanto tale; l’emozione, l’idea erano tutto ciò che contavano davvero.

Quali sono i tuoi attori preferiti?

(Spalanca gli occhi) Guarda, farei prima ad elencarti quelli che non amo. Ci sono sicuramente attori che studio continuamente: Leo de Berardinis e Perla Peragallo, per esempio. Tra le altre cose, erano anche una coppia nella vita. Credo che non ci sia niente di più bello che creare arte insieme alla persona che ami, è un miracolo della vita. Adoro anche Roberto Latini e Federica Fracassi. 

Ed ecco che ricompare la parola amore. Mi domando cosa spinga questo ragazzo a ricercare questa emozione in ogni gesto della sua vita. E’ una forma di salvezza, forse? La necessità di un porto sicuro per evadere dalle brutture che ci circondano? Un completamento in quanto essere umano? Chissà. Oppure nulla di tutto ciò. Tanto è inutile chiederglielo: la sua mente, nel frattempo, ha già elaborato mille altri pensieri.

Io mi occupo di cinema. Il mondo della celluloide attinge dal teatro e viceversa. Qual è il film della tua vita e perché?

Ecco un’altra domanda che mi mette in crisi! Amo tantissimi film che associo, come la musica, ad altrettanti momenti della mia vita. Adoro il cinema di Aleksandr Sokurov, di Emir Kusturica e di Stanley Kubrick. Sono poetici, viscerali, pieni di vita. A questo punto dovrei cambiare la domanda in “Qual è il film che ti appartiene di più?” e la risposta sarebbe “Barry Lyndon”. La prima volta l’ho visto ripetutamente per tre giorni di fila! Avevo anche letto il romanzo, che mi aveva catturato completamente! E’ un film che parla di ricerca dell’amore.

Cosa dobbiamo attenderci da Aurelio De Matteis per questo 2017?

Magari lo sapessi! Sono un pirata che naviga a vista. Ho buttato l’orologio, non sono miliardario e vivo costantemente nel qui e nell’ora. Non programmo, anche se ovviamente ho tante idee e proposte. A maggio affronterò una storia multo cruda “Io, Pietro Koch”, sulla vita di uno dei peggiori fascisti mai esistiti sulla faccia della terra. E’ ambientata tra il 1943 e il 1945. E’ una storia rappresentativa di alcune dinamiche che coinvolgono l’essere umano in determinati contesti. Ho in testa questo progetto da almeno tre anni. Mi incuriosisce l’animo umano, anche quando commette crimini così efferati. Vorrei che il pubblico cercasse di capire, insieme a me, il perché di alcune azioni. Andare oltre le apparenze: questo è l’obbiettivo.

Alla Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

“Aurelio perché racconti e sei ossessionato, nelle tue storie, da tre elementi che sono l’amore, il tempo e il mare?” Risposta: “Perché un giorno, presto o tardi, diventeremo una sola cosa.”

Il sole sta tramontando. Inizia a fare quasi freddo nel momento in cui ci salutiamo. Mentre mi avvio all’uscita, lancio un’ultima occhiata ad Aurelio: è ancora fermo lì, intento a pregustarsi i sapori di un luogo intriso di cultura. Capisco che non ha ancora voglia di andare via. Lo immagino perdersi, confondersi, mescolarsi, entrare a far parte del vortice informe che si è creato all’interno del Parco. Chissà se, nel suo viaggio, troverà l’amore di cui parla spesso e ha bisogno. Sarà un percorso interessante, ne sono davvero sicuro.

Aurelio De Matteis: un attore alla ricerca dell’amore was last modified: aprile 14th, 2017 by L'Interessante
14 aprile 2017 0 commenti
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Russia
Cultura

La Russia con gli occhi del fotografo Davide Monteleone a Milano

scritto da L'Interessante

Russia.

Di Erica Caimi

Alle Officine fotografiche di Milano approda la mostra Imperium e permixtio, una raccolta di opere del fotografo italiano Davide Monteleone visitabile fino al 9 aprile. E’ un percorso strano, che combina appunti e riflessioni su un paese tanto vasto quanto complesso come la Russia. Insolito, perché per quanto sia difficile accettare l’inconcluso, il progetto non è stato concepito per avere una fine, ma rappresenta la prima tappa di un viaggio ancora tutto da scoprire. E’ una confessione ad alta voce sulla difficoltà a raggruppare tante voci in un unico coro, è il declino delle certezze. Eppure il pluripremiato fotografo conosce bene la Russia, perché ci vive da 15 anni. Per sua stessa ammissione, parte dall’Italia vestito con spessi strati di sicurezze, ma è il viverci a strappargliele di dosso. Ammette che nonostante il tempo trascorso, ancora oggi “non riesce ad abbracciare un concetto univoco di Russia”.

L’autore e il suo incontro con la Russia

Davide Monteleone, nato nel 1974, comincia la sua carriera nel 2000 come fotografo per l’agenzia Contrasto. Un anno dopo è corrispondente da Mosca, decisione che segnerà indelebilmente la sua carriera, perché viene a contatto con un paese, la Russia, che lo affascina profondamente. E’ un artista fotogiornalista impegnato principalmente nello sviluppo di progetti indipendenti, la sua attività è improntata a sviluppare opere che mescolano fotografia, video e testo. I suoi studi abbracciano tematiche sociali, indagando nella difficile relazione tra potere e individui. Deve la sua fama agli approfondimenti sui paesi post-sovietici, pubblicando quattro libri nei quali affronta questa tematica: Dusha, Anima russa (2007), La Linea Inesistente (2009), Red Cardo (2012) e Spasibo (2013). Le sue fotografie hanno raccontato anche momenti tragici dell’attualità, come la situazione in Cecenia e la crisi ucraina divampata da piazza Maidan.

Con suoi progetti ha ottenuto svariati riconoscimenti tra cui diversi World Press Photo (edizioni 2007, 2009 e 2011), e importanti grant tra cui Aftermath Grant, European Publishers Award e il premio Carmignac Photojournalism Award. Oltre ad insegnare, collabora e pubblica regolarmente su testate nazionali ed internazionali, e i suoi progetti sono stati esposti come installazioni, mostre e proiezioni in festival e gallerie in tutto il mondo, tra cui il Nobel Peace Center di Oslo, Saatchi Gallery di Londra, MEP di Parigi e Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Un mostra, un viaggio fotografico in Russia

Una Nazione, la Russia, la cui storia sembra avanzare a sterzate, ogni passaggio sembra il contrario del precedente: dall’Impero degli zar all’Unione Sovietica, dall’Unione Sovietica dei compagni alla Federazione Russa di oligarchi multi miliardari. “La Russia è un paese con un passato imprevedibile”, scrive lo storico russo Jurij Nikolaevič Afanasiev.  Ma è vero che i cambiamenti sono così repentini? Il passato si cancella davvero con un colpo di spugna? La risposta più corretta, manco a dirlo, è sì e no. Il fotografo si lancia alla ricerca della memoria storica, di tracce interne di colonizzazione e di storie di persone e luoghi da raccontare. Scava nel passato per portare alla luce reperti nel presente e dare una forma al futuro.

