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In primo piano

Davide
CinemaCulturaIn primo piano

Davide Montecchi: da grande voglio essere vivo

scritto da L'Interessante

Davide

Di Christian Coduto

Il thriller italiano ha parenti e radici illustri: Mario Bava, Lucio Fulci, Aldo Lado sono solo alcuni dei nomi di punta di un genere che, nel tempo, è stato ingiustamente bistrattato e messo in secondo piano. I nomi di Dario Argento, Ruggero Deodato, Lamberto Bava e Michele Soavi, amati nel nostro paese (e idolatrati all’estero) vengono associati alla violenza fine a se stessa. Come se quella ricerca sottile della paura, del creare angoscia, non fosse meritevole di rientrare nell’ambito della cinematografia che conta davvero. Anni ed anni di ridicola ed incomprensibile serie B. Non a caso, le ultime produzioni thriller/horror (Ivan Zuccon, Domitiano Cristopharo, Lorenzo Bianchini) sono tutte di natura indipendente. Vincono premi nel mondo, riempiono le sale, ma nessuno (tranne i siti specializzati) sembra interessarsene davvero. Oggi incontro Davide Montecchi, che ha esordito alla regia con “In a lonely place” un thriller psicologico indie, che ha qualità tecniche e artistiche di gran lunga superiori alla maggior parte dei prodotti preconfezionati che ci vengono propinati nelle sale da molto tempo a questa parte. Davide ha un sorriso smagliante. E a buon diritto: il film ha già vinto dei premi e si appresta a conquistare il mercato estero. Una storia complessa, articolata, recitata magnificamente da Luigi Busignani, che nel film è Thomas e da Lucrezia Frenquellucci, che interpreta Teresa.

Come spesso accade, anche Davide è completamente l’opposto di ciò che mi sarei aspettato, considerando il tema del film: vivace, ironico, allegro. E’ molto orgoglioso del suo film, nel corso dell’intervista lo ribadisce, ma sempre con un velo di umiltà.

Davide Montecchi parla di sé.

Chi è Davide Montecchi?

Domanda complessa. Rispondo con l’aforisma del pittore Balthus «Sono un pittore di cui non si sa nulla. Adesso potete guardare i miei quadri».

Quando è nato l’amore per il cinema? Quando hai capito che diventare un regista sarebbe stato il tuo scopo nella vita?

Ricordo che ero bambino e guardavo un qualche film di Dario Argento alla televisione, forse “Suspiria”. Mi colpì moltissimo e credo che la passione sia nata lì.

Ti sei laureato al DAMS con una tesi sul regista Peter Greenway. Cosa ti affascina maggiormente di questo cineasta?

Il suo essere radicalmente differente da chiunque altro.

Parliamo del tuo primo film, “In a lonely place”. Un thriller/drammatico. Ma, sostanzialmente, è un film sull’amore: disturbato, malato, folle, certo, ma sull’amore …

Sì, è esattamente questo il tema del film. Thomas è un romantico, un uomo che patisce un amore non corrisposto fatto di sofferenza e senso di abbandono. E in lui è forte la contraddizione tra amore e odio, tra venerazione fanatica e disprezzo verso Teresa, la donna che ama … o forse il disprezzo è riservato solo ad alcune delle sue parti interiori.

Thomas è in fondo una specie di Antonio Delfini, lo scrittore delle “Poesie alla fine del mondo” che scrisse versi bellissimi ma pieni di tristezza e rancore alla donna che amava “Quanta pena mi fai … quanto dolore …/Lo schifo il disprezzo che ho per te/… pur sempre amore …/si tramutò una sera a Montenero/ questa estate per il tuo pensiero/ in fervida preghiera. E mai fu così sincero.”

Hai realizzato diversi cortometraggi e vari videoclip musicali. Com’è stato il passaggio alla dimensione lungometraggio?

Naturale e più piacevole di quello che credevo. Ero abituato a fare praticamente tutto da solo. Avere persone valide e capaci con cui collaborare è stato splendido.

Partendo dal fatto che un film NON lo fa il budget, quanto è costato “In a lonely place”?

Pochissimo, ma solo perché tutti i componenti della troupe, per amore del progetto, hanno accettato di lavorare con retribuzioni simboliche. Ovviamente tutta la sceneggiatura è stata costruita per esaltare al massimo quello che avevo disponibile.

Nel film, l’intero peso è sulle spalle di due soli attori, Luigi Busignani e Lucrezia Frenquellucci. Scelta azzeccatissima: sono bravissimi! Come sei arrivato a loro?

Sono in realtà “arrivati in dono”: ci siamo conosciuti casualmente per altri progetti, e quando si è trattato di scegliere gli attori con cui lavorare mi sono sembrati la soluzione più naturale ed efficace. Forse anche la scrittura dei personaggi è stata in parte inconsciamente influenzata da loro.

Quanti sono stati i giorni di lavorazione sul set?

Circa 30 di riprese, e circa un anno tra montaggio e post produzione.

Nel film, i protagonisti non sono solo Thomas e Teresa. Anche la polvere depositata sui mobili dell’albergo fa la sua parte. A tal proposito: ci sono una fotografia e un gioco di luci straordinarie …

Merito di Fabrizio Pasqualetto, il direttore della fotografia e Marco Nanni, l’operatore di camera. Sono stati interlocutori di straordinaria tecnica e sensibilità, capaci di tradurre in realtà le mie idee astratte.

Del film hai curato non solo la regia, ma anche il soggetto, la sceneggiatura, il montaggio e ne sei produttore. Ora, rivedendolo, sei soddisfatto del risultato finale?

Il regista e il montatore sono molto soddisfatti. Il produttore, con cui parlo ogni giorno, è incazzato perché sta ancora aspettando di rientrare dell’investimento … mi dice che forse ho sbagliato a fare un film così diverso, difficile da capire, per pochi.

Ma sono fatti suoi. A me non interessa. Sì, ho fatto un film per pochi. “Per noi felici pochi”.

“In a lonely place” è un progetto indie al 100%. A tuo giudizio, quali sono i pregi e i difetti di un lavoro indipendente?

Libertà totale, isolamento totale.

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo libro letto, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Al cinema ho visto “Guerre Stellari”, il cd non ricordo, forse un cofanetto del Battisti ultimo periodo, quello con i testi di Pasquale Panella. Di libri ne comincio a leggere diversi al giorno ma ne finisco pochi. L’ultimo che ho iniziato è un profilo critico su Pietro da Rimini, il pittore del ‘300. A teatro ho visto il bellissimo “Sleep No more”.

Cosa dobbiamo attenderci da Davide Montecchi per questo 2017?

Ho scritto un secondo film. Ma sarà un progetto più grande e complesso, spero di trovare i fondi necessari al più presto.

Ed ora un omaggio a Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

“Cosa vuoi essere da grande?”  “Vivo.”

Che dire … segnatevi questo nome: entro pochi anni, ne sono certo, entrerà nel novero dei registi che contano nel nostro paese!

Davide Montecchi: da grande voglio essere vivo was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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Sergio
CinemaCulturaIn primo pianoTeatroTv

Sergio Del Prete: un ragazzo timido, rinato grazie alla recitazione.

scritto da L'Interessante

Sergio

Di Christian Coduto

Arriva nei pressi di Piazza Plebiscito in perfetto orario. Sorridente come sempre. Ha un atteggiamento amichevole che suscita immediatamente allegria. Mi saluta in maniera educata e cordiale.

Un caffè nel celebre “Gambrinus” ci sta tutto. Soprattutto oggi pomeriggio: Napoli con il sole è la fine del mondo. Sergio, da persona socievole e abituata ad essere in contatto con tante persone, scherza allegramente con i camerieri. Sembra quasi di casa.

L’intervista sarà veloce, ritmata. Eppure, senza affanni. Tende a coinvolgerti, ad abbracciarti con le parole. “E’ una parte di Napoli che conosco molto bene” mi dice “Ho lavorato anche nel Tunnel Borbonico, tempo fa. Un’esperienza molto bella, quella di Noi vivi, ambientata durante la seconda guerra mondiale”.

Sergio Del Prete ci parla del suo percorso artistico.

Chi è Sergio Del Prete?

Un trentenne, della provincia di Napoli, che ama il mare e il cibo.

Quando hai capito che la recitazione avrebbe avuto un ruolo così importante nella tua vita?

Nel momento in cui ho visto che stava diventando il modo migliore che avessi per comunicare: un adolescente timido e riservato aveva finalmente trovato un modo per farsi “accettare”.

Il connubio attore/timidezza è piuttosto frequente. Molti sono i personaggi del mondo dello spettacolo che hanno delle piccole remore, che tendono alla riservatezza. Per molti di quelli che ho conosciuto ed intervistato era un fatto tangibile, evidente. Ammetto, stavolta, di essermi sbagliato: il modo in cui è seduto, il suo modo di parlare, persino l’abbigliamento riflettono una sicurezza incredibile. Forse, cerca di darsi un tono per non lasciare trasparire quei piccoli limiti che, inevitabilmente, ogni essere umano possiede. Apparire “imperfetto” (virgolette d’obbligo) non lo aiuterebbe a superare di certo il suo essere introverso. Un leone con un cuore tenero? Definiamolo così.

Sei un attore che si è fatto le ossa sul palco, in realtà più piccole e in produzioni importantissime. La gavetta sembra essere un optional, soprattutto per i personaggi (o presunti tali) che provengono dalla televisione. Come affronti questo involgarimento che sta subendo il teatro?

Come per tanti attori napoletani, le mie prime ispirazioni sono nate dalla grandezza di Eduardo, la genialità di Totò e la delicatezza di Massimo Troisi. Personaggi che trasmettono involontariamente, come tutti i grandi, il senso del sacrificio, che non è sempre una parola che deve far paura. La gavetta prevede anche una base di curiosità nell’artista, nel volersi confrontare con diversi metodi. Purtroppo viviamo nell’epoca del “tutto e subito”, dei “fenomeni del momento”. L’involgarimento non lo subisce il teatro, ma il suo mercato e, purtroppo il pubblico. Il teatro è molto più grande di tutti noi. È un involgarimento che deriva dai produttori che sono sempre più interessati, giustamente o ingiustamente, solo ai numeri e non ai numeri uniti alla qualità. Da attore non disprezzerei certo ruoli televisivi, ma cercherei allo stesso momento di avere sempre di più quella curiosità del bambino/attore di teatro.

