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Autore

L'Interessante

Stalking
AttualitàIn primo piano

Stalking: caso Boschi, quando la legge non è uguale per tutti

scritto da L'Interessante

Stalking

Di Carmen Giaquinto

Dopo l’arresto nel novembre del 2016, Giuseppe Dragone, originario della Campania, più precisamente di Pozzuoli, è stato condannato a due anni e due mesi di carcere con il rito abbreviato. Il quarantacinquenne è stato accusato di stalking nei confronti dell’ex ministro delle Riforme ed attuale Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. I messaggi con i quali tempestava letteralmente la casella postale della Boschi passano da frasi d’amore a minacce di morte, in una furia ossessiva che gli aveva già causato gli arresti domiciliari mesi prima, quando era stato fermato nei pressi di un ristorante di Santa Maria Novella, a Firenze, in quanto si rifiutava di pagare il conto del pranzo, poche decine di euro. Gli agenti, dopo averlo identificato ed aver inserito il suo nome negli archivi, si sono resi conto che l’uomo era ricercato perché a suo carico pendeva una misura cautelare di arresti domiciliari per atti persecutori proprio ai danni dell’ex ministro. Secondo quanto appreso da fonti di polizia, l’uomo sarebbe stato sottoposto da tempo alla misura di divieto di avvicinamento verso la donna e a quella dell’obbligo di dimora nel suo comune di residenza in Campania.

Tra stalking e messaggi

«Non c’è mai stato alcun contatto tra il mio assistito ed il ministro Boschi, che non ha mai risposto ai messaggi», ha spiegato il difensore di Dragone, l’avvocato Guido Iaccarino. L’ossessione che l’uomo aveva sviluppato negli anni «deriva da una patologia psichiatrica che dura da anni». La segretaria della giovane donna leggeva quotidianamente centinaia di mail dai contenuti abbastanza accesi e preoccupanti in un mix di delirio amoroso e omicida: “Amore ti porterò con me in paradiso. Tu sei il mio fiore”; “Ti amo ma ti devo ammazzare”; “Boschi tra i Boschi amore a tema… ma se ti ammazzo chi ti troverà?”; “Amore sbloccami oppure parto prima e ti ammazzo…sai che sono geloso”.Mille e-mail in soli tre mesi. E-mail che hanno allarmato la sicurezza di Maria Elena Boschi, assente in tribunale venerdì scorso, non costituendosi, però, parte civile.

La vita ai tempi dello stalking

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque reiteratamente, con qualunque mezzo, minaccia o molesta taluno in modo tale da infliggergli un grave disagio psichico ovvero da determinare un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina o comunque da pregiudicare in maniera rilevante il suo modo di vivere, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei messi a quattro anni”, così recita l’art. 612 bis del codice penale, introdotto con la legge n. 38 del 2009 in materia di sicurezza pubblica, di contrasto alla violenza sessuale e di atti persecutori. Ma quando ad essere perseguitati sono le donne (e gli uomini) normali, senza cognomi importanti, la legge cade nel dimenticatoio e tutto si addebita all’ormai diffusissimo termine “femminicidio”, usato, talvolta, in maniera impropria. Secondo l’Istat, tre milioni e quattrocento sessantasei mila donne italiane hanno subito stalking nel corso della loro vita, da ex fidanzati o da sconosciuti squilibrati. Non bastano le già utili associazioni (vedi Telefono Rosa o Doppia Difesa, ideata da Giulia Bongiorno) che offrono, in primis, un supporto morale alla vittima che in genere ha paura di denunciare. Il problema non è la novità di una legge che non funziona. Il problema sono i tempi della giustizia. Passa troppo tempo tra la denuncia e la salvezza, per questo molte donne temono di aggravare la situazione ed adirare maggiormente lo stalker. E così capita sempre di più che quei messaggi spinti e terrificanti, quegli sguardi d’odio represso si trasformino in schiaffi, urla, spintoni e colpi di pistola. Senza mezzi termini. E soprattutto, senza la tutela di uno Stato che sapeva ma che è rimasto con le mani in mano. Come se il caso della Boschi fosse più grave di quello di Andrea Toccaceli, diciott’anni, picchiata dal fidanzato ventitreenne e spinta giù da un viadotto lungo la statale 73 bis nelle Marche, un volo di quindici metri che è stato seguito dal tentato suicidio del ragazzo stesso. Lo Stato ha la colpa di non riuscire a fermare l’aggressore prima che accada l’irreparabile, anche se la vittima lo denuncia molto prima. Eppure è fondamentale intervenire immediatamente in seguito alla denuncia. Come spiegano anche gli esperti dell’Osservatorio Nazionale Stalking, la dinamica del bracconaggio (to stalk significa, appunto, braccare) ha un altissimo rischio di recidiva e di passaggio dall’atto grave senza manifestazioni intermedie: spesso si passa, infatti, dalla violenza psicologica agli atti persecutori, di solito dopo una separazione o un rifiuto, fino all’omicidio. Ecco, quindi, che la vicenda dell’ex ministro è su tutti i giornali e le migliaia di denunce giornaliere restano tra la polvere di una burocrazia troppo indaffarata. Due pesi, due misure. Nell’attesa che si diffonda una maggiore sensibilizzazione, la massima solidarietà va a Maria Elena Boschi, un’altra vittima dello stalking nostrano.

