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Categoria

Teatro

Fuoco
CulturaEventiIn primo pianoMusicaTeatro

Alessandro Tebano: Fuoco Fatuo e la mia esperienza personale

scritto da L'Interessante

Fuoco

Di Christian Coduto

Oggi parliamo con Alessandro Tebano: attore, mimo, ballerino, performer … ha intrapreso un percorso di pura arte che sfocia nel sociale. Ci incontriamo al centro di Caserta, di domenica mattina. E’ già in piedi da diverse ore, mi rivela, perché fermo non ci sa proprio stare. Sta trovando nuove chiavi di lettura e di rappresentazione per il suo nuovo progetto teatrale. “E’ un work in progress continuo”. Noto immediatamente la sua serietà, la sua professionalità. Eppure, nel corso dell’intervista, si lascerà spesso andare a gradevoli momenti di piacevole ironia, alternando attimi di malinconia.

Il Fuoco Fatuo di Alessandro Tebano

Alessandro, parliamo un po’ di “Fuoco Fatuo” …

“Fuoco fatuo” è uno spettacolo che, come si evince dal titolo, ha come protagonista indiscusso uno dei quattro elementi, il fuoco appunto. Il fuoco ha una natura indomita, utile e traditrice, può sì distruggere, ma anche purificare. Nel caso specifico, il fuoco è il fil rouge che collega due atti unici. Il sottotitolo dello spettacolo è “La terra della Janara e di Pulcinella”, due personaggi caratteristici. Abbiamo ipotizzato un processo della Santa Inquisizione che avviene a Benevento. La Janara, una figura che cercheremo di redimere, era una donna che, grazie alle sue conoscenze, cercava di aiutare le persone del suo paese. Venne, però, condannata, perché le sue conoscenze non erano quelle convenzionali, in quanto ritenute pagane perché serve di Diana dalla cui distorsione dialettale RIANA deriva Janara. Da un rogo del passato, quindi, passeremo a raccontare un rogo del presente, rievocando la figura di Pulcinella, che affronterà un discorso all’interno della terra dei fuochi. Viene svelata la vera natura di una maschera dietro cui si nasconde la verità di anime traghettate nell’aldilà. Quante volte nel tradizionale teatro dei burattini c’è Pulcinella che scende a compromessi con il diavolo? Non tutto è così esplicito all’interno dello spettacolo, ovviamente, ma attraverso l’evocazione simbolica, la parte canora (con musiche della tradizione popolare) e la teatro/danza cercheremo di dare quella liricità e quella poesia necessarie per rendere più fruibile l’argomento agli spettatori. I due atti sono unici, ma si incastrano perfettamente tra di loro.

 

Nello spettacolo si fa riferimento alla Terra dei fuochi. Da cittadino del territorio campano, come vivi questa realtà?

La vivo con immenso dolore: questo spettacolo attinge alla mia esperienza personale. Tutto ciò che è legato alla Terra dei fuochi, che non è soltanto denuncia di un tangibile inquinamento, ma anche di insorgenze di malattie, io l’ho vissuto sulla mia pelle, con la morte di mia madre, alla quale è dedicato il nome della compagnia, “La Margherita”. Il male l’ha consumata. Un male che, per l’iter medicale, è stato trattato alla stregua di ogni neoplasia. In realtà, ogni singolo paziente dovrebbe essere trattato seguendo un preciso protocollo. Purtroppo, quelli che non hanno a disposizione milioni di euro da investire, sono costretti a seguire un percorso unico, uguale per tutti. L’ho vista ardere davanti ai miei occhi. Utilizzo questo termine perché il dolore era un vero e proprio bruciore.

Questo spettacolo è organizzato dalla compagnia de “La Margherita” a cui accennavi prima, in collaborazione con l’associazione “Gianluca Sgueglia Onlus” …

Sì. Due associazioni che collaborano perché la Presidentessa è la stessa, Maria Luisa Ventriglia. Dopo la morte di mia madre, ha avuto inizio questa collaborazione ed ora, dopo 4 anni, abbiamo ottenuto un primo risultato di cui andare fieri. Abbiamo proseguito con la giusta calma, abbiamo rispettato i tempi per maturare il progetto. “La Margherita” prosegue un percorso principalmente artistico: sono due facce di una stessa medaglia. Questa sinergia di risorse ha fatto sì che lo spettacolo diventi un evento d’arte, come da mission associativa della “Margherita Education Art”, portando in scena quattro abiti dedicati ai quattro elementi elaborati dal “Liceo artistico di Cascano” e accogliendo il pubblico nella dimensione che vogliamo manifestare, con una mostra di pittura di vari artisti.

Il fuoco distrugge, purifica. Però, da ciò che viene distrutto, c’è una ricostruzione. E’ un augurio che vuoi dare alla nostra terra?

Certo! Il nostro spettacolo vuole scuotere le coscienze, in maniera poetica. Siamo consapevoli di ciò che accade intorno a noi, ma noi possiamo fare la differenza. Ammetto, però, che questa voglia di alzare la testa, rimboccarsi le maniche e risolvere le cose non la vedo ancora nelle persone. Io uso l’arte, ma ognuno dovrebbe usare ciò che ha nella propria quotidianità per reagire. Spesso sento dire in giro “Tanto, in un modo dobbiamo morire …” eh no! Io voglio morire in maniera dignitosa … spero solo che le cose cambino.

 

“Fuoco Fauto” è stato scritto da te, insieme a Serena della Peruta. Quanto tempo ha richiesto la realizzazione della sceneggiatura? Che tipi di studi avete fatto?

La nostra ricerca è stata non solo storica, ma anche un percorso di tipo emozionale, perché abbiamo seguito l’intuito. Il lavoro è stato molto complesso soprattutto per quanto riguarda il primo atto dedicato, come ti dicevo prima, all’ipotetico processo della Janara. Lo spettacolo dura 80 minuti: è stata una precisa scelta, quella di contenere la durata complessiva. Il tema è sicuramente duro, ma non era nostra intenzione rendere eccessivamente drammatica la visione, infatti c’è un messaggio di speranza rivolto al pubblico all’interno dell’intero spettacolo.

Nel secondo atto c’è invece uno studio sulla commedia dell’arte, che abbiamo voluto rendere più contemporanea. Un Pulcinella che, vedrete, è vittima di se stesso: la storia vuole che questa maschera (le cui origini risalgono all’Aversano) fosse un po’ il pagliaccio del paese, che portava allegria alle persone quando tornavano dai campi dopo un’intera giornata di duro lavoro. Lui intratteneva, raccontando gioie e dolori di ciò che stavano vivendo. Quindi non è un comico in sé, ma ha un lato oscuro e un lato luminoso. Volendo fare un riferimento letterario, Pulcinella rappresenta Caronte, così come Arlecchino, per esempio, rappresenta Lucifero.

Anche Alessandro (detto in arte Alexander) è una maschera dai due volti… lo si percepisce dall’andamento di questa chiacchierata.

Quando sarà possibile vedere “Fuoco fatuo” e dove?

Domenica 16 luglio alle ore 20.45 durante la prima edizione della manifestazione “Casagiove in scena”, presso il Quartiere Militare Borbonico. Noi saremo una delle dieci compagnie del territorio che parteciperanno a questo progetto. Si parla di compagnie e associazioni culturali all’interno del comune di Casagiove che sono state censite e coinvolte dalla nuova giunta comunale. Il costo del biglietto è di soli 3 euro. Per noi è un inizio che, speriamo, ci porterà altrove.

Te lo auguriamo di cuore!

Queste le info e la sinossi dello spettacolo:

Spettacolo Inedito: debutto domenica 16 luglio al “Casagiove in Scena”

Alle ore 20:45 c/o il Quartiere Militare Borbonico di Casagiove (CE) Ingresso: 3€

Compagnia teatrale della Margherita

presenta:

“Fuoco Fatuo“

La Terra della Janara e di Pulcinella

(una storia accompagnata da danze, musica e magia)

 

scritto da: Serena della Peruta e Alessandro Tebano

coreografie: Natasha D’Andrea

costumi: Maria Luisa Ventriglia

Scene: Francesco Albero e Antonio Viscusi

regia : Compagnia della Margherita

direzione artistica: Alessandro Tebano

In scena

“La Margò Popolar Band”

Chitarre: Mario La Porta, Pietro Fusco;

Voce solista: Anna Maria del Sorbo;

Voce e Tammorra: Rosy Paolella;

Corpo di Ballo

Ilaria Pero, Francesca Sorbo;

Cast

La Janara: Serena della Peruta;

donna Matteuccia: Rosy Paolella;

Inquisitore e Pulcinella: Alessandro Tebano

E con Emanuele Roviello.

Uno spettacolo di teatro sperimentale, che usa svariate arti sceniche per arricchirne i contenuti sociali presenti. Coinvolgendo il pubblico in una poetica fatta di parole, canzoni e gesti simbolici che raccontano con forza espressiva due storie che hanno per protagonisti delle figure mitologiche della nostra terra come una Janara e Pulcinella collegati dall’elemento Fuoco! Ispirandoci al concetto che i fuochi fatui spesso sono interpretati come la manifestazione dello spirito dei defunti, nelle leggende nordiche diventano l’espressione di esseri fantastici che animano foreste e brughiere attirando con le loro luci i viandanti ignari.

Questo si è tradotto in una messa in scena il cui l’elemento fuoco, il vero protagonista, parte da un percorso storico sulla nostra Campania, dove abbiamo ipotizzato un processo ad una Janara del beneventano, che attraverso i secoli giunge al nostro territorio con un presente costituito dai roghi della Terra dei Fuochi. Roghi che portano il fatuo, la superficialità, la leggerezza di fare vittime, che innescano un meccanismo dal quale bisogna imparare a dissentire, seminando la voglia di risorgere come una fenice dalle nostre stesse ceneri.

 

La compagnia nasce all’interno dell’Associazione Culturale e di Promozione Sociale “La Margherita Education ART” coadiuvata dall’Associazione “Gianluca Sgueglia Onlus”. Quest’ultime sono due facce della stessa medaglia, che portano il nome di due persone che hanno segnato il percorso umano dei soci che hanno costituito queste realtà associative. Cooperando in sinergia in ambito sociale ed educativo, con progetti di natura artistica e di recupero umano presso comunità, carceri, scuole e comuni.

Per la compagnia teatrale, è il primo vero debutto, dopo piccole collaborazioni e spettacoli di teatro ragazzi, è la prima grande esperienza, in cui si riesce a portare in scena un prodotto per un pubblico adulto. Un passaggio fondamentale per uno spettacolo totalmente costruito da noi, con un lungo percorso personale di ricerca e trasformazione emotiva, insieme ad uno studio continuo in ambito artistico.

Lo stile è quello di portare all’attenzione del pubblico, tematiche sociali trattate con sensibilità e coinvolgimento, per lasciare un segno nell’animo di chi apre la quarta parete del teatro con noi.

L’intento è quello di sensibilizzare alla bellezza, per liberare la verità della propria espressione artistica diventando ciò che si è veramente. Giungendo ad un traguardo personale che è quello di portare sulla scena della vita, la propria anima senza preoccuparti del giudizio.

Alessandro Tebano

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Alessandro Tebano: Fuoco Fatuo e la mia esperienza personale was last modified: luglio 5th, 2017 by L'Interessante
5 luglio 2017 0 commenti
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Pernice
CulturaEventiIn primo pianoMusicaTeatroTv

Gianni Pernice : Fatte ‘na pizza e canta insieme a me!

scritto da L'Interessante

Pernice

Di Christian Coduto

Si può essere artisti anche nella scelta della location per fare l’intervista …

Nella fattispecie, mi ritrovo a Villaricca, a Viale della Repubblica precisamente. Questa è la sede di “Fatte ‘na pizza”, la pizzeria del cantante Gianni Pernice, che mi appresto ad intervistare. Entro con curiosità nel locale e vengo inondato da tutti quei profumi che ti fanno venire subito fame. Gianni mi viene incontro trafelato; ha già indosso il camice. Mentre mi saluta mi chiede ripetutamente scusa per aver rinviato tante volte il nostro incontro. “Troppi pensieri” mi dice, indicando la testa (perfettamente rasata) e scoppia a ridere. Il locale è già pieno zeppo di persone; lui saluta tutti e riesce a rispondere alle mie domande allo stesso momento. Se mi fossi trovato al posto suo, sarei andato in panico. Lui, invece, mantiene una serenità invidiabile. Affronta ogni inconveniente con tranquillità. E quel sorriso non lo perde mai.