Hai lavorato, in diverse occasioni, con un artista del calibro di Ernesto Lama. Ultimo in ordine cronologico, il bellissimo progetto “Anonimo napoletano”. Quanto è importante la sintonia con il regista per la resa sul palco?

Ernesto Lama è un po’ un mio “padre artistico”. Artisti geniali come lui ce ne sono davvero pochi in giro. Da diversi anni lui conduce laboratori, trasmettendo il suo sapere teatrale che è infinito. È uno di quegli artisti che il teatro glielo vedi negli occhi, nelle mani, nelle rughe. Impari osservandolo attentamente, osservando le sue infinite sfumature. La sintonia con un regista è decisiva ai fini dello spettacolo. Il regista non deve fare altro che stimolare all’ennesima potenza l’attore e farlo sguazzare nella sua libertà all’interno di un contenitore. L’attore per natura è libero, non lo puoi ingabbiare, ma lo devi accompagnare per mano. Se vuoi davvero il massimo da un attore lo devi stimolare, affiancare, non ingabbiarlo.

Un’altra esperienza importante: “Signori in carrozza”, con Giovanni Esposito, ancora Ernesto Lama e Paolo Sassanelli, che ne cura la regia …

La mia prima tournèe. Un’esperienza fondamentale per la mia carriera. Sono arrivato a questo spettacolo grazie ad Ernesto Lama che mi ha proposto al regista Paolo Sassanelli, che mi ha scelto dopo aver sostenuto un provino. La fortuna di aver lavorato in questo spettacolo sta nel fatto di aver avuto la possibilità della ripetitività. Si ha l’opportunità di “provarti” come attore ogni sera, di calibrare con il pubblico i tuoi tempi, i tuoi sguardi, i tuoi movimenti. Poi, avere l’opportunità di stare in scena con Ernesto, Giovanni e Paolo, non capita tutti i giorni. Questa opportunità l’ho sfruttata come una grande scuola, osservando la grandezza, i dettagli, i particolari, le piccole abitudini e manie di questi tre grandi artisti. Giovanni Esposito è tra gli attuali attori più bravi d’Italia a mio parere, un attore intelligente, dal quale devi rubare la sua grande professionalità e precisione. Con Ernesto impari tanto mestiere, è uno di quegli attori che sa perfettamente cosa accade alle sue spalle, uno che conosce i centimetri del palco in cui si trova, a memoria. Paolo Sassanelli invece è un poeta, il suo metodo inizialmente sembra essere scoordinato, ma alla fine ti accorgi che la sua regia è un orologio di poesia, un grande uomo. Una sua frase che non dimenticherò mai è: “Uno spettacolo bello lo fanno in tanti. Noi dobbiamo cercare di fare uno spettacolo straordinario”.

Per il Napoli Teatro Festival Italia 2016 reciti ne “La tempesta”, accanto a Michele Placido

 

Un’esperienza emozionante per diversi motivi. Prima di tutto incontrare Placido: ero un po’ intimorito da lui a dire il vero. Quando incontro grandi uomini di teatro e dello spettacolo cerco di relazionarmi a loro sempre con grande rispetto e riserbo, ma lui è una persona semplicissima, che ha il sud negli occhi.

Ma un’emozione ancora più forte l’ho provata perché ho recitato uno dei testi più belli, secondo me, della storia del teatro: la traduzione della “tempesta” di Eduardo De Filippo. Un testo che leggi e mentre lo fai ti batte il cuore forte. Ho recitato la parte di Calibano, lo schiavo orco dell’isola. In quella occasione, ho scoperto che Placido aveva interpretato lo stesso ruolo ben 30 anni prima.

 

Quest’ultima frase me la dice con una punta di orgoglio e di immensa soddisfazione. Sempre, però, nell’ottica del bambino che si avvicina al mondo del teatro: con stupore, curiosità, tenerezza.

Sei apparso in tv in un piccolo ruolo in “Un posto al sole”, ma soprattutto in “Sotto copertura 2”. Quali differenze hai trovato, in termini di approccio al personaggio, dinamiche, tempistiche, rispetto alla realtà teatrale?

Sono due mondi differenti. L’attore è un atleta e il cinema, la televisione e il teatro sono semplicemente sport differenti. L’approccio al personaggio cambia non solo in base al contesto/sport, ma anche in base al ruolo. Ci sono ruoli per i quali lo studio inizia tempo prima perché devi entrare in dinamiche di vita che non ti appartengono e da attore devi avere la lucidità di entrare e uscire da questa ad ogni ciak battuto. Li è tutto molto più veloce, soprattutto in televisione. La mia vita è in teatro, dove c’è il tempo di capire cosa stai facendo, dove sei e in che modo puoi esprimerlo. Il pubblico è lì, non si scappa, se sbagli sei fregato, ma sei fregato soprattutto con te stesso. Se svolgi il tuo lavoro come Dio comanda il pubblico lo riconosce sempre.

Al cinema sei stato diretto da registi del calibro di Guido Lombardi, Mario Martone, Sidney Sibilia. Cosa provi quando (e se) ti rivedi sul grande schermo?

Rivedo subito i miei limiti e i miei errori, sono molto critico con me stesso. Sono uno stakanovista, mi stanco raramente e cerco sempre di fare meglio, e credo si possa riuscire solo riconoscendo i proprio limiti e i propri errori.

Ecco, appunto: l’autocritica. Nel corso dell’intervista, ciò che avevo intuito all’inizio appare molto più chiaro, evidente.

Partecipi a “Caserta dream palace”, un maestoso cortometraggio diretto da James McTeigue. Credi che, da un punto di vista registico, gli artisti stranieri seguano dei percorsi differenti rispetto ai nostri cineasti? Intendo: emozioni da trasmettere, uso della tecnica e dei mezzi tecnici a disposizione, montaggio, direzione degli attori …

L’impressione che ho avuto è che in questi grandi progetti, nulla è lasciato al caso e tutti sanno perfettamente cosa fare. Tecnicamente sono straordinari, in Italia c’è ancora un metodo artigianale, che a mio parere non è sempre sbagliato. C’è una grande differenza artistica, credo che l’Italia da un punto di vista “industriale” debba ancora lavorare tanto, ma ci sono dei grandi artisti che spesso vengono schiacciati da dinamiche che di artistico hanno ben poco.

Un’altra collaborazione importante è quella con il regista Roberto Solofria: insieme a lui interpreti e dirigi “Chiromantica Ode Telefonica Agli Abbandonati Amori”, che state portando in tournèe da molto tempo. Ti va di parlarcene?

“Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” è uno spettacolo che nasce perché io e Roberto Solofria, direttore del Teatro Civico14 di Caserta, che conosco da più di 10 anni, abbiamo sempre provato un amore forte per quegli autori coraggiosi che, negli anni ’80 a Napoli e in Italia, hanno dato una sterzata alla drammaturgia contemporanea e hanno dato vita ad un nuovo modo di fare teatro. Parlo di Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Giuseppe Patroni Griffi e Francesco Silvestri. Leggendo i testi di questi meravigliosi autori, non ci interessava però fare un semplice collage, ma unire i loro testi, come si unirono loro, collaborando, per le scene dell’epoca, inserendoli in un unico contesto che li rappresentasse. Leggendo i loro testi vennero fuori parole come: passione, amore, abbandono, telefono, gelosia, Napoli. Ci interessava unire questi testi a persone con una vita devastata, non considerata, ai margini della società, rinchiusi in quella gabbia che è metafora dell’impossibilità di andare verso quella libertà di amare, quella voglia di urlare il proprio abbandono. Ma a chi? Chi ascolta i due protagonisti? Chi ha il coraggio di liberarsi dai propri limiti? “Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” é tra gli spettacoli più emozionanti e formativi che fino ad ora io abbia incontrato sul mio sentiero teatrale, perché racconta qualcosa che purtroppo, troppo spesso, si perde di vista: L’essenza. La sostanza. Raccontiamo quindi, la storia di due persone che denunciano il loro abbandono, la loro voglia di amare ed essere amati, con un velo di chiromanzia che magicamente contorna la dura verità del teatro. Cerco di non affezionarmi troppo ai miei lavori, personaggi, ma con “Chiromantica” è nata una storia d’amore, lo ammetto. È uno spettacolo che ho nell’anima, perché rispecchia esattamente la mia idea di teatro, la mia idea di vita, dice tutto di me, mi mette a nudo.

 

Teatro, cinema, tv, radio. Attore e regista. Quale pensi sia la collocazione più adatta a Sergio Del Prete?

La risposta può sembrare banale, ma sicuramente il teatro. È il mio modo di comunicare, è dove si ha la libertà. Viviamo in una società che ci costringe ad essere attori, a rispettare dei ruoli che non vogliamo, ma che siamo costretti a rispettare, in teatro invece c’è la libertà di esserlo. Nel privato infatti sono molto riservato, ho pochi amici fidatissimi, a teatro invece mi esprimo apertamente, riesco a fare quello che voglio, rispettando sempre le regole del gioco. Come dicevo prima, mi metto a nudo. Ah mi colloco anche benissimo in cucina, adoro cucinare quanto amo fare l’attore (scoppia a ridere).

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Ultimo film, “la vendetta di un uomo tranquillo” di Raúl Arévalo e mi è piaciuto così così

Ultimo cd, l’ennesimo di Pino Daniele. Ho una passione maniacale per Pino Daniele e per la sua musica. Mi manca tanto.

Ultimo spettacolo, Play duet, con Tonino Taiuti e Lino Musella, meraviglioso spettacolo.

