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Categoria

Dall’Italia e dal Mondo

Ospedale
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Ospedale di Caserta, attivato il “Centro per smettere di fumare”

scritto da L'Interessante

Ospedale di Caserta.

Ospedale di Caserta, attivato il “Centro per smettere di fumare”

È stato attivato il “Centro per smettere di fumare” presso l’Azienda Ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta”, diretta dai commissari straordinari Cinzia Guercio, Michele Ametta e Leonardo Pace. L’iniziativa rientra nell’ambito di un incremento dei servizi di qualità offerti dall’Aorn alla cittadinanza.

L’équipe del Centro è composta dagli pneumologi Silvana Buonanno e Vincenzo Pezzella dello staff medico dell’Unità operativa di Pneumologia, diretta da Pasquale Salzillo, e dalle psicologhe Marianna Daria Devastato, Mariateresa Letizia, Imma Marra e Marina Scappaticci e dalla sociologa Valentina Raffaele dello staff tecnico del Servizio Prevenzione e Protezione dell’Azienda, medico responsabile Margherita Agresti. Quest’ultima, nell’ambito delle sue competenze di salvaguardia della salute e della sicurezza dei lavoratori, si occupa anche della loro tutela in qualità di fumatori passivi e della promozione degli stili di vita salutari come contributo al miglioramento del benessere personale e sul lavoro.

L’ambulatorio è attivo due giorni a settimana, il lunedì pomeriggio e il mercoledì mattina. È possibile accedere ai servizi del Centro attraverso la presentazione di due impegnative mediche: una per visita pneumologica con spirometria semplice e l’altra per colloquio psicologico. Il “Centro per smettere di fumare” è raggiungibile al numero 0823/232109.

Le problematiche legate al fumo sono ampie e complesse. Per comprenderne l’entità va detto che i fumatori in Italia sono 11,5 milioni, il 22% della popolazione. Gli uomini sono 6,9 milioni, il 27,3%, le donne 4,6 milioni, il 17,2%. Gli ex fumatori sono 7,1 milioni, rappresentando il 13,5% della popolazione, i non fumatori sono invece 33,8 milioni, il 64,4%.

Secondo le indagini Doxa condotte tra il 2002 e il 2016 il dato di quest’anno relativo ai fumatori si riporta sui valori registrati nel 2008. Si osserva inoltre un lieve incremento della prevalenza di fumatori di entrambi i sessi: gli uomini passano dal 25,1% del 2015 al 27,3% del 2016, le donne dal 16,9% del 2015 al 17,2% del 2016. L’analisi della prevalenza del fumo di sigarette tra gli uomini e le donne nelle varie classi di età mostra che la percentuale di fumatori è ancora superiore a quella delle fumatrici in tutte le fasce di età.

Ospedale di Caserta, attivato il “Centro per smettere di fumare” was last modified: dicembre 14th, 2016 by L'Interessante
14 dicembre 2016 0 commenti
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Natale
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NATALE A NAPOLI SUPERA TUTTE LE ASPETTATIVE

scritto da L'Interessante

Natale

DI VINCENZO PICCOLO                

“Santa Claus is coming to town”, recita una vecchia canzone di Natale, e la città che quest’anno lo accoglie nel migliore dei modi, e forse anche con molto sfarzo, (chi l’avrebbe mai detto) è Napoli!

Ebbene si, i fatti hanno superato le aspettative, che qualche mese fa già vi avevo descritto in un breve articolo sul turismo Natalizio. In questi giorni la città Partenopea è stata presa letteralmente d’assalto da orde di turisti che hanno affollato il centro storico, e principalmente San Gregorio, Mergellina, via Toledo e le varie attrazione museali che, per l’occasione hanno ideato varie iniziative per avvicinarsi anche ai più piccoli. Già nei giorni scorsi, per esempio, era possibile visitare Cappella San Severo gratuitamente, a Piazza Municipio invece è stato allestito il “Villaggio di Natale”, alla Mostra d’Oltremare sarà possibile entrare nel magico “Santa Claus village” con elfi, renne e tante attività per bambini. Insomma sono tante le proposte create da Napoli per accogliere la grande affluenza registrata in questi giorni. Basta visitare le pagine social del Sindaco De Magistris, o di qualche maestro presepiale sito nel Centro Storico, che subito vi rendete conto di quanto sia grande la portata turistica di questa grande e sorprendete metropoli.