Gianni Pernice parla del suo esordio artistico …

Chi è Gianni Pernice?

Gianni Pernice è un ragazzino di appena 36 anni. Nella vita ho sempre lavorato. Lavoro da quando avevo 13 anni: la mattina andavo a scuola e, la sera, andavo in pizzeria. Sono estremamente attivo, non mi fermo praticamente mai. Alterno fasi di grande ottimismo a periodi di estremo pessimismo. Delle mille cose che potrei dirti di me, una spicca di sicuro: non mollo mai. Fino ad ora, tutto ciò che ho voluto fare o sognavo di fare l’ho realizzato. Con grande o piccolo successo (sorride).

Gianni e la musica … quando è iniziata questa storia d’amore?

(Spalanca gli occhi) ma … io e la musica siamo gemelli siamesi! Sogno di cantare sin da quando ero piccolino; mi chiudevo in bagno e cantavo davanti allo specchio, un po’ come tutti quelli che sognano di svolgere questa professione. Viviamo in simbiosi, non posso darti una data precisa. Il cantante non è come un musicista che, nel tempo, si appassiona ad uno strumento musicale … il cantante, lo strumento, ce l’ha dentro di sé da quando è nato, cresce insieme a lui.

Nel 2002 esordisci alla grande con “C’era una volta … Scugnizzi” di Claudio Mattone ed Enrico Vaime , un’esperienza importante …

Questo è il mio esordio da professionista. Sono stato scelto da Claudio Mattone tra almeno sei/settemila ragazzi che si presentarono ai provini. E’ stato il mio esordio da ogni punto di vista: la mia prima registrazione in sala di incisione, per esempio, è avvenuta proprio con “Scugnizzi”. Claudio era molto teso: mettere sul palco 16 ragazzetti, molti dei quali alla prima esperienza, è stata sicuramente una follia, ma è andata benissimo! La maggior parte degli attori erano studenti universitari … io invece ero il vero e proprio scugnizzo della compagnia (sghignazza). Figurati, durante le interviste, le ospitate televisive, Claudio mi metteva sempre in primo piano perché, a detta sua, i miei colori, il fatto che io sia piccolino, erano tutte cose che mi rendevano riconoscibile ed identificabile nel contesto dello spettacolo di cui facevo parte. Con questo spettacolo, sono stato in tournée per 4 anni … da un certo punto di vista, è stata un’immensa ed infinita gita scolastica!

Parla molto, in modo schietto e sincero. Mi colpisce la sua semplicità umana. Non si atteggia, non si vanta. Racconta ciò che ha vissuto con uno sguardo che sembra dirmi “Ma davvero sono stato io a fare tutte queste cose?”.

Nel 2005 entri nel cast di “Quartieri spagnoli” in cui reciti accanto a Gianfranco Gallo e Massimiliano Gallo. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Io subentrai a Gianni Lanni, in realtà. Interpretai il ruolo di un cantante neomelodico stonatissimo e cafone, un’esperienza molto divertente! Ero il coprotagonista del musical. Fu Massimiliano a contattarmi, dicendomi di partecipare al provino. Quando lessi il copione tutti risero di gusto. Le repliche proseguirono per almeno 6 mesi, tra matinèe scolastiche e serate al Teatro Trianon. Di Gianfranco e Massimiliano serbo un ricordo meraviglioso: sono due splendide persone ma, soprattutto, due grandi professionisti.

Nel 2006 ritorni a teatro nello spettacolo musicale “Napoli 1799”. Accanto a te, anche questa volta, i fratelli Gallo …

Un ruolo più piccolino, questa volta. Massimiliano, con il quale ho un ottimo rapporto di amicizia e rispetto, me lo diceva sempre “Quando sali sul palco, tu puoi fare quello che vuoi, perché sei simpatico, un casinista!”.

Tanta popolarità ti arriva con “Un posto al sole”. Parlaci un po’ del tuo ruolo, simpaticissimo: quello di Mimmo Calore. “Mimmo Calore” incide anche un brano, estremamente ironico “3MST” (tre metri sotto terra). Il videoclip della canzone è un trionfo, con quasi 180mila visualizzazioni su youtube …

Mi ero trasferito a Roma, vissi lì per tre anni. Dopo essere ritornato a Napoli, attraversai un periodo di blocco lavorativo. Per 4 anni non successe più nulla. Arriva, poi, l’opportunità di fare un provino per “Un posto al sole” per il ruolo di Mimmo Calore che, effettivamente, ricordava un po’ il personaggio che avevo interpretato in “Quartieri spagnoli”. Venni scelto per l’ironia del personaggio che, a detta di tutti, mi apparteneva.

Un’esperienza bellissima! Il teatro, sia chiaro, è una forma d’arte importantissima, ma il potere della televisione è incredibile: la gente mi fermava per strada, al cinema, al centro commerciale e mi chiedeva l’autografo o una fotografia. Mi ha dato tantissima popolarità. A distanza di tempo, mi rimane solo un po’ di amarezza: quella di non essere riuscito a gestire il momento nel modo giusto.

Si rabbuia per una frazione di secondo. Per uno che conosce il significato e l’importanza della parola lavoro, questo piccolo “passo falso” è imperdonabile. Un’occasione mancata. Poi, con la stessa velocità, torna a sorridere e proseguiamo la nostra chiacchierata. Rimorsi? Non può e non vuole averne.

Esce finalmente il tuo primo cd : “Vulesse essere …”, distribuito dalla prestigiosa casa discografica Zeus record. La canzone che dà il titolo all’album è, in primis, una dolcissima dedica alla tua compagna di vita …

Antonio Casaburi (l’autore del brano N.d.R.) mi fece ascoltare diverse canzoni, ma questa è la prima di cui mi sono innamorato. Credo sia il brano che mi rappresenti meglio, sia da un punto di vista musicale, sia per ciò che concerne il testo.

“Vulesse essere …” è un disco autoprodotto. Antonio propose il progetto a Vincenzo Barrucci della Zeus; a lui le canzoni piacquero molto e decise di distribuire il cd. Avresti dovuto vedermi: saltavo come un canguro per la felicità! (Ride). Per essere precisi, la distribuzione è stata affidata alla Napoli Project, uno dei tre marchi della Zeus Record. Come dicevi tu prima, è un’etichetta discografica molto importante, dalla lunga storia musicale. Lì ho trovato una seconda famiglia, si lavora sodo e bene. Ho sempre pensato che, per la struttura dei brani del cd, quella fosse la casa discografica più idonea e così è stato (sorride).

Realizzare il videoclip per la canzone è stata un’impresa … due o tre giorni prima dell’inizio delle riprese, ho racimolato tutte le persone che compaiono nel video, chi aveva altri impegni, chi doveva lavorare, un casino insomma! (ride).

Un momento di pura commozione è rappresentato dalla canzone “La nostra storia d’amore” in cui affronti il tema di un parto imminente …

Un brano molto intimo, delicato. L’argomento delle ragazze madri, a Napoli, è parte della quotidianità da sempre. E’ uno dei brani che preferisco in assoluto, anche perché io sono un sentimentale, un innamorato dell’amore. In più, il bambino per me rappresenta la purezza, l’ingenuità … il bambino è come dovrebbe essere vissuta la vita; purtroppo la società ci mette davanti mille ostacoli, infiniti problemi che tendono a cambiarci e a farci perdere quella genuinità che avevamo da piccolini.

Ma tu sei ancora puro, si vede. Si percepisce. Hai dei principi che molti esseri umani non hanno più … li hanno persi da tempo, rimanendo disincantati, senza sogni. Vorrei dirglielo, ma le mie parole rimangono lì, nella mia testa. 

Mi ha colpito molto “Nun te fidà mai” … in un album in cui il tema principale è l’amore, il testo è qui più duro, pragmatico …

In questo cd è la parentesi un po’ a sé stante perché, nelle altre canzoni, il tema predominante è l’amore. Invece, in questo caso, io parlo ad una ragazza e le consiglio di stare attenta perché le persone possono farti davvero male. È una lezione che mi appartiene: non mi fido facilmente degli altri. Prima ero un bambinone, credevo ciecamente a tutti, poi sono arrivate le bastonate.

Quanto tempo è stato necessario per incidere “Vulesse essere …” ? Come giudichi il lavoro in sala di incisione? Per alcuni cantanti il momento della incisione dei brani dovrebbe essere saltato, dedicandosi esclusivamente alle esperienze live …

Il disco è stato inciso in tempi davvero ristretti. Io sono un perfezionista, quindi dico a priori che avrei potuto fare di più e di meglio, ma sono io a non accontentarmi mai (sorride). Diciamo che, riascoltandomi, penso di aver cantato bene. Il lavoro in sala è sicuramente più meccanico, tecnico, quasi matematico: mettere il cuore in sala di incisione è più difficile; quando fai un concerto canti di fronte a tante persone e sai a chi stai trasmettendo le tue emozioni. In sala di incisione sei teso, hai paura di sbagliare, non si crea empatia. Riuscire a fare emozionare una persona che sta ascoltando il tuo progetto discografico non è da tutti, richiede un grande lavoro e una immensa professionalità. Un attimo solo …

Si avvicina al bancone e serve due ragazzetti.

Dicevamo?

Io mi occupo di cinema. Musica e cinema vanno, da sempre, di pari passo. Qual è il film della tua vita?

Sicuramente “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino, con Will Smith. Il protagonista è un uomo che tocca il fondo con le mani e che insegue la felicità che, nel film, è rappresentata dal lavoro. Anche io sono sempre alla ricerca della felicità … premettendo  che mi considero davvero fortunato ad avere un lavoro, credo che, nella vita reale, la gratificazione sia data da altro: in effetti io aspiro ad essere sereno.

Gianni Pernice, però, è anche un ottimo pizzaiolo …

Ebbene sì! Non faccio il pizzaiolo per mestiere, bensì per passione. L’anno scorso ho vinto il secondo posto del campionato mondiale della pizza a metro e mi sono classificato al quarto posto all’STG (Specialità Tradizione Garantita N.d.R.) ovvero la pizza margherita per eccellenza. “Fatte ‘na pizza”, la mia pizzeria, è gestita da me e dai miei due fratelli. Amo la pizza! Insieme alla musica e al mare rappresenta Napoli.

Ti racconto una cosa: da bambino volevo mangiare sempre la pizza … ad un certo punto diventare pizzaiolo è diventato quasi una necessità … (lo guardo interrogativo) altrimenti avrei speso troppi soldi per comprarla in continuazione (ridiamo!).

“Fatte ‘na pizza” deve essere ricordata, non solo per la qualità dei prodotti che offre, ma anche per un gesto nobilissimo: quello del volontariato …

E’ una cosa a cui tengo molto. Faccio parte di un gruppo parrocchiale “Gli angeli della stazione”. Aiutare il prossimo è una cosa doverosa: incontrare delle persone che non riescono a nutrirsi, che non hanno un posto in cui vivere mi fa arrabbiare, mi addolora. Il nostro gesto non è solo quello di dare loro qualcosa da mangiare, ma di abbracciarli, ascoltarli, parlare con loro. Le storie che ascolto sono dolorosissime. Ci sono tante realtà. Fare il volontariato mi dona moltissimo e mi migliora in quanto essere umano.

Pensare agli altri. Quanti lo fanno davvero?

Cosa dobbiamo attenderci da Gianni Pernice per questo 2017?

In primis voglio vincere al Superenalotto così risolvo un sacco di problemi (scoppia a ridere). A parte gli scherzi, spero di riuscire a promuovere “Vulesse essere …” nel migliore dei modi. Vorrei crescere ancora, sia artisticamente sia come uomo. Senza trascurare la mia attività di pizzaiolo. In effetti io svolgo due lavori per i quali devi dare il 100%, gestirli entrambi è al    quanto difficile, ma ce la posso fare senza problemi. Non si è mica Gianni Pernice per caso, no? (Sorride di nuovo).

