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Categoria

Dall’Italia e dal Mondo

kissenger
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Kissenger: il gadget a prova di bacio

scritto da L'Interessante

Kissenger.

Di Michela Salzillo

Lontano dagli occhi, vicino alle labbra!

Stando alle ultime iperattività scientifiche verrebbe da crederci, ma le sensazioni non sono mai state figlie dell’inconfutabile aritmetica, forse è per questo che quando Emma Yann Zhang, studentessa asiatica impegnata alla City University di Londra, ha presentato al pubblico la sua ultima creazione, qualcuno ha storto il naso con non poco vigore. Si tratta di un dispositivo particolarissimo nel suo genere che si accrediterebbe, con presunzione giustificata, il merito di ridurre le distanze fra i baci nostalgici di labbra lontane. Di fronte al  Kissenger– è questo il nome che definisce il gadget tecnologico dalle vibrazioni sensibili- la vasta gamma di emoticon e video chat appare già un cumulo di abitudini in disuso. Ma come funziona realmente il prototipo recentemente realizzato? Qual è la vera attendibilità dell’ invenzione?

Kissenger: il bacio in una protesi e le perplessità dei tradizionalisti

Presentato in Cina, nell’ambito del “ Love and Sex with Robots Conference”, Kissenger è stato definito sin da subito un ibrido molto interessante, a metà fra un gadget tecnologico e un sex toys. Il dispositivo, che non è ancora in vendita, funziona come una qualsiasi app di messaggistica ed è compatibile con il sistema operativo iOS. È già noto però che se l’inventiva dovesse diventare commerciabile, qualcosa nel progetto di conformazione attuale andrebbe senz’altro modificato. L’apparecchiatura, infatti, sintetizza la sua funzionalità attraverso l’uscita minijack, quella riservata alle cuffie per meglio intenderci, che  non è  però presente in tutti i telefoni cellulari di ultima generazione, come nel caso del modello neonato nella famiglia degli iPhone. Si tratta di un marchingegno in silicone che andrebbe installato sul telefonino come se fosse una  familiare cover: è, più banalmente, un grosso tasto-cuscinetto, posto sulla superficie  di una serie di  minuscoli  sensori che, secondo quanto dimostrato all’ evento sussual- futuristico,  serve a registrare le pressioni delle labbra, riprodotte sul terminale gemello del baciato lontano. C’è da dire che la giovane ricercatrice asiatica, pur caldeggiando in maniera entusiasta il prodotto, ha mantenuto un’ obiettiva onestà, ammettendo senza troppe ritrosie che il sistema non è in grado di restituire totalmente l’effetto del bacio; un limite   ben contrastato  dal qualificato staff che la spalleggia, il quale non ha tardato a  promette la riduzione fino ai minimi termini delle lacune sensoriali, in modo da ottenere un’ ottimizzazione che sia quanto più veritiera possibile.

 Intraprendenze di questo tipo sono delle ottime curiosità con cui giocare, ma a volte lasciano anche un po’ perplessi, specie quando ad essere intaccato è l’ambito dei rapporti umani. Nonostante siamo sempre più conformi a un’ epoca che tende a digitalizzare pure le emozioni; che si sente emancipata lontano dai citofoni che suonano e dalle lettere scritte a penna, sentir parlare di baci tecnologici fa un po’ strano anche ai nerd più incalliti. La paura forse è che ci si abitui ancora di più a certe ostilità, in fondo  dimostriamo spesso di non conoscere il senso della misura, ed il problema, se proprio bisogna ipotizzarne uno, è proprio questo: straripare fuori dall’equilibrio, abusare, rendere un’ opportunità l’ unica possibilità. È chiaro, infatti, che il danno non sta in invenzioni di questo tipo, che se considerate con estrema leggerezza possono essere anche utili, ma nella valorizzazione sbagliata che il nostro modus operandi, sbagliato in troppi casi, attribuisce loro.

Kissenger: il gadget a prova di bacio was last modified: gennaio 12th, 2017 by L'Interessante
12 gennaio 2017 0 commenti
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Insalata
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Insalata russa: è veramente russa?

scritto da L'Interessante

Insalata Russa.

Di Erica Caimi

L’insalata russa non può mancare nella moltitudine di antipasti serviti durante le feste. Ma vi siete mai chiesti perché l’insalata russa si chiama russa? Contrariamente a quanto si possa pensare, basta valicare i confini nostrani perché la sfiziosa pietanza venga servita sulle tavole con nomi differenti. In Lituania la chiamano insalata bianca, in Germania e Danimarca diventa insalata italiana e in Russia? Non sconvolgetevi, ma in Russia ve la serviranno come insalata “Olivié” e vi spieghiamo il motivo.

Insalata russa: l’inventore

Ci sono diverse teorie sulle origini del piatto e, secondo una delle più accreditate, pare che l’idea sia nata proprio in Russia, grazie alla sapiente mano del cuoco di origine francese Lucien Olivier. Il gande chef, famoso per le sue doti culinarie, negli anni ’60 del XIX secolo aprì a Mosca un ristorante di cucina francese di lusso, chiamato Hermitage. Tale era la sua bravura, che spesso veniva pagato profumatamente per preparare sontuosi banchetti nelle case dell’alta aristocrazia moscovita, che fece di lui una vera e propria celebrità, chiamandolo a organizzare ricevimenti ufficiali, come quello del matrimonio di Cajkovskij o quello in onore di Dostoevskij per esempio.