La mostra non cerca di dare una spiegazione univoca alle profonde contraddizioni della Russia, ma giustappone immagini eterogenee dalle quali si dipana un multiforme e sfaccettato caleidoscopio di differenze. L’autore abbozza tutta l’affascinante complessità che palpita nella moltitudine di popoli e culture, nel variopinto territorio così vasto geograficamente, nei meravigliosi scorci di paesaggi, nell’accostamento di degrado e sfarzo, nei vacillanti equilibri sociali, nei cambiamenti politici che si sono alternati nella storia: le conquiste, le ideologie, i conflitti. Una realtà tanto multiforme che è riduttivo descriverla e raccontarla come fanno la maggior parte dei media occidentali a colpi di giudizi nitidi. Così come nello sterminato Impero Romano le vicende venivano percepite diversamente ai margini dell’Impero rispetto al cuore di Roma, anche la Russia è talmente estesa da non poter essere vista come un blocco unico.

I soggetti dei suoi ritratti variano dalle personalità più autentiche e semplici, a personaggi più complessi. Penetra luoghi e ambienti nostalgici, di una bellezza recondita e inaspettata, concentrandosi sull’enigmatico rapporto tra individuo e potere dal quale nasce il dubbio che incornicia l’aspetto del paese stesso così come appare agli occhi esperti di chi lo conosce bene, in contrapposizione alle sicure categorizzazioni mediatiche. La Russia è complessa e fugace, anche perché le storie oscillano da versione ufficiale a racconti sommessi, da dichiarato a taciuto, tutto consapevolmente.

Come sintetizza lo scrittore, critico letterario e giornalista russo Viktor Vladimirovič Erofeev “se un russo va a Parigi, sa dove va: va in Europa. Se va a Pechino, sa dove va: va in Asia. Il suo problema è che non sa bene da dove viene. La Russia cos’è? Forse per capirlo dovrebbe accettare la sua natura femminile. Si dice Santa Madre Russia, eppure per gran parte della sua storia ha aspirato a diventare uomo. Vuole cambiare sesso. Porta la gonna, ma vuole i pantaloni. “

Info mostra

Officine Fotografiche Milano

via Friuli 58/60

Orari di visita

dal 10 marzo al 09 aprile 2017

lunedì – venerdì ore 14.00 – 20.00

sabato e domenica chiuso; ingresso gratuito

La Russia con gli occhi del fotografo Davide Monteleone a Milano was last modified: aprile 5th, 2017 by L'Interessante
5 aprile 2017 0 commenti
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Ares 1
CinemaCulturaIn primo piano

Ares Kent: la somma di tutte le mie vite

scritto da L'Interessante

Ares.

Di Christian Coduto

 

Il mondo del teatro è ricco di magia. E’ innegabile. C’è un fascino che non riesci a spiegare con le parole, ma lo vivi, lo senti, lo percepisci. L’attore trasuda emozioni. Emana un’aura di luce. Se ne rimane incantati.

Oggi incontro Sara Esposito, meglio conosciuta nel settore come Ares Kent. Si presenta con i capelli biondo cenere, quasi tendenti al bianco. Sparati in testa. Un abbigliamento che aggiunge un ulteriore pizzico di aggressività. Sorride educatamente, parla poco. Con quell’aspetto così irruente è lecito aspettarsi una persona un po’ scostante. Poi la osservi meglio e inizi a capire un po’ di cose: non mi guarda subito dritto negli occhi. E’ timida da morire. È necessario trovare un modo per renderla più a suo agio. “Sai che il tuo look è troppo figo?” esordisco. Sorride di nuovo. Alza lo sguardo, stavolta. “Dopo tanti anni, non mi sono ancora abituata  a fare le interviste”, rivela. Appunto. Durante l’intervista parlerà di tante cose, spesso facendo dei voli pindarici. È molto dettagliata nelle risposte perché desidera essere compresa in pieno. Ringrazia tutte le persone che l’hanno accompagnata (e lo fanno tuttora!) in questo suo viaggio. Riconoscenza … che bella questa parola …

Ares Kent si racconta ai microfoni de “L’interessante”

Chi è Ares Kent, o Sara Esposito che dir si voglia?

(Sorride). Immagino che tutti, quando gli fai questa domanda, ti dicano  : ”Uh che bello!”, vero? Secondo me è una domanda terribile, cattivissima, sappilo! Qualcuno diceva che, anche mentre una persona ti parla, ti stai evolvendo. Quindi già non sei più la persona che ha iniziato la conversazione. Cinque minuti e sei già cambiato. Ora … non mi ricordo chi abbia pronunciato questa frase, perché io sono una frana con i nomi … ah sì forse era il mio fruttivendolo di fiducia (ride)! Però sta di fatto che mi ci ritrovo perfettamente. Credo che valga, in generale, per tutti gli attori. Sara Esposito è una maschera, come Mercuzio o Ofelia. E’ un prestanome che mi è stato dato, ma una definizione non te la posso dare. Forse perché ancora non l’ho trovata, o forse perché gli attori cercano di vivere più vite … Sara è la somma di tutte queste vite. E’ tutte le vite che vivrà.

Quando è nato l’amore per la recitazione?

Credo che non sia mai nato, sai? Mi spiego: non è stato, che so, un colpo di fulmine. Ce l’hai o non ce l’hai, punto. Magari te ne accorgi ad un certo punto, ma è un semplice richiamo. Ad un certo punto non ne puoi più fare a meno. Io spesso ho avuto un rapporto di amore e odio con il teatro, in alcuni momenti l’ho allontanato perché non ero ancora pronta al sacrificio. Figurati che una volta ho lasciato tutto e sono andata a vivere a Parigi, pensando di non ritornare mai più. Ma poi ho avuto il richiamo di cui ti parlavo. Una data precisa in cui mi sono resa conto di tutto non la so. Però ti dico questo: ogni volta che tocco quelle tavole, mi innamoro come se fosse la prima volta e so che non posso farne a meno.

 

Esordisci a teatro con “Sogno di una notte di mezza estate” diretta dal bravissimo Giuseppe Miale Di Mauro, con il quale ti ritroverai a lavorare in più occasioni.

Mia mamma voleva che io facessi danza classica … cioè io, capisci? (Ridiamo) Non essendoci mai riuscita a convincermi, mi iscrisse a questa scuola di recitazione, “La Bazzarra” a Torre del Greco. Lì c’era anche un piccolo corso di danza, che era in realtà movimento del corpo. Lì ho conosciuto Giuseppe Miale Di Mauro, che è stato il mio primo maestro. E’ una persona fantastica, ha creduto in me da subito. A lui devo davvero tanto. Insieme abbiamo fatto “Sogno di una notte di mezza estate”, in cui ero Zeppola il capocomico, uno dei personaggi più difficili che io abbia mai interpretato. Con Giuseppe ho lavorato diverse volte, considerando che mi ha conosciuto quando ero davvero piccolina. Mi ha sostenuto in un momento molto delicato della mia vita; senza di lui non avrei continuato questo percorso.