Fatti una domanda e datti una risposta …                       

Gianni Pernice sei soddisfatto di ciò che hai fatto e del risultato ottenuto? Allora … artisticamente e lavorativamente parlando sì: tutti i traguardi raggiunti li devo solo ed esclusivamente al mio sudore, senza scorciatoie. Anche perché ho 36 anni e, se fossi stato raccomandato, avrei fatto molto di più e con minore fatica. Però, allo stesso tempo, non sono ancora contento: voglio sicuramente di più. Non per presunzione o immodestia, ma credo di meritare altre occasioni importanti, perché alle spalle ho tanta gavetta.

Prima di salutarlo, mi avvicino al bancone. Sono sincero: ho l’acquolina in bocca. “Ehm … a questo punto, visto che mi trovo qui … qual è il tuo cavallo di battaglia?” “Guarda, la specialità di Gianni Pernice è la pizza alla brace!”

Ne prendo una con zucca, salsiccia, provola e patate al forno …. ebbene: è subito magia!

Gianni Pernice : Fatte ‘na pizza e canta insieme a me! was last modified: giugno 27th, 2017 by L'Interessante
27 giugno 2017 0 commenti
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Cosimo
CinemaCulturaEventiIn primo pianoTeatroTv

Cosimo Sinforini: vivere d’arte? Si può!

scritto da L'Interessante

Cosimo

Di Christian Coduto

Due sono gli elementi distintivi di Cosimo Sinforini: i capelli (neri, lunghi e molto curati) che gli regalano l’apparenza del ragazzo selvaggio, ribelle, rivoluzionario, vagamente alla James Dean o alla Johnny Depp. E la voce: roca, assolutamente riconoscibile. “Se non dovessi avere successo come attore” scherza “Mal che vada posso sempre sfondare lavorando per una linea telefonica sexy”.

Socievole e espansivo come tutte le persone che sono cresciute a stretto contatto con il mare, parla senza freni. E’ amichevole il suo atteggiamento, di grande apertura. Mi racconta di cose che non riguardano esattamente la sua vita artistica (e che, ovviamente, non rivelerò in questa sede!).

Mi ha chiesto di incontrarci in un bar nel Borgo Marinari “Il contatto con l’acqua mi fa stare bene, mi rilassa. Il Borgo, di primo pomeriggio, è piuttosto tranquillo. Qui possiamo parlare in maniera più rilassata”. Ho l’impressione che abbia leggermente paura delle domande che sto per porgli. O forse è solo un po’ di ansia … prima mi ha detto che è un perfezionista, ci tiene a fare le cose per bene. Sia che si parli di una performance teatrale (o cinematografica) sia che si tratti di un’intervista. Ama essere ricordato per aver fatto bene le cose.

Cosimo Sinforini risponde alle domande de “L’interessante”

Chi è Cosimo Sinforini?

Cosimo Sinforini è un ragazzo che proviene da Torre del Greco che, nel tempo, si è rivelata una fucina di giovani talenti. Sono molto legato alla mia città che, tra le altre cose, è la città del corallo. Geograficamente è posizionata tra il Vesuvio e il mare, un binomio vincente. Il ritrovarmi al centro tra gli elementi acqua e fuoco, mi ha fatto crescere folle, ma nel modo giusto. Voglio vivere di arte. Essendo tenace e testardo di natura, farò in modo di realizzare il mio sogno!

 

Reciti da oltre 15 anni. Quando hai capito che diventare un attore sarebbe stato lo scopo della tua vita?

L’ho sempre saputo sai? Ero piccolo, avrò avuto otto, nove anni e mi divertivo ad imitare i personaggi che vedevo in televisione o in strada. Cercavo di trovare degli aspetti che gli altri non erano in grado di vedere. Ho la “capacità” di vedere in profondità, una sorta di studio dell’anima. Amo molto il campo della psicologia.

Quando mi dicono che recitare è un gioco, io rispondo sempre di fare attenzione, perché è un lavoro “pericolosissimo”: ti immerge in realtà nuove, altro che lsd, è una vera e propria droga (scoppiamo a ridere). Entrare nella mente di un’altra persona, di un personaggio da interpretare non è affatto facile! È un mestiere che va vissuto con la giusta serietà e una buona dose di ansia.

Nel tempo, questa mia voglia di carpire gli aspetti privati delle persone, si è trasformata nel bisogno di interpretare realmente un’altra persona.

Ti racconto una cosa: ero da mia nonna, avevano da poco trasmesso “Rocky III” in tv … quel film mi piacque così tanto che davo cazzotti ovunque e a tutti, volevo essere Rocky!

 

Mi immagino un ragazzetto piccolino, ma con la stessa amabile sfrontatezza del Cosimo di oggi, che sbuffa, si impegna, si agita, suda per assomigliare il più possibile a Sylvester Stallone. Forza di volontà ne ha, eccome. È lodevole la sua caparbietà.

Ti sei formato all’Accademia delle belle arti di Napoli per poi approfondire i tuoi studi in Inghilterra. Tanta gavetta alle spalle. Cosa che sembra mancare, negli ultimi tempi: partecipi ad un reality e diventi subito noto. Non credi che tutto ciò sia un processo di involuzione culturale?

Sono laureato in arti visive e disciplina dello spettacolo presso “L’accademia delle belle arti di Napoli”. Parallelamente, ho studiato presso il teatro “Elicantropo” di Napoli, diretto da Carlo Cerciello, una vera e propria palestra che mi ha permesso di crescere artisticamente. Un’altra formazione fondamentale è stata quella del “Teatro Spazio Libero” di Napoli di Vittorio Lucariello. In quest’ultima struttura si sono formati i migliori artisti dell’avanguardia storica napoletana, da Toni Servillo a Mario Martone. Ricordiamoci che lì passò anche Andy Warhol.

Al termine degli studi sono andato a vivere in Inghilterra per due anni … ho imparato molte cose, soprattutto il diverso modo di vivere il teatro e varie tecniche di recitazione.

Ritornando alla domanda: per fare questo mestiere devi buttare il sangue, devi metterci anima e corpo. Un reality ti regala popolarità, certo, ma senza mezzi e senza testa non vai da nessuna parte. Se adesso, avendo un bel faccino, riesci a fare dei film senza conoscere la tecnica, significa che abbiamo sbagliato tutto …

 

Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?

Molti sono legati al passato. Avrei dato non so che per lavorare in un film diretto da Federico Fellini, per esempio. Però anche lavorare con Paolo Sorrentino non sarebbe male! (ride) Con “The Young Pope” ha raggiunto piena consapevolezza dei propri mezzi. Per ciò che concerne gli attori, invece: Toni Servillo, ma anche Stefano Accorsi, Claudio Santamaria. Però il mio attore preferito in assoluto è Al Pacino. Conosco tutti i suoi film … considerando la mia vocalità, mi ritengo un po’ un suo figlioccio artistico. Con questo voglio solo dire che per me lui è un attore immenso, dal quale tutti dovrebbero trarre ispirazione continuamente.

 

Punta in alto, è vero … ma questo è sicuramente un pregio. All’improvviso si sbilancia “Christian, le cose o le fai come si deve o lasci proprio perdere”. L’istinto mi dice che, un giorno, lavorerà davvero con qualcuno dei suoi miti, scommettiamo?

Un incontro importante è quello con il bravissimo Lello Arena, del quale hai seguito un laboratorio e che ti ha diretto, a teatro, in “Sugar spell”…

Lello è stato un maestro del secondo capitolo della mia carriera teatrale! Feci un seminario con lui, meraviglioso. Quando l’ho incontrato ero davvero emozionato. Credo che lui sia la figura più rappresentativa dell’ultimo grande periodo del cinema e del teatro napoletano. E’ un uomo che sembra schivo, una sorta di orso burbero … in realtà è una persona di una sincerità disarmante, spontaneo, generoso. Non ha remore, non si risparmia mai: ti dona tutto ciò che sa. Al termine del seminario, ci incontrò singolarmente. Fece dei colloqui con ciascuno di noi. Mi disse “Cosimo, tu hai molto potenziale. Puoi diventare un grande attore, ma non devi sentirti un attore. Devi essere un uomo al servizio di un personaggio e di un regista. Non assumere mai l’atteggiamento da supereroe”. E’ riuscito a farmi rimanere con i piedi ben radicati al suolo.

Ovviamente, ci sono stati molti momenti dedicati al ricordo di Massimo Troisi, di una tenerezza incredibile.

Devi sapere che Lello Arena è un patito del biliardino. Io facevo sempre coppia con lui.

L’ultima serata di “Sugar spell” avevamo fatto una scommessa: la coppia sconfitta sarebbe stata attaccata con una serie di secchi pieni di acqua. L’idea del pegno era stata proprio la sua. Oh … non siamo riusciti a perdere? Mi fece un cazziatone incredibile (ride di gusto).

Nel tempo, siamo rimasti molto amici, gli sono molto affezionato.

 

Tra i registi dei tuoi spettacoli teatrali, troviamo anche Beatrice Messa e Serena Di Marco. Credi che ci siano differenze, in termini di empatia e di rappresentazione delle immagini, quando a dirigere c’è una donna?

Lavorare con le donne è molto interessante perché hanno indubbiamente una sensibilità maggiore della nostra. L’unico “problema” è la gestione del cast, soprattutto quando la regista è molto dolce.

Per il resto differenze non ne ho riscontrate … l’unica cosa importante è che il regista (uomo o donna che sia!) sappia cosa fare e che riesca a trasmettere il tutto agli attori.

 

Nel 2015 compari nel videoclip di Emma Marrone “Arriverà l’amore”. Un ruolo piuttosto sgradevole (è un ragazzo che sbeffeggia una coppia omosessuale N.d.R.) … come avrebbe reagito Cosimo l’essere umano?

Ebbene sì, un ruolo piuttosto sgradevole. Il Cosimo della vita reale avrebbe reagito incazzandosi ed andando contro quei teppistelli. Siamo nel 2017 e, purtroppo, ci sono ancora situazioni così spiacevoli.

Nel mondo dello spettacolo ci sono moltissimi ragazzi e ragazze omosessuali …

Chi inveisce contro una persona omosessuale per me non è felice della propria vita.

Così come quando, allo stadio, partono quegli stupidi cori contro le persone di colore. Sono forme di razzismo che hanno, di base, una frustrazione personale.

Ognuno deve vivere la propria vita a testa alta. E’ inammissibile che un ragazzo omosessuale si nasconda, perché ne va della sua felicità umana.

Per quanto riguarda invece Emma, è una persona fantastica. Si è sempre un po’ prevenuti, perché viene da un format televisivo e così via. Con lei si è instaurato un buon rapporto umano e lavorativo.

Si infervora un po’ mentre risponde alla mia domanda, mantenendo però inalterata l’educazione. E’ abituato a credere che, nella vita, le cose debbano andare necessariamente nel verso giusto o, almeno, come vuole lui. È un bravo ragazzo, non c’è che dire.

Sempre nel 2015, ecco una bella esperienza televisiva: “Alta infedeltà”. Che ricordi hai di questa avventura?

Un’occasione nata quasi per gioco: mi contattarono dalla produzione, dicendo che ero perfetto per quel ruolo. Guarda, ti dirò: ci sono sempre tanti pregiudizi … non so se mi spiego … Un attore serio certe cose non le fa … ma “Alta fedeltà” non è mica, boh, un reality! Sono stato chiamato per interpretare una parte, per recitare. Ecco perché ho accettato di buon grado: c’è grande professionalità. Ero l’amante della moglie del mio migliore amico. Mi ha dato tanta popolarità; ancora oggi, quando vedono il video, mi contattano e mi dicono “Ma che hai fatto? Sei stato un bastardo!” (scoppia a ridere). Vedi? Questo è il rovescio della medaglia del mio mestiere: quando fai il buono, l’eroe di una storia, tutti ti esaltano. In questo caso ero l’amante e mi odiavano tutti (ridiamo).

