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juvecaserta
BasketIn primo pianoSport

JUVECASERTA: FIRMA LA GUARDIA DARDAN BERISHA. ACQUISTO IN OTTICA PLAY OFF

scritto da L'Interessante

juvecaserta

Juvecaserta: ultimo rinforzo sperando nei play off

La Juvecaserta Pasta Reggia comunica di aver definite un accordo fino al termine della corrente stagione sportiva con il giocatore Dardan Berisha, guardia di 191 cm. Nato a Peje (Kosovo) il 15 novembre 1988 ed in possesso di passaporto polacco e croato, ha iniziato l’attività nelle fila della squadra locale del Peja con cui ha esordito nella prima squadra nella stagione 2006/07 dopo aver trascorso un biennio con la formazione juniores del Cibona Zagabria. Nella stagione successiva ha giocato 10 partite in Spagna prima di sottoscrivere un contratto biennale con il Warszawa con cui ha vinto il titolo assoluto polacco. Nel 2011/12 si è trasferito all’Anwil Wloclawek con cui ha partecipato sia al campionato che alla VTB League. Nel 2012/13 è tornato a Peja che ha lasciato l’anno successivo per il Sigal Prishtina con cui ha partecipato alla Superleague ed alla Balkan League con una media di 24 punti a partita. Lo scorso anno ha iniziato la stagione con il Cibona Zagabria prima di ritornare al Prishtina con cui ha partecipato alla Superleague (21 partite, 15,7 punti a gara). alla Fiba Europe Cup (6 partite con una media di 18,3 punti) ed alla Balkan League (15 partite,  18,3 punti, 54% da 2, £5% da 3 e 81% ai liberi). Quest’anno ha iniziato la stagione in Polonia con il  Polfarmex Kutno dove ha fatto registrare una media di 15,9 punti a gara in 14 partite giocate.
Dardan Berisha, sia a livello giovanile che senior, ha partecipato all’attività internazionale con la rappresentativa del Kosovo e con quella della Polonia con cui ha partecipato ai campionati europei del 2011 in Lituania (5 partite, 13,2 punti, 2,8 assist, 72,7$ da 2, 34,6% da 3, 87,5% ai liberi). È stato premiato come giocatore dell’anno sia in Polonia (2009) che in Kosovo (2013, 2014. 2015) e guardia dell’anno della Balkan League nel 2014, 2015 e 2016.  

JUVECASERTA: FIRMA LA GUARDIA DARDAN BERISHA. ACQUISTO IN OTTICA PLAY OFF was last modified: febbraio 19th, 2017 by L'Interessante
19 febbraio 2017 0 commenti
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Sneguročka
CulturaIn primo pianoLibri

Sneguročka, la fanciulla di neve: una fiaba come ponte tra culture

scritto da L'Interessante

Sneguročka

Di Erica Caimi

“La fanciulla di neve Sneguročka” è il titolo del nuovo libro di Giovanna Caridei pubblicato da C1V Edizioni, che inaugura la nuova collana della linea kids chiamata “Storie dal Mondo”, ideata dalla stessa scrittrice in collaborazione con l’editrice Cinzia Tocci. Il progetto si pone come obiettivo quello di trattare tematiche a sfondo sociale e sempre rivolte all’attualità, promuovendo la scoperta di storie, tradizioni e simboli di altre culture a sostegno dell’interculturalità.

L’autrice, giornalista, insegnante e mediatrice linguistico-culturale, si ispira al personaggio delle fiabe di tradizione russa Sneguročka per lanciare un messaggio molto caro alla realtà odierna:  l’incontro e la scoperta dell’altro superano il pregiudizio latente nella mancanza di conoscenza e nella ritrosia a riconoscere “l’altro” come interlocutore alla pari.

Senguročka, una figura molto nota nella cultura russa, è la giovane nipote nonché aiutante di Ded Moroz, Nonno Ghiaccio, il Babbo Natale russo. Insieme a lui, Senguročka porta i regali ai bambini in occasione del Novyj God, la magica notte di Capodanno, il giorno in cui in Russia ci si scambia i doni. La giovane è il simbolo dell’incontro di due mondi diversi, la Foresta dei Ghiacci Perenni e il mondo degli umani e incarna i valori della condivisione, della cooperazione, dell’accoglienza e della solidarietà.

Sneguročka: la nascita del personaggio nella tradizione russa

La rappresentazione iconografica di Sneguročka deve sintetizzare in un’immagine l’idea di acqua ghiacciata, di cui la giovane fanciulla è simbolo, il nome, infatti, significa  “fatta di neve”. Per questo la ragazza, eternamente giovane e allegra, indossa un abito bianco e sulla testa ha una coroncina a otto raggi impreziosita da argento e perle. Anche la rappresentazione moderna del suo abbigliamento è quasi sempre fedele alla descrizione storica, le uniche varianti ai colori sono giustificate dalla difficoltà grafica di rendere efficacemente il bianco, per questo può apparire anche vestita in azzurro. 