La prima insalata russa

Si narra che durante una di queste occasioni Olivier stupì i commensali inventando un pastiche di petti di pernici, quaglie e code di gamberi al vapore ricoperti da gelatina e maionese preparata con olio di Provenza, salsa che all’epoca era quasi sconosciuta in Russia. A scopo decorativo sistemò delle fettine di patate, tartufi, sottaceti e uova al centro del piatto, creando una sorta di piramide. Si racconta che uno dei commensali abbia mischiato barbaramente tutti gli ingredienti, così meticolosamente posizionati, rendendo il proprio piatto qualcosa di molto simile ad un’insalata. Olivier, orgoglioso delle sue creazioni e terribilmente permaloso, la prese male e nei giorni seguenti servì il piatto nella versione “maltrattata”, come reazione al gesto dell’uomo che l’aveva offeso sminuendo la sua opera d’arte. Il risultato fu ancor più eccezionale per lo chef: non soltanto questa rivisitazione piacque, ma fu anche l’inizio di un successo straordinario, che portò l’insalata russa sulle tavole di tutta la città. Olivier non svelò mai gli ingredienti della sua ricetta, portandosi il segreto nella tomba. Così, dopo la sua morte, avvenuta nel 1883, nessuno riuscì a riprodurre il piatto con esattezza.

La versione moderna dell’insalata russa

Come si può dedurre, la versione che conosciamo si discosta molto dalla ricetta di Olivier e questo perché gli eventi storici hanno contribuito alla modifica del piatto. Infatti, il vento comincia a soffiare in direzione opposta ai capricci della mondanità e anche il ristorante moscovita Hermitage subisce i contraccolpi della Rivoluzione russa fino a chiudere i battenti dopo cinquant’anni di veneranda e prosperosa attività (dal 1864 al 1917). Dopo la rivoluzione russa del 1917, l’influenza francese in cucina non era più vista così di buon occhio e per di più gli ingredienti costosi cominciavano a scarseggiare. Così, nasce la versione sovietica, chiamata stoličnij salat (insalata della capitale) che prevedeva il pollo al posto delle pernici, le carote grattugiate invece dei crostacei e i piselli in scatola al posto di tartufi e sottaceti. Del piatto originario restavano soltanto le patate lessate e la maionese, divenuta ormai una delle salse preferite dei russi.

Oggi, se volete ordinare un’insalata russa in Russia, dovete chiedere un’Olivié, chiamata ancora così in russo, dal nome del suo inventore Lucien Olivier. Ma non aspettatevi di assaggiare un piatto simile al nostro, perché la versione russa differisce sia nel sapore che negli ingredienti. Infatti, nella Olivié troviamo oltre a carote, piselli, patate e maionese anche cetrioli in salamoia, uova e kolbasa (una sorta di salume). Paese che vai, usanza che trovi!

 

Insalata russa: è veramente russa? was last modified: gennaio 9th, 2017 by L'Interessante
9 gennaio 2017 0 commenti
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Levrieri
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Levrieri: veloci e silenziosi come il vento! Il Dog Friendly nel nuovo anno

scritto da L'Interessante

Levrieri

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati bentrovati!

Spero che le festività siano trascorse piacevolmente e che i botti di fine anno siano stati un rognoso imprevisto gestito senza risvolti negativi.

Oggi torneremo a parlare di razze: i fascinosi e veloci levrieri. Lo faremo con la Dottoressa Alessandra Giannoccaro, medico veterinario ed educatore cinofilo, che da tempo convive con loro.

  • Grazie mille Dottoressa per aver accettato l’intervista. Cosa sappiamo circa l’ origine di questi velocisti?

“I Greyhounds e i Galgo sono due esponenti di un gruppo di cani più vasto, quello dei levrieri.

Si tratta di cani molto antichi, le cui prime raffigurazioni, ritrovate in Anatolia Centrale (sud-est della Turchia, per intenderci), risalgono al sesto millennio avanti Cristo.

Con la civiltà egizia i levrieri acquistarono un altissimo valore simbolico e religioso, come evidenziano le raffigurazioni nelle tombe dei faraoni; ed è proprio dal leggendario cane dei faraoni, il tesem, ossia la razza canina più antica che ci sia concesso di riconoscere (parliamo del 3600 a.C.) che deriverebbero tutte le razze levriere conosciute.

Per quanto concerne in particolare il greyhound, si ritiene che gli egizi abbiano fatto dono di alcuni dei loro preziosi tesem ad Alessandro Magno che ne avrebbe a sua volta favorito la diffusione nell’antica Grecia con la nascita di una nuova razza: il levriero ellenico. Questo, in tempi più recenti, avrebbe raggiunto le isole britanniche per opera dei fenici. Molti studiosi ritengono a tale proposito che il nome “greyhound” sia nient’altro che una distorsione del termine “greek-hound”.

Per quanto concerne il Galgo, malgrado la apparente notevole somiglianza, si riconosce un percorso completamente diverso e geograficamente inverso: dalla mezza-luna fertile all’Africa settentrionale e di qui direttamente alla penisola iberica.

  • Si fa presto quindi a dire levriero; ma quali sono le analogie e differenze tra le due razze?

“Le due razze si somigliano molto, ma ad un occhio attento mostrano differenze sostanziali.

Sono entrambi cani selezionati per cacciare prede veloci in campo aperto; lo scheletro è leggero ma solido, il torace profondo e il ventre retratto.