2011 un anno importantissimo: l’incontro con “Papi” Luciano Melchionna e “Dignità Autonome di prostituzione”. Qui sei “La massaggiatrice”, ma nel tempo hai assunto anche un altro ruolo, quello dell’aiuto regista.

Il grande Luciano! Anche questa volta, il mio rapporto con il teatro è stato legato ad un caso: avevo smesso di fare teatro, mi ero iscritta all’Accademia delle Belle Arti di Napoli e stavo studiando per diventare grafica pubblicitaria. Angelo Pepe, il mio migliore amico (nonché bravissimo attore), mi chiese di fargli spalla per un provino al Teatro Bellini. Avevo tagliato i ponti con il teatro per una brutta esperienza, ma lo accompagnai per l’amicizia che ci lega. Per il provino portammo “La strana coppia” di Neil Simon. Lì incontrai Luciano Melchionna. Ero un pulcino. Mi chiese se fossi interessata ad entrare nell’Accademia. Lì per lì gli dissi di no, l’ho ringraziato e sono scappata a gambe levate (ride!). Poi, parlando con Angelo, mi resi conto che era giusto che facessi quel provino. Purtroppo, lui non passò quel provino … credo che sia una di quelle sorprese che ti riserva la vita … per fortuna lui ha continuato a realizzare i suoi sogni in ambito teatrale, con grandi soddisfazioni. Con Luciano, dicevo, ho ripreso a studiare, stavolta seriamente. E’ un insegnante molto severo, ma è anche una persona di grande dolcezza. I tre anni all’Accademia sono stati tosti, indiscutibilmente, ma mi hanno permesso di conoscere una persona che si è fidata di me. Gli sono davvero riconoscente. A “DAdP” ho iniziato come maitresse, poi aiuto regista ed infine come attrice. Un passaggio graduale, ma necessario. “La massaggiatrice” è’ un gradino importantissimo per la mia carriera. Fuori dalla stanzetta è ammaliante, ha un aspetto un po’ avvolgente, da pantera, ma all’interno della stanza rivela un cuore, un’anima fragile, completamente differente. Un connubio perfetto tra la tecnica e la scoperta dell’emotività (parlo della mia esperienza personale, ovviamente). Lo spettacolo, lo sappiamo, è molto articolato. Bisogna fare attenzione ad ogni particolare. Però è un’esperienza che mi ha permesso di crescere tantissimo. Lavorare come attrice, aiuto regista e così via, tutto insieme, è una bella palestra, ma regala infinite soddisfazioni!

Nel momento in cui racconta del provino andato a male del suo più caro amico, si rabbuia. Glielo si legge negli occhi. Un gesto toccante; il mondo dello spettacolo è ricco di persone che pensano solo ai propri interessi, ai propri sogni. Lei non è così: dà l’idea di essere una persona che ha dei principi da rispettare. La vita non ti impone delle regole, ma ti permette di scegliere come affrontarla. Sara/Ares ha scelto la correttezza.

Lavori sia in teatri enormi come il Bellini sia in realtà più piccole, o off che dir si voglia. Quali sono le differenze in termini di empatia con il pubblico secondo te?

Quando hai la fortuna, come me, di ritrovarti catapultata in un mondo fantastico come quello di un teatro pieno di luci e “sicuro” perché c’è una produzione dietro, sai di aver preso parte a qualcosa di gigantesco, però rischi di perdere il contatto con la realtà. Questo è il motivo per il quale continuo a vivere il teatro off: mi mantiene radicata con i piedi per terra. Preservo la mia umanità. Il teatro ti da e ti toglie e tu devi essere pronto a rialzarti. Non si molla così facilmente, ti pare? Mio nonno mi ha cresciuta con l’idea del lavoro svolto costantemente e con umiltà. Mai dimenticarsi del punto da cui sei partita. Perché a 26 anni ho ancora tanta tanta strada da percorrere. Questo doppio binario che percorro mi piace. Ora, in termini di pubblico: gli spettatori abituati al grande teatro, sono anche “viziati” perché ci sono comfort e tutto il resto. Chi va a cercare nell’off è meritevole di rispetto, perché sa che ci sono metodologie e dinamiche alternative.

Insieme agli altri dignitosi, partecipi alle riprese del videoclip degli Stag “Oh Issa”

Sì, un’esperienza molto divertente. L’abbiamo girato a Latina. Gli Stag collaborano con Luciano Melchionna da molto tempo, da “Dignità autonome di prostituzione” a “L’amore per le cose assenti” fino ad arrivare a “Parenti serpenti”. Sono dei ragazzi dolcissimi. Eravamo su questa spiaggia, ad un certo punto ci siamo ritrovati a rotolare, fare casino. Oramai il cast di DAdP è una realtà molto affiatata, una grande famiglia. Se dicessi che è stata una sorta di gita sarebbe scorretto ed ingiusto perché si parla di lavoro, c’erano una serietà e professionalità indiscutibili, però è stato sicuramente piacevole e abbiamo lavorato in maniera spedita.

Compari nel cortometraggio “Amore Lieto Disonore” di Onofrio Brancaccio … come hai vissuto il passaggio dal teatro a quello del cinema?

La mia parte era davvero molto piccola …  dico la verità: ho una paura incredibile della macchina da presa, mi imbarazza molto! Lo so che è una cosa strana, soprattutto se lo dice un’attrice, però ti giuro che ci sto lavorando su (ridiamo). Per fortuna, nonostante l’imbarazzo, la mia prova è stata apprezzata! Nel cast, tra le altre cose, c’era anche l’attore Federico Tocci. E’ stata la prima volta che ho visto un professionista all’opera, davanti ad una cinepresa.

Ares Kent è una delle protagoniste di “JustLove”, un corto dolcissimo e commovente. Ti va di parlarcene?

Certo, quello della Wycon Cosmetics. Un video girato dai ragazzi di “Casa Surace”. Mi hanno contattato a nome di Claudia Federica Petrella, una bravissima attrice napoletana che lavora con Carlo Buccirosso, che avevo conosciuto durante uno stage che avevo frequentato. Si cercavano degli attori particolari … il mio attuale colore dei capelli era adattissimo. E’ stata una cosa molto carina e delicata. Nulla è stato pilotato. Tra noi attori non c’erano delle vere e proprie coppie, però i ragazzini e gli adulti coinvolti nel progetto hanno iniziato a tirare a caso i nomi … in effetti eravamo stati selezionati per alcune caratteristiche precise. I bambini sono stati spiazzanti. Sorprendenti. All’inizio erano molto timidi, perché non sapevano bene se potevano dire o non dire … poi, una volta sciolti, hanno iniziato a fare degli accoppiamenti assurdi. Io sono stata appioppata praticamente a tutti (ride). Una bimba mi associò ad un ragazzo di colore perché disse che io ero bianca bianca dai capelli in giù e lui si adattava a me. Lavorare con i più piccoli è un’esperienza formativa, perché noi tendiamo a dimenticare quello che pensavamo. A tal proposito, è giusto citare “Il Piccolo Principe”: tutti sono stati bambini, ma nessuno se lo ricorda … credo che questo romanzo sia la mia piccola Bibbia.