Sneguročka nasce nel mondo della letteratura. Nel 1968, Aleksandr Afanasiev, l’equivalente russo dei Fratelli Grimm, scrisse una storia su un personaggio chiamato “Snegurka”, una bambina costruita con la neve da due poveri contadini, Ivan e Maria, disperati perché non riuscivano ad avere un figlio vero. Snegurka, magicamente, prese vita, ma morì con l’arrivo dell’estate, sciogliendosi ed evaporando nell’immensità del cielo. Nel 1873, il commediografo A.N Ostrovskij, influenzato dalle idee di Afanasiev, scrisse la fiaba drammatica in versi “La fanciulla di neve”,  con musiche di scena di P. I. Čajkovskij. L’artista, nato e cresciuto nella Regione di Kostroma, fu allevato da una bambinaia che era solita raccontargli tantissime fiabe. Fu proprio questo contatto con la tradizione popolare a fungere da fonte d’ispirazione alla quale attingere in età adulta. Nella sua versione, Sneguročka è figlia di Primavera la Bella e Babbo Gelo, desidera la compagnia degli esseri umani, ma è priva della capacità di amare. Sua madre alla fine gliela dona ma, quando si dichiara finalmente al suo amato, viene colpita da un raggio di sole, ed essendo fatta di neve, si scioglie. Così, dopo anni di gelo perenne, con la morte della protagonista, tornerà a splendere il sole. Il sacrificio della Fanciulla di neve simboleggia la fine del freddo invernale e il concetto di amore-morte che pervade la storia significa che soltanto attraverso la morte dei protagonisti tornerà il sole e con esso la nuova vita della natura, che si perpetua ciclicamente. La storia di Ostrovskij fu poi adattata in un’opera in quattro atti da Rimskij-Korsakov, con elementi scenici realizzati dal famoso pittore Vasnetsov, che aveva già immortalato la giovane in un bellissimo dipinto.

Negli anni seguenti vari scrittori e poeti misero mano alla leggenda cristallizzando la presenza del personaggio nell’immaginario collettivo come simbolo legato alle feste invernali e, nel frattempo, per tutti diventò la nipote di Nonno Gelo (anziché la figlia).

Dopo la Rivoluzione, tutte le feste religiose vennero ufficialmente proibite e anche la figura di Sneguročka venne data alla fiamme in nome della religione di stato. Per la sua rinascita, bisognerà aspettare il 1935, quando si stabilì che il Capodanno dovesse essere la festa più importante dell’inverno, in sostituzione del Natale. Da lì in poi nei libri sulle feste invernali, accanto a un abete addobbato e a Nonno Gelo, cominciò ad apparire la giovane Sneguročka, in qualità di nipote e sua assistente, una vera e propria mediatrice nelle relazioni tra i bambini e Nonno Gelo.

“La fanciulla di neve Sneguročka”, l’idea di Giovanna Caridei

“Il libro – spiega l’autrice – nasce dalla constatazione che oggi più che mai viviamo in una società multietnica (continui flussi migratori, rifugiati/richiedenti asilo, classi miste, etc.) e per arrivare ad una reale, duratura e profonda accoglienza/integrazione occorre mettersi “in ascolto” dell’Altro, abbandonando la concezione etnocentrica”.

“Solo riconoscendo che l’Altro è portatore di una cultura altrettanto valida della nostra (senza farsi influenzare da giudizi di valore a prescindere, preconcetti, nel senso etimologico del termine) è possibile entrarvi in contatto, facendo semmai propri quegli elementi che si percepiscono come più affini. È ciò che è successo, tempo fa, ad un gruppo di mamme italiane, che casualmente hanno scoperto l’esistenza di questa figura molto poetica ed evocativa, “aiutante di Babbo Natale”, di tradizione russa e totalmente nuova all’interno della cultura e del costume italiani e non solo”.

“Da lì – prosegue l’autrice – l’idea di organizzare un evento in cui entrambe le tradizioni potessero convergere, trovare un punto di fusione, creando qualcosa di più e di diverso che la semplice summa delle parti. Ne è nata un’esperienza unica e coinvolgente, che ha spinto la sottoscritta ad approfondire le radici di tale leggenda, pensando una storia che, pur sempre fedele a se stessa, potesse ben inserirsi all’interno del panorama editoriale nostrano; perché no, conferendole anche il carattere della serialità, in linea col senso di rinnovamento e ciclicità che ogni Natale porta con sé”.