Il grey però è uno scattista, dalla muscolatura imponente, la velocità impressionante (si è misurata una velocità sul rettifilo di oltre 70km/h); i piedi, non adatti a terreni dissestati e rurali, hanno dita affusolate con unghie lunghe e robuste per aumentare la presa con il suolo e favorire la propulsione. Le orecchie sono piccole e portate indietro, mentre la coda è lunga, diritta e usata come bilanciere.

Il galgo ha una velocità inferiore ma una maggiore resistenza, con muscolatura più asciutta e piedi più compatti per muoversi agevolmente su ogni tipo di terreno; le orecchie sono più grandi e carnose e la coda ricurva in punta, tipo punto interrogativo.

Probabilmente la differenza più evidente tra le due razze sta nella corporatura in generale: semplificando un po’, pensiamo al fisico di due immensi campioni quali Bolt e Mennea: muscoloso e velocissimo il primo, magrolino ma instancabile il secondo”.

  • Quali sono le caratteristiche di razza di questi splendidi atleti?

 “Avrei talmente tante cose da dire… Riassumendo al massimo le questioni che vorrei evidenziare sono due: la prima è che si tratta di cani dalla sensibilità spiccatissima; le maniere forti sortiscono il solo effetto di impietrirli e indurli a chiudersi in una sorta di muta, incoercibile ostinazione, il che richiede un approccio coerente ma mai aggressivo, empatico e in nessun caso frettoloso. La seconda è che non ci si deve aspettare da un levriero che muoia dalla voglia di compiacerci e “obbedirci”: sono cani fieri e indipendenti, molto devoti ma mai servili. Tutti motivi che inducono gli adepti di un certo stampo di cinofilia e gli appassionati di un certo tipo di discipline cinofile a ritenere i levrieri cani “ottusi” e poco affidabili”.

  • Cosa consiglierebbe spassionatamente ad un umano che fa richiesta di adozione per un levriero?

“L’errore più comune in cui incappa chi decide di prendere per compagno di vita un levriero, ed in particolare un rescue (ossia un cane adulto con un passato di gare o attività venatoria), è pensare di poter “domare” la loro incredibile spinta predatoria! Deve sapere che ogni giorno dovrà fare i conti con questo aspetto della loro personalità.

Ovviamente sto facendo un discorso di carattere generale e che non tiene conto delle singole individualità, ma di fatto bisogna sapere che sono cani che non possono e non devono essere liberati con leggerezza: la forte autonomia e la predatorietà atavica talora, l’eco di un passato oscuro di maltrattamenti  davvero inenarrabili talaltra, possono indurli ad allontanarsi dal proprietario sordi ad ogni richiamo e, in un mondo che non è più a misura d’uomo e tantomeno di cane, spesso a mettersi nei guai.

Il gioco in corsa con i cani di piccola taglia va sempre monitorato con attenzione, potendo con facilità sfociare in una dinamica predatoria vera e propria con conseguenze facilmente immaginabili.

Infine non scegliamo un greyhound rescue se abbiamo in casa gatti o piccoli roditori: nei paesi di origine il loro allenamento viene condotto con l’ausilio di prede vive e tale convivenza risulterà pertanto inattuabile nel 99% dei casi”.

Grazie mille alla dottoressa Giannoccaro per averci aiutato a chiarire alcuni luoghi comuni circa questa razza.

In Italia ci sono ottime associazioni che si occupano dell’affido di greyhound e galgo a “fine carriera”; non vi resta che prendere informazioni, scegliere consapevolmente ed essere pronti ad accoglierli silenziosamente, lasciando loro il tempo di potersi esprimere.

Li ho visti correre senza corde, sereni, curiosi senza coercizioni o allenamenti massacranti: uno spettacolo da togliere il fiato. Libertà.

 

Levrieri: veloci e silenziosi come il vento! Il Dog Friendly nel nuovo anno was last modified: gennaio 5th, 2017 by L'Interessante
5 gennaio 2017 0 commenti
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Babbo Natale
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Babbo Natale? Porta i regali ai bambini ricchi

scritto da L'Interessante

Babbo Natale

di Antonio Andolfi

Uno studio scientifico smonta la credenza diffusa secondo cui a essere premiato è il comportamento

Non è vero che Babbo Natale porta i regali ai bambini buoni. Secondo una ricerca condotta nel Regno Unito, il comportamento non c’entra affatto, ma altre variabili hanno un ruolo importante nel determinare la frequenza delle visite. Lo studio è pubblicato sul numero natalizio della rivista British Medical Journal che ogni anno ospita ricerche condotte con rigore e precisione scientifici, ma i cui argomenti sono decisamente strani e divertenti. Come in questo caso.

L’esistenza di Babbo Natale, naturalmente, non è in discussione: gli avvistamenti da parte di adulti e bambini sono infatti numerosi e ritenuti sufficienti. I ricercatori hanno invece messo alla prova il criterio che Babbo Natale segue nel distribuire i doni, verificando se la sua presenza negli ospedali è legata alla percentuale di “bambini buoni” registrati nei rispettivi reparti di pediatria.

La “bontà media” dei piccoli pazienti è stata ricavata dal tasso di criminalità minorile registrato nell’area attorno all’ospedale e dall’assenteismo nelle scuole. È stata inoltre considerata la distanza dal Polo Nord (perché Babbo Natale potrebbe preferire habitat più adatti alle sue renne) e le condizioni socioeconomiche delle zone analizzate, dedotte da parametri come il reddito medio, il livello di disoccupazione e così via. La presenza di Babbo Natale è stata verificata in 186 ospedali del regno Unito, chiedendo ai medici e agli infermieri di turno se il personaggio sia passato il 25 dicembre 2015.