Sei giovanissima, ma hai un curriculum ricchissimo di esperienze folli e inusuali: “Volgarità gratuite ad un prezzo ragionevole” è quella con il titolo più geniale.

E’ un titolo piuttosto particolare, vero? Questo spettacolo è stato scritto e diretto da Maurizio Capuano, un’esperienza davvero squinternata. Maurizio è uno dei soci attivi del teatro ZTN, anch’esso off, di Napoli. Lì vi ho lavorato con il mio gruppo di sperimentazione, “La Gag”. “Volgarità” è nato come un omaggio ai Monty Python. Una serie di sketch irriverenti, anche piuttosto blasfemi … si passava da problematiche relative ai problemi sessuali (in un momento dello spettacolo ho interpretato un pene che parlava con il suo padrone, giusto per dire!) fino ad arrivare alla religione (io facevo Gesù bambino che dormiva nella culla, mentre la Madonna impugnava un fucile, pronta a prendersi con la forza i doni dei Re Magi). Delirante, ma molto molto divertente. In questo spettacolo ho lavorato con Giuseppe Fiscariello, con cui ho collaborato spesso. Gli voglio un gran bene!

Qual è l’esperienza alla quale sei più affezionata?

In realtà dirtene una sola sarebbe riduttivo. Ogni esperienza che ci capita nella vita è fondamentale, perché ci arricchisce sia nel bene sia nel male. Forse il ruolo di Mercuzio in “Romeo e Giulietta”. Me ne innamorai. Si accese una lampadina, non saprei spiegarlo bene a parole. Un’empatia incredibile. Poi, sicuramente, “Antigone”. Un bellissimo spettacolo, peccato che abbia avuto una vita più breve. Sempre con i ragazzi de “La Gag”. Un personaggio che mi ha aiutato a sbloccarmi. Quando frequenti l’Accademia, apprendi dei meccanismi e talvolta può capitare di cadere nella meccanicità, appunto. Con questo ruolo mi sono sentita libera, proprio perché “La Gag” basa il suo lavoro sull’istinto, sull’improvvisazione. Ovviamente c’erano sempre delle regole da seguire, ci mancherebbe altro, ma il respiro era differente. Con “Antigone” mi sono ammorbidita: ne fui felice, perché rischiavo di irrigidirmi per seguire troppo la tecnica. Ultima, ma non meno importante, “La massaggiatrice” delle Dignità autonome di prostituzione, di cui parlavo prima …

Parliamo ora di “Acqua Santa”, un progetto al quale sei molto legata.

Sì, è uno spettacolo che ho affrontato e sto ancora affrontando con la mia compagna, Marilia Marciello, che mi supporta e mi sopporta durante le prove, a casa. Soprattutto per ciò che riguarda la memoria! Ci sosteniamo su quel palco. E’ una gran forza e una grande fortuna poter recitare insieme a lei. Il testo è stato scritto da Giuseppe Pompameo e diretto da Costantino Punzo e Aurelio De Matteis. Anna Capasso si è occupata degli intro musicali. E’ un bel lavoro di squadra. Costantino e Aurelio hanno una professionalità e una pazienza infinita! Saremo a Napoli i giorni 1 e 2 aprile al teatro Arca’s a via Veterinaria n.63. La storia è incentrata sulla vita di due ragazze che vivono in un paesino piuttosto retrogrado. Siamo agli inizi del ‘900. Maddalena ed Annina sono innamoratissime. Non posso spoilerare troppo, posso solo dirti che è uno spettacolo che cerca di smuovere gli animi, le coscienze. Spesso sentiamo dire che “L’omosessualità non è un problema”. Il che è vero, però per molti non è un problema fino a quando non ce l’hai in casa. Lì le persone cambiano improvvisamente il pensiero. Oggi, come allora, è difficile affrontare un discorso così. Viviamo in una società che “accetta” e già il termine di per sé è completamente errato. Non c’è nulla da accettare! Accettare il fatto che uno sia moro e l’altro abbia i capelli rossi? Che uno sia alto e un altro basso? L’omosessualità esiste, nessuno deve elemosinare il permesso di essere se stesso. Noi esistiamo. Siamo nel 2017 e c’è ancora gente che decide per gli altri, se ciò che uno fa in camera da letto sia giusto o sbagliato!

Il suo lato forte, più potente, quello che combatte per ciò che ritiene giusto, esce fuori. le sue idee devono essere difese, vanno rispettate. Protette. In quanto essere umano e in quanto coinvolta in una storia d’amore importante. Ares è un cucciolo, ma sa tirare fuori le unghie quando è necessario. Le esperienze della vita la stanno modellando, regalandole una sensibilità assai rara da ritrovare. E’ l’unico momento dell’intervista in cui alza davvero la voce, prendendosela con un fantomatico qualcuno, che non è in grado di comprendere il suo bisogno di essere, per quello che è.

Io mi occupo di cinema. Qual è il film della tua vita e perché?

Non credo di averne solo uno. Credo che ce ne siano tanti, per il semplice fatto che credo ci sia un film per ogni periodo della nostra vita. Posso dirti a quale film io sia maggiormente affezionata: “The mask” con Jim Carrey. Un altro “incontro”, di cui parlavo prima. Da piccola, lo guardavo in continuazione. Andavo nell’asilo di mia mamma e mi esibivo nello sketch delle pallottole. Conosco tutte le battute a memoria! E’ il classico film che rivedo sempre con quel pizzico di malinconia.

Cosa dobbiamo attenderci da Ares Kent per questo 2017?

Eh … bella domanda! Ci sono in prospettiva tanti progetti, tanta voglia di fare cose nuove. Di provare. Ho letto dei libri che hanno impegnato la mia mente, mi sono rimessa a studiare (un attore, per migliorarsi, non finisce mai di studiare, ricordiamocelo!). Non per scaramanzia, ma non posso anticipare ancora nulla. Mentre io mi rimbocco le maniche, voi incrociate le dita per me (sorride).

Un abbraccio!

Grazie a te per la tua gentilezza!

Ares si allontana dopo avermi salutato affettuosamente. Le apparenze, spesso, ingannano. Cammina impavida, orgogliosa. Quella chioma biondo cenere andrà sicuramente lontano.

Marilia Marciello

Marilia Marciello

Ares Kent: la somma di tutte le mie vite was last modified: aprile 5th, 2017 by L'Interessante
5 aprile 2017 0 commenti
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peste nera
CulturaIn primo piano

Peste nera: quante persone si portò via davvero?

scritto da L'Interessante

di Antonio Andolfi

Uno studio ha misurato l’impatto sulla popolazione nel Medioevo dai cocci di ceramica di uso quotidiano in cinquanta villaggi in Inghilterra.

«Si moriva senza servitore, si veniva sepolti senza prete, il padre non visitava il figlio, né il figlio il padre, la carità era morta, la speranza annientata» scriveva Guy De Chauliac, medico francese alla corte papale ad Avignone. Quando la grande peste colpì in Europa, intorno al 1350, non risparmiava nessuno.