Niente presepio, questo Natale si fa Nalbero

Eh si, sorprendente perché, a parte queste iniziative che possono sembrare normali per una qualsiasi città nel periodo natalizio, Napoli quest’anno ha voluto superarsi. Quest’anno la sirena ha fatto “Nalbero”, una struttura di 40 metri, innalzata su 35mila tubi di multirezionale Lahye con, alla base 150 tonnellate di zavorra per aumentare la stabilità e rispondere al vento del lungomare. Si, il lungomare, dove lo volevi fare l’albero a Napoli? Nalbero è lì alla Rotonda Diaz sul lungomare Caracciolo, e lì resterà per 90 giorni, ad attendere i tanti turisti che vorranno visitarlo. All’interno di questa imponente struttura ci sono la galleria commerciale e le esposizioni tra cui “Vulcano con vista mare” di Gennaro Regina. Salendo troviamo un ristorante di 180 posti, un bar e un bistrot. Poi si accede alla grande terrazza, che si estende su tutti i lati di Nalbero, dove la realtà supera le aspettative e l’opera ingegneristica cede il passo alla natura e allora le immagini mozzafiato di questa Napoli dicembrina ti entrano fin dentro agli occhi. Forse bastava questo, bastava Napoli, o forse no. A volte ci vuole qualcosa in più per farci apprezzare quello che già si ha. Forse bastava in presepio, invece quest’anno hanno fatto l’albero. Niente da fare, caro Eduardo, o’ presepio nun se port cchiu’.

NATALE A NAPOLI SUPERA TUTTE LE ASPETTATIVE was last modified: dicembre 13th, 2016 by L'Interessante
13 dicembre 2016 0 commenti
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tombola
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Tombola : il gioco di Natale fra antiche tradizioni e cenni storici

scritto da L'Interessante

Tombola.

Di Michela Salzillo

 

Se il Natale fosse un vizio, probabilmente nessuno oserebbe dire che toccherebbe starci attenti. Anzi, sarebbe un peccato beatamente concesso. Nonostante i tempi moderni si facciano spesso sinonimo di disillusione e pessimismo, lo spirito natalizio è una rinuncia che sembra non volere accadere, non del tutto almeno. Che sia intesa in forma laica o religiosa, la festa dei desideri resiste, ancora oggi, fra le migliori attese dell’anno. Dalle grandi città ai piccoli borghi, ognuno con le proprie tradizioni, riscopre ogni volta quei piccoli esercizi di intimità che la ressa quotidiana tende a rimandare nei dimenticatoi. Fra quei riti irrinunciabili, a misura di semplicità, in grado di mettere d’accordo grandi e piccini, c’è sicuramente uno dei giochi da tavolo più belli di sempre: la tombola.  Per chi è nato a Napoli, ma non solo, è praticamente impossibile non aver mai fatto un lancio di fortuna al grido di ambo o terno. Nonostante abbia le stesse regole del bingo, il gioco meno nuocente della storia non intende cedere il posto a nulla che gli possa assomigliare.  Anche se è classificato per legittima attribuzione nella scaffalatura dei giochi d’azzardo, la tombola, di solito, non conosce affari loschi. E questo perché è da sempre il ludibrio delle famiglie, quelle che dopo il cenone della vigilia, con ancora il pandoro fra le mani, scostano di un centimetro la tovaglia per creare l’angolo delle scommesse buone. Solitamente, le somme che si impegnano e si vincono nelle singole partite hanno un valore prevalentemente simbolico, anzi, spesso si utilizzano premi di altra natura, molto più concilianti all’ idea di un dono natalizio. La legge vuole a gestire il gioco  un croupier d’eccezione che, sempre da regolamento, ha a disposizione un tabellone sul quale sono riportati i numeri da 1 a 90, e un bussolotto o un sacchetto riempito con pezzi numerati in modo analogo. Tale ruolo, specie nei nuclei famigliari abbondanti, viene ceduto, per gentile precedenza, ai nonni o bisnonni, motore indiscusso di gioia e ironia. È dunque il caposquadra ad effettuare l’estrazione di ciascun numero che, secondo le antiche tradizioni nostrane, va associato ad una delle immagini contenute nella smorfia napoletana, la quale, a sua volta, attribuisce ad ogni cifra uno strambo significato. Quando il numero estratto è presente su una delle schede dei giocatori, è usanza comune quello di coprirlo con ceci, lenticchie, fagioli o tubetti di pasta. È probabile, però, che molti di voi scavando nelle rimembranze della propria infanzia, associno a questo momento il profumo dei mandarini o delle arance. La buccia degli agrumi, infatti, detiene il primato fra gli strumenti più utilizzati in questo gioco, se non altro per evitare la possibilità che una lenticchia cruda possa rotolare giù dalle caselle e costringere tutti a scegliere fra due possibilità: Applicarsi con dedizione alla ripetizione di tutti i numeri già sorteggiati, fra una dissacrante imprecazione e un ‘impazienza di troppo, oppure dichiarare la partita terminata, perché tanto, soprattutto a Natale, ciò che conta è stare insieme. Ma se è vero che regole del gioco, forse, non sono una grossa novità da segnalare, chiedersi come sia nata la tombola, così come la conosciamo oggi, non è poi tanto comune.