Babbo Natale. Per contratto o per il whisky

I risultati sono molto netti: «Non ci sono prove che Babbo Natale preferisca i bambini buoni» si legge nello studio. La frequenza delle visite, infatti, non era legata né al tasso di criminalità né all’assenteismo scolastico. 

A contare, invece sono le condizioni socioeconomiche: Babbo Natale, infatti, preferisce i bambini ricchi, mentre visita meno spesso quelli ricoverati in ospedali che si trovano in zone disagiate.

Per i ricercatori, ci sono due possibili spiegazioni. La più probabile è che Babbo Natale abbia un contratto che lo obbliga a rispettare lo status quo: ovvero, a dare di più ai ricchi e meno ai poveri, per non turbare l’ordine sociale.

La seconda è che nei reparti ospedalieri delle zone più agiate il whisky e i dolcetti lasciati per lui dai bambini siano migliori. Fortunatamente, comunque, dove Babbo Natale non arriva, altri personaggi vanno a tappare il buco, svolgendo uno splendido lavoro.

I più attivi sono, nell’ordine: gli elfi, i clown, i calciatori, Elsa di Frozen e i vigili del fuoco.

«Sorprendentemente, invece, non è stata trovata nessuna relazione fra la frequenza delle visite e la distanza dal Polo Nord» scrivono i ricercatori; «mentre la presenza quasi simultanea di Babbo Natale in molti luoghi conferma che il tempo e lo spazio non rappresentano per lui un limite, e che Babbo Natale è perfettamente in grado di distribuire doni in tutto il mondo nell’arco di 24 ore».

Babbo Natale? Porta i regali ai bambini ricchi was last modified: gennaio 2nd, 2017 by L'Interessante
2 gennaio 2017 0 commenti
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fiaba
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

E’ una fiaba sai, vera più che mai

scritto da L'Interessante

Fiaba

di Maria Rosaria Corsino

E’ una delle fiabe più note al mondo, una delle più apprezzate.

L’idea che Belle possa amare una bestia, riuscire a cambiarlo nel profondo ha fatto sospirare milioni di fanciulle che hanno poi creduto di poter davvero cambiare un uomo. Sbagliato.

Ma le fiabe ci piacciono proprio perché ci fanno sognare ad occhi aperti, eppure in questa storia ambientata in Francia un fondo di verità c’è eccome.

La vera storia de la Bella e la Bestia: meno fiaba, più realtà

Francia, metà del Cinquecento.

Enrico II viene incoronato Re di Francia e prende in moglie Caterina de Medici.

Come doni vengono portate le cose più strabilianti e meravigliose, fino a quando non viene presentato lui, il Selvaggio.

Creatura sentita solo nominare nei libri, a metà tra un uomo e un animale, rapisce bambini di cui si nutre e vive nascosto aspettando il momento giusto per colpire. E’ vigliacco, è rude, è una bestia.

Ma Enrico II è un uomo colto e intelligente e decide di accogliere nella sua corte Pedro Gonzales, il nome che viene dato al Selvaggio, per istruirlo ed educarlo. Per renderlo umano.

Con molta sorpresa dei suoi precettori, Pedro si dimostra intelligente e svelto ad imparare, divenendo così in poco tempo un uomo di lettere raffinato. Enrico II muore durante una giostra e il Delfino, Luigi XIII, è ancora minorenne così il potere passa nelle mani di Caterina. Caterina è una donna forte, prepotente. Decide che vuole dar moglie a Pedro e dopo una serie di colloqui trova la persona adatta per lui: Caterina, figlia di un servo di corte.

Caterina non sa a chi andrà in sposa, né può rifiutarsi: i Medici non amano sentirsi dire di no. Tutti temono la prima notte di nozze, che coincide con la luna piena, perché nonostante tutto Pedro è pur sempre un Selvaggio. Passano gli anni e la coppia ha cinque figli, due dei quali ricoperti di pelo come il padre gli altri tre invece, perfettamente normali. Caterina è soddisfatta e la famiglia lascia la Francia per trasferirsi prima a Parma e poi a Capodimonte dove vivrà serena lontana dagli occhi curiosi della gente.

Ma Pedro, è davvero un Selvaggio?

No. Pedro proviene dalle Canarie ed è un uomo a tutti gli effetti, ciò che lo rende diverso però è l’ipertricosi, una malattia che copre l’intero corpo di peli.

Non ci sono tazze parlanti o candelabri eccentrici, ma solo un sovrano che è riuscito a trovare l’umanità lì dove gli altri non riuscivano a vederla.

E’ una fiaba sai, vera più che mai was last modified: gennaio 2nd, 2017 by L'Interessante
2 gennaio 2017 0 commenti
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botti
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Un Natale senza botti: intervista alla Dott.ssa Giussani

scritto da L'Interessante

Botti

Cari lettori interessati siamo a ridosso delle festività natalizie; se per molti cani questo è un momento di condivisione di gioie dovute ai regali da parte dei proprietari, ai premietti più succulenti dati fuori pasto, alle passeggiate più lunghe per il maggior tempo libero, per molti altri è un tragico periodo dovuto alla consuetudine dei botti e dei fuochi d’artificio

L’udito dei cani è molto sensibile e quei boati possono indurre un vero e proprio attacco di panico in un cane. Per capirci di più abbiamo chiesto il parere autorevole della dottoressa Sabrina Giussani, Medico Veterinario Esperto in Comportamento Animale, Presidentessa SISCA (società italiana scienze del comportamento animale).