 

Nel corso di pochi anni, si stima che scomparvero un terzo dei 75-80 milioni di persone che costituivano all’epoca la popolazione del continente. Finora, però, non c’erano prove forti dirette in supporto dei racconti dei contemporanei, e alcuni storici hanno messo in dubbio che l’impatto della peste fosse stato così devastante come si era pensato.

Ora, basandosi sull’analisi dei resti di vasellame dell’epoca recuperati negli scavi in una cinquantina di villaggi in Inghilterra, un’ archeologa ha fornito una prova concreta delle proporzioni dell’epidemia di morte nera a metà del quattordicesimo secolo.

Peste nera: cocci rivelatori

Carenza Lewis, dell’Università di Lincoln, ha guidato progetti di scavi in molte comunità nella zona dello East Anglia, che si sa erano già abitate ai tempi della peste: circa duemila buche sono state scavate in giardini e cortili di chiese in tutta la regione, ai cui lavori hanno partecipato cittadini e  alunni delle scuole.

I cocci di ceramica di uso domestico sono uno dei reperti archeologici più comuni, e vengono usati come indicatore attendibile della numerosità di una popolazione, e per tracciare l’ascesa e la decadenza di città e villaggi. Facendo scavi di dimensioni standard, e paragonando i cocci negli strati corrispondenti alle diverse epoche, si può avere un’idea di come si viveva.

Prima e dopo la Peste Nera.

Ebbene: mentre le ceramiche di prima della Peste Nera, ben identificabili in base al loro aspetto e al colore grigio-marrone erano molto abbondanti in tutti i luoghi, negli anni successivi – fino a decenni dopo – erano molto più scarse, segno evidente di un declino della popolazione.

In particolare, per alcuni villaggi presi in considerazione, come Norfolk, la diminuzione arrivava al 65 per cento; in altri ancora, per esempio Gaywood e Paston, addirittura all’ ’85 per cento. In media, la popolazione dopo la peste era all’incirca la metà rispetto a prima. E nel conto non sono compresi villaggi che non esistono più perché non si sono mai risollevati dal colpo. Una devastazione su scala stupefacente. In confronto, una delle più terribili epidemie recenti, come quella di influenza Spagnola scoppiata intorno alla prima guerra mondiale, ha ucciso non più del 3 per cento della popolazione.

Insomma, la Peste Nera è stata davvero uno spartiacque, oltre che un monito sull’influenza terribile che le malattie possono avere sulla storia e sulle civiltà.

Peste nera: quante persone si portò via davvero? was last modified: aprile 2nd, 2017 by L'Interessante
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Bianca
CulturaIn primo pianoLibri

Bianca Baratto ospite dell’ Intervista Interessante(10?II)

scritto da L'Interessante

Bianca

Maura Messina

Affezionati followers de L ’Interessante oggi la giovane rubrica 10?II (dieci domande per l’Intervista Interessante) ospita una personalità emergente del mondo della scrittura.

Questo venerdì, Maura Messina intervista l’autrice de Il ritorno(La strada per Babilonia edizioni), Bianca Baratto. La scrittrice ci offre un viaggio alla ricerca della felicità e ce lo spiegherà rispondendo alle dieci domande di rito. Siete pronti? Tra poco si parte per questo affascinante viaggio nell’universo umano, a volte contorto, complesso sicuramente, ma sempre terribilmente affascinante. Vi auguriamo buona lettura!

 

Scopriamo chi é Bianca Baratto

 

1) Un rigo per presentarti

Sono Bianca Baratto, da sempre appassionata di letteratura ho scritto moltissimo, tutta la vita. Posso dire che l’amore per la scrittura è nato con me. Soltanto da poco ho scelto di pubblicare

 

2) Due righi per scoprire il titolo e un accenno alla trama tuo libro

Il titolo di questo romanzo “IL RITORNO” è legato al significato profondo di una storia in cui gli interpreti attraverso una intensa crisi esistenziale arrivano a comprendere il senso della loro vita e il suo vero significato.

 

3) Tre righi dedicate al protagonista

In questa storia non c’è un solo protagonista, le vite di più personaggi si intrecciano tra loro mentre si dipanano i loro destini e nulla accade per caso. Come nella realtà ogni avvenimento si palesa nella vita di ognuno di loro per spingerli a guardarsi dentro, per insegnar loro che ognuno di noi è il solo responsabile della propria felicità. Come e perché lo si potrà comprendere leggendo il romanzo.

 

4) Quattro righi per il personaggio al quale ti senti più legata

È difficile per me dire a quale dei personaggi sono più legata. In qualche modo li ho amati tutti nel momento in cui li ho creati. Marta, perché è una donna coraggiosa, sempre disposta a guardarsi dentro e ad ascoltare il suo cuore. Non cerca mai di scaricare responsabilità su altri conscia del fatto che noi, con le nostre scelte, siamo i soli artefici dell’andamento della nostra vita.   A Guido invece sono affezionata perché ha un cuore generoso e vive le emozioni  in un modo che va al di là della sua razionalità di uomo concreto e solido. E poi c’è Amal, come si fa a non amarlo? E’ la saggezza e l’amore fatti persona, nonostante il suo modo un po’ severo di porsi.

 

5) Cinque righi per commentare il tuo libro preferito

Impossibile dire quale sia il mio libro preferito. Molti sono stati importanti per me e hanno segnato un momento di crescita nella mia vita. Mi sono nutrita di libri tutta la vita e ho goduto a piene mani della capacità geniale di raccontare di moltissimi autori.

A seconda del momento del mio vissuto ho apprezzato ora bellissimi romanzi, ora storie di vita vera, ora testi offerti da studiosi dell’Anima che mi hanno aiutato a meglio comprendere me stessa e gli altri. Se proprio devo citarne uno ricordo un bellissimo romanzo di J. Talete:

“Ai figli dei figli” che mi ha tenuta inchiodata alle sue pagine dall’inizio alla fine. Ma sinceramente farei torto a molti citandone solo pochi.

 

6) Sei righi per raccontarci come nasce la tua passione per la scrittura

… vedi 1)

 

 

7) Sette righi per rivelarci altre tue passioni

Se dovessi dire quali altre passioni mi accompagnano nella vita di certo nominerei quella per la fotografia, che mi ha vista anche protagonista di una mostra. E’ una passione che purtroppo pratico poco ultimamente , a causa dei molti impegni. Ma di certo, quando  mi è possibile , me ne vado in cerca di “bellezza” con la mia fedele macchina fotografica e mi godo ogni attimo , sempre , come fosse la prima volta.

Anche lo studio dell’Animo umano contrassegna la mia vita come vera e propria passione e a questa mi dedico spesso e con impegno, per migliorare me stessa , ma anche per meglio comprendere chi mi circonda e le dinamiche  che regolano l’esistenza umana.

 

8) Otto righi per ritornare al tuo libro: chi vorresti lo leggesse?

Quando ho deciso di scrivere questo romanzo non avevo ancora idea di come si sarebbe svolta la storia, poiché non parto mai da una idea precisa ma sempre e solo da una emozione.