 

Sia parlando di Emma sia del format televisivo, ci tiene a sottolineare che lui va al di là dei pregiudizi. L’arte può esistere in mille forme e in mille colori. Fare il finto snob non è da lui. Quello che conta è la professionalità. Chi ha le capacità merita ogni tipo di rispetto.

Punto a suo favore: non si finge chic per apparire migliore. È pane al pane e vino al vino. Mi domando se il suo essere così schietto e diretto gli abbia mai creato problemi, con gli amici per esempio o in campo lavorativo, con qualche regista un po’ rompiscatole.

Nel 2009 Antonio Capuano dirige Cosimo Sinforini nel film “L’amore buio”. Che ricordi hai della tua prima volta cinematografica?

Una vera e propria esperienza extrasensoriale … è un regista caratterizzato da una lucida e sana follia. Sa perfettamente quello che vuole: riesce a far sì che tutti gli attori, tutte le persone sul set seguano la strada che ha già deciso in precedenza. In apparenza, sembra distratto, in realtà è concentratissimo e ti segue attimo per attimo.

La mia prima esperienza sul set era piccola, ma mi sono trovato davanti Fabrizio Gifuni che, a mio parere, è uno dei migliori attori italiani del momento.

Una bella emozione, che ripeterei di sicuro.

 

A proposito di cinema, parliamo un po’ di “Dead country” …

Un’esperienza molto carina, una produzione totalmente indipendente e low budget. Giovanni Roviaro, il regista, è davvero giovanissimo ed è riuscito a trarre il meglio da un cast di attori che, nel tempo, sono diventati grandi amici. Nonostante il budget ridotto, il set era pieno di professionisti.

 

Hai recitato in oltre 10 cortometraggi. “Tela Bianca – La morsa del Daimon” è quello più recente. Possiamo avere delle anticipazioni?

Il cortometraggio è una scuola di vita, soprattutto per un attore che abbia intenzione di percorrere la strada della recitazione. E’ importante non solo per il momento attoriale, ma anche per imparare a relazionarsi con gli altri … i macchinisti, i tecnici, gli operatori. Ci sono dei meccanismi e dei ruoli che devi imparare a rispettare. “Tela Bianca” è diretto da Giuseppe Rasi, con il quale è nata una bella amicizia. Abbiamo in cantiere anche un lungometraggio, incrociamo le dita! In questo cortometraggio io interpreto il ruolo di un pittore che è stato allontanato dalla famiglia, che non approva la sua scelta di vita.

Premettendo che la mia famiglia mi è sempre stata accanto nelle mie scelte, riconosco qualcosa di Cosimo anche in questo personaggio: spesso, quando dico alle persone che faccio l’attore, tanti mi guardano straniti, mi chiedono “Ma allora riesci a vivere di questo?” embè … (sorride). Presto verrà presentato nei migliori Festival, auguro a questo progetto di vincere tanti premi!

 

Nel tuo curriculum, anche due spot televisivi. I tempi ristretti, una sceneggiatura (solitamente) ridotta … riesci (o provi) a dare un’impronta attoriale anche in situazioni come queste?

Beh … una cosa è recitare un monologo di Shakespeare sul palco e un’altra è ripetere alcune battute velocissime per uno spot. Ma, nonostante tutto, anche in quest’ultimo caso c’è spazio per l’interpretazione. Giusto per dire: l’ultimo spot che ho girato con i The Jackal, quello per la Muller, è costituito da una serie di mini pillole che usciranno a breve … ebbene, lì c’è talento puro, mi è stata data la possibilità di recitare al 100%!

 

Domanda multipla: ultimo film che hai visto al cinema, ultimo libro letto, ultimo cd acquistato, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

“Song to song” di Terrence Malick … attori fantastici e una regia esemplare, da vedere! “Conversazioni su di me e tutto il resto” di Woody Allen … consigliatissimo. “Bird is free” di Charlie Parker; ti immerge in realtà che ormai, musicalmente, ce le possiamo solo sognare! “Ragazzi di vita” al Teatro Vascello, interpretato da Fabrizio Gifuni.

 

Cosa dobbiamo aspettarci da Cosimo Sinforini per questo 2017?

Allora … sono piuttosto scaramantico, quindi preferisco far parlare direttamente il lavoro. Ne vedrete delle belle, ma non anticipo nulla (sghignazza).

Terminiamo con un simpatico omaggio a Marzullo: fatti una domanda e datti una risposta

“Cosimo, che rapporto hai con Napoli?” “Un rapporto di odio e amore. Ce l’ho da sempre. Napoli è una città bellissima, senza ombra di dubbio. Dona ampio spazio agli artisti, ma allo stesso tempo soffre di vittimismo. Noi napoletani dovremmo iniziare ad andare avanti a testa alta. Da un punto di vista artistico abbiamo avuto il boom di Gomorra, ma tutto ciò non basta sicuramente. E’ giusto che tutti i giovani della nostra città riescano a realizzare i propri sogni, in qualunque settore della loro vita!”

L’intervista si chiude con questo augurio alla sua città. C’è una bella dose di critica, perché nella vita non bisogna mai smettere di analizzarsi. Quegli stessi rimproveri che Cosimo si è fatto, nel tempo, per levigare le sue doti di attore. Quella dose di severità che gli ha permesso di rimanere lucido, pragmatico, nonostante i mille sogni da realizzare. E che, sono convinto, realizzerà negli anni a venire …

Ph. Laura Di Legge

Cosimo Sinforini: vivere d’arte? Si può! was last modified: giugno 12th, 2017 by L'Interessante
12 giugno 2017 0 commenti
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Cavalli
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Marco Cavalli: io, un attore per passione.

scritto da L'Interessante

Cavalli

Di Christian Coduto

Giovedì 1 giugno, ore 18.30. Parco della Villa Floridiana, Vomero.

A quest’ora, il sole illumina ancora le strade.

L’estate, contrariamente a ciò che ci dice il calendario, c’è già venuta a trovare. Dopo aver fatto un po’ di giri per trovare un parcheggio, arrivo al posto scelto per l’intervista tutto trafelato e leggermente in disordine. Ritrovo Marco Cavalli seduto serenamente su una panchina, intento a fumare un sigaro.

Ha scelto un abbigliamento casual, ma con gusto: un pantalone che gli calza a pennello e una maglietta a maniche corte. Ma è la postura a fare la differenza … la prima parola che mi viene in mente è eleganza.

Appena mi intravede, sorride e si avvicina. Bella stretta di mano, vigorosa, di una persona sicura di sé. Mi chiede scusa se ha dovuto rinviare l’incontro per alcuni impegni lavorativi. Tono pacato, riflessivo, educato. Usa parole adeguate, è molto misurato, ma allo stesso tempo socievole e aperto al confronto.

L’intera intervista proseguirà allo stesso modo: in maniera totalmente rilassata e rilassante.

Mentre i bimbi giocano a pallone intorno a noi, richiamati dalle mamme affinché non facciano eccessivo rumore, iniziamo con le domande …

Marco Cavalli parla di sé a “L’interessante”

Chi è Marco Cavalli?

Allora … sono nato a Napoli il 25 aprile del 1975. Vivo con la mia compagna Ione e il nostro gatto Gabriele, detto anche Gabriellone, perché è decisamente grosso (ride). Lavoro alla CGIL e faccio l’attore, entrambe le cose per passione. Sono laureato in Scienze politiche. Ho preferito il percorso sindacale a quello politico/giornalistico che sognavo da ragazzino e posso dire di essere contento di aver fatto questo tipo di scelta. Ho svolto mille lavori: dal volantinaggio alla distribuzione degli album fuori dalle scuole, per due anni ho fatto ripetizioni ad alcuni ragazzini delle scuole medie ed elementari, per 6 anni sono stato lo stacca biglietti del San Paolo, per un anno e mezzo ho fatto il letturista dei contatori dell’acqua. Ho sempre voluto essere indipendente dalla mia famiglia, ho sempre dato il giusto peso al valore del lavoro. Nel tempo sono diventato redattore di un’agenzia di stampa; era un part-time, ma era molto impegnativo. Il mio primo contratto a tempo indeterminato. Nel frattempo, continuavo a svolgere la mia attività di volontariato presso la CGIL, che si è poi trasformato in un lavoro a tutti gli effetti.

Perché Marco Cavalli ha scelto la recitazione? Cosa rappresenta per te salire sul palco?

Il senso più profondo lo avevo già dall’infanzia. Da piccolino amavo il carnevale, i travestimenti. Ero inusuale persino nella scelta dei personaggi da interpretare: divieto assoluto al cowboy, l’indiano … erano benvenuti invece il vecchio carcerato, lo zombie trafitto e così via. Questo divertimento che provavo da bambino, credendo in maniera totalitaria nei personaggi che interpretavo nelle varie feste, me lo ritrovo pari pari nel gioco dell’attore.

Uscire da me stesso, indossare i panni di un altro e portarlo alle estreme conseguenze mi ha sempre divertito in una maniera pazzesca. Ecco perché ho scelto la recitazione.

Marco Cavalli lavora molto a teatro, spesso diretto da Nicola Guarino. Fare gavetta in sala cosa ti ha insegnato? Essere diretti da un regista che è anche attore facilita il processo di costruzione del personaggio che devi interpretare?

Nicola è un mio caro amico. Mi trascinò un po’ per caso in questo mondo magico. Venne a conoscenza della mia passione e mi spinse a provarci. Insieme abbiamo fatto diversi laboratori teatrali e tanti spettacoli, alcuni persino provocatori e naif. Con lui, ma anche con registi quali Ciro Pellegrino e Franco Zaccaro, ci siamo lanciati nel teatro off, decisamente d’avanguardia, anche se quest’ultimo termine è un po’ spocchioso e non mi piace utilizzarlo. Ritornando alla tua domanda: un regista che è anche attore talvolta può trovarsi in difficoltà nel momento in cui deve mettere in scena alcune cose, però quando si confronta con gli altri attori coinvolti il tutto è di gran lunga più costruttivo e stimolante.

Con un regista “puro”, invece, hai libertà di azione, puoi spaziare nella creazione del tuo personaggio.

Il teatro è una bella palestra: è estremamente fisico, ti insegna ad affrontare nel modo migliore possibile una fatica che, a mio giudizio, nel cinema non c’è. Non me ne voglia nessuno, ma è così! Il cinema è faticoso per chi lo organizza, per gli scenografi, i tecnici, il regista, ma non per l’attore. Il grande Marcello Mastroianni, non a caso, diceva “Beh, sempre meglio che andare a lavorare” (ride di gusto).

Hai svolto, in più occasioni, il lavoro di reading. Un compito molto impegnativo. Potresti spiegare, ai profani, quali differenze ci sono tra la recitazione pura e la lettura?

Un’esperienza bellissima! Per quanto mi riguarda, facevo dei reading in presenza di musicisti: sassofono, chitarra, tromba, contrabbasso … La selezione dei testi da leggere era invece curata da una carissima amica, che è anche una scrittrice.

È necessario in primis, che il testo rimanga fedele all’originale. Ma c’è contemporaneamente la necessità da parte di chi legge di interpretare le parole e fare qualche piccolo emendamento, tagliare qualche parola poco fluida e così via … quindi la grande differenza sta nel fatto che il lettore deve rendere ascoltabile la parola scritta. Il reader legge il testo, gli dona colore, sottolinea degli stati d’animo trasmessi dalla pagina, ma non deve snaturare ciò che gli viene affidato. In più, per trasmettere emozioni, hai solo la parola. Da un punto di vista recitativo, è qualcosa di assolutamente appagante.

Aggiungo anche che determinati testi danno un’emozione veramente forte ed è molto bello quando riesci a far arrivare all’intero uditorio le emozioni che stai provando tu.