 

 La tombola e le sue origini

Era l’anno 1734, e il re di Napoli Carlo III di Borbone era deciso a legittimare nel suo Regno il gioco del Lotto che, se fosse rimasto clandestino come fino a quel momento, avrebbe strappato ingenti entrate alle casse dello Stato. A questa volontà si opponeva fermamente il frate domenicano Gregorio Maria Rocco, una diatriba, quella nata fra i due, che si dimostrò parecchio partecipata da ambe le parti in causa.

Padre Rocco, dal suo canto, sosteneva che non fosse giusto introdurre, fra le cose lecite, un diletto così ingannevole. Tale scelta, sempre secondo il suo punto di vista, avrebbe cozzato con i valori religiosi a cui l’ intero regno era sempre stato devoto. Il re, forse per una sottile e astuta strategia, la mise sul piano del “meno peggio”, asserendo che il lotto, se giocato di nascosto, sarebbe stato più pericoloso per le tasche dei sudditi, uniche vere vittime di tale negligenza. In questo modo riuscì a conquistare consenso, ad un patto però, che il gioco, almeno nella settimana delle festività del Natale, fosse stato sospeso. In quei giorni,  dunque, non avrebbe dovuto esserci alcuna distrazione dai riti religiosi. Ma, visto che da sempre ogni divieto genera la voglia di trasgredirli, il popolo non ci impiegò molto a formulare una personale alternativa alla regola. I novanta numeri del lotto furono messi in ‘panarielli’ di vimini e, per divertirsi in attesa della mezzanotte, ciascuno provvide a disegnare numeri sulle cartelle. Fu così che l’ ingegnoso estro  popolare riuscì a trasformare un gioco pubblico in un divertimento familiare. Il nome di tombola venne fatto provenire dalla forma cilindrica che ha il  numero impresso nel legno, o forse dal capitombolo che fa lo stesso numero estratto, quando dal  panariello cade sul tavolo. Ad ognuno dei novanta numeri della tombola fu attribuito un simbolo diverso da regione a regione. I significati della tombola napoletana sono quasi tutti allusivi, alcuni anche piuttosto scurrili. Stando a queste verità,dunque, potremmo addirittura azzardare una smentita. Più che dal bingo, la tombola sembra essere stata partorita dalla fantasia audace dei napoletani.