Stalking: caso Boschi, quando la legge non è uguale per tutti was last modified: marzo 20th, 2017 by L'Interessante
20 marzo 2017 0 commenti
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Parthenope
CulturaEventi

Parthenope: incontro su Hector Malot

scritto da L'Interessante

Mercoledì 22 marzo alle ore 10,00 presso la sede di palazzo Pacanowski dell’Università Parthenope, aula 2.5, avrà luogo la giornata internazionale “Hector Malot au carrefour des cultures”. La giornata, fortemente voluta da Antonio Garofalo, direttore del Dipartimento di Studi Economici e Giuridici e da Carolina Diglio, presidente del corso di studi di Management delle Imprese Internazionali e coordinatrice del dottorato di ricerca in “Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche” vedrà la partecipazione di studiosi ed esperti di chiara fama, quali Francis Marcoin, Danielle Dubois-Marcoin, dell’università d’Artois, Aldo Antonio Cobianchi, segretario nazionale della SIDEF (Società Italiana dei Francesisti), Luigi Ferraiuolo, noto giornalista di TV2000.

Previsti in apertura i saluti di Jean-Paul Seytre, Console Generale di Francia e, in collegamento Skype, l’intervento dell’erede dello scrittore, Agnès Thomas-Maleville, giornalista e scrittrice.

A fare gli onori di casa Raffaella Antinucci e Maria Giovanna Petrillo, relatrici in questa giornata densa in cui illustri enti hanno voluto concedere il patrocinio: l’AMOPA, l’Association des membres de l’ordre des palmes académiques, l’Institut Français di Napoli, nonché la nota associazione Italiques, l’Università d’Artois, l’Associazione degli Amici di Hector Malot e la Sidef .

Un incontro da non perdere alla Parthenope

Si tratta di un momento di studio volto a riscoprire l’importanza di questo “figlio indipendente di Balzac” – spiega Marcoin – ovvero, di un grande fotografo della realtà contemporanea, giornalista e romanziere del XIX secolo nonché autore dell’indimenticabile “Sans famille”.

“L’incontro è organizzato nell’ambito del programma di scambio dell’università campana – conclude Garofalo – ; Francis Marcoin, infatti, visiting professor presso il dipartimento di studi economici e giuridici, proveniente dall’Université d’Artois, direttore del Centre Robinson (Centre de Ressources et de Recherche sur la Littérature de Jeunesse et sur les Politiques d’incitation à la lecture des jeunes), nonché direttore della rivista internazionale Cahiers Robinson e presidente dell’Associazione “Les amis d’Hector Malot” terrà dei seminari dottorali e degli incontri con gli studenti con la collega Danielle Dubois volti all’approfondimento della lingua e della cultura francese.

Parthenope: incontro su Hector Malot was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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Sassoferrato
EventiIn primo piano

Sassoferrato torna a casa

scritto da L'Interessante

Sassoferrato

Di M. Rosaria Corsino

Dopo più di due secoli torna a Perugia ‘L’Immacolata Concezione’, capolavoro di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato trasferito dai commissari imperiali di Napoleone al Louvre. L’occasione è una grande mostra dedicata al pittore marchigiano e allestita dal 7 aprile all’1 ottobre negli spazi del complesso benedettino di San Pietro, che proporrà un suggestivo confronto con l’opera di Perugino e Raffaello, cui il Salvi molto si ispirò mentre elaborava una sua cifra originale.

La mostra di Sassoferrato a Perugia

Intitolata ‘Sassoferrato dal Louvre a San Pietro: la collezione riunita’, l’importante rassegna, che permette di riscoprire il talento del maestro seicentesco, è frutto della collaborazione tra il Louvre, la Galleria Nazionale dell’Umbria, la Galleria Nazionale delle Marche e con altre istituzioni, prima fra tutte la Fondazione per l’Istruzione Agraria, (presieduta dal Magnifico Rettore dell’Università di Perugia, Franco Moriconi), cui si deve l’eccezionale prestito del museo parigino. E anche la disponibilità di una sua sede, la Galleria Tesori d’Arte, per ospitare parte del percorso espositivo.

Accanto all” Immacolata Concezione’ del Louvre sarà infatti esposta una quarantina di dipinti, e non solo del Sassoferrato.
I curatori Cristina Galassi e Vittorio Sgarbi hanno puntato a offrire al largo pubblico e agli studiosi anche un confronto con gli artisti della Rinascenza che furono gli imprescindibili modelli stilistici per il Salvi. Le opere del Sassoferrato allestite a Perugia provengono, spiega la Galassi, da varie raccolte pubbliche e private italiane e straniere e tra l’altro ”si potranno ammirare quelle (ben 17) eseguite per il complesso benedettino di San Pietro”.