Sei il protagonista di svariati cortometraggi. Ci racconti della genesi di “Come fossi una bambola?” E’ un progetto che ha anticipato i temi di “Lars e una ragazza tutta sua” …

Un’idea bellissima di Andrea Borgia, un altro regista al quale sono legato da una forte amicizia … lui aveva questa idea relativa alla solitudine e lo straniamento. Sì, è una storia molto semplice, però è riuscito a rendere magica la vicenda di quest’uomo che passa una serata, a cena, con una bambola gonfiabile ed è felice ed emozionato come se fosse una storia d’amore. La particolarità è che, attorno al protagonista, c’è un mondo assolutamente silenzioso, asettico, minimale. Sì, per noi è stata una sorpresa quando leggemmo di “Lars …” a tal proposito: lo sai che, sempre dopo “Come fossi una bambola”, uscì anche in Giappone una storia analoga? Coincidenze fortuite? (Ride).

Con “Peristalsi” del 2013 inizia la tua collaborazione con il regista Enrico Iannaccone. A questo, seguiranno poi “La ciofeca” e “Aniconismo”. Generi molto diversi, progetti ambiziosi. E’ importante, in termini di riuscita di un progetto, l’empatia tra il regista e gli attori coinvolti?

L’empatia è fondamentale perché, nello scambio profondo che intercorre tra il regista e l’attore, dà vita a qualcosa di proficuo. Poi, ovviamente, c’è anche chi preferisce avere rapporti solo ed esclusivamente lavorativi, preservando sempre la propria professionalità. Tra me ed Enrico, invece, c’è un legame che va oltre l’ambito artistico, visto che c’è un’amicizia profonda da diversi anni. Si condividono stati d’animo, emozioni vissute che giovano alla messa in scena.

Reciti tanto a Napoli. Quanto è artistica la tua città?

Guarda … di sicuro mi sento libero di dire che Napoli è una città ricchissima di veri talenti, sia nell’ambito registico sia nel settore attoriale. Purtroppo poco coordinata e senza budget a disposizione. Spero, un giorno, di fare esperienze artistiche altrove, per poterti dare una risposta più precisa al riguardo. E’ un osservatorio troppo piccolo.

Parliamo di televisione e della tua esperienza ad “Amore criminale” …

Ho lavorato con Matilde D’Errico, che io reputo un’autrice e una regista di grandissimo talento. E’ riuscita a fondere, in una maniera estremamente efficace, il testo giudiziario con il testo televisivo. “Amore criminale” è un format che racconta episodi di cronaca molto duri. Nel caso specifico, la puntata affrontò la storia di Teresa Bonocore, una cittadina di Portici, madre di una ragazzina che era stata violentata da un vicino di casa. La donna lo aveva denunciato e fatto arrestare. L’uomo però, dal carcere, ordì la spedizione di morte contro di lei. Tutti i colpevoli sono stati arrestati.

Io ho interpretato il ruolo del commissario. In quell’occasione sono rimasto sorpreso dalla capacità di sintesi della D’Errico. Un’esperienza molto piacevole, veloce, molto ben organizzata. La rifarei molto volentieri.

Il tuo curriculum è molto vario e variegato. Tra le tue esperienze, anche qualche videoclip musicale. Tra questi, “How to cure hangover in april” è quello sicuramente più interessante …

E’ effettivamente un lavoro del quale conservo un piacevole ricordo! Tanta energia e un apparato tecnico non indifferente. La storia è quella di quest’uomo che decide di comprare Ben, un robot, affinché lo aiuti nella fase di hangover in cui si ritrova … l’uomo beve, si droga, partecipa a festini. Il problema è che Ben inizia a sostituirsi al protagonista in ogni cosa della sua vita, fino ad arrivare a prendere il suo posto con la fidanzata (ridacchia). Un’esperienza divertentissima.

Nel 2014, diretto da Enrico Iannaccone, ecco il film “La buona uscita” accanto a Gea Martire. Interpreti il ruolo di Marco Macaluso. Il tema trattato è di quelli forti …

Un regista esordiente ed io, per la prima volta, protagonista di un film. Che dire? Un’esperienza magnifica. Avevo già fatto tanto teatro, ero apparso in tv, vari videoclip e diversi corti … eppure, quando mi sono rivisto sullo schermo, dopo una conferenza stampa nazionale, mi sono chiesto quando avessi preso la strada giusta che mi stava portando a tutto ciò. Ed ho pensato alla “Nausea” di Sartre: il protagonista è in un bar e sta ascoltando questa cantante di colore che sta eseguendo un blues. Ad un certo punto dice “Sono stato nel deserto, mi sono battuto con diversi uomini, ho amato donne e tutto questo mi ha portato in questo momento, in questo bar, in questa bolla di luce, avvolto dalle note”. Questa è stata la sensazione che ho provato … non ho ancora trovato una risposta: forse è stata fortuna, perseveranza, l’allegria e il divertimento che metto nel lavoro o il fatto che non abbia scelto la recitazione come mestiere principale, chissà.

O forse, semplicemente, perché Marco Cavalli è davvero un bravo attore? È così difficile ammetterlo? Umile, per nulla propenso all’autocelebrazione. Non è un atteggiamento forzato o costruito, il suo … Marco è autenticamente sorpreso dalla stima che riceve da chi lo ha visto recitare o da coloro i quali lo hanno scelto per i vari lavori. Non riesce quasi a farsene una ragione. Questo è probabilmente il vero motivo del suo successo: non si prende troppo sul serio. Recitare è una passione? Ecco, la vive come tale. Quindi, la vive bene.

Parliamo di Marco Macaluso … nelle note al personaggio che inviammo prima delle presentazione stampa venne definito come “Un uomo che, se fosse stato saggio, sarebbe stato un epicureo”. Invece lui è uno che consuma la propria vita e quella degli altri, solo ed esclusivamente per il proprio ego. Dopo la visione, molti mi hanno chiesto se Marco, così spregevole, fosse tipico di un particolare ambiente napoletano. Io dico, semplicemente, che è un personaggio trasversale … è il classico uomo dei nostri tempi, con i soldi, perché proviene da una famiglia molto ricca. Quello che tutti vorremmo essere: il forte che schiaccia gli altri, che ha il potere datogli dal denaro.

Se non lo guardiamo da un punto di vista morale, quest’uomo tocca il tema che Enrico voleva trattare nel film: i limiti della libertà.

Ci parli de “Il labirinto dell’anima” di Claudio Gargano, che uscirà prossimamente nelle sale?

E’ un lavoro dalla genesi inusuale: inizialmente doveva essere un medio metraggio poi, nel tempo, ha assunto la forma di un lungometraggio vero e proprio sulla Napoli esoterica. E’ tratto dagli scritti di Laura Miriello, una storica che è esperta anche in esoterismo. Il film rappresenta una Napoli molto noir. Il protagonista si imbatte in una serie di segni per lui sconosciuti, inediti che gli permetteranno di affrontare un viaggio che lo metterà a confronto con la città in cui vive, che è ricca di elementi occulti. E’ molto interessante da vedere, è una chiave di lettura di Napoli davvero poco sfruttata in ambito cinematografico.

Lo ammetto: non è che fossi a conoscenza della materia. Il che, in effetti, è stato un bene perché mi ha fatto affrontare questo progetto come se fossi un foglio bianco sul quale Claudio e Laura hanno lavorato.

A proposito di cinema: qual è il film della vita di Marco Cavalli e perché?

“Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, con Gian Maria Volontè del 1970. Il film più bello che abbia mai visto. L’ho pensato dopo la prima volta che lo vidi e continuo tuttora a pensare che lo sia. Volontè, a mio giudizio, è la maschera dell’attore, quello che vorrei essere. Il film fa il paio con “Arancia meccanica” di Kubrick: entrambe le pellicole affrontano il tema del potere dello Stato in una maniera sublime.

Tra le altre cose, io amo il cinema italiano, credo di avere una bella cultura al riguardo. “indagine …” è l’apice da questo punto di vista. In aggiunta, costituisce una sorta di summa filosofica, grazie ad una sceneggiatura pazzesca.

Fonti sicure mi dicono che il sig. Cavalli è un bravissimo ballerino di tango. Cosa ti affascina di più di questo tipo di danza?

(Sorride) … Chissà chi te lo ha detto, eh? (Io e Marco abbiamo un’amica in comune, che balla insieme a lui N.d.R.) Per me è una droga. Ho trovato, nel tango, quello che non ho più dal palcoscenico ovverosia: quel rapporto fisico con la presenza scenica, quel rapporto immediato tra il corpo, l’azione, la passione che ti muove dall’interno e, il tutto, indipendentemente dal fatto che ci sia del pubblico o meno! E’ un moto molto intimo tra due persone. Sono 7 anni che ballo. Ora come ora, sarebbe una delle cose più difficili a cui potrei rinunciare.

Da piccolo, mi ricordo di uno sceneggiato televisivo con Gastone Moschin, la cui sigla era “Libertango” di Astor Piazzolla. Avevo 5 anni … quel ritmo, quella melodia così struggente, mi catturarono.

Con la maturità, ho deciso di lanciarmi in questa forma di danza.

Ah, a tal proposito: amo anche la fotografia! Purtroppo sto dedicando poco tempo a questa passione negli ultimi tempi. Ho vinto anche un premio della critica al Napoli Film Festival!

L’amore per il tango spiega la postura. Questo elemento aggiuntivo, questa passione così raffinata rende Marco Cavalli un uomo d’altri tempi. Eppure, sempre al passo con i tempi. Un dualismo divertente.

Cosa dobbiamo attenderci da Marco Cavalli per questo 2017?

Speriamo tantissime cose! Come dico sempre “Io sto qui. Quando qualcuno mi propone qualcosa, io la valuto” (ride di gusto). Con Enrico Iannaccone abbiamo  appena girato un altro videoclip, molto gustoso. Attendo l’uscita del film di Gargano e c’è una web serie con Nicola Guarino, che ho ritrovato dopo un bel po’ di tempo. Stiamo per ultimarla, la durata di ogni episodio è di 6 minuti circa.

Concludiamo l’intervista con una marzullata : fatti una domanda e datti una risposta

In tutta risposta, Marco Cavalli inizia a recitare: “Mi sono svegliato stamattina con una grande voglia di restare a letto tutto il giorno, a leggere. Ho cercato di combatterla per un minuto, poi ho guardato fuori dalla finestra la pioggia e mi sono arreso, mi sono affidato totalmente alla custodia di questa mattinata piovosa. Rivivrei la mia vita un’altra volta? Rifarei gli stessi imperdonabili errori?”  “Sì, se potessi, sì. Li rifarei.” E’ un passo di Raymond Carver, contenuto nei “Racconti in forma di poesia”. Lo lessi tempo fa per un reading e credo sia adattissimo anche in questa occasione.

So che non potete ascoltare la sua voce, ma fidatevi di me: il risultato è da brividi!

Marco Cavalli: io, un attore per passione. was last modified: giugno 6th, 2017 by L'Interessante
6 giugno 2017 0 commenti
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Raffaele
CulturaEventiIn primo pianoTeatro

Raffaele Patti e Teresa Perretta: Cyrano, uno splendido perdente.

scritto da L'Interessante

Raffaele

Di Christian Coduto

Al Teatro Izzo di Caserta, un pubblico numerosissimo e concentrato, ha seguito con molta attenzione il riadattamento del “Cyrano De Bergerac” di Edmond Rostand ad opera di Raffaele Patti, che ne ha curato la regia e si è ritagliato il ruolo del protagonista. La storia è nota: Cyrano è un uomo brutto (ha un naso enorme), ma ha una meravigliosa sensibilità. E’ innamorato di Rossana, a sua volta interessata a Cristiano, un ragazzo molto affascinante, ma sicuramente privo di quel dono dell’oratoria, dell’intelligenza e di quella emotività che caratterizzano invece il protagonista della vicenda. Cyrano decide quindi di sacrificarsi e di prestare la sua voce, il suo cuore e la sua mente a Cristiano, scrivendo frasi d’amore dedicate a Rossana.

Lo spettacolo è forte, intenso, di grande spessore. Raffaele Patti la fa da mattatore, con un amabile aplomb gigionesco. Al suo fianco, la solida professionalità di Teresa Perretta, una convincente Rossana. Non è da sottovalutare, infine, la bella prova di Gabriele Russo che, nello rappresentazione, è ovviamente Cristiano.

Un progetto che mescola elementi di varia natura (musiche moderne, un ottimo gioco di luci, un allestimento minimalista per emozionare nella maniera più immediata possibile), con un ritmo sostenuto.