Una forte emozione o un ricordo importante che affiorano alla mente e mi spingono a metterli nero su bianco. Da li può nascere il desiderio di intraprendere il cammino della affabulazione, la voglia di narrare una storia. E durante quel cammino i diversi personaggi che si affacciano alla mia fantasia sembrano venire in mio aiuto man mano che ne ho bisogno per meglio spiegare questo o quel sentimento , o avvenimento…

Per questo motivo all’inizio di questo romanzo non sapevo ancora chi avrebbe potuto leggerlo e apprezzarlo. Oggi tuttavia mi rendo conto che tutti, dall’adolescenza alla vecchiaia, possono  leggerlo e ritrovare in esso qualcosa di sé e per sé stessi. Un momento di nostalgia , o di freschezza, o di riflessione… Insomma un po’ della vita che hanno appena iniziato a vivere o che già hanno vissuto.  Ai  lettori  riuscirà difficile se non impossibile non farsi coinvolgere e commuovere. Sarei davvero felice di sapere che sono arrivata al cuore di molti di loro.

 

9) Nove righi per salutare i lettori e convincerli a leggere tutto fino alla fine… perché il più bello, si sa, arriva alla fine

…. vale 8)

 

10) Dieci righi per citare uno stralcio della tua opera

Di cosa parla questo romanzo?

Di un uomo giovane e affermato che vive, accanto alla sua compagna, in una Milano che soddisfa tutte le loro esigenze. Così almeno sembra, fino al ritrovamento del cadavere di una donna indiana, che da inizio ad un inaspettato cambiamento nella vita dei due giovani. Essi lasceranno l’Italia per raggiungere Nuova Delhi. Attraverso questo viaggio in India incontreranno la loro parte migliore. Conosceranno il dolore vero, ma anche la gioia e la rinascita. I protagonisti faranno incontri straordinari e indispensabili alla realizzazione della loro nuova esistenza ed i luoghi che vedranno: da Delhi a Londra, da Calcutta alla valle del Paddàr saranno anch’essi protagonisti importanti.

E’ una storia che infonde coraggio e speranza, per chi non ha paura di farsi trasportare dalle emozioni.

 

Bianca Baratto ospite dell’ Intervista Interessante(10?II) was last modified: marzo 30th, 2017 by L'Interessante
30 marzo 2017 0 commenti
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Emiliano
CulturaIn primo pianoLibriMusica

Emiliano Gambelli: quando comporre è sinonimo di nobiltà d’animo

scritto da L'Interessante

Emiliano

Di Christian Coduto

Conosciamo oggi Emiliano Gambelli, scrittore e cantautore. Socievolissimo, si siede accanto a me e sorride. Nel momento in cui gli pongo la prima domanda, inizia a chiacchierare allegramente.

 

Emiliano Gambelli risponde alle domande de “L’interessante”

D: Parlaci un po’ di te …

R: Lo ammetto … domande del genere mi imbarazzano un pochino, perché mi riportano alla mente i colloqui di lavoro (scoppiamo a ridere). Molto semplicemente, Emiliano Gambelli è un ragazzo che si diverte a comporre musica e scrivere libri per passione. Senza alcun fine di fama o di soldi. Sono pragmatico, rimango con i piedi per terra. E’ un mio sogno: lasciare una traccia di me, per rimanere nel ricordo delle persone che mi vogliono bene.

D: Sei un artista a tutto tondo … hai realizzato, infatti, anche due romanzi: “L’ultima danza” e “I due angeli” …

R: Sì a tutto tondo … magro come un chiodo, ma a tutto tondo (ridacchia). Artista, non lo so francamente. Se fai riferimento al fatto che creo arte, allora sì. Io vivo il tutto come una passione: metto su carta o trasformo in musica quello che provo durante l’arco della giornata, dei mesi, della vita. Quello che provo io e, spero, anche gli altri. Talvolta scrivo delle canzoni che non parlano necessariamente di me, ma raccontano situazioni che possono capitare a tutti. Scrivo del quotidiano, una definizione che mi è stata data e che amo molto. Per ciò che riguarda i miei romanzi, che sono ancora in vendita, vorrei aggiungere una cosa che per me è motivo di orgoglio: con “L’ultima danza” sono in finale al concorso “AlberoAndronico” il 7 aprile! Non mi importa se non dovessi vincere, per me presenziare al Campidoglio è già una grande soddisfazione!

D: Con lo pseudonimo de “Il matematico” hai inciso il cd “Domande aperte”…

R: “Domande aperte” è il mio primo cd come “Il matematico” e il secondo da solista. Il primo fu “Tea time” del 2010. Un progetto autoprodotto, più casereccio, alle prime armi e completamente in inglese. “Domande aperte” l’ho realizzato con Valerio Allegrini, un arrangiatore e chitarrista bravissimo, di Roma come me. E’ un cd composto da 7 tracce: del brano “Houdini” esiste un videoclip su youtube; è una canzone che affronta il tema della difficoltà di emergere in un mondo ricco di raccomandazioni. In realtà, più che emergere, sopravvivere, anche nei lavori più semplici. La meritocrazia, purtroppo, è merce oramai rara … la canzone “Il matematico”, invece, ha come tema i numeri della vita. Ha un testo che si basa sui giochi di parole. Un equilibrio tra parole e numeri. Nasce dalla mia difficoltà, nella vita, di far quadrare i conti. Tra le altre cose, lo sai che io ho sempre odiato la matematica? E’ stato un modo per esorcizzare la materia!

D: Com’è il tuo lavoro in sala di incisione? Sei il tipo “Buona la prima”?

R: Non sono assolutamente il tipo da “Buona la prima”! Non lo sono in sala di incisione, né tantomeno all’Ikea quando devo comprare un mobile o nella vita in generale. Però ammetto che non passerei mai due mesi per incidere un brano. Se una cosa non mi convince la rifaccio, certo. Credo nel lavoro di gruppo, nella sinergia. Se ho un limite, preferisco collaborare con qualcuno che sia migliore di me in quel contesto. Di base, io porto in sala di incisione la bozza della canzone (gli accordi, l’idea, la metrica, la linea melodica, il testo) e poi si lavora insieme per ciò che è l’arrangiamento, per completare in brano in quanto tale.

Spigliato, gentile, autocritico. Colpisce la sua onestà. E’ un tipo alla mano. Ammiro il suo lanciarsi in mille avventure. Alcune avranno successo, altre (forse) meno? Non importa: mai vivere di rimpianti.

D: Qual è l’esperienza live che ti ricordi con più affetto?

R: Me ne ricordo parecchie. Ognuna in un periodo differente. Con uno dei primi gruppi (avevo 18/19 anni), facemmo un live a Roma su un palchetto costruito all’interno di una stazione di benzina. In tutto, facemmo tre concerti. Il secondo lo tenemmo all’interno di un pub. Fu un’esperienza bellissima perché vennero tutti gli amici e i conoscenti del quartiere. Per la prima volta vedemmo gente cantare la nostra canzone e pogare sotto il palco. Con la Tribute Band dei The Darkness (proprio quelli di “I believe in a thing called love” N.d.R.) ci fu un concerto a Potenza, in Basilicata, che fu particolarmente divertente. Ogni live lo ricordo con affetto, anche quelli più intimi, come quelli che ho tenuto in teatro.