“Snegurochka – conclude l’autrice – vuol’esser, dunque, una sorta di stargate sull’universo Intercultura, mediatrice – non solo – tra Papà Natale ed i bimbi del villaggio, che quelli di tutto il mondo rappresentano… bensì costruttrice di ponti tra culture! In definitiva, la prima di tante trame, per tessere un unico grande ordito, quello del dialogo, della pace e della solidarietà!”.

Il testo, introdotto da Ljudmila Tsjupera, docente presso la scuola di lingua e cultura russa Russkoe Slovo di Roma, gode del patrocinio morale dell’International Writers and Translators’ House di Ventspils, Lettonia. Le illustrazioni a colori sono realizzate dall’artista Sabrina Longarini.

Sneguročka, la fanciulla di neve: una fiaba come ponte tra culture was last modified: febbraio 18th, 2017 by L'Interessante
18 febbraio 2017 0 commenti
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Vignette Interessanti

Esotico

scritto da L'Interessante
Esotico was last modified: febbraio 18th, 2017 by L'Interessante
18 febbraio 2017 0 commenti
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Elena
CulturaIn primo piano

Elena Starace: un’attrice alla ricerca di sé, attraverso l’infinito

scritto da L'Interessante

Elena.

Di Christian Coduto

La prima volta che ho visto da vicino Elena Starace è stato al cinema: era intenta a sgranocchiare allegramente dei nachos nei pressi della sala in cui avrebbero proiettato il film

Conoscevo le sue belle qualità di attrice grazie alla sua partecipazione in diversi progetti televisivi ed ero rimasto incantato da quegli occhioni così buoni ed espressivi, circondati da una massa deliziosa di riccioli biondi. Vuoi per timore, vuoi per imbarazzo non mi avvicinai per salutarla. Si accostò, invece, una ragazza che, con fare vivace la riempì di complimenti. Vederla arrossire e chiedere scusa perché non poteva darle la mano a causa delle mani sporche di ketchup me la fece apparire immediatamente simpatica. Una diva a misura di essere umano.

A mano a mano le cose sono cambiate: ho avuto l’onore di vedere Elena sul palco in diversi spettacoli e di averla come ospite nella rassegna di cinema indipendente italiano di cui sono direttore artistico: l’Independent Duel.

E quello sguardo così pulito non l’ha perso mai.

E’ una bella mattinata di febbraio; ci incontriamo nei pressi di un bar rumorosissimo. Mi viene incontro con un bel sorriso stampato sul viso. La osservo sorpreso: ha cambiato il colore dei capelli! “Per esigenze di copione in questo periodo sono rossa. Mi piace cambiare, trasformarmi”, rivela.

Mentre prenotiamo da bere, noto la sua postura: piacevole, garbata, aggraziata. E’ vestita in maniera semplice, ma potrebbe indossare qualsiasi cosa, risultando sempre elegante.

 

Elena Starace si racconta in un’ intervista

D: Allora … eccoci qui (sorride). Iniziamo con una domanda facile facile: chi è Elena Starace?

R: (Spalanca gli occhi) Eh, mica è così semplice questa domanda, sai? Dunque: sono una figlia, una sorella e una zia.  Amo la vita e soprattutto viaggiare. Se fosse per me, starei sempre in treno. Figurati che una mia amica rumena, in uno dei miei tanti momenti di assenza e di distrazione, da lontano mi disse unde esti, cioè dove sei? Questa frase mi è piaciuta così tanto che ho deciso poi di tatuarmela perché mi rappresenta al meglio; sento spesso di essere da un’altra parte rispetto alla situazione che sto vivendo. Nonostante questo, però, riesco sempre a vivere le cose in pieno e cerco di trarne sempre il meglio.

D: Artisticamente, sei nata come ballerina di danza classica e jazz. Come ha avuto inizio l’amore per la recitazione?

R: E’ iniziato a 12 anni per superare la mia timidezza e anche per curiosità: Giovanni Compagnone aveva organizzato un corso di recitazione a Capua, nel meraviglioso teatro Ricciardi. Per ironia della sorte, ho ritrovato poi Giovanni dopo molti anni e abbiamo deciso di collaborare. Abbiamo iniziato con il grande Eduardo e proseguiremo sicuramente con Eduardo; il nostro viaggio ci ha portato fino in Puglia, un’esperienza bellissima. Una compagnia molto affiatata, molto unita quella dei Qua..si teatro. Nei primi periodi ho proseguito questa nuova passione parallelamente a quella per la danza classica, poi ho fatto una scelta. Insieme ai ragazzi del Teatro Serra, uno spazio aperto da pochissimo a Via Diocleziano a Fuorigrotta, sto preparando invece una versione napoletana de “I miserabili”, in cui interpreto Santina e Cosetta, due personaggi molto diversi tra loro. E’ un teatro off, molto intimo. Saremo in scena il 18 e il 19 febbraio, vi aspetto!