Tombola : il gioco di Natale fra antiche tradizioni e cenni storici was last modified: dicembre 13th, 2016 by L'Interessante
13 dicembre 2016 0 commenti
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AMBROGIO A MILANO: TRADIZIONE E APPUNTAMENTI CULTURALI
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SANT’ AMBROGIO A MILANO: TRADIZIONE E APPUNTAMENTI CULTURALI

scritto da L'Interessante

Ambrogio

Di Erica Caimi

Mercoledì 7 dicembre, la città di Milano festeggia il suo patrono: Sant’Ambrogio.  Il vescovo e scrittore visse in città dal 374 fino all’anno della sua morte, imponendosi nella storia come una delle personalità più importanti della Chiesa del IV secolo. Aurelio Ambrogio nacque da un’importante famiglia romana a Treviri. La leggenda narra che, mentre Ambrogio, ancora neonato, riposava serenamente nella sua culla, uno sciame di api si posò sulla bocca, entrando ed uscendo liberamente senza che il bambino accusasse alcuna conseguenza. Il padre, impressionato e colpito, esclamò: “Se questo figlio vivrà, diverrà sicuramente un grand’uomo!”. E così accadde. Una volta nominato Vescovo di Milano donò tutte le sue proprietà ai poveri e si dedicò all’incarico con grande passione e intelligenza, assumendo un ruolo centrale nella lotta contro il paganesimo.  Le sue spoglie sono conservate nella basilica a lui dedicata, che si trova nel cuore della piazza di Sant’Ambrogio.

A Sant’ Ambrogio, l’imperdibile fiera degli “Oh Bej! Oh Bej!”

Come vuole la tradizione, turisti e milanesi possono sempre contare sul mercatino degli “Oh Bej! Oh Bej” che si tiene dal 7 dicembre fino alla successiva domenica. L’espressione “Oh Bej! Oh Bej!” in dialetto lombardo significa “Oh belli! Oh belli!” e le origini della manifestazione risalgono all’arrivo in città di Giannetto Castiglione nel 1510, inviato a Milano da Papa Pio IV per riaccendere la devozione dei cittadini di rito ambrosiano, che avevano manifestato malcontenti verso il Papa. Castiglione arrivò in città il 7 dicembre, giorno di festa per i milanesi che in quella data celebravano già il santo patrono Ambrogio, in coincidenza con la sua elezione a Vescovo avvenuta il 7 dicembre 374. Per evitare di essere accolto con astio dalla popolazione, Giannetto portò con sé dolciumi e giocattoli distribuendoli ai bambini milanesi, i quali,  circondandolo in grande festa esclamavano con gioia “Oh Bej! Oh Bej” (“Oh Belli! Oh belli!”) . Il corteo di bambini e curiosi attirati dalle grida festose dei piccoli, raggiunse poi la Basilica di Sant’Ambrogio.

Inizialmente, la fiera si svolgeva sulla Piazza Dei Mercanti, ma nel 1886 venne spostata nella zona attigua alla Basilica di Sant’Ambrogio ove rimase per 120 anni. Dal 2006 ad oggi, invece, le colorate bancarelle si snodano nella zona del Castello Sforzesco.

La prima della Scala a Sant’Ambrogio

Come ogni anno a San’Ambrogio s’inaugura la stagione del teatro La Scala. Quest’anno è la volta di Madama Butterfly di Giacomo Puccini, che torna a distanza di 112 anni nella versione presentata alla prima assoluta del 1904. Il debutto si concretizzò in uno storico fiasco, alimentato dall’ostilità che era stata costruita attorno all’autore Giulio Ricordi e al compositore Puccini.  Nel 1904 Carlo Gatti raccontava così la prima di Madama Batterfly: “Un riso irrefrenabile, si ebbe all’inizio dell’ultimo quadro con la rappresentazione di un’alba in cui il risvegliarsi del giorno era accompagnato da un fitto pispiglio di uccelli riprodotto troppo meccanicamente da zufoli voluti dal regista Tito Ricordi. Risultato: appena chiuso il sipario, si scatenò la gazzarra. L’esecuzione e l’allestimento, che furono di prim’ordine, passarono in secondo piano. Si voleva colpire Puccini, e Puccini si affrettò a ritirare subito l’opera, noncurante dei danni che avrebbe arrecato alla Scala non consentendo nessuna replica.” Soltanto tre mesi dopo, il 28 maggio, iniziò la sua seconda fortunata stagione e venne riproposta con vari aggiustamenti al teatro Grande di Brescia, trovando, stavolta, un’accoglienza bevola, tanto da raccogliere successi e apprezzamenti sui palchi di tutto il mondo.