  • Stiamo avvicinandoci alle festività natalizie e molti cani e gatti manifestano grossi disagi dovuti ai botti e ai fuochi d’artificio: da cosa deriva questo disagio?

“La paura dei botti e fuochi d’artificio può essere appresa dalla madre. Durante l’ultima parte della gravidanza, il feto è sensibile agli stimoli tattili: le contrazioni dell’apparato digerente e dell’utero dovute alla paura sono avvertite dal piccolo come una sensazione spiacevole. Dopo la nascita. Il cucciolo osservando la madre spaventata e a disagio, identificherà lo stimolo responsabile come pericoloso. In età giovanile o adulta, il cane può essere traumatizzato dallo scoppio di un botto molto violento o da un petardo esploso molto vicino. Da quel momento l’animale mostrerà sintomi di un importante disagio alla percezione degli stessi stimoli”.

  • E’ possibile lavorare in prevenzione o è più adeguato affrontare il problema a ridosso dello stimolo fobogeno?

“Per prevenire la comparsa di una fobia legata ai botti o ai fuochi d’artificio, è necessario proteggere il cucciolo durante la crescita, per esempio, portandolo a conoscere il mondo (rumori, oggetti, persone e cani) con calma, evitando inizialmente i luoghi troppo affollati o rumorosi. Quando il piccolo ha paura, è fondamentale rincuorarlo così che possa sempre contare su di noi. Del resto noi siamo i genitori in “seconda battuta” del cane così come hanno dimostrato numerosi studi scientifici. La costruzione di una solida banca dati permetterà al cane adulto di adattarsi con facilità alle nuove situazioni. Quando il cane si fida e affida al proprietario, durante un evento che lo spaventa anziché scappare senza meta ,cercherà il conforto della persona”.

  • Quali strumenti la medicina del comportamento mette in atto per tutelare i nostri animali?

“La medicina del comportamento, quando il cane ha paura o è in preda al panico, mette a disposizione della famiglia numerosi strumenti che spaziano dai consigli comportamentali, ai feromoni, alla floriterapia, alla terapia biologica, al percorso riabilitativo”.

  • Spesso viene consigliato di ignorare il cane che manifesta un comportamento di paura per evitare di rinforzarglielo: Lei è del medesimo avviso?

“Ignorare il cane quando è in difficoltà peggiora il disagio dell’animale. Quando il cane sa che lo comprendiamo e lo proteggiamo, chiede aiuto con lo sguardo, toccandoci con la mano, abbaiando. Così facendo l’animale si tranquillizzerà rapidamente affidandosi a noi. Per confortare il cane è necessario parlargli trasmettendo tranquillità, guardarlo e mantenere il contatto. Accarezzare l’animale “avanti e indietro” può raggiungere l’effetto contrario: il contatto deve calmare e non eccitare”.

  • Come bisogna comportarsi se un nostro caro amico a 4 zampe vive un evento di panico in casa?

“È necessario chiudere le imposte o abbassare le tapparelle, lasciare radio o tv accesa in sottofondo, spostarsi nella stanza più silenziosa dell’abitazione e creare un rifugio per il cane. Alcuni preferiscono la parte bassa dell’armadio, altri la cabina armadio o si riparano sotto il letto o sotto le coperte. È necessario rimanere con loro, raccontare una favola o leggere un libro a voce alta cercando di mantenere la calma. La sintomatologia dell’attacco di panico è differente da cane a cane e non sempre è possibile tranquillizzare l’animale senza un supporto medico”.

  • E se accade fuori casa, quando siamo per strada?

“Quando il cane si spaventa durante la passeggiata è necessario condurlo immediatamente a casa, in un negozio o in automobile così che possa sentirsi protetto e al sicuro. La passeggiata con la pettorina anti – fuga è consigliata per gli individui che, in preda all’agitazione, possono sfilarsi e correre senza meta”.

  • Quali rischi fisici corrono i nostri cani durante questi eventi?

“I cani affetti da malattie cardiache, respiratorie o metaboliche possono mostrare un peggioramento della sintomatologia. In caso di fuga l’animale può incorrere in un incidente o esserne la causa. Il disagio provato può essere così intenso da originare una fobia post traumatica con la comparsa di risposte simili alla paura in molteplici occasioni”.

Grazie mille alla dottoressa Giussani per aver risposto alle nostre domande.

Da un punto di vista gestionale possiamo inoltre coinvolgere l’animale in una lunga passeggiata il pomeriggio dei giorni festivi, così sarà più stanco ed appagato e i livelli di stress mitigati dalle endorfine del piacere; meglio offrirgli la cena al rientro dalla passeggiata, magari il suo pasto preferito. Se il cane se la sente possiamo portarlo a fare l’ultima passeggiata a festa conclusa, avendo cura di attendere almeno trenta minuti dell’ultima deflagrazione così da evitare la presenza di scoppi improvvisi durante il giro.

Puntare sugli amici chiedendo loro di festeggiare evitando l’utilizzo di fuochi  d’artificio ma lanciando stelle  filanti o coriandoli.

Perché tutelare i nostri amici a quattro zampe non è cosa da poco; e a volte passa attraverso la sensibilizzazione di amici e parenti che sovente non riescono a capire né ad immaginare a quale disagio espongono gli animali con quei petardi di cui, francamente, possiamo farne a meno.

Se pensate che il vostro cane possa soffrire durante questo periodo è opportuno effettuare al più presto un consulto con un medico veterinario esperto in comportamento: sul sito http://www.sisca.vet/  troverete le info necessarie per trovare il medico più vicino a voi.