D: La danza classica ha delle regole molto ferree, molto precise. Credi che ti abbia donato la costanza necessaria per affrontare questo tipo di lavoro?

R: La costanza, no. Io non sono una persona costante, persino emotivamente. Questo è un mio difetto. Certo, sono molto seria: se prendo un impegno, lo porto sicuramente a termine. La danza classica mi ha dato una grande formazione fisica; è come se mi avesse modellato il corpo, la maniera di muovermi, la maniera di camminare. Il portamento, insomma. Mi ha fatto capire l’importanza delle piccole cose che formano l’insieme. Intendo: lavori tutti i giorni su una cosa, che è un piccolissimo elemento facente parte di un insieme perfetto, l’importanza del dettaglio.

D: Il tuo esordio, nel 2012, è all’insegna di un grandissimo successo con “Benvenuti a tavola” (e relativo seguito l’anno successivo) in cui reciti accanto al fianco di Giorgio Tirabassi e Fabrizio Bentivoglio …

R: Un’esperienza che mi ha catapultato nel mondo della televisione, del cinema, degli attori VERI. Io, piccolissima, accanto ad attori bravissimi. E’ stato davvero bello prendere a questo progetto. Ho imparato tanto. E’ stata una produzione importante, parliamo di Taodue e Canale 5. Se tornassi indietro, lo rifarei altre mille volte. Avrei voluto che la serie continuasse per altre 10 stagioni! Amavo molto il personaggio di Giovanna Perrone che, tra le altre cose, proprio nel corso della seconda serie era stato sviluppato in maniera interessante. Conservo ancora degli ottimi rapporti con gli attori del cast.

D: A tal proposito … che rapporto hai con la cucina? Sei una buona cuoca?

R: Mm no! Però sono una buona forchetta! (ridiamo) Assaggerei di tutto, tranne le cavallette. Amo la cucina thailandese, quella giapponese e quella greca. Utilizzatemi come assaggiatrice ufficiale!

D: Un’altra serie alla quale so che sei molto legata è “Per amore del mio popolo” …

R: Uh a proposito: amo anche queste (il cameriere ha appena portato un vassoio di patatine). Allora …  sono molto fiera di aver preso parte a questa operazione. Antonio Frazzi è un grande regista, che ha voglia di raccontare in maniera pulita e potente, incisiva. La distinzione netta tra il bene e il male. Il suo Don Diana è un eroe, un ribelle, un rivoluzionario. E io adoro i ribelli!

D: Ed ecco, quindi, “Gomorra – la serie” … un vero e proprio caso a livello mondiale …

R: Sì, lo è stato e lo è ancora (mentre parla, autografa il box della prima stagione che le ho porto). Non poteva essere altrimenti, è un’operazione titanica.

D: Siete rimasti sorpresi del successo?

R: Oddio no! Durante le riprese della prima stagione, si sentiva già nell’aria di far parte di una cosa enorme. Era una scommessa, però c’era così tanta potenza e perfezione intorno, non poteva che risultare bellissimo. Tra le altre cose, Stefano Sollima proveniva da enormi successi, quindi la cifra stilistica era riconoscibilissima. E’ un regista geniale. La mia  Noemi forse avrebbe potuto avere più spazio, ma il focus era ovviamente un altro: al di là di Imma Savastano (interpretata da Maria Pia Calzone) le donne sono leggermente di contorno.

D: Ti va di parlarci di “Limbo” in cui sei stata diretta da Lucio Pellegrini, dopo “Benvenuti a tavola 2”?

R: “Limbo” è stato inaspettato e molto piacevole. Ho fatto il provino, ma è stato l’unico caso in cui sono stata chiamata dal regista. Mi ero trovata benissimo ad essere diretta da Lucio, che per questo ruolo aveva in mente proprio me. Un ruolo piccolo, ma molto forte. Ho lavorato accanto a Kasia Smutniak, che è meravigliosa, di una dolcezza e di una bellezza incredibili. Era tutto condensato, durante la sequenza di un battesimo. Il mio personaggio, Imma, era una vedova consapevole del fatto che il marito fosse stato innamorato di Manuela, il personaggio interpretato appunto da Kasia. Quindi un dolore misto a rabbia e rimpianto perché le ultime parole che aveva detto al marito, prima della sua morte, erano state distruttive. Imma fa un gesto bellissimo, durante la cerimonia: quello di dare il bimbo in braccio alla donna che il marito ha amato. Vedi? A volte, dei piccoli ruoli, nascondo un intero universo.