D: “Domande aperte” è molto vario e variegato, ha stili e sonorità differenti. Quanto tempo ha richiesto la stesura dei brani e l’incisione?

R: E’ un album variegato perché ascolto tanta musica. Nella “sfortuna” di non avere un’etichetta discografica, ho la fortuna di essere libero e di poter fare ciò che voglio, cercando di unire il tutto dando una sequenzialità, magari richiamando i vari brani tra di loro, pur toccando stili completamente diversi che vanno dal rock di “Houdini” al pop più ammiccante de “Il matematico” fino ad arrivare ad una ballad come “Sai perché”. Mi piace che sia così, non voglio rimanere ancorato ad un singolo stile.

D: Il singolo “Eclissi mentale” ha per te un significato particolare, per una serie di motivi …

R: Sì … ho avuto la fortuna di incontrare una persona che mi ha fatto conoscere questa struttura Onlus alla quale saranno devoluti gli incassi del brano. Sono venuto a conoscenza di tante informazioni preziose relative a malattie rare, di cui non si parla mai abbastanza. Ho voluto dare un mio piccolo contributo alla ricerca. Il brano costa 99 centesimi, dobbiamo essere in tanti per ottenere qualcosa di significativo! Invito tutti a dare un’occhiata al sito di “Viva la vita Onlus Italia”  www.vivalavitaitalia.org . Spero solo di fare qualcosa di utile, di accendere un piccolo riflettore sul problema, ricordandoci sempre che la parola rara è difficile da comprendere quando si è colpiti … si può acquistare il brano su Amazon, Itunes e Google play. Ad integrazione del mio brano, anche il 50% degli incassi relativi alla vendita del cd “Domande aperte” sarà destinato a Viva la vita Onlus Italia. Siamo partiti fortissimi: pensa che, nelle prime settimane, mi sono ritrovato al primo posto delle classifiche di Google Play!

D: Io mi occupo di cinema. Cinema, musica e scrittura vanno di pari passo … qual è il film della tua vita e perché?

R: Il film della mia vita … credo che ce ne sia più di uno. Allora: “Braveheart” di Mel Gibson e “The butterfly effect”. Tra i film italiani ho un grande amore per “Non ci resta che piangere”! Ultimamente mi hanno colpito “Perfetti sconosciuti” e “Smetto quando voglio”. Adoro i film tratti dalla Marvel; il cinema per me è intrattenimento, uno svago.

D: Cosa dobbiamo attenderci da Emiliano Gambelli per questo 2017?

R: Dipende dal Fantacalcio (ride): se lo vinco, preparo subito un altro brano! Mi piacerebbe realizzare un EP con i “La fine” e organizzare degli eventi live, impresa ardua ma non impossibile! Con la AUGH edizioni uscirò con un nuovo romanzo entro aprile!

D: Grazie mille per la tua disponibilità!

R: Un abbraccio!

ph. di copertina di Monja Zoppi

Emiliano Gambelli: quando comporre è sinonimo di nobiltà d’animo was last modified: marzo 31st, 2017 by L'Interessante
30 marzo 2017 0 commenti
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Papa
CulturaIn primo piano

The American Pope: costruire ponti per costruire la pace

scritto da L'Interessante

La ricerca del dialogo inter religioso, la vicinanza alle periferie del mondo, l’intransigenza contro le mafie e la pedofilia, la semplicità del lessico della comunicazione, le aperture sui temi della bioetica e l’abbandono dell’integralismo su alcuni storici tabù come il matrimonio dei sacerdoti. Dopo quattro anni di Pontificato si avverte ormai in maniera profonda, non senza qualche dissenso interno, la rivoluzione lanciata da Papa Francesco per un rinnovamento dei valori aggregativi della Chiesa cattolica. E venerdì 31 Marzo alle ore 18.30 sarà dedicato proprio a “I nuovi valori della Chiesa di Papa Francesco” il terzo appuntamento della seconda edizione de “La Memoria degli Elefanti”, il Festival della Letteratura nel segno del mito, ideato da “Arena Spartacus Amico Bio” all’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, il secondo anfiteatro al mondo per dimensioni dopo il Colosseo.

In una rassegna che ha per sottotitolo e per comune denominatore culturale “I am Spartacus: eroi, valorosi e valori”, lo spunto di partenza per la discussione su “I nuovi valori della Chiesa di Papa Francesco” sarà “The American Pope. Costruire ponti per costruire la pace” (Libreria Editrice Vaticana), il libro scritto dal giornalista Massimo Milone, direttore di Rai Vaticano insieme con Paolo Messa, direttore del Centro Studi Americani di Roma e Lara Jakes, managing editor del Foreign Policy Magazine di Washington.

Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti: un libro che è l’analisi di un viaggio che è già storia, più che mai dopo la morte di Fidel Castro e l’elezione di Donald Trump. L’attualità di un viaggio, l’incontro con Castro, i discorsi del Papa argentino a Plaza della Revolution, all’ONU, al Congresso Americano sono riproposti nel volume “The American Pope” (LEV 2016) che analizza le nuove idee del Pontefice su libertà, giustizia, uguaglianza, diritti umani e dignità della persona. Sia a Cuba che negli Stati Uniti, dinanzi al Congresso Americano e all’Onu, Papa Francesco ha ricordato che “il mondo ha bisogno di riconciliazione in questa atmosfera  di terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo”.

L’incontro con Massimo Milone, già autore di “Pronto? Sono Francesco. Il Papa e la rivoluzione comunicativa un anno dopo” (Libreria Editrice Vaticana) e da pochi giorni nelle librerie con il suo ultimo libro “Dal Sud per l’Italia: la Chiesa di Papa Francesco, i cattolici, la società” (Guida Editore), è stato organizzato con il  patrocinio dell’UCSI, l’Unione della Stampa Cattolica Italiana e sarà introdotto dal Sindaco di Santa Maria Capua Vetere, Antonio Mirra, dal direttore artistico del Festival della Letteratura “La memoria degli Elefanti”, Antonio Emanuele Piedimonte e dal vicepresidente nazionale dell’UCSI, Donatella Trotta, fondatrice del “Premio Napoli Città di Pace”.