Una mostra ricca d’arte, non solo Sassoferrato

Sono stati selezionati invece tra i tesori d’arte dei musei cittadini i capolavori di Perugino (tra cui figurano le cinque tavolette della predella del grandioso polittico un tempo sull’altare maggiore della Basilica e il bellissimo ‘Cristo in pietà’, realizzato negli anni della sua estrema maturità), capaci di testimoniare l’enorme influsso del maestro di Città di Castello anche durante il ‘600, soprattutto per la purezza formale delle immagini che lo contraddistingueva. Pari interesse Sassoferrato lo riservò alle opere umbre di Raffaello. In mostra verranno messe a confronto due copie della ‘Deposizione’ Borghese del genio urbinate, la prima di Orazio Alfani, la seconda del Cavalier d’Arpino (provenienti dalla Galleria Nazionale dell’Umbria) con la bella versione dipinta da Sassoferrato nel 1639. Spazio significativo sarà riservato anche alla cosiddetta ‘Madonna del Giglio’, immagine devozionale che assicurò grande notorietà al Sassoferrato, ispiratosi per l’occasione a un dipinto di Giovanni di Pietro detto lo Spagna, dotatissimo seguace di Perugino e Raffaello.

Di fronte a opere del genere, continua Cristina Galassi, gli studiosi si sono interrogati sull’effettiva originalità della pittura dell’artista. ”In realtà, e la mostra lo conferma in pieno, sarebbe sbagliato considerare il Salvi un mero imitatore, perché, come ha acutamente osservato Federico Zeri, egli non si limita a copiare le opere degli artisti presi a modello, ma aggiunge sempre la sua personale interpretazione”. Basti pensare al confronto (in mostra) tra la bellissima Maddalena del Tintoretto e la versione di mano del Sassoferrato, ”dove le forme turgide e quasi sensuali del pittore veneto vengono riproposte dal Salvi con un linguaggio più asciutto e temperato”.

In mostra, d’altra parte, saranno presenti le opere in cui il maestro marchigiano si svela in tutta la sua eccezionale originalità. ”Ecco dunque – spiega la curatrice – la ‘Giuditta con la testa di Oloferne’, tra i capolavori del ‘600 italiano, la grande ‘Annunciazione della Vergine’, opera di rara finezza esecutiva, i santi Benedetto, Barbara, Agnese e Scolastica, lavori in cui l’artista, pur rispettando l’autorità dei modelli, mette da parte ogni forma di deferente imitazione. Esemplare, in tal senso, è anche la ‘Madonna con il Bambino e Santa Caterina da Siena’, concessa dalla Fondazione Cavallini Sgarbi, autentico vertice della pittura religiosa del’600″.

Sassoferrato torna a casa was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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Teatro
CulturaIn primo pianoTeatro

Teatro Augusteo: un pomeriggio in compagnia

scritto da L'Interessante

Teatro Augusteo.

Martedì 21 marzo, a partire dalle ore 17.30, il Teatro Augusteo, in collaborazione con Viola Produzioni e la Compagnia della Rancia, offrirà l’opportunità di trascorrere un pomeriggio con gli artisti del musical “SISTER ACT” in scena al Teatro Augusteo di Napoli da venerdì 17 fino a domenica 26 marzo

Belia Martin, Jacqueline Maria Ferry, Suor Cristina e tutto il resto del cast artistico saranno a disposizione per raccontare curiosità sullo spettacolo e rispondere alle domande del pubblico e della stampa, svelando alcuni ‘segreti’ dello spettacolo musicale.
Per poter partecipare all’incontro è necessario prenotare via email specificando nome, cognome, indirizzo email, numero telefonico e numero di partecipanti a questo indirizzo: stampa.teatroaugusteo@gmail.com.
L’incontro si svolgerà presso il Teatro Augusteo per il pubblico prenotato e per la stampa, come segue:

Martedì 21 marzo
Ore 17.30 – Incontro con la Compagnia presso la sala del teatro.
Ore 18.30 – Opportunità per fare una fotografia di gruppo con la Compagnia
e visita al backstage
Ore 19.00 – Possibilità di assistere al riscaldamento fisico e vocale della
Compagnia
Ore 19.30 – Termine incontro
Ciascun partecipante all’incontro sarà premiato con un buono per l’acquisto di un biglietto a tariffa speciale per lo spettacolo della sera stessa, che si terrà alle ore 21.00.
Il posto in platea avrà un costo di € 22,00 anziché € 35,00 e quello in galleria avrà un costo di € 12,00 anziché € 25,00.

Teatro Augusteo: un pomeriggio in compagnia was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
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Omeopapa

scritto da L'Interessante
Omeopapa was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
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danilo mainardi
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Danilo Mainardi: in memoriam

scritto da L'Interessante

Danilo Mainardi.