Cosa dobbiamo attenderci da Sergio Del Prete per questo 2017?

Spero spettacoli belli da far vedere, però appena lo so pure io te lo dico.

Termino con una domanda Marzulliana : fatti una domanda e datti una risposta

Cosa avresti fatto, se non avessi iniziato a fare l’attore? Non ho la più pallida idea, è l’unica cosa che riesco a fare. Forse il cuoco.

Un incontro interessante, il nostro. Un’anima da studiare, da conoscere meglio. Di sicuro, un uomo dalle grandi doti attoriali.

Sergio Del Prete: un ragazzo timido, rinato grazie alla recitazione. was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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caserta
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CASERTA HA UN NUOVO PREFETTO: E’ RAFFAELE RUBERTO

scritto da L'Interessante

caserta

Caserta: cambio a capo della prefettura. Raffaele Ruberto si insedia al posto dell’uscente Arturo De Felice  

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, ha nominato Raffaele Ruberto prefetto di Caserta, in sostituzione di Arturo De Felice, il quale, per il momento, sarà collocato in aspettativa.

A Reggio Emilia, città da dove proviene il nuovo prefetto, Raffaele Ruberto ha svolto un ottimo lavoro, sempre “in prima linea nella battaglia per la legalità”, così ricordato dal sindaco della città emiliana Vecchi.

Per questa sua attitudine, è stato chiamato in un territorio sempre più difficile e dove potrà, in maniera preponderante, mettere in risalto le proprie peculiarità a garanzia di quella giustizia sempre più calpestata, soprattutto nell’hinterland. Ci si augura, unque, che il prefetto Ruberto possa divenire un punto di riferimento nella lotta alle associazioni malavitose che gravitano nella provincia e che minano sempre più il territorio anche della città capoluogo, nonché nella gestione dell’arrivo dei migranti che, oramai, occupano in pianta stabile il litorale di Castelvolturno e fanno sempre più parte della comunità cittadina.

La speranza che il nuovo prefetto possa trovare in città un clima di fattiva collaborazione interistituzionale, condizione necessaria per il raggiungimento degli obiettivi e per permettere di risolvere le numerose problematiche del territorio sempre a fianco del cittadino.

Nominato il segretario generale del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare

 Inoltre, il Consiglio dei ministri ha deliberato, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti, il conferimento dell’incarico di Segretario generale del Ministero al consigliere Antonio Caponetto, dirigente di prima fascia della Presidenza del Consiglio dei ministri.

caserta

il neo prefetto Raffaele Ruberto

CASERTA HA UN NUOVO PREFETTO: E’ RAFFAELE RUBERTO was last modified: maggio 5th, 2017 by L'Interessante
5 maggio 2017 0 commenti
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CASERTA: TENNIS IN CITTA’ ANTIPASTO DELLA XXX EDIZIONE DEL TORNEO FEMMINILE

scritto da L'Interessante

caserta

Caserta: manifestazioni per prepararsi alla XXX edizione del torneo internazionale femminile

Si è svolta nella mattinata di domenica mattina 30 aprile 2017 in piazza Vanvitelli a Caserta, la seconda delle manifestazioni che precedono la XXX edizione del torneo Internazionale Femminile “Città di Caserta”, “Power Gas Tennis Cup” prevista dal 20 al 28 maggio 2017 sui campi del circolo tennis di via Laviano.

Dopo la prima esperienza dello scorso 22 aprile all’Outlet La Reggia, i giovani atleti e lo staff del circolo casertano coordinati dal tecnico nazionale Benito Tricarico, dal maestro federale Antonio Bertamino e dagli allenatori istruttori federali Walter Nocerino, Antonio e Stefano Tricarico, sono stati nuovamente protagonisti.

Stavolta nel centro storico del capoluogo, in piazza Vanvitelli, su di un campo in miniatura in erba sintetica, allestito al centro della piazza, gli allievi della scuola d’addestramento di Caserta hanno coinvolto i bambini presenti, oltre un centinaio, dando loro la possibilità di partecipare ad una mini lezione introduttiva. Ai più interessati, sarà concessa una prova gratuita completa sui campi di via Laviano.

«Abbiamo scelto queste iniziative per far conoscere ai più piccoli il tennis – ha spiegato il maestro Benito Tricarico – e soprattutto per presentare a tutti la trentesima edizione del torneo internazionale femminile. Nel corso delle precedenti edizioni, hanno partecipato al torneo casertano giovani atlete che poi hanno fatto la storia del tennis mondiale. Pertanto invitiamo tutti gli sportivi ad assistere al torneo che si svolgerà sui campi del tennis club in via Laviano a Caserta. L’ingresso è gratuito”.

Presentazione del torneo il 13 maggio

Sarà il presidente del circolo tennis di Caserta, il notaio Fabio Provitera a presiedere la conferenza stampa di presentazione degli “internazionali” casertani, prevista alle 16 di sabato 13 maggio 2017 presso la sede del sodalizio in via Laviano 1 a Caserta.

Nel corso della conferenza sarà annunciata la pubblicazione di un almanacco riepilogativo delle edizione svoltesi dal 1982 al 2017, con tutti i tabelloni e le curiosità e la vera novità del trentennale: l’emissione di un annullo filatelico celebrativo della manifestazione per il primo giorno di gara previsto per il 20 maggio.

CASERTA: TENNIS IN CITTA’ ANTIPASTO DELLA XXX EDIZIONE DEL TORNEO FEMMINILE was last modified: maggio 1st, 2017 by L'Interessante
1 maggio 2017 0 commenti
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violenza sulle donne
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Violenza sulle donne: convegno il 27 aprile organizzato a Santa Maria Capua Vetere dal Formed e dall’Università della Campania “L. Vanvitelli”

scritto da L'Interessante

violenza sulle donne

Violenza sulle donne: mai abbassare la guardia. Il 27 aprile a Santa Maria Capua Vetere 

Giovedì 27 Aprile 2017, dalle ore 15.00 l’aula magna del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, in via Mazzocchi n. 5 a Santa Maria Capua Vetere, ospiterà il Convegno “Violenza sulle Donne: un grido di aiuto rivolto al mondo giuridico e sanitario. Analisi, prevenzione e contrasto”.

L’evento, organizzato dal FORMED – Ente di Formazione Didattica e Cultura e dall’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, vedrà la partecipazione di illustri professioniste attive da decenni nel contrasto alla violenza di genere su scala nazionale, sia in ambito giuridico che sanitario.  Saranno trattati diversi argomenti, tra cui: strategie investigative per la prevenzione e il contrasto del femminicidio, la rete di servizi a sostegno delle donne vittime di violenza, consulenza e assistenza legale alle vittime, il Punto Rosa nel pronto soccorso ospedaliero, il ruolo dell’Ordine dei Medici rispetto alla violenza di genere.

Gli interventi 

Dopo i saluti del prof. Lorenzo Chieffi, Direttore Dipartimento di Giurisprudenza Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, e della prof.ssa Vittoria Ponzetta, Direttore e Coordinatore del FORMED, interverranno: la dott.ssa Maria Andaloro, ideatrice di “Posto Occupato”; la dott.ssa Maria Antonietta Troncone, Procuratore Tribunale Santa Maria Capua Vetere; la dott.ssa Gabriella Maria Casella, Presidente Tribunale Santa Maria Capua Vetere; la dott.ssa Maria Erminia Bottiglieri, Presidente Ordine dei Medici di Caserta; la dott.ssa Rosaria Bruno, Presidente Osservatorio Regionale Campania sul Fenomeno della Violenza sulle Donne; la dott.ssa Tiziana Carnevale, Sociologa e Socia fondatrice Associazione Spazio Donna Onlus; la Prof.ssa Elvira Reale, Responsabile Pronto Soccorso Rosa Ospedale Cardarelli di Napoli e Docente SUN Dipartimento Medicina e Chirurgia; e l’avv. Drusilla De Nicola, Legale Associazione Spazio Donna Onlus.

I lavori saranno coordinati dalla prof.ssa Daniela Borrelli, Assessore alla Cultura, Pubblica Istruzione e UNESCO del Comune di Caserta.

Violenza sulle donne: convegno il 27 aprile organizzato a Santa Maria Capua Vetere dal Formed e dall’Università della Campania “L. Vanvitelli” was last modified: aprile 25th, 2017 by L'Interessante
25 aprile 2017 0 commenti
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juvecaserta
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JUVECASERTA ENTUSIASMA, BATTE BRINDISI 86 – 82 E ALIMENTA IL RAMMARICO PER UNA STAGIONE CHE POTEVA AVERE UN ALTRO EPILOGO

scritto da Walter Magliocca

juvecaserta

Juvecaserta vince e alimenta il rammarico per un epilogo di stagione con ben altre aspettative 

A salvezza già raggiunta c’è aria di smobilitazione in casa Juvecaserta e lo si avverte anche in campo. Nelle fila dei padroni di casa mancano Bostic e Cinciarini, da domani a Bologna per dare una mano ai gemellati della Fortitudo per tentare la scalata alla serie A/1. Quella serie A che Caserta ha conservato sul campo ma che corre il rischio di perdere a tavolino.

Il patron Iavazzi, in settimana, ha regolato il bat Mordente, recuperando qualcosa in termini economici dalla partenza di Cinciarini, ma è anche lui ai titoli di coda. Almeno così sembra.  

La gara conta solo per gli ospiti pugliesi, accorsi in massa al Palamaggiò per il sogno play off, mentre per la Juvecaserta nulla di più di un allenamento e nei panni della vittima sacrificale. Almeno così sulla carta ma il campo ha evidenziato tutt’altro. Il che aumenta il rammarico per quello che poteva essere e non è stato. Si spera solo che, almeno in questa occasione, Dell’Agnello possa far vedere il parquet a qualche giovane, compreso Cefarelli, almeno per onor di firma. E il coach lo fa solo per pochi minuti nel secondo e inizio terzo quarto.