Parla di attori importanti con i quali ha lavorato, ha preso parte a progetti di successo … snocciola simpatici aneddoti come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non c’è alcun segnale di ansia da protagonismo. La immagini serena. Eppure il suo sguardo lascia intravedere qualche segnale di insofferenza. Quasi come se stesse pensando a cosa fare per potersi migliorare.

Trovare una chiave di lettura.

Una ricerca di sé.

Chissà dove la sta portando la sua mente in questo momento.

Nasconde un animo molto forte, ma anche una profonda malinconia. Quegli occhi non mentono.

D: Sei un volto molto noto al pubblico di Raitre, grazie alla tua partecipazione alla serie “Un posto al sole”, che ha un successo che prosegue, costante, da tanti anni …

R: 20 anni! Entri lì ed è tutto stranissimo, perché è come attraversare la soglia di un altro universo. E’ stata una sorpresa: io sono arrivata lì e ho pensato che, entrando in una struttura così collaudata, non sarei riuscita ad integrarmi. Invece tutti sono stati carinissimi, mi hanno messo a mio agio, aiutandomi persino ad orientarmi negli studi. Devi sapere che io ho un senso dell’orientamento pessimo! Figurati che, una volta, sono andata in giro per la Rai con l’accappatoio di scena e le ciabatte perché avevo sbagliato strada! Dovevo scendere solo una rampa di scale e invece ho attraversato tutta la Rai! La gente mi guardava e rideva … anche perché, diciamocelo, quell’accappatoio era orribile (scoppiamo a ridere). Passai davanti agli uffici, gli impiegati in giacca e cravatta … una figuraccia! Però, con una faccia tosta, che normalmente non ho, proseguii fiera, come se avessi indossato il vestito di uno stilista famoso nel mondo. “Un posto al sole” lo rifarei mille volte anche perché ha una struttura ed un ritmo molto veloci.

D: E poi c’è tanta professionalità: continuare, con una certa prolificità, a scrivere una sceneggiatura che si evolve in base a ciò che avviene fuori, nella vita di tutti i giorni, non è facile …

R: Ecco, proprio per questo prima facevo riferimento ad un sistema dinamico, che tende al miglioramento. C’è stata sicuramente un’evoluzione nel corso degli anni, in base agli sviluppi tecnologici e ai nuovi mezzi a disposizione. C’è una continua ricerca, si aggiornano. Sono protesi alla perfezione.

D: Nel 2016 partecipi al film “Vita cuore battito”, che sbanca i botteghini italiani … (nel frattempo metto sul tavolino il dvd del film)

R: (Mi guarda divertita). Ok, adesso ti firmo anche questo! Allora … Un cameo divertente! Tutto molto colorato e colorito. Ho avuto la fortuna di conoscere Miriam Rigione, che è una ragazza simpaticissima. Un prodotto carino, intessuto di tanta napoletanità. So che è piaciuto tantissimo ai più piccoli, che ovviamente seguono gli Arteteca in tv nel programma “Made in Sud”.

D: Sei la protagonista di “Road to Calessi” di Marco Sommella, un film completamente indipendente. Il progetto non è ancora uscito nelle sale, puoi darci qualche anticipazione?

R: E’ un thriller. Scritto molto bene, a mio avviso, ed interpretato altrettanto bene. Ho apprezzato la location: nei boschi al confine tra il beneventano e il Molise, una zona meravigliosa. Abbiamo girato in estate, si stava molto freschi. A livello umano, un’esperienza positiva: si era creata una sorta di comunità agreste … era uno spasso mangiare, ad esempio, il caciocavallo sull’erba come se stessimo facendo un picnic! Le riprese interessanti. Vorrei tanto vederlo in sala! Affronta un tema molto delicato: quello delle sette, dei sacrifici umani e del plagio di giovani ragazzi da parte di qualche malato di mente che, con una personalità sicuramente forte, riesce a muovere i fili delle vite altrui, fino a spezzarli.

D: Visto che hai così tanto tempo libero, sei riuscita a dedicarti anche alla scrittura!

R: Ma in realtà è la scrittura che trova me, mi trova sempre. Mi sento in debito con lei e anche un po’ in colpa, perché c’è tanto che vorrebbe uscire e io per paura non la faccio uscire. Però non può rimanere lì per sempre, prima o poi esploderà, indipendentemente dalla tua volontà.