Di Antonio Andolfi

All’età di 83 anni si è spento a Venezia l’etologo Danilo Mainardi. Era docente all’università veneziana di Ca Foscari, presidente onorario della Lipu (Lega italiana per la protezione degli uccelli).

La sua passione per gli animali, nata già in gioventù quando iniziò a disegnarli guidato dal padre pittore, si è sviluppata fra studi, divulgazione e molte attività sul campo vestendo i panni anche del pastore e del veterinario.

Danilo Mainardi. Una vita per gli animali

Milanese, laureato in Zoologia a Parma nel 1956 e poi docente all’Università veneziana di Ca’ Foscari, Mainardi fu tra i primi ad avvalersi di documenti filmati per studiare come gli animali sociali affrontano determinati problemi.  

Grande amico di Piero Angela, Mainardi è stato spesso ospite del programma “Super Quark” che gli ha permesso di divulgare il mondo degli animali al grande pubblico. «Danilo Mainardi era una persona straordinaria, uno scienziato apprezzato in tutto il mondo, uno dei primi a occuparsi di etologia. La sua morte è una grave perdita – ricorda Angela -. Eravamo molto amici. Era una persona molto riservata, non si esponeva, teneva un profilo basso. Ci trovavamo bene perché avevamo lo stesso carattere. Arrivava in trasmissione con i suoi filmati, parlavamo cinque minuti e poi partivamo. Era sempre `buona la prima´, era un bravo comunicatore. Alla scienza lascia tutti gli studi che ha fatto, alla divulgazione scientifica lascia quel tono calmo, tranquillo, senza andare sopra le righe, che arrivava subito alla gente».  

Fra le sue varie posizioni ha sostenuto la validità della pet therapy, sottolineando l’importanza e i benefici che gli animali possono dare all’uomo. Ma ha anche spesso criticato la tendenza, sempre più diffusa nella società moderna, a dare significati antropomorfi ai comportamenti animali, di fatto snaturandone le reali caratteristiche.  

Contrario alle corride e all’impiego degli animali nei circhi, ha definito un «problema difficilissimo» la questione della vivisezione per scopi scientifici sottolineando però che l’utilizzo degli animali potrebbe essere notevolmente ridotto. 

L’ultimo ricordo di Danilo Mainardi

“Il mio primo ricordo “affettuoso” di un animale risale probabilmente a quando avevo 6 anni e i miei genitori decisero di regalarmi un cane. Fu una giornata memorabile e provai una gioia immensa. Grazie a quel cucciolo compresi per la prima volta, con assoluta certezza, che era possibile instaurare un rapporto sociale intelligente con un essere non umano. Devo dire, però, che tutti gli animali mi hanno sempre attratto e che il mio interesse per loro ebbe inizio ancor prima di quel magico incontro.”

Danilo Mainardi: in memoriam was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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abito
CulturaIn primo pianoTeatro

L’abito nuovo: il ritorno dello spettacolo di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello

scritto da L'Interessante

Abito.

Di Erica Caimi

Da martedì 14 marzo al Teatro Sala Fontana di Milano è in scena lo spettacolo «L’abito nuovo», l’adattamento teatrale curato da Eduardo De Filippo dell’omonima novella di Luigi Pirandello.

Le strade dei due luminari del teatro e della letteratura si sono incrociate un’unica volta, quella in cui hanno dato vita alla commedia «L’abito nuovo», andata in scena per la prima volta al teatro Manzoni di Milano nel 1937, un dialogato in due atti e tre quadri tratto da un racconto di Luigi Pirandello e arrangiato da Eduardo De Filippo. All’epoca, la prima è stata accolta con poco entusiasmo dal pubblico, criticata anche da Peppino De Filippo che non condivideva la scelta del fratello di aver abbandonato la drammaturgia napoletana in favore di adattamenti di opere altrui. Nel 1964 Eduardo decide di rielaborare nuovamente la commedia per farne un’edizione televisiva che oltre a lui vanta tra gli interpreti Ugo d’Alessio, Carlo Lima e Pietro Carloni. Da quel momento la pièce piomba letteralmente nel dimenticatoio.

L’ abito nuovo: la trama

Le vicende de «L’abito nuovo» ruotano intorno al protagonista Michele Crispucci, un uomo di umili origini ma alti principi morali che non vuole accettare l’eredità della defunta moglie pur di non perdere la sua dignità. La donna, infatti, aveva abbandonato lui e la figlia per vivere una vita equivoca accumulando ricchezze concedendosi ad amanti facoltosi. Accettare il suo patrimonio significa lasciarsi corrompere dal vile denaro e Crispucci cerca di resistere al compromesso, un tentativo inspiegabile agli occhi della madre e della figlia, le quali insistono affinché lui non si lasci imprigionare da un’inutile rigidità morale. Il protagonista è un solitario paladino in lotta contro l’avido materialismo e il degradante attaccamento degli uomini alle cose, piuttosto che ai sentimenti. Il racconto breve di Pirandello inizia con un abito consunto, che Crispucci indossa da tempo immemore, e si conclude con un abito nuovo, un passaggio innocente all’apparenza, che rappresenta, invece, il fulcro principale del testo. L’orgoglio e la sua incrollabile integrità lo condurranno sull’orlo di una lucida follia e capirà, suo malgrado, che la natura umana è facilmente corruttibile.