 Primo quarto 28 – 26

Partita di allenamento e palamaggiò semivuoto e svogliato a parte gli irriducibili ultrà della curva Ancilotto. In campo Diawara, Putney, Giuri, Gaddefors e Watt. Gare come queste non servono alla pallacanestro. Per la cronaca a 6’58’’ 11 – 10. Gli errori si susseguono e le marcature sono molto blande come le difese. Dell’Agnello punta su una zona mista, alternata con una uomo, che produce i suoi effetti, almeno in questo primo quarto. A 3’38’’, 19 – 20. Finalmente il coach casertano punta su Cefarelli (con gli uomini contati non poteva fare diversamente) che gioca gli ultimi 90’’. Per Brindisi è il solo Moore l’elemento trainante e che realizza ben 13 punti dei 26 di squadra. La frazione si chiude sul 28 – 26. Ma è la tenuta e l’aspetto psicologico che lasciano poche speranze.

 Secondo quarto 43 – 46

 In campo sempre Cefarelli, con Berisha, Giuri, Gaddefors e Putney. La Juve, però, gioca con più intensità, supportata da un vulcanico Iavazzi, di una stordita Brindisi. A 6’ e 48’’ 35 – 32. Spazio anche per Ventrone e Caserta lascia qualcosa in termini di fisicità, esperienza e centimetri. Ma i “titolari” reggono. A 4’ e 55’’: 39 – 38.  Caserta “tiene botta” ed è l’Enel Brindisi che non riesce a contenere Watt sotto canestro. A 2’08’’ 43 – 44. Putney fa registrare uno 0 su 2 da tre (primi tentativi della gara), a cui si aggiunge Giuri con altro 0 su 2 (in totale 1 su 4) e Diawara 0 su 2 (0 su 3 totale) e al riposo lungo si va sul punteggio di 43 – 46. Oltre ogni più rosea aspettativa.

 Terzo quarto 61 – 63

 La Juvecaserta, nonostante tutto, rientra in campo concentrata e determinata, con un Watt sopra le righe. A 6’ punteggio di 49 – 52 e Watt autore di 19 punti. Sono gli errori che condizionano i padroni di casa che pure dovrebbero giocare senza condizionamenti. A 3’ e 55’’ con una bomba di Berisha, Caserta si porta di nuovo avanti: 53 – 52. Ad essere tesi e preoccupati sono solo i 250 tifosi pugliesi. La guardia albanese di nascita, ma con passaporto polacco, si ripete e Caserta si porta sul 56 – 54. Dopo il pari ospite è Puteney a pizzare la prima tripla della partita: 59 – 56, subito impattata da Carter: 59 pari. La gara cammina sul filo dell’equilibrio. La frazione si chiude sul 61 – 63.

Ultimo quarto 86 – 82

Caserta ci crede e non vuole lasciare nulla di intentato.  Show di Berisha anche ad  inizio ultima frazione. Otto punti consecutivi, con due bombe e un’entrata con appoggio a tabellone che infiamma uno spento Palamaggiò. A 7’ e 27’’ su time out di Sacchetti il tabellone segna 72 – 70. Il palazzo si infiamma su una stoppata di Putney all’exMilano Samuels e conseguente tiro da tre di Giuri: 77 – 72. A metà frazione.  Ma Brindisi ha motivazioni che vanno oltre la fine del campionato. Mesicek piazza la bomba a cui risponde, al limite dei 24’’, uno scatenato Berisha. 79 – 75. Che diventa 79 – 77 a 2’ e 44’’. Con falli di squadra: 0 per Caserta e 2 per Brindisi che mette in evidenza una velocità di gioco. Dopo il time out è ancora Berisha che piazza l’ennesima bomba: 82 – 77.  Dopo tre punti di Carter, però con libero supplementare, è Watt a ristabilire le distanze. A 1’ e 10’’, su ennesimi liberi (uno solo realizzato) di Carter, punteggio di 84 – 81. Squadra e pubblico la vogliono vincere e a 34’’ e 85 viene chiamato antisportivo a Moore. Diawara sbaglia entrambi i liberi e Giuri il passaggio. A 14’’ e 93, punteggio 84 – 81. Goss mette solo un libero. Watt in lunetta a 13’’ e 65: due su due. 86 – 82. Nessuno se lo aspettava. E su due errori di Brindisi, Moore e Carter, Caserta si aggiudica una vittoria inaspettata. E’ festa nonostante la crisi societaria. E Diawara va sotto il settore ospiti baciando la maglia dopo essere stato con berisha, il match winner, nella curca Ancilotto.   

 

 

JUVECASERTA ENTUSIASMA, BATTE BRINDISI 86 – 82 E ALIMENTA IL RAMMARICO PER UNA STAGIONE CHE POTEVA AVERE UN ALTRO EPILOGO was last modified: aprile 23rd, 2017 by Walter Magliocca
23 aprile 2017 0 commenti
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 NAPOLI RIVEDE IL SECONDO POSTO. ALMENO IL BIANCONERO DELL’UDINESE E’ STATO SCONFITTO

scritto da Walter Magliocca

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Napoli a quota 75 reti e rincorsa al secondo posto

Nonostante il 3 a 0 all’Udinese, maglia bianconera minore di scena al San Paolo ma sempre stimolante, il Napoli è ancora distante due punti, dal punto di vista numerico ma tre di fatto in considerazione dello scarto negativo negli scontri diretti, da quel secondo posto, non solo importante, ma rimasto l’unico vero obiettivo stagionale. Fondamentale la conquista della Champios diretta per morivi economici, di programmazione e tecnici. Vero è che gli azzurri, nella giornata odierna, hanno recuperato due punti sulla Roma, ma  la mole di gioco espresso, le reti segnate e le amnesie difensive (si anche quelle) fanno aumentare il rammarico per una stagione che poteva avere ben altro epilogo.

La vittoria non deve esaltare: l’obiettivo, difficile da raggiungere, è recuperare il gap che lo separa dalla Juventus, in Italia e dai club europei di prima fascia

Con l’Udinese i partenopei non hanno ceduto dal punto di vista psicologico, l’aspetto più temuto. Il primo tempo incolore (il possesso palla non basta a vincere le partite) ha ceduto il passo a 45’ vibranti agevolati dal goal di Mertens dopo appena due minuti. Allan, ex di turno che non ha esultato (quoque tu) e migliore in campo e Callejon hanno chiuso il capitolo. Anche se la difesa, pur non subendo reti, ha dimostrato di essere il reparto che abbisogna di maggiore attenzione in fase di programmazione e rinforzo. Un investimento mirato e di prestigio in questo settore, potrebbe rappresentare quel salto, quell’ultimo colpo che manca per raggiungere traguardi importanti.

Verificare il cammino in campionato per rafforzare anche l’attacco

Fino alla dodicesima giornata il Napoli ha conquistato 1 punto e 40 a partita. Mentre dalla tredicesima fino ad oggi ben 2,35 di media. Praticamente in concomitanza con l’exploit di Mertens. Visto l’andamento della stagione e l’infortunio subito, non si può giudicare Milik sia in positivo che in negativo. Ma, comunque, riflettere si deve. Serve un attaccante alla…. Mertens. Ma con maggiore peso offensivo. Un Higuain più veloce. Gli interventi dovrebbero essere mirati, non dimenticando, tra l’altro, portiere e laterale di sinistra per rimpiazzare Ghoulam, già accasatosi in premier.

Rinnovi positivi e che infondono fiducia

Il rinnovo di Insigne, che sarà formalizzato a fine maggio e un accordo di massima con Mertens, hanno ridato fiducia ad un’ambiente scettico e timoroso per il futuro. Il talento di Frattamaggiore ha chiuso una querelle che sembrava lo volesse lontano dagli azzurri. Mertens vorrebbe disputare altri due anni a Napoli, magari vincendo qualche trofeo (in primis scudetto) per poi lasciare la città del Vesuvio. Per poi farvi ritorno da dirigente. Ma tutto dipende dal presidente che dovrà decidere di allargare i cordoni della borsa.

La rincorsa non è terminata 

Va bene vincere. Fondamentali i tre punti con l’Udinese ma non bisogna esaltarsi e pensare di aver vinto chissà cosa. Bisognerà cercare di mantenere il passo fino alla fine del torneo. Altrimenti si tornerebbe al punto di partenza e tutto quanto fatto sarebbe inutile… o quasi.

 NAPOLI RIVEDE IL SECONDO POSTO. ALMENO IL BIANCONERO DELL’UDINESE E’ STATO SCONFITTO was last modified: aprile 16th, 2017 by Walter Magliocca
16 aprile 2017 0 commenti
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 JUVECASERTA: DISFATTA VERGOGNOSA A PESARO 83 – 67 MA SALVEZZA RAGGIUNTA. DA DOMANI SI PENSA AL FUTURO

scritto da Walter Magliocca

juvecaserta 

Juvecaserta: giocatori non pervenuti, panchina assente. Ennesima prestazione che offende i tifosi

Al peggio non c’è mai fine. A Pesaro la Juvecaserta inanella l’ennesima pessima figura di questa stagione che, per fortuna è praticamente finita. La sconfitta di Cremona ad Avellino regala la matematica salvezza.

Una prestazione vergognosa che offende la città sportiva, ma soprattutto quel manipolo di tifosi che ha affrontato la trasferta di Pesaro, all’Adriatic Arena, nel sabato santo per non veder praticamente scendere in campo la propria squadra e vincere la Vuelle Pesaro a man bassa. Proprio contro gli odiati storici nemici marchigiani.

Partita non giocata a dispetto di quanto promesso dal coach Dell’Agnello. Promesse di marinaio, mentendo sapendo di mentire.

Un primo quarto che si è chiuso con il punteggio di 31 – 14. Ma più che il passivo di ben 17 punti, è l’approccio alla gara che lascia perplessi.  Praticamente assenti, non pervenuti. Giocatori e panchina compresa. Perché la responsabilità è sempre di chi gestisce. Oramai in vacanza anticipata con la salvezza ritenuta, a buon ragione, raggiunta. Come poi è avvenuto. Al riposo lungo 51 – 33, con passivo stazionario sul – 18.