D: E quindi è uscito “Anime pezzentelle” …

R: Sì, il mio primo romanzo. E non sarà l’ultimo, perché voglio scrivere e scrivere ancora …. Ma come? Anche questo? (Prende la copia del suo libro che conservavo nello zainetto e mi scrive una dedica molto carina). E’ nato come uno spettacolo di teatro di narrazione, poi mi sono accorta, mentre lo portavo in scena, che avevo bisogno di uno spazio più ampio, di un respiro più ampio rispetto al palcoscenico per i vari personaggi che potevo interpretare. Avevo bisogno della carta, che mi desse il senso dell’infinito a disposizione, per quanto in realtà non è che sia lunghissimo (169 pag. Edizioni L’erudita). E’ un libro che condensa una lunga storia, un lungo percorso di formazione, di crescita personale del personaggio. Ho tentato di raccontare per immagini, come in un film. Mi sono concentrata su quante volte la vita ci costringa a cambiare e come fare per sopravvivere.

Il parlare della scrittura sembra averle dato linfa vitale: la vedo illuminarsi di una nuova luce; la ricerca dell’infinito attraverso la parola è un’impresa ardua, che farebbe paura alla stragrande maggioranza degli esseri umani. Ma lei non ne è spaventata, ha solo l’impressione di non essere all’altezza. Molto pragmatica,  autocritica, ma sognatrice e pindarica allo stesso momento. Una contraddizione affascinante, che è piacevole seguire, ma in cui è facile perdersi.

D: Nel frattempo, sei stata coinvolta nel cortometraggio “La condanna dell’essere”, che verrà proiettato sabato 18 febbraio al Duel Village Caserta …

R: Adriano Morelli, il regista, ha una maniera di raccontare in maniera onesta. Non vuole prendere in giro lo spettatore, non usa filtri, tattiche. E’ molto chiaro nella narrazione degli eventi e nel descrivere i sentimenti. E’ come se guardassi una cosa pulita anche se ti sta mostrando la cosa più sporca, come una perversione ad esempio. Una narrazione che ritorna all’origine. In questo corto ho un piccolissimo ruolo, ma è stato molto carino girare con lui, anche perché da qui è nata una collaborazione per il suo secondo cortometraggio; ancora non ha un titolo preciso, però in questo caso la collaborazione è a livello di scrittura. Non posso spoilerare molto, ma il tema principale sarà quello della ipocrisia.

D: Cinema, teatro, televisione, letteratura e la musica … la tua collaborazione con il pianista Marco Mantovanelli!

R: (Si illumina) Io e Marco, insieme a Luca De Simone, un grande percussionista, stiamo realizzando un progetto di narrazione e musica su “Anime pezzentelle”. Abbiamo preso una linea che possa scivolare e scorrere nel modo migliore possibile e che arrivi all’universale, più che nel dettaglio del fatto in sé, che tocchi l’esperienza che ognuno di noi può aver vissuto in un percorso. Ci rivolgiamo ad un pubblico il più vasto possibile, è un progetto fruibile da tutti. E’ interessantissimo vedere questi due mostri sacri creare in un attimo delle atmosfere, delle musiche. E’ bello perché, grazie al loro costante tappeto sonoro, sembra di vedere un film. Sono entrambi degli sperimentatori, non si limitano alla superficie. La storia parte a Napoli e loro hanno ricreato delle sonorità che rimandano alla classicissima musica napoletana, ma con un’interpretazione molto fresca. Ci siamo anche dati un nome: La logique du phantasme. E’ una definizione di psicologia che ha proposto Luca, che è uno psicanalista. E’ tutto quello che fa parte della tua vita a cui non riesci più a pensare razionalmente, dei traumi per esempio e che, sotto, lavora secondo una logica e ti spinge a fare delle cose. Andando ad analizzare, ci si rende conto che, alla base, sono sempre gli stessi meccanismi che tornano e ritornano. Un fantasma che opera e ti condiziona.

D: Prima di salutarci, una domanda alla Marzullo … anzi, più precisamente: Fatti una domanda e datti una risposta!

R: A quale luogo pensi di appartenere? Sicuramente la campagna. Non abbandonerei mai il mio lavoro, che amo da morire, ma liberarmi da tutti i fronzoli aggiuntivi e dal sistema mi renderebbe felice. Però non lo faccio perché siamo tutti legati ad un sistema che non ci permette di sganciarci. A questo punto mi chiedo: questo blocco che vedo è una scusa perché ho paura oppure è la verità? E secondo me è la prima (sorride).

Be … forse è davvero questa la tua strada: ritrovare le tue radici. Seguire il tuo istinto e dare un (nuovo) stravolgimento alla tua vita. Come già in passato, quando hai appeso le scarpette al chiodo per calcare il palcoscenico, ma per dare stavolta libero sfogo alle tue emozioni più celate, che non riuscivano ad essere espresse. Ti auguro che questo viaggio ti porti lì dove desideri, affinché tu possa trovare una serenità d’animo che ti meriti e che ti renda felice. In bocca al lupo!