La compagnia “La luna nel letto” riporta in scena lo spettacolo “L’abito nuovo”

A riportare in scena lo spettacolo, alla Sala Fontana di Milano a partire da martedì 14 marzo, è un’altra interessante liaison, quella tra Michelangelo Campanale con la sua compagnia pugliese «La luna nel letto» che accampa una regia visionaria ispirata alla poetica pirandelliana e Marco Manchisi, attore e autore napoletano, che ha curato la stesura del testo, comparando fedelmente il dramma del 1935 e la riscrittura del ‘64 per le riprese Rai.

Inserita nel filone della Cantata dei giorni pari, «L’abito nuovo» riprende tutti i temi cari ai due autori, la miseria e il teatro nel teatro tipici dell’arte di De Filippo si fondono alla tragedia insita nella drammaturgia di Pirandello. A lasciare un po’ di amaro in bocca, invece, sono le figure femminili che hanno un ruolo del tutto avvilente e privo di possibilità di riscatto. Sarà, forse, a causa del testo datato, ma le donne della pièce o sono scialbe perbeniste o sono sgualdrine da lapidare perché non si attengono alle convenzioni imposte dalla società dell’epoca. Se da parte degli uomini non c’è alcun segno di pietà nei giudizi, neppure quando poveretta fedifraga muore tragicamente, anche da parte delle donne è assente qualunque istinto di solidarietà o comprensione. Da questo punto di vista il testo risente del peso del suo anacronismo e dimostra esattamente gli anni che porta.

TEATRO SALA FONTANA

14-19 Marzo 2017

L’ABITO NUOVO

di Eduardo de Filippo e Luigi Pirandello

con Marco Manchisi, Nunzia Antonino e Salvatore Marci

e Vittorio Continelli, Annarita De Michele, Adriana Gallo, Paolo Gubello, Dante Manchisi, Olga Mascolo, Antonella Ruggiero, Luigi Tagliente

regia scene e luci Michelangelo Campanale

Produzione Ass. Cult. Tra il dire e il fare/La Luna Nel Letto

L’abito nuovo: il ritorno dello spettacolo di Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
19 marzo 2017 0 commenti
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Dieci
CulturaIn primo pianoLibri

Dieci domande per l’Intervista Interessante a Mariateresa Belardo

scritto da L'Interessante

Dieci.

Di Maura Messina

Amici dell’Interessante, bentrovati! Ci apprestiamo a compiere il secondo passo della giovane rubrica 10?II (dieci domande per l’Intervista Interessante)

Questa settimana, Maura Messina intervista l’ autrice di Nottetempo, Mariateresa Belardo. Alcuni la conoscono sui social come Lapennallarrabbiata. La scrittrice di Succivo risponde alle dieci domande di rito. Leggete e lasciatevi stupire dalle sue dieci risposte condite di ironia e di profonda sensibilità.

Un mix perfetto che vi lascerà con una sola certezza: questo libro non può mancare nella vostra libreria. Pronti per questo nuovo viaggio?

Auguriamo a tutti voi una buona lettura!

Scopriamo chi è lapennallarrabiata in dieci step

1) Un rigo per presentarti

Mariateresa Belardo, per gli amici Lapennallarrabbiata

2) Due righi per scoprire il titolo e un accenno alla trama tuo libro

Nottetempo. Una notte metaforica vissuta fra mente e cuore, ragione e sentimento. Un dialogo interiore necessario per elaborare un abbandono e scoprire che, quando la notte è più buia, l’alba è più vicina.

3) Tre righi dedicate al protagonista

Io, tu, quasi in maniera presuntuosa potrei dire… ogni donna. Perché, purtroppo, ho scoperto che tutte le donne che hanno letto Nottetempo si sono riconosciute nella protagonista. Evidentemente, o sono stata banale, o tutte le donne vivono, amano e soffrono nello stesso modo. O tutti gli uomini sono stronzi uguale.

4) Quattro righi per il personaggio al quale ti senti più legato/a

Ringrazio sempre il “Fuggitivo” di Nottetempo, incazzatissimo per il fatto di essere stato, suo malgrado, protagonista di un libro. Profondo sdegno verso tutti quegli uomini che fuggono dalle responsabilità, che pensano di poter invadere le vite degli altri, far danni, e poi uscirne con indifferenza, eterni Peter Pan. Un capolavoro di vendetta. Modestamente, ho dimostrato di avere una cazzimma esagerata. Vi ho vendicate tutte!