Fuoco di paglia ad inizio di terzo quarto che fa capire che la squadra avrebbe potuto, se solo avesse voluto, giocare contro Pesaro. E invece il comportamento è stato veramente da dimenticare. La frazione si chiude 76 – 49. L’epilogo è come ci si aspettava da incubo. Ultima frazione solo per sancire il punteggio di 83 – 67, che non rende giustizia perché Caserta è stata sotto anche di 23 e lo meritava. Solo l’accademia di Pesaro, negli ultimi minuti, ha  ridotto lo scarto

Ultime tre giornate inutili come sarà l’approccio di giocatori e tecnici

Inimmaginabile in termini di prestazione, ma facilmente prevedibile, quello che succederà nelle ultime tre giornate. Il coach a Pesaro è sembrato svogliato, senza mordente e la squadra ne ha risentito. L’atteggiamento peggiorerà ora che non vi sono più obiettivi da raggiungere.

Esaltare la prestazione degli avversari è un refrain noto. Tutte le compagini che giocano contro la Juve hanno prestazioni da urlo. Pesaro ha confermato la regola.

E il coach, anche oggi, ha dimostrato che non riesce, non sa o non vuole puntare sui giovani. Anche in una gara già persa, in cui i giocatori bianconeri non sono proprio entrati sul parquet, non ha inserito i ragazzi della panchina. A cominciare da Cefarelli per finire a Ventrone. Per presunzione o soprattutto per mancanza di coraggio. Proprio quando Pesaro, a dimostrazione di quanto detto, inseriva i suoi giovani Bocconcelli e Pilli. Una bella lezione, purtroppo non recepita.

E, a fine partita, in conferenza stampa il coach ha trovato le solite giustificazioni. Sempre le stesse frasi: “siamo in pochi” per poi aggiungere quanto in preventivo “l’approccio alla gara è stato molle. La vittoria di domenica scorsa invece di darci la carica ci ha appagato”.

Affermazioni che stridono con quanto dichiarato nel prepartita: “andremo a Pesaro per vincere. Vogliamo conquistare la salvezza matematica con le nostre forze”.

Si spera che da domani per la Juvecaserta si possa voltare pagina. La Pasqua come resurrezione. Ma ……

 JUVECASERTA: DISFATTA VERGOGNOSA A PESARO 83 – 67 MA SALVEZZA RAGGIUNTA. DA DOMANI SI PENSA AL FUTURO was last modified: aprile 15th, 2017 by Walter Magliocca
15 aprile 2017 0 commenti
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Aurelio de Matteis
CinemaCulturaIn primo piano

Aurelio De Matteis: un attore alla ricerca dell’amore

scritto da L'Interessante

Aurelio.

Di Christian Coduto

Avevo già incontrato Aurelio De Matteis alcuni anni prima, in occasione di uno spettacolo teatrale: preciso, attento, rigoroso, era riuscito a dare forma ad un personaggio difficile, con una naturalezza e una spontaneità che mi avevano lasciato basito. Ho modo di rivederlo, oggi pomeriggio, per parlare del suo ultimo progetto, lo spettacolo “Acqua Santa” (da lui diretto insieme a Costantino Punzo) e delle sue tante esperienze artistiche. Al telefono mi ha chiesto di incontrarci a Piedigrotta, nel Parco Vergiliano. In attesa del suo arrivo, lancio più di un’occhiata alla tomba di Giacomo Leopardi. Ogni volta che metto piede, qui, l’effetto è sempre lo stesso: il tempo e lo spazio diventano un tutt’uno, è facile perdersi in questo vortice informe. La mente vaga liberamente. Ogni elemento stuzzica il ricordo, ogni immagine crea un’epifania. Sono talmente impegnato ad osservare i particolari dell’entrata del Colombario di Virgilio che non mi accorgo di averlo alle spalle. Mi giro e rimango sorpreso: mi ricordavo di un viso e di un corpo più tondeggianti, ma questi hanno lasciato spazio ad una silhouette longilinea. Gli dico che lo trovo in splendida forma. Mi ringrazia timidamente. Ha un abbigliamento vagamente retrò, decisamente dandy. Ha un portamento nobile, che fa pendant con il suo cognome. E’ come se mi trovassi di fronte ad un’altra persona; eppure, c’è un qualcosa che non è cambiato: quello sguardo così attento e profondo. Quegli occhi che rivelano uno stato di malinconia perenne. O, alternativamente, di ricerca continua. Nelle parole, nei gesti, nei respiri. Propri e delle persone che lo circondano.

Ci accomodiamo su una panchina del Parco. E’ una giornata caldissima. Gli odori e i colori della Natura sembrano entrare a far parte della nostra chiacchierata.

Nel corso dell’intervista mi osserva con attenzione. Mantiene sempre lo sguardo. È misurato, contenuto, pacato nei toni. Parla tantissimo. “Sono logorroico, me ne rendo conto!” si scusa, con un’ingenuità quasi adolescenziale. Eppure affronta temi importanti, assaporando le parole, dando loro la corretta intonazione e l’adeguato significato.

Aurelio De Matteis si racconta

Chi è Aurelio De Matteis?

Allora, questa domanda già mi mette seriamente in crisi, lo sai? In realtà, io ancora non lo so! Forse, non lo saprò mai! (Ride) La propria esistenza è un costante mistero, un enigma. Devi sapere che io non amo molto le definizioni. Le lascio agli altri e mi diverte ascoltare ciò che gli altri pensano di me. Ecco perché, forse, preferisco la domanda “Chi potrebbe essere Aurelio De Matteis?”. Una cosa che cerco di scoprire giorno per giorno. La mia idea è che non siamo esseri definibili. Se proprio vogliamo sforzarci a fare un ”calcolo” , io non andrei per somme o aggiunte, bensì per sottrazione: credo che la vita ci tolga qualcosa. La convinzione che i genitori ci proteggeranno in eterno, per esempio. Ci toglie la lucidità mentale. Ciò che ci caratterizza, in effetti, è che noi rimaniamo un’energia in cerca di uno scopo. E questo scopo per me rimane l’amore. Senza amore non resta nulla. Forse, ripeto, forse solo alla fine del nostro percorso riusciamo a capire ciò che siamo stati. È un discorso anomalo, piuttosto filosofico, me ne rendo conto, ma sono fatto così.

Aurelio e la recitazione. Una lunga storia d’amore. Quando è nata?

Il teatro è stato sempre presente nella mia vita. Io provengo da una famiglia di artisti. Sono imparentato con la famiglia Maggio e Luisa Conte; è la prima volta che lo dico. Ho iniziato tanti anni fa, credo fosse il 1994, con Pino De Maio. Sai come succede, si inizia a “giocare”. Poi, anno dopo anno, quello che era un innamoramento, un’infatuazione, si è trasformato in una vera e propria scelta. La decisione di convivere. Una scelta definitiva (e di cui non potrei mai pentirmi) che ho preso nel 2009, quando ho abbandonato il mio vecchio lavoro; guadagnavo bene, ma non ero felice, non era quella la mia strada. Quella scelta mi ha tolto tutto da un punto di vista economico, ma i sacrifici mi hanno permesso di eliminare il superfluo, tutto quello di cui non avevo effettivamente bisogno. Ho fatto entrare nella mia vita i colori delle emozioni e il favoloso inganno delle parole. Sì perché la parola è un’arma, da usare con cautela. Basta sbagliare un’intonazione e quella parola viene fraintesa. Però, allo stesso tempo, rappresenta un mondo estremamente affascinante di cui non possiamo fare a meno. Io amo parlare, si era capito, vero? (Scoppiamo a ridere) Ho avuto la fortuna di incontrare, lungo il mio cammino, dei maestri incredibili che mi hanno formato, tra le pieghe delle quinte e i drappeggi del sipario. Ho osservato tanto, ho fatto esperienza e tanta gavetta. Agostino Chiummariello, Fortunato Calvino, Vincenzo Borrelli, Tonino Taiuti, Paolo Spezzaferri, Costantino Punzo mi hanno insegnato tanto, con i loro diversi modi di vivere l’arte. Ma ho avuto la fortuna di lavorare anche con giovani talenti, come Maurizio Capuano, Vittorio Passaro, Giuseppe Fiscariello e Franco Nappi. Con quest’ultimo abbiamo realizzato recentemente “Il ritratto di Dorian Gray”, con Roberta Astuti. Volevo aggiungere questo: per me essere attore è un modo di essere e non di apparire. Io non amo molto apparire. Non vado alla ricerca smodata dell’ovazione, dell’applauso. Io trovo l’espressione di me stesso nel momento in cui vivo quella cosa. Ciò mi permette di scoprire tante cose di me. Adesso, forse, deluderò o sorprenderò qualcuno, ma io non ho la passione per il teatro, bensì per la vita. Se non avessi la passione per la vita, non potrei esprimermi attraverso il teatro, perché nella recitazione io vivo fino a consumare ogni singolo istante della mia esistenza, che poi svanisce in quel momento. L’attore è consapevole di questa sua dolce condanna: quello che vive, nasce e muore in quell’istante. In effetti mi ritengo un eroe tragico (ride di gusto).

Le tue esperienze artistiche spaziano da Pirandello fino ad arrivare a Plauto, passando per Scarpetta. Tanti mondi diversi, che richiedono una differente immedesimazione. Ti piace recitare nel tuo dialetto? Ci sono artisti che sembrano rinnegare le proprie origini, incomprensibilmente.

Allora, quelli che rinnegano le proprie origini mi fanno piuttosto sorridere, sono sincero. Disconoscere il proprio tessuto culturale, a mio parere, ti impedisce di trasmettere qualcosa di te. Non si può non tenerne conto, ti pare? Forse sarebbe opportuno cercare di capire cosa spinga una persona a rinnegare le proprie origini, le proprie tradizioni. Forse per fare la figaiola nei salotti culturali. Io amo il mio dialetto: il napoletano ha una musicalità meravigliosa. E’ una lingua vera e propria, il cui fascino risiede nel fatto che si è arricchita nel corso del tempo, si è evoluta. La tradizione deve essere presente, senza però esserne schiavi. Bisogna rivalutarla, viverla, reinterpretarla.