Bisogna far rumore circa i botti. Bisogna risvegliare sensibilità, attenzione e cura dell’altro, evitando il superfluo laddove dannoso.

Un Natale senza botti: intervista alla Dott.ssa Giussani was last modified: dicembre 22nd, 2016 by L'Interessante
22 dicembre 2016 0 commenti
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blue jeans
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

I blue jeans nati in Perù, 6000 anni fa

scritto da L'Interessante

Blue Jeans

di Antonio Andolfi

I blue jeans che conosciamo sono un’invenzione del diciannovesimo secolo, ma il loro colore ha origini decisamente più antiche. E non stiamo parlando dei primi tessuti blu da cui ha origine il termine blue jeans.

Tracce di blu indaco, il pigmento di origine vegetale usato per tingere il denim, sono state individuate su cinque di otto campioni di tessuto di cotone ritrovati nel 2009 nel sito di Huaca Prieta, nel nord del Perù. Lo studio della George Washington University (USA) è stato pubblicato su Science Advances. 

Blue jeans. Il colore originario

 

Le stoffe, forse quel che resta di antiche sacche, sono state preservate dal clima secco e risalgono a un periodo compreso tra i 6.200 e i 1.500 anni fa.

Analizzandole con una tecnica chiamata cromatografia liquida ad alta prestazione, è stato possibile individuare, sotto secolari strati di sporco, tracce di indigotina e indirubina, le componenti chiavi dell’indaco, che si ricava dalla fermentazione di foglie di diverse piante (tra cui la Indigofera tinctoria).

Finora il più antico utilizzo noto di questo pigmento risaliva all’Egitto di 4.400 anni fa. 

 L’indaco era uno dei pigmenti più pregiati dell’antichità e la sua presenza è attestata in Cina, Nord Africa e Sud America: qui, a quanto pare, fu utilizzato per le prime volte. La costa settentrionale del Perù è anche nota per essere stata una delle più antiche “culle” di domesticazione del cotone. Per molti versi questa regione è dunque la patria storica dei jeans.

I blue jeans nati in Perù, 6000 anni fa was last modified: dicembre 20th, 2016 by L'Interessante
20 dicembre 2016 0 commenti
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Uomo
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il tipo di uomo da evitare

scritto da L'Interessante

Uomo

Di Miriam Gargiulo

Il tipo di uomo che ogni donna dovrebbe evitare possiede tutte le caratteristiche negative che si possano avere. L’ “uomo” in questione è: freddo e distaccato, incapace di provare qualsiasi tipo di sentimento e avverso ai legami. A nulla serve aspettare e sperare che cambi. A nulla serve credere che imparerà ad amare se sarà amato.

E’ inutile farsi illusioni!

L’ uomo da evitare è anche narcisista, egocentrico e immaturo. E’ innamorato di se stesso e la sua esistenza ruota intorno al proprio aspetto fisico. Non a caso, il suo luogo preferito è la palestra. Qui trascorre la maggior parte della giornata allenandosi almeno 6 giorni a settimana. E’ facile riconoscerlo. E’ quello tutto impostato, che con aria da “macho man” si lascia guardare senza guardarti mai! E’ abituato a stare da solo e non ha nessuna intenzione di rinunciare alla propria libertà e alle proprie abitudini. Inoltre da buon egoista, cerca di trarre sempre benificio per se stesso da qualsiasi situazione, fregandosene altamente degli altri. Non sa cosa sia la sensibilità, non ha cuore e non pensa mai prima di parlare. Quando deve dirti qualcosa, lo fa in maniera cruda e diretta senza giri di parole e senza farsi il minimo scrupolo di ferirti, perchè non è certo un suo problema se questo avviene!

Di solito è l’unico single del gruppo di amici, felicemente fidazati da anni. Lui invece preferisce avere storielle di pochi mesi perchè in realtà non desidera e non è all’altezza di una relazione seria. Quando incontra una ragazza matura, determinata e con dei progetti di vita, è pronto a scappare a gambe levate quanto prima!

Quest’ uomo qui? Non credere di poterlo salvare 

Non credere mai che con te sarà diverso. Non credere mai che con te riuscià a smorzare i suoi lati negativi. Nessuno potrà cambiare la sua natura se non sarà lui a voler migliorare se stesso. 

”L’amore da una parte sola non basta. Non si regala l’anima a chi non è disposto a regalare la sua. Chi non fa regali, non apprezza regali.”

-Oriana Fallaci

 

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Desiderio
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il desiderio di Carmen: Caro Babbo Natale, vorrei un lavoro per papà

scritto da L'Interessante

Desiderio

Di Michela Salzillo

Siamo quelli del fast, lo sappiamo! Lo abbiamo detto tante volte. La velocità con cui siamo abituati a digerire gli eventi è in grado di far sembrare antica anche una notizia di qualche ora, è vero. Ma è altrettanto vero che quando certe storie arrivano lontano, vuol dire che corrispondono a un bisogno, significa che è forte la necessità di farci contaminare da tutto quanto stiamo leggendo, ascoltando o condividendo. Sto parlando delle notizie belle, quelle che raccontano trame a lieto fine, quelle a cui neppure siamo più abituati. Pochi giorni fa parlavamo di spirito natalizio, questo stato d’animo d’occasione cosi discusso, che spesso sembra uno sconosciuto, sì, ma a volte può apparirci più familiare che mai. Ci vuole poco, può bastare anche una letterina, di quelle che se non appendi all’albero, vai a consegnare al primo Babbo Natale che incontri per strada. Chi non l’ha mai fatto almeno una volta nella vita? Ebbene, nessuno di noi è stato l’ultimo, ce lo ha confermato Carmen, una bambina di soli sei anni, che qualche giorno fa, in poche righe, ha espresso uno di quei desideri che nessun bambino dovrebbe neppure imparare a sperare.