Diverse sono state le versioni di questa opera, tra le più note ricordiamo quella con Gigi Proietti e una versione cinematografica con Gérard Depardieu, senza trascurare la commedia americana “Roxanne” con Steve Martin e Daryl Hannah. Patti ha scelto un approccio decisamente più drammatico, con risultati eccellenti.

Al termine dello spettacolo, attendo i due protagonisti nei pressi dei camerini e scambio con loro opinioni sul lavoro. Sono molto felici, orgogliosi.

Raffaele Patti ci racconta della genesi del Cyrano

Raffaele, perché la scelta di Cyrano De Bergerac? Perché lanciarsi in questa sfida così insidiosa?

Conoscevo, un po’ come tutti, la figura di Cyrano seppure negli elementi di base, quelli più comuni (il nasone e l’aspetto estetico poco piacevole, per esempio). Poi, una sera di un paio di anni fa, mi sono imbattuto nella replica televisiva di una trasmissione curata da Alessandro Baricco, “Miti ed eroi”. In quell’occasione si parlò, tra le altre cose, proprio del personaggio ideato da Edmond Rostand. Ne rimasi talmente colpito che, nei giorni successivi, decisi di approfondire meglio il testo. Sono sincero: è stato amore a prima vista! La prima lettura è stata sicuramente appassionata … questo romanticismo, questo stoicismo nel rincorrere Rossana … già in quel momento incominciai a pensare alla possibilità di poterlo rappresentare a teatro. Ci sono state tante rappresentazioni di “Cyrano”, ma ammetto di non averne mai vista una. Il che, da un certo punto di vista, è una cosa estremamente positiva: una visione vergine, se posso definirla così, mi permette di non essere influenzato in alcun modo. Si evita di cadere, anche senza volerlo, in qualche forma di citazionismo. Ho semplicemente intersecato le mie passioni cinematografiche, musicali e teatrali e le ho messe nello spettacolo. La storia è stata dunque asciugata, scarnificata. Anche perché sono convinto che, per Rostand, lo scopo fosse proprio questo: cogliere l’essenza della storia. Non a caso, l’originale è suddiviso in 5 atti (qui sono 3) ed è una commedia. Io ho scelto di virare nel terreno drammatico.

E’ insidioso, così come lo sono tutti i testi classici, però credo che un approccio nuovo, coraggioso alle opere del passato sia necessario per chi ama il lavoro di attore. Il sacro deve essere dissacrato, non nel senso di svilirlo, svalutarlo, ovviamente, bensì ricreando una struttura che vada in una direzione diametralmente opposta all’originale.

Al di là dell’impegno, mi piace sottolineare come l’approccio del protagonista nei confronti della vita, il suo coraggio sia stato un’ispirazione non solo per me, ma anche per gli altri attori sul palco.

Raffaele ha una voce amichevole. Sorride in maniera garbata. Ascolta con molta attenzione le mie impressioni. Com’è giusto che sia, trae profitto dai feedback che riceve dal pubblico. Ha lavorato tanto per portare in scena questa storia. Sente il bisogno di raccontare, di spiegare, di fare capire il perché delle sue scelte. Ogni tanto si lascia andare a qualche risata liberatoria. E’ un professionista, senza ombra di dubbio.

Da un punto di vista linguistico lo spettacolo è strutturato in rima. Quanto è stato impegnativo il lavoro per dare i giusti accenti ai dialoghi?

Devi sapere che non avevo mai lavorato con un testo in rima. C’è bisogno di un ritmo completamente diverso. Noi non abbiamo suggeritori a darci una mano, sul palco siamo solo in tre! Quindi è stato necessario un lavoro di memoria e di consapevolezza del testo molto approfondito, così come è stato necessario individuare la giusta ritmica da proporre poi agli spettatori. Confrontarsi con un testo come il “Cyrano” è stata una sfida vera e propria: c’era un paletto poetico/linguistico e da questo sono state liberate le emozioni, la parte emotiva tua e del personaggio che interpreti, ovviamente. E’ stato un anno impegnativo, ma che ha permesso a me e ai miei colleghi di crescere artisticamente.

Lo spettacolo è stato già portato in scena per le scuole. Come affrontano i ragazzi questa storia così forte, drammatica?

Ecco un’altra sfida! Molti insegnanti mi chiedevano se fosse adatto ad un pubblico di giovanissimi. Io rispondevo con convinzione di sì, ma il dubbio si insinuava. Per fortuna, sin dalla prima rappresentazione, al Liceo Scientifico di Marcianise, ci siamo resi conto che i ragazzi hanno un approccio forte, di grande passione nei confronti di questa drammaticità. Sono sempre coinvolti. Tra le altre cose, abbiamo guidato questi spettatori, facendoli entrare a mano a mano nella storia: abbiamo organizzato un dibattito dieci, quindici giorni prima della rappresentazione in cui abbiamo parlato del testo, dei personaggi e così via. Dopo lo spettacolo, c’è stato un secondo dibattito, proprio per portare a compimento l’intero progetto.

Cyrano è un eroe romantico. Si dice che un attore metta sempre qualcosa di sé nei ruoli che interpreta. Quanto c’è di Cyrano in Raffaele e di Raffaele in Cyrano?

In maniera volontaria o involontaria, capita sempre di mettere qualcosa di te nel personaggio. Con Cyrano e’ stato uno scambio reciproco. Il personaggio mi ha fatto comprendere i miei limiti, attraverso i suoi. La cosa più bella che mi ha donato è stato l’ affrontare la vita con coraggio, nonostante il fallimento. Alla fine c’è la battaglia contro i suoi nemici: la menzogna, i compromessi, la viltà e la stupidità. Tutti, per amore.

Nello spettacolo ho messo molti dei miei errori, i miei “fallimenti”, ma anche la volontà di affrontarli e di riscattarmi.

Dove vi porterà la tournée di Cyrano?

Ovunque! Per ciò che concerne la Campania: Napoli, Salerno, Benevento, Avellino … ma incrocio le dita anche per portare questo progetto in altre regioni. Di sicuro verrà presentato in diverse rassegne, alcune di portata nazionale. Vincere dei premi sarebbe un sogno e una grande soddisfazione. Sul “Cyrano” continuiamo a lavorare giornalmente: i personaggi sono in perenne trasformazione, lavoriamo sulle scene in maniera costante. Poi, prima dell’estate, inizieremo le prove di un nuovo spettacolo, ma non posso anticiparvi nulla!

Passiamo ora a Teresa Perretta

Una cosa che ho sempre amato di questo spettacolo è il fatto che i protagonisti si evolvano nel corso della vicenda. Rossana è il caso esemplare …

Parliamo di maturazione di un processo evolutivo. E’ quello che Rossana fa ed è più evidente rispetto agli altri due personaggi che, soprattutto nel caso di Cristiano, sono un po’ costretti dagli eventi. Rossana invece si evolve autonomamente. Credo che sia il suo aspetto più interessante. Una ragazzina che diventa donna. Sono sincera: all’inizio ho rifiutato un po’ questa ragazzetta perché non mi apparteneva. Troppo superficiale e furba, calcolatrice. Ma poi, con la maturità, si accorge che la verità è ben altro rispetto all’essere fisicamente e al saper parlare in un certo modo. Questo passaggio mi ha affascinato. Però ammetto che l’affrontare questa trasformazione non è stato affatto facile. Il motivo è semplice: lo sappiamo … nella vita reale, una crescita richiede molto tempo, un rapporto costante con te stesso e con gli altri. Nel riadattamento realizzato da Raffaele il tutto avviene invece con tempistiche più ristrette.

Rossana ama Cristiano che è bello e (crede) poetico ed intelligente. Però lo amerebbe anche se fosse brutto. In tutta onestà, se al posto di Rossana ci fosse stato un uomo, credi che avrebbe avuto lo stesso comportamento con una donna bruttina?

Non credo ci siano differenze tra uomini e donne in questo contesto. Sì, volendo seguire dei luoghi comuni, forse la donna ci arriva prima dell’uomo (scoppia a ridere). Però voglio andare al di là delle solite analisi. Anche perché credo che il tutto dipenda dall’uomo coinvolto, dalla sua sensibilità, dalla sua emotività, dalla sua empatia. Una donna è più predisposta a certi passaggi sia fisicamente sia emotivamente. Però l’uomo non è da meno. Il cuore è quello.

In alcuni casi lo si dà troppo per scontato.

Secondo me sta all’uomo decidere di cogliere e portare con sé quei passaggi viscerali tipici dell’amore. Così facendo può fare in modo che crescano. E’ un percorso totalmente soggettivo, si basa su una scelta: quella di ricercare la verità e di ottenere un equilibrio relazionale e non solo. Di sicuro c’è bisogno di tanto coraggio … eh, hai detto niente! (Ride di gusto).

Il fatto è che siamo troppo soggetti alle convenzioni sociali e molto spesso abbiamo quasi paura di imporci ad esse. Le nostre scelte sbagliate dipendono anche da questo, indipendentemente dal fatto che sia un uomo o una donna a farle.

Rispetto al personaggio che ha interpretato sul palco (inevitabilmente più controllato), dietro le quinte, Teresa è un vero e proprio uragano: trascinante e coinvolgente. Ogni frase è substrato per una nuova battuta. E’ il suo modo di scaricare la tensione, lo si capisce al volo. Nel corso dell’intervista rivela una personalità assai complessa ed articolata.

Sei romantica? Ti piace l’idea del rapporto epistolare? Tra Whatsapp et similia sembra destinato a svanire…

Bella domanda! Sì, sono estremamente romantica. In un primo momento non ho amato moltissimo questi social. Hanno reso sterili i rapporti umani, li hanno resi frettolosi, privandoli di un contesto romantico, poetico. Non sono contro il progresso, sia chiaro, ma questi nuovi contesti di comunicazione dovrebbero essere utilizzati nel modo giusto. Se ne fa un uso spropositato. Dovrebbero rendere la vita più semplice e ce l’hanno invece rovinata. Adoro la corrispondenza epistolare: da bambina scrivevo un sacco di lettere alle mie amiche delle vacanze. Adesso si usano le e mail, i messaggi e i vari programmi di messaggistica. Io cerco di usarli per lavoro. Però un sentimento non si esprime così … non c’è paragone con il profumo del foglio, il colore dell’inchiostro della penna, la forma delle lettere. Mi dispiace per le nuove generazioni, che non hanno avuto l’opportunità di poter vivere il sapore dello scrivere una lettera. Durante i laboratori con i ragazzi abbiamo fatto spesso questa domanda “Avete mai scritto una lettera?”  La risposta è triste. Preferiscono il whatsapp.

Ma poi … vogliamo parlare dell’attesa? Il tempo necessario per ricevere la risposta, l’immaginarsi quello che c’è scritto. Sono cose indescrivibili, uniche! Mi appartengono perché le ho vissute.

Secondo me i ragazzi dovrebbero essere rieducati a scrivere lettere in italiano, senza la x al posto del però e del perché e così via. Io le chiamo le parole mozzate.

Recentemente, cinque o sei mesi fa, ho scritto una lettera troppo bella ai miei genitori. Sai che li ho fatti commuovere?

No, non c’è proprio paragone!

Saluto i due giovani attori, augurando loro che questo progetto possa portare loro le più belle soddisfazioni umane ed artistiche.

Raffaele Patti e Teresa Perretta: Cyrano, uno splendido perdente. was last modified: maggio 17th, 2017 by L'Interessante
17 maggio 2017 0 commenti
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Sergio
CinemaCulturaIn primo pianoTeatroTv

Sergio Del Prete: un ragazzo timido, rinato grazie alla recitazione.

scritto da L'Interessante

Sergio

Di Christian Coduto

Arriva nei pressi di Piazza Plebiscito in perfetto orario. Sorridente come sempre. Ha un atteggiamento amichevole che suscita immediatamente allegria. Mi saluta in maniera educata e cordiale.

Un caffè nel celebre “Gambrinus” ci sta tutto. Soprattutto oggi pomeriggio: Napoli con il sole è la fine del mondo. Sergio, da persona socievole e abituata ad essere in contatto con tante persone, scherza allegramente con i camerieri. Sembra quasi di casa.