5) Cinque righi per commentare il tuo libro preferito

Se scelgo di leggere un libro, in quel momento è quello. Sono una lettrice affamata, nel senso che un libro lo divoro, letteralmente. Forse il primo libro che ho letto, è quello che ho amato di più. Si intitolava “Scarpette rosa”, me lo regalò la maestra delle elementari. Un regalo grande, perché da lì, non ho più smesso. Raccontava di una ragazzina povera, e della sua passione per la danza. Poi sono stata, di volta in volta, la protagonista di ogni libro che ho aperto, per cui li ho amati tutti, A parte quelle di de Giovanni, che finiscono ammazzate.

6) Sei righi per raccontarci come nasce la tua passione per la scrittura

Nasce durante il primo dei tanti cortei a cui ho partecipato per la nostra terra martoriata. Un corteo con tutti i partecipanti che sfilavano in silenzio. Camminavo e pensavo che non sarei stata più zitta. Non potevo, in quanto madre. Scrissi un post, e poi me lo sono ritrovato pubblicato. Iniziò così la mia “carriera”. Ho scritto decine di articoli sulla Terra dei fuochi, ho raccontato le storie della gente. La cosa più bella che scrivere mi ha regalato sono i legami con le persone che ho incontrato lungo il cammino. Anime belle, combattenti, gente che ci crede sul serio in quello che fa, e lo fa non solo per se stesso, ma per tutti. Tu sei una di queste.

7) Sette righi per rivelarci altre tue passioni

Sebbene qualcuno abbia messo in giro la voce che non so cucinare, lo faccio benissimo. Tipo a Natale, che preparo decine di chili di struffoli per tutti quelli nella lista del cuore. Gioco a burraco (come le vecchierelle, dicono), anche se non vinco quasi mai. Strano, visto che sono pure sfigata in amore. Cazzeggio su Facebook, e pare sia abbastanza spiritosa. Ultimamente parecchie delle mie battute, firmate #lapennallarrabbiata, vengono pubblicate da Prugna, il portale di satira. Il mare è decisamente una delle passioni più grandi. La quarta di copertina di Nottetempo recita “Nessun’onda passa invano”. Starei ore ed ore a guardare il mare, ad ascoltare il rumore della risacca, perdendomi nei miei pensieri.

8) Otto righi per ritornare al tuo libro: chi vorresti lo leggesse?

Vorrei che leggesse il mio libro ogni donna che soffre per amore. Perché, probabilmente, potrebbe aiutarla. Un caro amico che non c’è più, Gianfranco, diceva che Nottetempo è un piccolo manuale di PNL fatto in casa. Che avevo fatto uno splendido lavoro dando voce al mio io. A volte si pensa che si soffra per una causa esterna. Scrivendo Nottetempo ho capito che ci può essere un agente esterno, ma la causa è sempre dentro di noi. Nessuno può farci soffrire se non glielo permettiamo. Sembra difficile a farsi, ma ti assicuro che è più semplice di quanto possa sembrare. E tutto questo non significa restare indifferenti a quello che ci accade, ma viverlo da una prospettiva diversa. Quella del “nulla è per sempre”. E vale sia per le gioie che per i dolori.

9) Nove righi per salutare i lettori e convincerli a leggere tutto fino alla fine… perché il più bello, si sa, arriva alla fine

Allora, innanzitutto se dovete leggerlo, ve lo vendo io perché ho un sacco di copie invendute e in questo periodo sto senza un euro (mi hanno pure rubato la macchina, per cui fareste un’opera buona). Assodato questo, Nottetempo va letto perché è bellissimo, scritto bene, scorrevole. Secondo me, e ti dico che dopo due anni, ogni tanto, ancora mi rileggo, e non mi pare vero di averlo scritto io, è bella parte in cui mente e cuore smettono di litigare fra di loro. È quasi l’alba, e iniziano a venirsi incontro perché hanno compreso che solo accettandosi reciprocamente, e accettando i relativi limiti, si può pensare di colmare dei vuoti che – invece – rischiano di fagocitare tutto quello che c’è intorno. Due ore, massimo tre, se vi ci mettete d’impegno. A tratti si ride pure: da questo punto di vista, si può dire che Nottetempo è la cosa più seria che io abbia scritto. Voi aiutatemi a vendere tutte le copie, poi vi prometto di iniziarne uno molto più leggero, stile #lapennallarrabbiata.

10) Dieci righi per citare uno stralcio della tua opera

Io tifo per Capitan Uncino.

Perché diciamoci la verità, noi donne dei principi azzurri e dei Peter Pan non sappiamo cosa farcene.