Il desiderio di Carmen e quella letterina che ha fatto commuovere il web

 Era Giovedì scorso quando, al centro commerciale Apollo, a Casapulla, un Babbo Natale d’eccezione ha ricevuto l’inusuale letterina di Carmen.  Non capita tutti i giorni di vedersi richiedere un desiderio simile al suo, anzi, in un Paese come l’Italia dovrebbe considerarsi un rischio alquanto superato, e invece no. Carmen, per Natale, ha sognato un lavoro per il suo papà:

“ Caro Babbo Natale… Volevo dirti che questo anno mi sono comportata da brava bambina, ho ascoltato sempre la mamma e ha scuola ho avuto tutti 10. Per Natale vorrei che mio padre trovasse un lavoro, così sarebbe felice. “

 I primi a rendere pubblica questa dolce missiva sono stati i componenti dello staff del centro commerciale che, attraverso la pagina Facebook, hanno chiesto l’ausilio dei lettori  affinché si risalisse, mediante la condivisione del messaggio, all’ identità della bambina, così da poter poi provare a  esaudire la sua richiesta. Le parole della piccola hanno emozionato talmente tanto l’opinione pubblica, che nel giro di un solo giorno è stata rintracciata addirittura la foto che ritraeva Carmen nell’atto di scrivere la letterina. Allo scatto, che opportunamente oscura il suo volto, è stato allegato anche questo messaggio di accorato ringraziamento:

“ Amici, grazie a tutti voi…e soprattutto grazie alla sensibilità dei ragazzi dell’animazione, siamo riusciti a trovare Carmen. Molte persone hanno messo in dubbio l’autenticità della letterina, ma come si dice in questi casi “Dio è grande” …abbiamo trovato la foto di Carmen mentre scrive di suo pugno la letterina. La pubblichiamo per mandare un piccolo messaggio: Impariamo dai bambini. impariamo a sognare e sperare…I bambini hanno qualcosa che forse noi grandi abbiamo dimenticato: “Credono ancora nella forza dei loro sogni… dei loro desideri”. Babbo Natale regalerà un sorriso a Carmen e, chissà, forse il suo desiderio è talmente pulito e autentico da regalare tanta felicità anche al suo papà.

 Lo staff.”

Il desiderio di Carmen e quel dubbio sull’autenticità della sua richiesta

 I sogni son desideri chiusi in fondo al cuor.

È Proprio questa una delle verità che ci insegnano sin da bambini. Non esiste una cosa che sia più reale dei sogni, non è vero che assomigliano a un miraggio, basta non aver paura dell’abisso, quello che ti trascina a fondo, proprio lì, vicino al cuore. Li trovi così, fra un battito, un’emozione, un respiro profondo, e quando ti accorgi di esserne stato capace la felicità dura pure di più. Per conoscere un desiderio bisogna imparare a cercarlo, bisogna accettare l’incoscienza, quella capace di farti osare liberamente, senza far sembrare pretesa una semplice volontà. Certo, non è sempre facile: quelle che da piccoli sembrano discese, da adulti diventano scalate, e l’attitudine al sogno è senz’altro uno di quei ripidi sentieri che smettiamo di percorrere nell’esatto momento in cui impariamo a ritenerci troppo grandi per le favole, per Babbo Natale e le letterine. Forse è per questo che la diffidenza è sempre in agguato, è per quella condanna alla ragione, quasi sempre distorta, che neppure un’emozione sappiamo goderci appieno. A dimostrarlo è stato un messaggio, che seppure abbia rappresentato l’ unica nota stonata in mezzo a un’ orchestra di solidarietà, ha senz’altro rubato un briciolo di magia alla storia d’amore fra Carmen e il suo papà:

“Se la bambina ha 6 anni, dovrebbe frequentare la prima elementare da tre mesi. Non può ancora scrivere così bene in corsivo, con le H al punto giusto, con la punteggiatura perfetta e le maiuscole quando servono. Per me, che sono una insegnante, questa lettera è stata dettata a qualche adulto. Ciò non toglie che il messaggio è molto dolce e va preso in considerazione…”

Così scriverà in quei giorni una persona, (la cui identità terremo segreta per l’ovvio diritto alla privacy), manifestando un dubbio legittimo, probabilmente, ma dimostrando anche  quanto sia difficile, per un adulto, pensare senza malizia o preconcetto; dare spazio al cuore, quella parte di noi in cui sono chiusi i desideri più coraggiosi. Per fortuna, però, l’infanzia non cresce mai, sa reinventarsi sempre, sa riciclarsi e non disilludersi. Finché ci saranno bambini disposti a crederci, come Carmen, Babbo Natale esisterà, e sarà pronto a realizzare ogni desiderio espresso. Parola di elfo.

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cane
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Può un proprietario punitivo incrementare l’aggressività del cane? La scienza si esprime

scritto da L'Interessante

Cane

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati l’altro giorno sono stato chiamato per svolgere una consulenza in un sistema famiglia- cane dove quest’ultimo manifestava comportamenti aggressivi verso gli ospiti di casa

All’ingresso una gentile signora si stupisce della mia età ed aggiunge “pensavo arrivasse un omone vestito in mimetica”.