L’intervista sarà veloce, ritmata. Eppure, senza affanni. Tende a coinvolgerti, ad abbracciarti con le parole. “E’ una parte di Napoli che conosco molto bene” mi dice “Ho lavorato anche nel Tunnel Borbonico, tempo fa. Un’esperienza molto bella, quella di Noi vivi, ambientata durante la seconda guerra mondiale”.

Sergio Del Prete ci parla del suo percorso artistico.

Chi è Sergio Del Prete?

Un trentenne, della provincia di Napoli, che ama il mare e il cibo.

Quando hai capito che la recitazione avrebbe avuto un ruolo così importante nella tua vita?

Nel momento in cui ho visto che stava diventando il modo migliore che avessi per comunicare: un adolescente timido e riservato aveva finalmente trovato un modo per farsi “accettare”.

Il connubio attore/timidezza è piuttosto frequente. Molti sono i personaggi del mondo dello spettacolo che hanno delle piccole remore, che tendono alla riservatezza. Per molti di quelli che ho conosciuto ed intervistato era un fatto tangibile, evidente. Ammetto, stavolta, di essermi sbagliato: il modo in cui è seduto, il suo modo di parlare, persino l’abbigliamento riflettono una sicurezza incredibile. Forse, cerca di darsi un tono per non lasciare trasparire quei piccoli limiti che, inevitabilmente, ogni essere umano possiede. Apparire “imperfetto” (virgolette d’obbligo) non lo aiuterebbe a superare di certo il suo essere introverso. Un leone con un cuore tenero? Definiamolo così.

Sei un attore che si è fatto le ossa sul palco, in realtà più piccole e in produzioni importantissime. La gavetta sembra essere un optional, soprattutto per i personaggi (o presunti tali) che provengono dalla televisione. Come affronti questo involgarimento che sta subendo il teatro?

Come per tanti attori napoletani, le mie prime ispirazioni sono nate dalla grandezza di Eduardo, la genialità di Totò e la delicatezza di Massimo Troisi. Personaggi che trasmettono involontariamente, come tutti i grandi, il senso del sacrificio, che non è sempre una parola che deve far paura. La gavetta prevede anche una base di curiosità nell’artista, nel volersi confrontare con diversi metodi. Purtroppo viviamo nell’epoca del “tutto e subito”, dei “fenomeni del momento”. L’involgarimento non lo subisce il teatro, ma il suo mercato e, purtroppo il pubblico. Il teatro è molto più grande di tutti noi. È un involgarimento che deriva dai produttori che sono sempre più interessati, giustamente o ingiustamente, solo ai numeri e non ai numeri uniti alla qualità. Da attore non disprezzerei certo ruoli televisivi, ma cercherei allo stesso momento di avere sempre di più quella curiosità del bambino/attore di teatro.

Hai lavorato, in diverse occasioni, con un artista del calibro di Ernesto Lama. Ultimo in ordine cronologico, il bellissimo progetto “Anonimo napoletano”. Quanto è importante la sintonia con il regista per la resa sul palco?

Ernesto Lama è un po’ un mio “padre artistico”. Artisti geniali come lui ce ne sono davvero pochi in giro. Da diversi anni lui conduce laboratori, trasmettendo il suo sapere teatrale che è infinito. È uno di quegli artisti che il teatro glielo vedi negli occhi, nelle mani, nelle rughe. Impari osservandolo attentamente, osservando le sue infinite sfumature. La sintonia con un regista è decisiva ai fini dello spettacolo. Il regista non deve fare altro che stimolare all’ennesima potenza l’attore e farlo sguazzare nella sua libertà all’interno di un contenitore. L’attore per natura è libero, non lo puoi ingabbiare, ma lo devi accompagnare per mano. Se vuoi davvero il massimo da un attore lo devi stimolare, affiancare, non ingabbiarlo.

Un’altra esperienza importante: “Signori in carrozza”, con Giovanni Esposito, ancora Ernesto Lama e Paolo Sassanelli, che ne cura la regia …

La mia prima tournèe. Un’esperienza fondamentale per la mia carriera. Sono arrivato a questo spettacolo grazie ad Ernesto Lama che mi ha proposto al regista Paolo Sassanelli, che mi ha scelto dopo aver sostenuto un provino. La fortuna di aver lavorato in questo spettacolo sta nel fatto di aver avuto la possibilità della ripetitività. Si ha l’opportunità di “provarti” come attore ogni sera, di calibrare con il pubblico i tuoi tempi, i tuoi sguardi, i tuoi movimenti. Poi, avere l’opportunità di stare in scena con Ernesto, Giovanni e Paolo, non capita tutti i giorni. Questa opportunità l’ho sfruttata come una grande scuola, osservando la grandezza, i dettagli, i particolari, le piccole abitudini e manie di questi tre grandi artisti. Giovanni Esposito è tra gli attuali attori più bravi d’Italia a mio parere, un attore intelligente, dal quale devi rubare la sua grande professionalità e precisione. Con Ernesto impari tanto mestiere, è uno di quegli attori che sa perfettamente cosa accade alle sue spalle, uno che conosce i centimetri del palco in cui si trova, a memoria. Paolo Sassanelli invece è un poeta, il suo metodo inizialmente sembra essere scoordinato, ma alla fine ti accorgi che la sua regia è un orologio di poesia, un grande uomo. Una sua frase che non dimenticherò mai è: “Uno spettacolo bello lo fanno in tanti. Noi dobbiamo cercare di fare uno spettacolo straordinario”.

Per il Napoli Teatro Festival Italia 2016 reciti ne “La tempesta”, accanto a Michele Placido

 

Un’esperienza emozionante per diversi motivi. Prima di tutto incontrare Placido: ero un po’ intimorito da lui a dire il vero. Quando incontro grandi uomini di teatro e dello spettacolo cerco di relazionarmi a loro sempre con grande rispetto e riserbo, ma lui è una persona semplicissima, che ha il sud negli occhi.

Ma un’emozione ancora più forte l’ho provata perché ho recitato uno dei testi più belli, secondo me, della storia del teatro: la traduzione della “tempesta” di Eduardo De Filippo. Un testo che leggi e mentre lo fai ti batte il cuore forte. Ho recitato la parte di Calibano, lo schiavo orco dell’isola. In quella occasione, ho scoperto che Placido aveva interpretato lo stesso ruolo ben 30 anni prima.

 

Quest’ultima frase me la dice con una punta di orgoglio e di immensa soddisfazione. Sempre, però, nell’ottica del bambino che si avvicina al mondo del teatro: con stupore, curiosità, tenerezza.

Sei apparso in tv in un piccolo ruolo in “Un posto al sole”, ma soprattutto in “Sotto copertura 2”. Quali differenze hai trovato, in termini di approccio al personaggio, dinamiche, tempistiche, rispetto alla realtà teatrale?

Sono due mondi differenti. L’attore è un atleta e il cinema, la televisione e il teatro sono semplicemente sport differenti. L’approccio al personaggio cambia non solo in base al contesto/sport, ma anche in base al ruolo. Ci sono ruoli per i quali lo studio inizia tempo prima perché devi entrare in dinamiche di vita che non ti appartengono e da attore devi avere la lucidità di entrare e uscire da questa ad ogni ciak battuto. Li è tutto molto più veloce, soprattutto in televisione. La mia vita è in teatro, dove c’è il tempo di capire cosa stai facendo, dove sei e in che modo puoi esprimerlo. Il pubblico è lì, non si scappa, se sbagli sei fregato, ma sei fregato soprattutto con te stesso. Se svolgi il tuo lavoro come Dio comanda il pubblico lo riconosce sempre.

Al cinema sei stato diretto da registi del calibro di Guido Lombardi, Mario Martone, Sidney Sibilia. Cosa provi quando (e se) ti rivedi sul grande schermo?

Rivedo subito i miei limiti e i miei errori, sono molto critico con me stesso. Sono uno stakanovista, mi stanco raramente e cerco sempre di fare meglio, e credo si possa riuscire solo riconoscendo i proprio limiti e i propri errori.

Ecco, appunto: l’autocritica. Nel corso dell’intervista, ciò che avevo intuito all’inizio appare molto più chiaro, evidente.

Partecipi a “Caserta dream palace”, un maestoso cortometraggio diretto da James McTeigue. Credi che, da un punto di vista registico, gli artisti stranieri seguano dei percorsi differenti rispetto ai nostri cineasti? Intendo: emozioni da trasmettere, uso della tecnica e dei mezzi tecnici a disposizione, montaggio, direzione degli attori …

L’impressione che ho avuto è che in questi grandi progetti, nulla è lasciato al caso e tutti sanno perfettamente cosa fare. Tecnicamente sono straordinari, in Italia c’è ancora un metodo artigianale, che a mio parere non è sempre sbagliato. C’è una grande differenza artistica, credo che l’Italia da un punto di vista “industriale” debba ancora lavorare tanto, ma ci sono dei grandi artisti che spesso vengono schiacciati da dinamiche che di artistico hanno ben poco.

Un’altra collaborazione importante è quella con il regista Roberto Solofria: insieme a lui interpreti e dirigi “Chiromantica Ode Telefonica Agli Abbandonati Amori”, che state portando in tournèe da molto tempo. Ti va di parlarcene?

“Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” è uno spettacolo che nasce perché io e Roberto Solofria, direttore del Teatro Civico14 di Caserta, che conosco da più di 10 anni, abbiamo sempre provato un amore forte per quegli autori coraggiosi che, negli anni ’80 a Napoli e in Italia, hanno dato una sterzata alla drammaturgia contemporanea e hanno dato vita ad un nuovo modo di fare teatro. Parlo di Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Giuseppe Patroni Griffi e Francesco Silvestri. Leggendo i testi di questi meravigliosi autori, non ci interessava però fare un semplice collage, ma unire i loro testi, come si unirono loro, collaborando, per le scene dell’epoca, inserendoli in un unico contesto che li rappresentasse. Leggendo i loro testi vennero fuori parole come: passione, amore, abbandono, telefono, gelosia, Napoli. Ci interessava unire questi testi a persone con una vita devastata, non considerata, ai margini della società, rinchiusi in quella gabbia che è metafora dell’impossibilità di andare verso quella libertà di amare, quella voglia di urlare il proprio abbandono. Ma a chi? Chi ascolta i due protagonisti? Chi ha il coraggio di liberarsi dai propri limiti? “Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” é tra gli spettacoli più emozionanti e formativi che fino ad ora io abbia incontrato sul mio sentiero teatrale, perché racconta qualcosa che purtroppo, troppo spesso, si perde di vista: L’essenza. La sostanza. Raccontiamo quindi, la storia di due persone che denunciano il loro abbandono, la loro voglia di amare ed essere amati, con un velo di chiromanzia che magicamente contorna la dura verità del teatro. Cerco di non affezionarmi troppo ai miei lavori, personaggi, ma con “Chiromantica” è nata una storia d’amore, lo ammetto. È uno spettacolo che ho nell’anima, perché rispecchia esattamente la mia idea di teatro, la mia idea di vita, dice tutto di me, mi mette a nudo.

 

Teatro, cinema, tv, radio. Attore e regista. Quale pensi sia la collocazione più adatta a Sergio Del Prete?

La risposta può sembrare banale, ma sicuramente il teatro. È il mio modo di comunicare, è dove si ha la libertà. Viviamo in una società che ci costringe ad essere attori, a rispettare dei ruoli che non vogliamo, ma che siamo costretti a rispettare, in teatro invece c’è la libertà di esserlo. Nel privato infatti sono molto riservato, ho pochi amici fidatissimi, a teatro invece mi esprimo apertamente, riesco a fare quello che voglio, rispettando sempre le regole del gioco. Come dicevo prima, mi metto a nudo. Ah mi colloco anche benissimo in cucina, adoro cucinare quanto amo fare l’attore (scoppia a ridere).

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Ultimo film, “la vendetta di un uomo tranquillo” di Raúl Arévalo e mi è piaciuto così così

Ultimo cd, l’ennesimo di Pino Daniele. Ho una passione maniacale per Pino Daniele e per la sua musica. Mi manca tanto.