Elena

Elena Starace: un’attrice alla ricerca di sé, attraverso l’infinito was last modified: febbraio 18th, 2017 by L'Interessante
18 febbraio 2017 0 commenti
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Cani
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

I cani al cinema

scritto da L'Interessante

Cani.

Il regista Thor Freudenthal  afferma che i cani piacciono molto al cinema  per via della loro personalità: pare siano in grado di “bucare lo schermo”

Oggi i cani sono ampiamente diffusi nei film e nei media digitali, ma erano molto presenti anche nel cinema delle origini.

Un illustre esempio è “Vita da cani” del 1918, con la locandina recante Charlot depresso  con  accanto un meticcio che gli rassomiglia.

Correvano gli anni 30 e  40 quando  “Pete the Pup”, bellissimo esemplare di american pit bull terrier  diveniva la mascotte dei bambini della serie di film Simpatiche canaglie, andata in onda per tantissimi anni.

Contemporaneo di Pete  è  “Rin Tin Tin”, il pastore tedesco preferito d’America  presente al cinema dal 1923 al 1931. Il primo cane attore ad interpretare Rinty  fu trovato cucciolo da un soldato americano in un canile bombardato dai tedeschi,  alla fine della prima guerra mondiale.

Invece dal famoso racconto di Eric Knight  “Torna a casa Lassie” nel  1938 , prende origine sul grande e  piccolo schermo la storia del nobile collie più longevo del mondo.Sul set si sono alternati otto collie maschi nel ruolo di protagonista che però originariamente  era femminile.

Nel 1992 sotto la direzione di Brian Levant prende vita “Beethoven”,  il San Bernardo le cui avventure maldestre  hanno portato il sorriso sul volto di tantissimi bambini .

Il 2008 è l’anno di “Io&Marley”  film  diretto da David Frankel,  basato sull’omonimo romanzo di John Grogan, interpretato da Owen Wilson e Jennifer Aniston. “Un cane non se ne fa niente di macchine costose, case grandi o vestiti firmati. Un bastone marcio per lui è sufficiente, a un cane non importa se sei ricco o povero, brillante o imbranato, intelligente o stupido, se gli dai il tuo cuore ti darà il suo”, dirà il protagonista nell’epilogo del film.

Nell’anno successivo esce nelle sale il film Hachiko, diretto da Lasse Hallstrom con Richard Gere, ispirato alla storia vera del cane giapponese Hachiko . La trama racconta del rapporto indissolubile tra l’akita e il professore di musica Parker Wilson. Ogni giorno il cane accompagna il proprietario alla stazione e questa abitudine non cambierà anche dopo la morte improvvisa del professore: il cane continuerà ad aspettarlo in stazione per circa nove anni.

Spesso purtroppo le sorti di una razza sono legate al cinema; dalle intense campagne di marketing che accompagnano l’uscita di questi film scaturiscono sia successi commerciali sia tragedie domestiche. Ne scatta  spesso la moda inconsapevole com’è avvenuto nel caso dei dalmata ne “La carica dei 101”.

Tutto ciò si verifica perché chi acquista quella determinata razza è convinto che il cane abbia tutte le doti e i comportamenti promossi dal film; da qui nasce la frustrazione per l’aspettativa delusa o l’amarezza di relazionarsi con un soggetto diverso dall’attore. Ma l’errore è tipicamente umano; è nostra la proiezione. E’ nostra l’aspettativa. E’ nostra la romanzata.

È giusto scegliere un cane con delle predisposizioni di razza che pensiamo ci siano congeniali; ciò però non significa aspettarsi di trovare un soggetto addestrato per competenze specifiche di un film.

È consapevole della scelta chi chiede, s’informa, visiona nella realtà cosa quel cane rappresenti. Sarebbe utile raccogliere informazioni sui blog degli allevatori o ancor di più parlare direttamente con proprietari di quella razza che possano dirci il loro amico a quattro zampe che tipetto è.

Una scelta errata può ricadere su un sistema famiglia intero, e soprattutto sul cane che rischia di finire nella gabbia di un canile.

I cani al cinema was last modified: febbraio 16th, 2017 by L'Interessante
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Direzione Pd

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Tutto molto bello

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Tornellate

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Ospedale di Caserta inaugura il reparto di Risonanza Magnetica Nucleare

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Ospedale.

Cerimonia di inaugurazione del reparto di Risonanza Magnetica Nucleare giovedì 16 febbraio alle ore 11 presso l’ Ospedale di Caserta “Sant’Anna e San Sebastiano”. La manifestazione avrà luogo nei locali al piano terra del padiglione “F”.

All’iniziativa i commissari straordinari Cinzia Guercio, Michele Ametta e Leonardo Pace hanno invitato tutte le autorità istituzionali.