Le mie esperienze variano tanto, è vero, però l’approccio è sempre lo stesso, nonostante  gli obbiettivi siano differenti. Alla base, c’è sempre tanta formazione e tanto studio.

Nel 2013 sei il protagonista assoluto di uno spettacolo molto intenso e delicato “Silvia ed i suoi colori”, ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto. Ti va di parlarcene?

Ti dico una cosa che non ho mai detto: io vengo da Scampia. Ho vissuto lì per venti anni. La morte di Silvia Ruotolo me la ricordo molto bene. Vivere a Scampia non è semplice, te lo garantisco. Lì vivevamo una doppia condanna: l’impossibilità di fare davvero qualcosa e l’abbandono delle istituzioni. Adesso le cose sono migliorate tantissimo, per fortuna. Nel mio rione non si spaccia più. I bimbi con i quali giocavo non ci sono più, lo dico con dolore. Io mi sono salvato per caso, perché ho avuto una famiglia solida alle spalle, mi ha salvato la cultura. Tanti anni fa, una sera, chiesi a mio papà di raccontarmi una fiaba. Lui, per tutta risposta, prese un’enciclopedia e mi lesse alcuni miti e leggende dell’antica Grecia. In particolar modo, mi parlò di Prometeo, un’immagine che mi ritorna spesso in mente quando vado a Scampia e, in generale, nella vita. Avere il coraggio di andare oltre e di sopportare con dignità la pena, senza risparmiarsi mai. Tornando allo spettacolo, diretto da Agostino Chiummariello e scritto da Roberto Russo, posso dire con orgoglio che ha ricevuto delle recensioni splendide. E’ stato definito uno dei testi più belli sul tema della camorra. Siamo abituati ad altri brand, ora. In questo spettacolo il termine camorra non esce mai. E’ un inno poetico alla vita e all’amore. Ci soffermiamo solo sulla bruttezza delle cose, troppo spesso. Silvia continua a vivere attraverso gli occhi dei suoi figli, che ho avuto l’onore di conoscere. Vive attraverso il ricordo dei suoi amici, di suo marito. E’ uno spettacolo molto intenso da vivere. Tanti si sono commossi. Spero che lasci un insegnamento: quello di non abbattersi mai. Lo abbiamo rappresentato a Padova, dove ho avuto modo di parlare con alcuni ragazzi di un’associazione dedicata proprio a Silvia Ruotolo.

La camorra si evolve, si trasforma, assume forme sempre diverse. Bisogna rimanere sempre in guardia.

Qual è l’esperienza teatrale alla quale sei più legato?

(Ci pensa un po’). Allora, non mi lego alle opere di cui sono protagonista. Le affronto tutte allo stesso modo, anche quelle il cui testo non mi appartiene. Pur tuttavia, ci sono due esperienze alle quali sono legato, ma per fattori extra teatrali. In primis, mi ricordo quando Costantino Punzo mi scelse per la versione teatrale de “Il Postino” nel ruolo che fu di Massimo Troisi. Lui è stato il fondatore del “Centro Teatro Spazio” proprio insieme a Troisi. Una grandissima emozione. Lo spettacolo venne rappresentato anche in occasione del ventennale della morte di questo grande artista, proprio nel “suo” teatro, a San Giorgio a Cremano. Con Costantino, da allora, è nata un’amicizia indissolubile e una grande collaborazione artistica.

Poi sicuramente “Filosofia in vestaglia“, un progetto che fra poco compirà un anno. Ma su questo sono più riservato e non ti dirò il perché (ride).

Certo, la bellezza di questo lavoro è proprio quella di poter conoscere le persone, di analizzare i particolari. Nella vita, questo, non accade sempre purtroppo. La gente non ne ha la voglia o il tempo.

Il tuo ultimo progetto è “Acqua Santa” in cui si parla di omosessualità al femminile. E di omofobia. La storia è ambientata nel 1800. A tuo parere, le cose sono davvero completamente cambiate?

Purtroppo no, non credo che le cose siano cambiate. La storia di Annina e Maddalena, nello spettacolo, viene rappresentata con la massima brutalità. Forse, una volta c’era un tipo di omofobia “leonina”. Di fronte al diverso si ruggiva, i ragazzi o le ragazze omosessuali venivano sbranati e gettati via. Adesso, invece, si è creato un qualcosa di più pericoloso: c’è un’omofobia “volpina”, che si esercita con battutine, sguardi superiori, paletti anche giuridici. Qualcuno può sorridere di fronte alle sentinelle in piedi, ma sono sintomo di un qualcosa di molto preoccupante. E’ un’omofobia nascosta, latente, che opera tra le pieghe. “Acqua Santa” è la coppa della tolleranza, che noi non abbiamo ancora bevuto. C’è ancora tanto lavoro da fare, troppo. Lavorare con Ares e Marilia Marciello è stato davvero bellissimo. Nel momento in cui non si saranno più le definizioni etero, gay, lesbica, trans, bisex, ma solo la parola amore allora avremo superato tutti gli ostacoli.

Più che un’intervista, sembra una seduta dallo psicologo. Glielo dico, si dimostra d’accordo. Ha un piglio filosofico nei confronti della vita. Ha una profondità di quelle rare: analizza ogni frase, controlla il ritmo della conversazione, rielabora le mie osservazioni. È uno scambio estremamente stimolante. Mi dice che uno dei suoi più cari amici, Armando (laureato in filosofia) ama confrontarsi con lui perché (parole sue!) “Non capisce nulla di filosofia e lui gli apre nuovi mondi!”.

Sceneggiatore, attore, regista. Qual è la tua connotazione più naturale? E’ vero che sai anche suonare l’armonica a bocca?

Ah ah ah! Ma come fai a saperlo? Per me la musica è una componente della mia quotidianità. Ascolto ogni tipo di musica, non sono legato a nessun gruppo musicale, a nessun genere, non faccio distinzione. Però preferisco la musica, rispetto alla canzone. Mi aiuta a riflettere, a rilassarmi. Ci sono delle melodie che, insieme ad alcuni odori, riportano alla mente dei momenti meravigliosi che ho vissuto. L’armonica è una vera e propria estensione di me, anche se è entrata da poco nella mia vita. In precedenza ho suonato la chitarra. Alcuni amici mi hanno consigliato questo strumento, anche perché è pratico, comodo. Anche in relazione al mio modo di vestire, che è piuttosto ricercato. Sogno di suonare il blues e il country, punto in alto! Al momento, però, le uniche melodie che ho imparato sono “Imagine” e “Nearer my God to thee”, che è stata l’ultima melodia suonata dall’orchestra sul Titanic, prima della tragedia. Siccome sono ateo, sostituisco God con man, ovverosia uomo. Così la canzone diventa “Più vicino a te, uomo”.

Per ciò che riguarda la mia connotazione più naturale, ovviamente è quella di essere attore. Leggo e scrivo tantissimo (racconti, pensieri, poesie). Mi piacerebbe scrivere delle sceneggiature, al momento ho realizzato solo qualche adattamento, ma c’è bisogno di studio. Ho una mentalità ancora troppo attoriale.

Aurelio De Matteis, da attore di teatro, qual è la tua posizione nei confronti di chi esce da un reality in cui lo scopo è quello di spalare le feci in Nicaragua e si ritrova all’improvviso ad interpretare 15 film da protagonista?

(Ride a crepapelle) Christian, sono sincero: non guardo mai la televisione. Il mezzo televisivo ha una cassa di risonanza che può essere pericolosa. Può creare una notorietà effimera. Purtroppo siamo abituati ad affezionarci a persone che “vivono” in una scatola (anche se adesso sono dei quadri veri e propri!). C’è un approccio superficiale, inutile, all’arte, ma con chi dovremmo prendercela? Con chi guarda questi programmi o con chi ce li propone? A tal proposito, ti racconto questa cosa: venni invitato ad esibirmi all’interno di un premio teatrale come guest. Io, che mi esibii con due maschere (una neutra e una di Pulcinella) interpretando un monologo che avevo scritto, chiesi solo che non venisse detto il mio nome al termine della performance. Non per snobberia, ci mancherebbe. Il messaggio era un altro: non è importante chi indossa la maschera, ma la maschera in quanto tale; l’emozione, l’idea erano tutto ciò che contavano davvero.

Quali sono i tuoi attori preferiti?

(Spalanca gli occhi) Guarda, farei prima ad elencarti quelli che non amo. Ci sono sicuramente attori che studio continuamente: Leo de Berardinis e Perla Peragallo, per esempio. Tra le altre cose, erano anche una coppia nella vita. Credo che non ci sia niente di più bello che creare arte insieme alla persona che ami, è un miracolo della vita. Adoro anche Roberto Latini e Federica Fracassi. 

Ed ecco che ricompare la parola amore. Mi domando cosa spinga questo ragazzo a ricercare questa emozione in ogni gesto della sua vita. E’ una forma di salvezza, forse? La necessità di un porto sicuro per evadere dalle brutture che ci circondano? Un completamento in quanto essere umano? Chissà. Oppure nulla di tutto ciò. Tanto è inutile chiederglielo: la sua mente, nel frattempo, ha già elaborato mille altri pensieri.

Io mi occupo di cinema. Il mondo della celluloide attinge dal teatro e viceversa. Qual è il film della tua vita e perché?

Ecco un’altra domanda che mi mette in crisi! Amo tantissimi film che associo, come la musica, ad altrettanti momenti della mia vita. Adoro il cinema di Aleksandr Sokurov, di Emir Kusturica e di Stanley Kubrick. Sono poetici, viscerali, pieni di vita. A questo punto dovrei cambiare la domanda in “Qual è il film che ti appartiene di più?” e la risposta sarebbe “Barry Lyndon”. La prima volta l’ho visto ripetutamente per tre giorni di fila! Avevo anche letto il romanzo, che mi aveva catturato completamente! E’ un film che parla di ricerca dell’amore.