Ultimo spettacolo, Play duet, con Tonino Taiuti e Lino Musella, meraviglioso spettacolo.

Cosa dobbiamo attenderci da Sergio Del Prete per questo 2017?

Spero spettacoli belli da far vedere, però appena lo so pure io te lo dico.

Termino con una domanda Marzulliana : fatti una domanda e datti una risposta

Cosa avresti fatto, se non avessi iniziato a fare l’attore? Non ho la più pallida idea, è l’unica cosa che riesco a fare. Forse il cuoco.

Un incontro interessante, il nostro. Un’anima da studiare, da conoscere meglio. Di sicuro, un uomo dalle grandi doti attoriali.

Sergio Del Prete: un ragazzo timido, rinato grazie alla recitazione. was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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Teatro
CulturaIn primo pianoTeatro

Teatro Augusteo: un pomeriggio in compagnia

scritto da L'Interessante

Teatro Augusteo.

Martedì 21 marzo, a partire dalle ore 17.30, il Teatro Augusteo, in collaborazione con Viola Produzioni e la Compagnia della Rancia, offrirà l’opportunità di trascorrere un pomeriggio con gli artisti del musical “SISTER ACT” in scena al Teatro Augusteo di Napoli da venerdì 17 fino a domenica 26 marzo

Belia Martin, Jacqueline Maria Ferry, Suor Cristina e tutto il resto del cast artistico saranno a disposizione per raccontare curiosità sullo spettacolo e rispondere alle domande del pubblico e della stampa, svelando alcuni ‘segreti’ dello spettacolo musicale.
Per poter partecipare all’incontro è necessario prenotare via email specificando nome, cognome, indirizzo email, numero telefonico e numero di partecipanti a questo indirizzo: stampa.teatroaugusteo@gmail.com.
L’incontro si svolgerà presso il Teatro Augusteo per il pubblico prenotato e per la stampa, come segue:

Martedì 21 marzo
Ore 17.30 – Incontro con la Compagnia presso la sala del teatro.
Ore 18.30 – Opportunità per fare una fotografia di gruppo con la Compagnia
e visita al backstage
Ore 19.00 – Possibilità di assistere al riscaldamento fisico e vocale della
Compagnia
Ore 19.30 – Termine incontro
Ciascun partecipante all’incontro sarà premiato con un buono per l’acquisto di un biglietto a tariffa speciale per lo spettacolo della sera stessa, che si terrà alle ore 21.00.
Il posto in platea avrà un costo di € 22,00 anziché € 35,00 e quello in galleria avrà un costo di € 12,00 anziché € 25,00.

Teatro Augusteo: un pomeriggio in compagnia was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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abito
CulturaIn primo pianoTeatro

L’abito nuovo: il ritorno dello spettacolo di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello

scritto da L'Interessante

Abito.

Di Erica Caimi

Da martedì 14 marzo al Teatro Sala Fontana di Milano è in scena lo spettacolo «L’abito nuovo», l’adattamento teatrale curato da Eduardo De Filippo dell’omonima novella di Luigi Pirandello.

Le strade dei due luminari del teatro e della letteratura si sono incrociate un’unica volta, quella in cui hanno dato vita alla commedia «L’abito nuovo», andata in scena per la prima volta al teatro Manzoni di Milano nel 1937, un dialogato in due atti e tre quadri tratto da un racconto di Luigi Pirandello e arrangiato da Eduardo De Filippo. All’epoca, la prima è stata accolta con poco entusiasmo dal pubblico, criticata anche da Peppino De Filippo che non condivideva la scelta del fratello di aver abbandonato la drammaturgia napoletana in favore di adattamenti di opere altrui. Nel 1964 Eduardo decide di rielaborare nuovamente la commedia per farne un’edizione televisiva che oltre a lui vanta tra gli interpreti Ugo d’Alessio, Carlo Lima e Pietro Carloni. Da quel momento la pièce piomba letteralmente nel dimenticatoio.

L’ abito nuovo: la trama

Le vicende de «L’abito nuovo» ruotano intorno al protagonista Michele Crispucci, un uomo di umili origini ma alti principi morali che non vuole accettare l’eredità della defunta moglie pur di non perdere la sua dignità. La donna, infatti, aveva abbandonato lui e la figlia per vivere una vita equivoca accumulando ricchezze concedendosi ad amanti facoltosi. Accettare il suo patrimonio significa lasciarsi corrompere dal vile denaro e Crispucci cerca di resistere al compromesso, un tentativo inspiegabile agli occhi della madre e della figlia, le quali insistono affinché lui non si lasci imprigionare da un’inutile rigidità morale. Il protagonista è un solitario paladino in lotta contro l’avido materialismo e il degradante attaccamento degli uomini alle cose, piuttosto che ai sentimenti. Il racconto breve di Pirandello inizia con un abito consunto, che Crispucci indossa da tempo immemore, e si conclude con un abito nuovo, un passaggio innocente all’apparenza, che rappresenta, invece, il fulcro principale del testo. L’orgoglio e la sua incrollabile integrità lo condurranno sull’orlo di una lucida follia e capirà, suo malgrado, che la natura umana è facilmente corruttibile.

La compagnia “La luna nel letto” riporta in scena lo spettacolo “L’abito nuovo”

A riportare in scena lo spettacolo, alla Sala Fontana di Milano a partire da martedì 14 marzo, è un’altra interessante liaison, quella tra Michelangelo Campanale con la sua compagnia pugliese «La luna nel letto» che accampa una regia visionaria ispirata alla poetica pirandelliana e Marco Manchisi, attore e autore napoletano, che ha curato la stesura del testo, comparando fedelmente il dramma del 1935 e la riscrittura del ‘64 per le riprese Rai.

Inserita nel filone della Cantata dei giorni pari, «L’abito nuovo» riprende tutti i temi cari ai due autori, la miseria e il teatro nel teatro tipici dell’arte di De Filippo si fondono alla tragedia insita nella drammaturgia di Pirandello. A lasciare un po’ di amaro in bocca, invece, sono le figure femminili che hanno un ruolo del tutto avvilente e privo di possibilità di riscatto. Sarà, forse, a causa del testo datato, ma le donne della pièce o sono scialbe perbeniste o sono sgualdrine da lapidare perché non si attengono alle convenzioni imposte dalla società dell’epoca. Se da parte degli uomini non c’è alcun segno di pietà nei giudizi, neppure quando poveretta fedifraga muore tragicamente, anche da parte delle donne è assente qualunque istinto di solidarietà o comprensione. Da questo punto di vista il testo risente del peso del suo anacronismo e dimostra esattamente gli anni che porta.

TEATRO SALA FONTANA

14-19 Marzo 2017

L’ABITO NUOVO

di Eduardo de Filippo e Luigi Pirandello

con Marco Manchisi, Nunzia Antonino e Salvatore Marci

e Vittorio Continelli, Annarita De Michele, Adriana Gallo, Paolo Gubello, Dante Manchisi, Olga Mascolo, Antonella Ruggiero, Luigi Tagliente

regia scene e luci Michelangelo Campanale

Produzione Ass. Cult. Tra il dire e il fare/La Luna Nel Letto

L’abito nuovo: il ritorno dello spettacolo di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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blind
CulturaIn primo pianoMusicaTeatro

BLIND DATE, concerto al buio di Cesare Picco: sublime sinestesia

scritto da L'Interessante

Blind

Di Luigi Sacchettino 

 

Un mese fa. 14 febbraio. San Valentino. Una festa piena di luce, candele e luccichii.  

Io decido di stare al buio. No, non sono uno di quei single che in quel giorno un po’ arranca.  

Decido di stare al buio del teatro Bellini. Nel rosso Bellini. 

Sì, perché torna al Teatro Bellini il Blind Date, il concerto al buio ideato nel 2009 dal pianista e compositore Cesare Picco e portato in giro da CBM Italia Onlus. CBM è la più grande organizzazione umanitaria internazionale impegnata nella prevenzione e cura della cecità e della disabilità nei Paesi del Sud del mondo;  sono  circa 39 milioni le persone affette da cecità, una condizione che tuttavia potrebbe essere evitata nell’ 80 per cento dei casi, con interventi mirati. A un costo irrisorio se si pensa all’importanza della vista. 

Com’è strutturato il blind date? 

Il concerto è basato su una semplice e magica formula: si inizia con la  LUCE-, si passa al BUIO, intenso, pesto, lungo 30 minuti–, e si termina con la LUCE. A voler rappresentare il percorso che un malato affetto di cataratta può subire. Una formula che esprime appieno la missione di CBM: ridare la vista alle persone che non vedono e che, senza l’intervento dei medici di CBM, sarebbero destinate a vivere nella cecità e nel buio assoluto. 

Blind date è un’esperienza sensoriale e percettiva unica. Cosa c’è di strano nello stare mezzora ad occhi chiusi ad ascoltare della musica?- starete pensando.  

Ho vissuto sulla mia pelle cosa significhi non usare la vista come organo di senso principale: occhi chiusi oppure aperti il risultato in quel momento è il medesimo. Inizialmente ci si sente combattuti, si prova e riprova a spingere gli occhi a vedere. Poi ci abbandona a quel senso di impotenza.  

Si sposta l’attenzione dal pensiero alle sensazioni e all’emozioni. Ci si abbandona più a udito, tatto, naso. 

Perché in un momento di disorientamento  ci si ritrova ad allungare la mano versa la spalla di un’ amica e toccandola si torna sereni, condividendo quel momento di solitudine. Insieme. Da solo sarebbe stato devastante.  

Perché pensi a quanto dannatamente sei fortunato a poterle vedere certe cose. E subito empatizzi con coloro che tutto ciò non possono farlo. Eppure per noi aprire gli occhi e vedere è un gesto facilissimo. Scontato. Naturale. 

Abbiamo un potere enorme nel poter aiutare chi, al momento, questo potere naturale, scontato l’ha perso. 

Io ho guardato, ed ho decido di vedere. 

Non sarei potuto rimanere cieco rispetto a tutto ciò. 

“Non importa quello che stai guardando, ma quello che riesci a vedere.” 

Henry David Thoreau. 

 

 

BLIND DATE, concerto al buio di Cesare Picco: sublime sinestesia was last modified: marzo 13th, 2017 by L'Interessante
13 marzo 2017 0 commenti
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Salotto
CulturaEventiTeatro

Il Salotto a Teatro ospita Isa Danieli e Lello Arena

scritto da L'Interessante

Salotto.

Isa Danieli e Lello Arena saranno gli ospiti del prossimo appuntamento de “Il Salotto a Teatro” ideato e condotto da Maria Beatrice Crisci

L’incontro è in programma sabato 11 marzo alle ore 18.30 nel Comunale di Caserta. I due attori saranno ospiti di questo nuovo incontro, aperto al pubblico con ingresso libero come tutti gli altri eventi del ciclo. E di veri e propri eventi si tratta. Si potrà interloquire con gli attori, fare domande e scoprire le possibili chiavi di lettura prima che vada in scena «Sogno di una notte di mezza estate». Lo spettacolo di Ruggero Cappuccio, avrà inizio alle ore 20.45. La replica è per domenica con la pomeridiana delle 18.

“Il Salotto a Teatro”, incontri tra i protagonisti della scena ed il pubblico, nasce con lo scopo di contribuire a superare la barriera tra palcoscenico e platea, mettendo in diretto rapporto registi, attori, autori con gli spettatori e con tutti quanti amino il mondo teatrale. Conoscendo la trama dello spettacolo, la sua genesi culturale, le caratteristiche della regia, l’interiore approccio interpretativo degli attori, il pubblico potrà ancora meglio apprezzare la rappresentazione e scorgere cosa ci sia sotto la maschera di scena. Si tratta sicuramente di una bella opportunità artistica e culturale che permette al pubblico di conoscere da vicino gli artisti in scena al Teatro Comunale “Costantino Parravano”.

Il Salotto a Teatro ospita Isa Danieli e Lello Arena was last modified: marzo 11th, 2017 by L'Interessante
11 marzo 2017 0 commenti
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