La nuova Risonanza Magnetica Digitale di cui si si è dotato il nosocomio casertano è di ultima generazione Philips Ingenia da 1.5 tesla, installata in una nuova area dell’edificio “F”, appositamente ristrutturata secondo rigorosi criteri ingegneristici coerenti con la normativa vigente sanitaria, in uno spazio ampio di circa 200 metri quadrati, di cui la metà dedicato all’apparecchiatura e alla preparazione dei pazienti.

Tale attrezzatura rappresenta la più avanzata tecnologia oggi esistente per effettuare esami diagnostici in tutti i distretti corporei.

Questa nuova strumentazione consente di ottimizzare la diagnostica e la valutazione prognostica dei pazienti in considerazione del rilevante miglioramento del contenuto informativo delle immagini. Presenta sensibili novità connesse alle ampie dimensioni della struttura tecnologica (gantry) ove viene posizionato il paziente, in modo da migliorare il comfort e da consentire nel contempo la possibilità di ospitare persone oversize e ridurre i problemi legati alla claustrofobia.

La grande apertura del magnete di 70 centimetri, unitamente alla ambientazione multimediale con guida automatica vocale per il paziente e il riconoscimento delle protesi compatibili, con un sistema definito “ambient light”, dotato di luci cromatiche e pannelli luminosi, rende efficiente, accogliente e confortevole il complesso sistema diagnostico.

L’Aorn di Caserta, grazie all’acquisizione di questo strumento diagnostico avanzato, sarà in grado di fornire una completa e migliore assistenza al paziente, sia in termini di qualità che di risparmio di tempi e di costi, evitando il ricorso a strutture sanitarie private o esterne alla provincia.

 

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anniversario
CulturaEventiIn primo piano

Venticinquesimo anniversario dell’Università a Capua

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Anniversario

L’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” celebra il “Venticinquesimo anniversario dell’Università a Capua. Cultura e sviluppo del territorio” con un evento che si svolgerà nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia il giorno 16 febbraio c.a. alle ore 10.00

In occasione dei 25 anni della presenza a Capua dell’Università “Luigi Vanvitelli” sarà valorizzato il ruolo svolto dal Dipartimento di Economia. Saranno ricordate le tappe fondamentali del rapporto sinergico sviluppato in questi anni tra cultura e territorio: l’insediamento, lo sviluppo, la valorizzazione delle eccellenze professionali e culturali hanno costruito

un asse sinergico che vede da un lato l’Università e dall’altro i suoi protagonisti come poli di attrazione di energie e di cultura. Ultimo atto è la valorizzazione del Museo Campano di Capua, con l’adesione al progetto “Adotta una madre” tra le mater matutae ivi custodite, proprio a siglare anche per il futuro un patto di fertilità culturale con il territorio.

IL PROGRAMMA:
Coordina – OTTAVIO LUCARELLI – Presidente Ordine dei Giornalisti della
Campania
SALUTI
GIUSEPPE PAOLISSO – Magnifico Rettore dell’Università della Campania “Luigi
Vanvitelli”
EDUARDO CENTORE – Sindaco di Capua
ANTONINO DEL PRETE – Direttore Museo Campano

1° SESSIONE – DALLA FONDAZIONE AL RADICAMENTO NEL TERRITORIO
Interventi:
FRANCESCO LUCARELLI, La Fondazione
MANLIO INGROSSO, I rapporti con le istituzioni del territorio
VINCENZO MAGGIONI, La nuova sede
CLALIA MAZZONI, Lo sviluppo

2° SESSIONE – RISULTATI DI ECCELLENZA, EX-STUDENTI DI SUCCESSO NEL MONDO
DEL LAVORO
ATTILIO PALLANTE – Pastificio La Reggia
SALVATORE MARTIELLO – Sindaco di Sparanise
MICHELE BUONANNO – Dottore commercialista
LOREDANA AFFINITO – Project officer of Economic Research Department
Unioncamere
ANTONELLA PALMESANO – Responsabile finanziaria di mica&C settore auto Srl

PREMIO DI LAUREA GUARNIERI – Riconoscimento per la miglior tesi di laurea
in ambito privatistico (diritto della responsabilità civile)

3° SESSIONE – L’ECCELLENZA TURISTICO-CULTURALE: IL MUSEO CAMPANO
Intervento di GIOVANNA FARINA – Progetto “Adotta una Madre” – Associazione
Culturale Capuanova
L’Ateneo aderisce al progetto adottando una Mater Matuta come sigla della
sinergia tra cultura e territorio

Venticinquesimo anniversario dell’Università a Capua was last modified: febbraio 14th, 2017 by L'Interessante
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