Meglio aver a che fare con lo stronzo di turno. Il confronto è più equo.Tanto noi donne ci mettiamo in gioco comunque, ma avere a che fare con uno che ti fa dannare l’anima ti dà la possibilità di elaborare tutte quelle strategie in cui noi donne siamo bravissime. Quelle macchinazioni da KGB, gli intrighi che la CIA ti fa un baffo, che ti consentono di passare un pomeriggio con le amiche a discutere e sviscerare virgole, pause e sfumature di una conversazione con il bruto di turno, della quale lui invece non si ricorderà nient’altro tranne il “ci vediamo alle 19,00 da me”. Perché invece i Peter Pan, quando le storie finiscono, ti lasciano l’amaro in bocca di non averci capito un cazzo. E non li puoi manco odiare, quelli. Perché ti hanno rispettato (ma chi te l’aveva chiesto, meglio un giorno da leone che cento da pecora… ehm, ho scritto da!)…”CONTINUA…”

Dieci domande per l’Intervista Interessante a Mariateresa Belardo was last modified: marzo 19th, 2017 by L'Interessante
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Abete
AttualitàIn primo piano

Abete come Saviano. Il danno dei razzisti al contrario

scritto da L'Interessante

Abete

Di Michela Salzillo

 

Non c’è niente da fare. Non c’è proprio nulla da fare! Se Luca Abete, o chi per lui, l’avesse raccontata così l’illegalità di piazza Pitesti nessuno avrebbe avuto da ridire. E viene facile dedurne i motivi.  Forse avrebbe fatto bene a non dire nulla, perché se adesso Caserta è eco di criminalità e contraffazione è colpa del suo servizio.

Caro Abete, ma chi te lo ha fatto fare?

Ma chi te lo ha fatto fare, Caro Luca! Non sarebbe stato più facile avvicinarti ad una di quelle bancarelle, con tanta bella roba in vista, per calzare un paio di adidas ultimo modello ad imitazione impeccabile?  Avresti potuto guardare dal basso uno di quei poveretti e, per dirla tutta, regalargli pure qualche euro in più. Chissà quanti soldi guadagni per fare da squadra ad Antonio Ricci, che cosa vuoi che sia, per uno come te, offrire da bere a quei poveri extracomunitari senza peccato. Oh, è inutile che tu la prenda sul personale adesso, la colpa è tua. Non lo sai che in giro si è ormai diffusa la figura dell’ opinionista generalizzatore? Nessuno te lo ha detto che si ragiona per ideologie, e che l’obiettività è ormai estinta con i dinosauri? Come hai fatto a non pensarci prima?  Loro, quei poveri extracomunitari, hanno da scagliare mille pietre, perché quando vivi una condizione difficile come quella dell’immigrato, se non sei il bastardo ruba patria che toglie  lavoro al figlio di Salvini, diventi la vittima di un sistema becero che, per questo, va difesa. Sempre! Ti hanno pestato? È stata una legittima difesa, perché tu dai  fastidio a chi non devi. Per carità, la violenza non è giustificabile, ma quando ci sono di mezzo dei poveretti può passare pure in secondo piano. Avranno avuto i loro buoni motivi, e tu, caro Luca, sei solo un povero illuso. Mica si cambia così il mondo? La prossima volta ricordatelo, se vuoi essere l’ inviato di un tg satirico, o ti vesti da arma dei Carabinieri andando a fare il lavoro di chi la divisa ce l’ha e fa finta di niente, oppure resti a casa tua a scrivere dieci pagine di: chi si fa i fatti suoi campa cento anni. Non ti permettere mai più di gettare l’amo, sperando che qualcuno, che della giustizia dovrebbe rappresentare le vesti, si dia una mossa.

La prossima volta, o fai tutto tu o vai a proporti come porta borse ad Alfonso Signorini, perché, caro Abete, ammettiamolo, in fondo sei un ex animatore di villaggi turistici e con queste cose non ci sai fare.

Con quel servizio segnalatore sei stato inutile! Devi imparare a raccontare il meglio che c’è, per far vedere le cose meravigliose della città, così come i giornalisti di Gossip quando mettono in evidenza il lato B delle modelle anoressiche, hai presente? Come quando ci  insegnano che la vita è solo questione di culo. In effetti, siccome tu non sei immigrato, non ti puoi permettere di avvicinarti ad un tipo di sofferenza che non conosci, tu hai avuto culo, caro Abete, perciò, giù le mani dagli extracomunitari che, quando sono persone, quando si chiamano uomini, quando non parlano italiano, quando sono vittime dello stesso sistema di quelli che ti hanno aggredito  ma lottano con dignità, sacrificio e senso di responsabilità, allora sì, che diventano una  storia meravigliosa da raccontare. Qualsiasi sia il Paese in cui accade.

Abete come Saviano. Il danno dei razzisti al contrario was last modified: marzo 17th, 2017 by L'Interessante
16 marzo 2017 0 commenti
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Rapporto uomo cane: utilizzo o coinvolgimento?

scritto da L'Interessante

Rapporto

 

Di Luigi Sacchettino 

Il rapporto uomo cane si fortifica in un lungo periodo di coevoluzione, forse unico nel suo genere; all’inizio i futuri cani dovevano essere molto simili a roditori,  poi assomigliarono alle manguste, per diventare alla fine grandi come dei lupi. 

Le ricerche realizzate non hanno fatto chiarezza sulle dinamiche dell’incontro: è stato l’uomo ad avvicinarsi al lupo o viceversa? 