Insieme con Milone discuteranno nel salotto letterario coordinato dal project manager del Festival, Roberto Conte, lo studioso di ebraismo, Ottavio Di Grazia, docente di Culture, identità e religioni all’Università Suor Orsola Benincasa, il teologo Pasquale Giustiniani, professore ordinario di Filosofia teoretica e di Bioetica presso la Pontifica Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, membro del Consiglio direttivo del CIRB, il Centro Interuniversitario Campano di Ricerca Bioetica e autore del volume in corso di pubblicazione “Una nuova bioetica al tempo di Papa Francesco?” (Edizioni Biblioteca Teologica Napoletana), l’Imam della Moschea di San Marcellino, Nasser Hidouri, lo storico del diritto Francesco Lucrezi, professore ordinario di Storia del diritto romano all’Università Suor Orsola Benincasa, già visiting professor all’Università di Gerusalemme e membro del Consiglio direttivo del CIRB, il giornalista vaticanista Raffaele Luise, autore del volume “Testimone di misericordia. Il mio viaggio con Francesco”e vincitore del “Premio Napoli Città di Pace”, il Vescovo emerito di Caserta, Raffaele Nogaro, il costituzionalista Andrea Patroni Griffi, professore ordinario di Diritto pubblico all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, membro del Consiglio direttivo del CIRB e autore del volume “Le regole della Biotetica tra legislatore e giudici” (Editoriale Scientifica), il presidente dell’Istituto di Cooperazione e Sviluppo Italia-Cuba, Alessandro Senatore, il pastore della Chiesa Evangelica di Caserta,Giovanni Traettino, e Diana Pezza Borrelli in rappresentanza del Movimento dei Focolari.

Il 26 Maggio con il Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali Giuliano Volpe l’appuntamento conclusivo della seconda edizione del Festival

Dopo i valori della storia analizzati con il libro di Guido Trombetti “Annibale Spartaco e Garibaldi”, i valori della giustizia raccontati con “Toghe, banchieri e rotative” di Vincenzo Pezzella e i nuovi valori della Chiesa di Papa Francesco, la seconda edizione de “La Memoria degli Elefanti”, il Festival della Letteratura nel segno del mito ideato da “Arena Spartacus Amico Bio” con il patrocinio del Comune di Santa Maria Capua Vetere, si concluderà venerdì 26 Maggio con i valori del patrimonio culturale italiano celebrati nel suo ultimo libro “Un patrimonio italiano” (Utet Editore) dal presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici, Giuliano Volpe, che racconta anche l’esperienza del ristorante biologico “Amico Bio – Arena Spartacus” all’Anfiteatro Campano come uno degli esempi più innovativi in Italia di valorizzazione di un sito culturale.

La Cena biologica con i menù tematici

Venerdì 31 Marzo partire dalle 20.30 dopo la presentazione del volume di Massimo Milone il salotto letterario dell’Arena Spartacus tornerà ad essere la sala del primo ristorante biologico al mondo in un sito archeologico. E come di consueto occasione del Festival della Letteratura ci saranno menù speciali tematici (con prezzi fissi dai 10 ai 20 euro) dedicati alle figure storiche del Festival nel segno del mito, da Annibale a Spartaco.

The American Pope: costruire ponti per costruire la pace was last modified: marzo 29th, 2017 by L'Interessante
29 marzo 2017 0 commenti
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Giulia
CulturaEventiIn primo pianoLibri

Giulia Sangiuliano e il suo (Ph)enomena all’ Accademia FortePiano

scritto da L'Interessante

Giulia

Di Michela Salzillo

Immaginate una domenica pomeriggio, di quelle pigre, piene zeppe di divano, telecomando e qualche sbuffo qui e là, poi resettate tutto e ricominciate dall’inizio. Pensate alla primavera che c’è e non c’è. Quella che vi fa litigare con l’armadio fino a dieci minuti prima di uscire di casa; alla stagione mite, un po’ nostalgica, che vi riporta al desiderio di ancora qualche minuto di tepore, stretti fra una chiacchiera, una tazza di tè e, perché no,  un buon libro.

È una cosa semplice, una cosa vera, che se per molti è già successa, per altri resta una sorpresa da scoprire. È un desiderio che quei posticini piccoli piccoli ma pieni di sogno e voglia di raccontarsi ti insegnano a cercare.  Tra questi c’è sicuramente da annotare l’ Accademia Fortepiano di San Prisco che, per il ciclo “un libro per Tè”, domenica scorsa,   ha ospitato

(Ph)enomena,  l’ intensa storia firmata dalla giovanissima psicologa Giulia Sangiuliano.

A moderare la presentazione, intervallata da musica dal vivo e una piccola trasposizione teatrale, a cura di Corrado Del Gaizo, sintetizzante il tema centrale del libro, è stata la psicoterapeuta Valentina Masetto che, sin dalle premesse, ha inteso (Ph)enomena come un libro che si muove sulla chiave profonda della sofferenza. Dal suo canto, l’autrice ha confermato a pieno consenso tale intuizione, sottolineando, non raramente, quanto l’esperienza personale l’abbia aiutata a scrivere un testo del genere. Il sé è dunque stato il motore primo per poter mettere nero su bianco il canovaccio del romanzo. Si tratta infatti di un libro semi- autobiografico.

 (Ph)enomena la storia di Giulia Sangiuliano che grida riscatto

Noterete – ha detto la  Sangiuliano- che alcuni episodi descritti nel testo sono stati realmente espediti, realmente vissuti da me stessa- . Come in ogni libro ben strutturato, anche in questo caso, l’equilibrio fra il personale e l’intreccio inventato non conosce dislivello. A dirlo è l’autrice stessa, che in uno dei personaggi perno della narrazione, qual è il dottor Clerck, ritrova di sé stessa la parte estremamente razionale. Un elemento che, nel romanzo così come nella vita dell’autrice, si scontra con quello sensibile, la parte dell’ intimo, a tutti necessaria, che troppe volte, spesso per difesa, siamo costretti ad accantonare in un angolo.

 Ma non è mai troppo tardi per rinascere, anzi! Per chi trova il coraggio di attraversare il dolore, la sofferenza, il secondo embrione- quello scelto da noi stessi – la risalita diventa quasi una diretta e dovuta conseguenza.

 La malattia, in (Ph)enomena, è difficoltà e ricchezza assieme. Lo insegna chi questa storia la scrive e lo ricorda il personaggio principale del romanzo. Verità e finzione, infatti, si incontrano nel punto della convivenza, difficile ma al tempo stesso restituente, con la disabilità mentale. Vittoria, la co-protagonista del libro, e Giulia, l’autrice, hanno entrambe una sorella con cui sperimentano, nel tempo, un legame fortissimo. Un legame che, però, non può prescindere, purtroppo, e forse col senno di poi anche per fortuna, dalla problematiche legate a un ritardo psichico.

Riportare questo tipo di esperienza- dice Giulia- è stato un atto d’amore, ma anche un momento parecchio catartico: “ ho fatto un salto indietro bello ampio, legato all’elaborazione interiore di tutto ciò che ho vissuto, ma anche un grande salto avanti, perché sono riuscita ad acquisire maggiore consapevolezza delle mie esperienze che, ovviamente, in adolescenza, rispetto all’età adulta, si vivono in maniera un po’ più complicata.”

Alla sorella Giulia  non dedica solo il libro, diventato oggi un valido progetto editoriale a cura di Eretica Edizioni, ma riconosce a lei la sua personale primavera di cui, tutt’ oggi, va fiera e orgogliosa.

Giulia Sangiuliano e il suo (Ph)enomena all’ Accademia FortePiano was last modified: marzo 30th, 2017 by L'Interessante
28 marzo 2017 0 commenti
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