Cosa dobbiamo attenderci da Aurelio De Matteis per questo 2017?

Magari lo sapessi! Sono un pirata che naviga a vista. Ho buttato l’orologio, non sono miliardario e vivo costantemente nel qui e nell’ora. Non programmo, anche se ovviamente ho tante idee e proposte. A maggio affronterò una storia multo cruda “Io, Pietro Koch”, sulla vita di uno dei peggiori fascisti mai esistiti sulla faccia della terra. E’ ambientata tra il 1943 e il 1945. E’ una storia rappresentativa di alcune dinamiche che coinvolgono l’essere umano in determinati contesti. Ho in testa questo progetto da almeno tre anni. Mi incuriosisce l’animo umano, anche quando commette crimini così efferati. Vorrei che il pubblico cercasse di capire, insieme a me, il perché di alcune azioni. Andare oltre le apparenze: questo è l’obbiettivo.

Alla Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

“Aurelio perché racconti e sei ossessionato, nelle tue storie, da tre elementi che sono l’amore, il tempo e il mare?” Risposta: “Perché un giorno, presto o tardi, diventeremo una sola cosa.”

Il sole sta tramontando. Inizia a fare quasi freddo nel momento in cui ci salutiamo. Mentre mi avvio all’uscita, lancio un’ultima occhiata ad Aurelio: è ancora fermo lì, intento a pregustarsi i sapori di un luogo intriso di cultura. Capisco che non ha ancora voglia di andare via. Lo immagino perdersi, confondersi, mescolarsi, entrare a far parte del vortice informe che si è creato all’interno del Parco. Chissà se, nel suo viaggio, troverà l’amore di cui parla spesso e ha bisogno. Sarà un percorso interessante, ne sono davvero sicuro.

Aurelio De Matteis: un attore alla ricerca dell’amore was last modified: aprile 14th, 2017 by L'Interessante
14 aprile 2017 0 commenti
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Ares 1
CinemaCulturaIn primo piano

Ares Kent: la somma di tutte le mie vite

scritto da L'Interessante

Ares.

Di Christian Coduto

 

Il mondo del teatro è ricco di magia. E’ innegabile. C’è un fascino che non riesci a spiegare con le parole, ma lo vivi, lo senti, lo percepisci. L’attore trasuda emozioni. Emana un’aura di luce. Se ne rimane incantati.

Oggi incontro Sara Esposito, meglio conosciuta nel settore come Ares Kent. Si presenta con i capelli biondo cenere, quasi tendenti al bianco. Sparati in testa. Un abbigliamento che aggiunge un ulteriore pizzico di aggressività. Sorride educatamente, parla poco. Con quell’aspetto così irruente è lecito aspettarsi una persona un po’ scostante. Poi la osservi meglio e inizi a capire un po’ di cose: non mi guarda subito dritto negli occhi. E’ timida da morire. È necessario trovare un modo per renderla più a suo agio. “Sai che il tuo look è troppo figo?” esordisco. Sorride di nuovo. Alza lo sguardo, stavolta. “Dopo tanti anni, non mi sono ancora abituata  a fare le interviste”, rivela. Appunto. Durante l’intervista parlerà di tante cose, spesso facendo dei voli pindarici. È molto dettagliata nelle risposte perché desidera essere compresa in pieno. Ringrazia tutte le persone che l’hanno accompagnata (e lo fanno tuttora!) in questo suo viaggio. Riconoscenza … che bella questa parola …

Ares Kent si racconta ai microfoni de “L’interessante”

Chi è Ares Kent, o Sara Esposito che dir si voglia?

(Sorride). Immagino che tutti, quando gli fai questa domanda, ti dicano  : ”Uh che bello!”, vero? Secondo me è una domanda terribile, cattivissima, sappilo! Qualcuno diceva che, anche mentre una persona ti parla, ti stai evolvendo. Quindi già non sei più la persona che ha iniziato la conversazione. Cinque minuti e sei già cambiato. Ora … non mi ricordo chi abbia pronunciato questa frase, perché io sono una frana con i nomi … ah sì forse era il mio fruttivendolo di fiducia (ride)! Però sta di fatto che mi ci ritrovo perfettamente. Credo che valga, in generale, per tutti gli attori. Sara Esposito è una maschera, come Mercuzio o Ofelia. E’ un prestanome che mi è stato dato, ma una definizione non te la posso dare. Forse perché ancora non l’ho trovata, o forse perché gli attori cercano di vivere più vite … Sara è la somma di tutte queste vite. E’ tutte le vite che vivrà.

Quando è nato l’amore per la recitazione?

Credo che non sia mai nato, sai? Mi spiego: non è stato, che so, un colpo di fulmine. Ce l’hai o non ce l’hai, punto. Magari te ne accorgi ad un certo punto, ma è un semplice richiamo. Ad un certo punto non ne puoi più fare a meno. Io spesso ho avuto un rapporto di amore e odio con il teatro, in alcuni momenti l’ho allontanato perché non ero ancora pronta al sacrificio. Figurati che una volta ho lasciato tutto e sono andata a vivere a Parigi, pensando di non ritornare mai più. Ma poi ho avuto il richiamo di cui ti parlavo. Una data precisa in cui mi sono resa conto di tutto non la so. Però ti dico questo: ogni volta che tocco quelle tavole, mi innamoro come se fosse la prima volta e so che non posso farne a meno.

 

Esordisci a teatro con “Sogno di una notte di mezza estate” diretta dal bravissimo Giuseppe Miale Di Mauro, con il quale ti ritroverai a lavorare in più occasioni.

Mia mamma voleva che io facessi danza classica … cioè io, capisci? (Ridiamo) Non essendoci mai riuscita a convincermi, mi iscrisse a questa scuola di recitazione, “La Bazzarra” a Torre del Greco. Lì c’era anche un piccolo corso di danza, che era in realtà movimento del corpo. Lì ho conosciuto Giuseppe Miale Di Mauro, che è stato il mio primo maestro. E’ una persona fantastica, ha creduto in me da subito. A lui devo davvero tanto. Insieme abbiamo fatto “Sogno di una notte di mezza estate”, in cui ero Zeppola il capocomico, uno dei personaggi più difficili che io abbia mai interpretato. Con Giuseppe ho lavorato diverse volte, considerando che mi ha conosciuto quando ero davvero piccolina. Mi ha sostenuto in un momento molto delicato della mia vita; senza di lui non avrei continuato questo percorso.

2011 un anno importantissimo: l’incontro con “Papi” Luciano Melchionna e “Dignità Autonome di prostituzione”. Qui sei “La massaggiatrice”, ma nel tempo hai assunto anche un altro ruolo, quello dell’aiuto regista.

Il grande Luciano! Anche questa volta, il mio rapporto con il teatro è stato legato ad un caso: avevo smesso di fare teatro, mi ero iscritta all’Accademia delle Belle Arti di Napoli e stavo studiando per diventare grafica pubblicitaria. Angelo Pepe, il mio migliore amico (nonché bravissimo attore), mi chiese di fargli spalla per un provino al Teatro Bellini. Avevo tagliato i ponti con il teatro per una brutta esperienza, ma lo accompagnai per l’amicizia che ci lega. Per il provino portammo “La strana coppia” di Neil Simon. Lì incontrai Luciano Melchionna. Ero un pulcino. Mi chiese se fossi interessata ad entrare nell’Accademia. Lì per lì gli dissi di no, l’ho ringraziato e sono scappata a gambe levate (ride!). Poi, parlando con Angelo, mi resi conto che era giusto che facessi quel provino. Purtroppo, lui non passò quel provino … credo che sia una di quelle sorprese che ti riserva la vita … per fortuna lui ha continuato a realizzare i suoi sogni in ambito teatrale, con grandi soddisfazioni. Con Luciano, dicevo, ho ripreso a studiare, stavolta seriamente. E’ un insegnante molto severo, ma è anche una persona di grande dolcezza. I tre anni all’Accademia sono stati tosti, indiscutibilmente, ma mi hanno permesso di conoscere una persona che si è fidata di me. Gli sono davvero riconoscente. A “DAdP” ho iniziato come maitresse, poi aiuto regista ed infine come attrice. Un passaggio graduale, ma necessario. “La massaggiatrice” è’ un gradino importantissimo per la mia carriera. Fuori dalla stanzetta è ammaliante, ha un aspetto un po’ avvolgente, da pantera, ma all’interno della stanza rivela un cuore, un’anima fragile, completamente differente. Un connubio perfetto tra la tecnica e la scoperta dell’emotività (parlo della mia esperienza personale, ovviamente). Lo spettacolo, lo sappiamo, è molto articolato. Bisogna fare attenzione ad ogni particolare. Però è un’esperienza che mi ha permesso di crescere tantissimo. Lavorare come attrice, aiuto regista e così via, tutto insieme, è una bella palestra, ma regala infinite soddisfazioni!

Nel momento in cui racconta del provino andato a male del suo più caro amico, si rabbuia. Glielo si legge negli occhi. Un gesto toccante; il mondo dello spettacolo è ricco di persone che pensano solo ai propri interessi, ai propri sogni. Lei non è così: dà l’idea di essere una persona che ha dei principi da rispettare. La vita non ti impone delle regole, ma ti permette di scegliere come affrontarla. Sara/Ares ha scelto la correttezza.

Lavori sia in teatri enormi come il Bellini sia in realtà più piccole, o off che dir si voglia. Quali sono le differenze in termini di empatia con il pubblico secondo te?