Continuo la raccolta dei dati ed emergono informazioni chiave per noi tecnici: allontanamento dal gruppo sociale, strattonate, spintoni, punizioni fisiche e psicologiche. Zero gioco. Solo comandi. Scarsi rituali di condivisione. Concetti di dominanza e controllo tessono le conversazioni. 

Della serie “o’ can’ addà fa chell’ che dic’ io”.

Respira Luigi, respira.  Loro non sanno quel che fanno,  hanno solo usato le risorse che avevano a disposizione finora- mi dico.

Torno a casa, apro facebook e trovo un post dello stimato collega  Attilio Miconi.

Un segno.

“Nell’oltre il 95% dei casi il cane che morde è un cane con una soglia emotiva fuori controllo.

Questo significa che potrebbe mordere per paura perché è un fobico, oppure mordere quando si sente come dentro un frullatore di emozioni perché iperattivo.

In entrambi i casi possiamo affermare di trovarci di fronte a cani ipersensibili, con tanta necessità di essere compresi, quindi curati”.

Questo però presupporrebbe un domandarci il perché di tale comportamento. Interrogandosi sulla semantica e pragmatica ed andando oltre la mera dicotomia cattivo vs buono, dispetto vs approvazione.

“Dopo questa premessa vi domando e mi domando: le punizioni corporali o le sgridate possono migliorare la loro ipersensibilità e quindi annullare le aggressioni?

Io dico di No! Le punizioni inferte al cane, che siano esse fisiche o psicologiche, inducono in lui un ulteriore stato di disagio”.

Bisognerebbe tatuarsi queste parole. Punizioni e disagio, strettamente correlate. Insieme. Te le trovi in un rapporto a volte per sempre.

“Anche se si si può manifestare una momentanea regressione, per ulteriore paura, della fase reattiva di qualunque comportamento “aggressivo”, in realtà, è verosimile osservare come dopo alcuni mesi si manifesteranno comportamenti di aggressione da parte del cane in modo ancora più imprevedibile, addirittura constatando un peggioramento rispetto alle condizioni iniziali, prima delle punizioni inferte all’animale”.

Nell’ immediato quindi l’azione della violenza può anche sembrare d’aiuto: ma dove si anniderà tutto quel disagio? Come un virus presente ma latente, quali saranno i suoi effetti?

Vi sarà capitato di essere stati zittiti da qualcuno per interrompere una discussione: l’emozione si placava nel momento in cui vi chiedevano di tacere e reprimervi?

“Così, è capitato a molti proprietari, che tornando sconfortati e spaventati da chi aveva loro suggerito di essere i capo branco  dominando il cane, da questi vi sono sentiti rispondere di non essere stati abbastanza autoritari nell’inibire il cane a sufficienza”.

Certo, perché c’è sempre la possibilità di essere più violenti e vessatori, soprattutto quando precedentemente si è stati un po’..mollacchiosi; vuoi mettere due strattonate a paragone con una? E se non ne bastano due, si passa a tre, finché quel soggetto non si piegherà.

E cosa ci faremo poi con un soggetto piegato emotivamente?

In risposta a questa domanda  interviene  la scienza, con uno studio “Survey of the use and outcome of confrontational and non-confrontational training methods in client-owned dogs showing undesired behaviors” (Meghan E. Herron, Frances S. Shofer, Ilana R. Reisner. Applied Animal Behaviour Science, Volume 117, Issues 1-2, February 2009, Pages 47-54) in cui si rivela che il proprietario coercitivo può favorire l’aggressività del proprio cane.

Lo studio ha valutato gli effetti sul comportamento e i rischi per la sicurezza delle tecniche storicamente utilizzate dai proprietari di cani in presenza di problemi comportamentali.

A tutti i proprietari dei cani ricevuti presso un consultorio comportamentale nel corso di un anno è stato somministrato un questionario comportamentale riguardante gli interventi comportamentali precedentemente adottati.

Per ogni intervento applicato, al proprietario si chiedeva di indicare se si otteneva un effetto positivo, negativo o nullo sul comportamento del cane, e se si osservava un comportamento aggressivo in associazione al metodo utilizzato. Si chiedeva inoltre ai proprietari la fonte del consiglio comportamentale.

Risultavano completati 140 sondaggi. Le più comuni fonti dei consigli comportamentali erano “se stessi” e “l’addestratore”.  Numerose tecniche basate sul confronto come “colpire” o dare calci al cane per un comportamento indesiderato” (43%), “gridare contro il cane’’ (41%), ‘’forzare fisicamente l’animale a lasciare un oggetto dalla bocca’’ (39%), “alpha roll” (ruolo del cane alpha, dominante) (31%), ecc. inducevano una risposta aggressiva in almeno un quarto dei cani su cui erano utilizzati.

I cani visitati perché avevano manifestato aggressività verso una persona familiare avevano maggiore probabilità di rispondere in maniera aggressiva ad “alpha roll” e al “no” urlato, rispetto ai cani che avevano altri problemi comportamentali.

Le tecniche basate sul confronto adottate dai proprietari prima del consulto comportamentale, concludono gli autori, erano in molti casi associate a risposte di aggressività.

Siamo dei modelli per i nostri cani, e come tali siamo imitabili.

Una volta presa coscienza di ciò si può decidere quale stile di relazione adottare: autorevole- come un leader sa essere, o autoritario- come un capo.

Non meravigliamoci però se nel secondo caso c’è distanza emotiva e il cane non ci ascolta.

Può un proprietario punitivo incrementare l’aggressività del cane? La scienza si esprime was last modified: dicembre 16th, 2016 by L'Interessante
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