Il cane è il frutto dell’incontro. 

“Le teorie maggiormente accreditate indicano che l’adottabile può essere stato rinvenuto nei pressi dell’accampamento oppure trovato durante una battuta di caccia. La tesi Autointegrativa (Coppinger) sostiene che nel periodo Mesolitico il lupo si sia avvicinato al villaggio e ne abbia tratto un vantaggio selettivo legato alla minore mortalità. La tesi del Maternaggio, invece, ipotizza che durante il periodo Paleolitico, l’uomo abbia raccolto un cucciolo di lupo e la donna lo abbia allattato al seno, poiché gli erbivori non erano ancora stati addomesticati (Marchesini). Le ricerche effettuate sul Dna mitocondriale da C. Vilà et al (1999) posizionano il processo di domesticazione del cane circa 135 mila anni fa mentre P. Savolainen et al (2002) lo collocano intorno ai 40 mila anni fa”. [S. Giussani] 

E com’è cambiato il rapporto con l’uomo nel tempo? Si parte dall’utilizzo. 

Oltre a procurarsi reciprocamente cibo e sicurezza, per millenni gli uomini e i cani hanno beneficiato del rapporto complesso costruito tramite la caccia e la sorveglianza  della casa o del bestiame: è probabile che le varie forme di associazione tra uomo e cane non siano mai state solo utilitaristiche, e che siano semplicemente diventate più articolate nei secoli. 

Negli ultimi anni l’interpretazione del cane è infatti passata da una più rigorosamente zootecnica-  utilitaristica -, a  quella zooantropologica, in cui il cane viene vissuto come partner sociale- da conoscere, rispettare nelle sue peculiarità, all’interno di una relazione affettiva. La docilità  e la collaborativà del cane ne fanno l’animale integrabile per antonomasia, soprattutto in quelle attività in cui affianca l’uomo, come nella pet therapy o in ricerca e soccorso. In cui dovrebbe essere coinvolto, più che utilizzato. 

 

Periodi diversi, ruoli diversi 

CANI DA CACCIA – L’utilizzo dei cani da caccia risale all’alba della civiltà umana.  Abbiamo testimonianze di pittura rupestre dell’età del bronzo che raffigurano un cacciatore con cani. La parola caccia deriva dal greco kynègia che a sua volta deriva da kynos, cioè cane. 

CANI DA SLITTA- Gli Inuit hanno utilizzato per secoli la slitta trainata da cani come mezzo di locomozione. In Europa si fa risalire l’utilizzo di cani per trainare slitte alla fine dell’anno 1000; questo mezzo di trasporto ha avuto una vasta diffusione sino al XIX secolo, anche a causa della scarsità di cavalli. “ I cani per il traino delle slitte sono di evoluzione recente, circa 150 anni. La selezione di queste razze è iniziata con le gare messe su per divertimento in cui venivano messi alla prova cani e conduttori che normalmente lavoravano trasportando la posta, merce o perfino persone. Con la corsa all’oro in Alaska, nel 1896, la slitta coi i cani divenne una risorsa insostituibile.  Nel  1909 furono importati i primi Siberian Husky (che sono, in effetti, incroci con levrieri e cani da caccia che esibiscono arti lunghi, tendenza a forma quadrata e torace meno ingombrante )”. (Gallicchio B.) 

CANI DA GUERRA- Gli antichi romani selezionarono  il molosso romano, o Canis Pugnax,  come cane da guerra al seguito delle loro legioni, con indosso una vera e propria armatura.  Ma è negli anni settanta dell’Ottocento che in alcuni villaggi tedeschi il cane assunse  il moderno ruolo di “militare” grazie a programmi di sussidi nazionali, prodromici del cane DA UTILITA’ E DIFESA. 

IL CANE DA TERAPIA- Il padre della psicanalisi, S. Freud, era solito condurre le sue sedute in presenza del cane. Si racconta che il cane dormisse per tutta la seduta e che si svegliasse sul finire, quasi a segnalare il termine dell’ incontro. 

Siamo forse agli albori della pet therapy? Sarà per questo che molte categorie professionali consigliano un cane per aiutare un bambino in difficoltà, senza però tenere conto di cosa possa provare il cane? 

Quello che sappiamo è che spesso il “con” va a sostituire l’anacronistico “da”, in una immagine interpretativa  di diade, di gruppo. Il cane è sempre più percepito e vissuto come membro della famiglia  e come tale coinvolto e non utilizzato. 

Certo le derive antropomorfizzanti sono dietro l’angolo; bisogna infatti tendere a quell’equilibrio fondato sul rispetto delle doti etologiche del cane, senza considerarlo uno strumento- come la lavatrice, né tantomeno come un surrogato affettivo. 

 

 

Rapporto uomo cane: utilizzo o coinvolgimento? was last modified: marzo 16th, 2017 by L'Interessante
16 marzo 2017 0 commenti
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