Quando hai la fortuna, come me, di ritrovarti catapultata in un mondo fantastico come quello di un teatro pieno di luci e “sicuro” perché c’è una produzione dietro, sai di aver preso parte a qualcosa di gigantesco, però rischi di perdere il contatto con la realtà. Questo è il motivo per il quale continuo a vivere il teatro off: mi mantiene radicata con i piedi per terra. Preservo la mia umanità. Il teatro ti da e ti toglie e tu devi essere pronto a rialzarti. Non si molla così facilmente, ti pare? Mio nonno mi ha cresciuta con l’idea del lavoro svolto costantemente e con umiltà. Mai dimenticarsi del punto da cui sei partita. Perché a 26 anni ho ancora tanta tanta strada da percorrere. Questo doppio binario che percorro mi piace. Ora, in termini di pubblico: gli spettatori abituati al grande teatro, sono anche “viziati” perché ci sono comfort e tutto il resto. Chi va a cercare nell’off è meritevole di rispetto, perché sa che ci sono metodologie e dinamiche alternative.

Insieme agli altri dignitosi, partecipi alle riprese del videoclip degli Stag “Oh Issa”

Sì, un’esperienza molto divertente. L’abbiamo girato a Latina. Gli Stag collaborano con Luciano Melchionna da molto tempo, da “Dignità autonome di prostituzione” a “L’amore per le cose assenti” fino ad arrivare a “Parenti serpenti”. Sono dei ragazzi dolcissimi. Eravamo su questa spiaggia, ad un certo punto ci siamo ritrovati a rotolare, fare casino. Oramai il cast di DAdP è una realtà molto affiatata, una grande famiglia. Se dicessi che è stata una sorta di gita sarebbe scorretto ed ingiusto perché si parla di lavoro, c’erano una serietà e professionalità indiscutibili, però è stato sicuramente piacevole e abbiamo lavorato in maniera spedita.

Compari nel cortometraggio “Amore Lieto Disonore” di Onofrio Brancaccio … come hai vissuto il passaggio dal teatro a quello del cinema?

La mia parte era davvero molto piccola …  dico la verità: ho una paura incredibile della macchina da presa, mi imbarazza molto! Lo so che è una cosa strana, soprattutto se lo dice un’attrice, però ti giuro che ci sto lavorando su (ridiamo). Per fortuna, nonostante l’imbarazzo, la mia prova è stata apprezzata! Nel cast, tra le altre cose, c’era anche l’attore Federico Tocci. E’ stata la prima volta che ho visto un professionista all’opera, davanti ad una cinepresa.

Ares Kent è una delle protagoniste di “JustLove”, un corto dolcissimo e commovente. Ti va di parlarcene?

Certo, quello della Wycon Cosmetics. Un video girato dai ragazzi di “Casa Surace”. Mi hanno contattato a nome di Claudia Federica Petrella, una bravissima attrice napoletana che lavora con Carlo Buccirosso, che avevo conosciuto durante uno stage che avevo frequentato. Si cercavano degli attori particolari … il mio attuale colore dei capelli era adattissimo. E’ stata una cosa molto carina e delicata. Nulla è stato pilotato. Tra noi attori non c’erano delle vere e proprie coppie, però i ragazzini e gli adulti coinvolti nel progetto hanno iniziato a tirare a caso i nomi … in effetti eravamo stati selezionati per alcune caratteristiche precise. I bambini sono stati spiazzanti. Sorprendenti. All’inizio erano molto timidi, perché non sapevano bene se potevano dire o non dire … poi, una volta sciolti, hanno iniziato a fare degli accoppiamenti assurdi. Io sono stata appioppata praticamente a tutti (ride). Una bimba mi associò ad un ragazzo di colore perché disse che io ero bianca bianca dai capelli in giù e lui si adattava a me. Lavorare con i più piccoli è un’esperienza formativa, perché noi tendiamo a dimenticare quello che pensavamo. A tal proposito, è giusto citare “Il Piccolo Principe”: tutti sono stati bambini, ma nessuno se lo ricorda … credo che questo romanzo sia la mia piccola Bibbia.

Sei giovanissima, ma hai un curriculum ricchissimo di esperienze folli e inusuali: “Volgarità gratuite ad un prezzo ragionevole” è quella con il titolo più geniale.

E’ un titolo piuttosto particolare, vero? Questo spettacolo è stato scritto e diretto da Maurizio Capuano, un’esperienza davvero squinternata. Maurizio è uno dei soci attivi del teatro ZTN, anch’esso off, di Napoli. Lì vi ho lavorato con il mio gruppo di sperimentazione, “La Gag”. “Volgarità” è nato come un omaggio ai Monty Python. Una serie di sketch irriverenti, anche piuttosto blasfemi … si passava da problematiche relative ai problemi sessuali (in un momento dello spettacolo ho interpretato un pene che parlava con il suo padrone, giusto per dire!) fino ad arrivare alla religione (io facevo Gesù bambino che dormiva nella culla, mentre la Madonna impugnava un fucile, pronta a prendersi con la forza i doni dei Re Magi). Delirante, ma molto molto divertente. In questo spettacolo ho lavorato con Giuseppe Fiscariello, con cui ho collaborato spesso. Gli voglio un gran bene!

Qual è l’esperienza alla quale sei più affezionata?

In realtà dirtene una sola sarebbe riduttivo. Ogni esperienza che ci capita nella vita è fondamentale, perché ci arricchisce sia nel bene sia nel male. Forse il ruolo di Mercuzio in “Romeo e Giulietta”. Me ne innamorai. Si accese una lampadina, non saprei spiegarlo bene a parole. Un’empatia incredibile. Poi, sicuramente, “Antigone”. Un bellissimo spettacolo, peccato che abbia avuto una vita più breve. Sempre con i ragazzi de “La Gag”. Un personaggio che mi ha aiutato a sbloccarmi. Quando frequenti l’Accademia, apprendi dei meccanismi e talvolta può capitare di cadere nella meccanicità, appunto. Con questo ruolo mi sono sentita libera, proprio perché “La Gag” basa il suo lavoro sull’istinto, sull’improvvisazione. Ovviamente c’erano sempre delle regole da seguire, ci mancherebbe altro, ma il respiro era differente. Con “Antigone” mi sono ammorbidita: ne fui felice, perché rischiavo di irrigidirmi per seguire troppo la tecnica. Ultima, ma non meno importante, “La massaggiatrice” delle Dignità autonome di prostituzione, di cui parlavo prima …

Parliamo ora di “Acqua Santa”, un progetto al quale sei molto legata.

Sì, è uno spettacolo che ho affrontato e sto ancora affrontando con la mia compagna, Marilia Marciello, che mi supporta e mi sopporta durante le prove, a casa. Soprattutto per ciò che riguarda la memoria! Ci sosteniamo su quel palco. E’ una gran forza e una grande fortuna poter recitare insieme a lei. Il testo è stato scritto da Giuseppe Pompameo e diretto da Costantino Punzo e Aurelio De Matteis. Anna Capasso si è occupata degli intro musicali. E’ un bel lavoro di squadra. Costantino e Aurelio hanno una professionalità e una pazienza infinita! Saremo a Napoli i giorni 1 e 2 aprile al teatro Arca’s a via Veterinaria n.63. La storia è incentrata sulla vita di due ragazze che vivono in un paesino piuttosto retrogrado. Siamo agli inizi del ‘900. Maddalena ed Annina sono innamoratissime. Non posso spoilerare troppo, posso solo dirti che è uno spettacolo che cerca di smuovere gli animi, le coscienze. Spesso sentiamo dire che “L’omosessualità non è un problema”. Il che è vero, però per molti non è un problema fino a quando non ce l’hai in casa. Lì le persone cambiano improvvisamente il pensiero. Oggi, come allora, è difficile affrontare un discorso così. Viviamo in una società che “accetta” e già il termine di per sé è completamente errato. Non c’è nulla da accettare! Accettare il fatto che uno sia moro e l’altro abbia i capelli rossi? Che uno sia alto e un altro basso? L’omosessualità esiste, nessuno deve elemosinare il permesso di essere se stesso. Noi esistiamo. Siamo nel 2017 e c’è ancora gente che decide per gli altri, se ciò che uno fa in camera da letto sia giusto o sbagliato!

Il suo lato forte, più potente, quello che combatte per ciò che ritiene giusto, esce fuori. le sue idee devono essere difese, vanno rispettate. Protette. In quanto essere umano e in quanto coinvolta in una storia d’amore importante. Ares è un cucciolo, ma sa tirare fuori le unghie quando è necessario. Le esperienze della vita la stanno modellando, regalandole una sensibilità assai rara da ritrovare. E’ l’unico momento dell’intervista in cui alza davvero la voce, prendendosela con un fantomatico qualcuno, che non è in grado di comprendere il suo bisogno di essere, per quello che è.

Io mi occupo di cinema. Qual è il film della tua vita e perché?

Non credo di averne solo uno. Credo che ce ne siano tanti, per il semplice fatto che credo ci sia un film per ogni periodo della nostra vita. Posso dirti a quale film io sia maggiormente affezionata: “The mask” con Jim Carrey. Un altro “incontro”, di cui parlavo prima. Da piccola, lo guardavo in continuazione. Andavo nell’asilo di mia mamma e mi esibivo nello sketch delle pallottole. Conosco tutte le battute a memoria! E’ il classico film che rivedo sempre con quel pizzico di malinconia.

Cosa dobbiamo attenderci da Ares Kent per questo 2017?

Eh … bella domanda! Ci sono in prospettiva tanti progetti, tanta voglia di fare cose nuove. Di provare. Ho letto dei libri che hanno impegnato la mia mente, mi sono rimessa a studiare (un attore, per migliorarsi, non finisce mai di studiare, ricordiamocelo!). Non per scaramanzia, ma non posso anticipare ancora nulla. Mentre io mi rimbocco le maniche, voi incrociate le dita per me (sorride).

Un abbraccio!

Grazie a te per la tua gentilezza!

Ares si allontana dopo avermi salutato affettuosamente. Le apparenze, spesso, ingannano. Cammina impavida, orgogliosa. Quella chioma biondo cenere andrà sicuramente lontano.

Marilia Marciello

Marilia Marciello

Ares Kent: la somma di tutte le mie vite was last modified: aprile 5th, 2017 by L'Interessante
5 aprile 2017 0 commenti
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