Il 7 dicembre 2016 l’opera in due atti, diretta da Riccardo Chailly  con la regia di Alvis Hermanis, è stata trasmessa in diretta da Rai Uno e da Rai Cultura a partire dalle 17.45.  

Altre novità a Sant’Ambrogio

Il 7 dicembre è stato acceso l’albero di Natale ‘Joy’ in Piazza Duomo, sponsorizzato da Pandora. L’abete, alto 28 metri e addobbato con palle natalizie rosse e argento da 25 centimetri, illuminerà le notti natalizie con i suoi 6 chilometri di luci, per un totale di 54mila punti led. L’albero, proveniente dalla provincia di Belluno, verrà smantellato dopo le feste e il suo legno verrà donato al laboratorio di falegnameria della Sacra Famiglia di Cesano Boscone, per realizzare arredi per le scuole della città.

Milano non poteva non omaggiare un grande interprete scomparso nel 2013: Enzo Jannacci. A Sant’Ambrogio con gli “Intesi come tram” è andato in scena al Joy un omaggio alla canzone del grande cantautore.

SANT’ AMBROGIO A MILANO: TRADIZIONE E APPUNTAMENTI CULTURALI was last modified: dicembre 8th, 2016 by L'Interessante
8 dicembre 2016 0 commenti
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cani
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il Dog Friendly: storie di cani cortesi. Intervista a Chiara Cortese

scritto da L'Interessante

cani

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati oggi vi porto nella calda Sicilia, dove ad aspettarci c’è Chiara Cortese- istruttore ed educatore cinofilo. Ci accoglie in terrazza, di fronte al mare, in compagnia del suo branco.

L’abbiamo raggiunta per capirne di più della convivenza di cani in branco, gestiti da un animale non umano- Chiara per l’appunto.

Siamo qui con Lei in presenza di alcuni suoi cani; come Le è nata l’ idea o il desiderio di condividere la sua vita con loro?

“Non è stato nulla di deciso in modo preventivo , mi ci sono trovata nel corso degli anni. Vivo in una parte della penisola dove purtroppo i cani randagi sono davvero tanti. Il tutto ebbe inizio nel 1996 quando mi offersi volontaria per allevare una cucciolata di 4 cani neonati trovati nel contenitore dell’immondizia, ai tempi convivevo con  Freddy- un incrocio di breton- e Zara, una dobermann e mi ritrovai a quota 6 cani”.

  • Quali sono state le maggiori difficoltà a cui é andata incontro nel gestire un gruppo di cani?

“All’inizio le difficoltà maggiori erano quelle legate alla pacifica convivenza con il vicinato che poco tollerava la nostra presenza , per preconcetti,  scarsa conoscenza e anche per un disagio che i nuovi arrivati esprimevano quando mi allontanavo con abbai molto profondi. Solo successivamente ho scoperto essere ansia da abbandono;  ma eravamo nel lontanissimo 1996”.

  • A volte imponiamo la convivenza tra cani senza domandarci se veramente  vogliono condividere il loro spazio, tempo e risorse con altri soggetti. Quali sono gli errori che assolutamente bisogna evitare per evitare conflitti o il degenerarsi di alcune situazioni?

“Non esiste una regola unica, di sicuro è importante avere ben presente che convivere, come nel mio caso, con un numero alto di cani che tengo a precisare non si sono scelti ma hanno saputo adattarsi ad una convivenza imposta- situazione che da tecnico noto nella stragrande maggioranza dei cani conviventi-, vuol dire vivere in una sistema dinamico in continuo mutamento e riorganizzazione . Bisogna stare attenti a cogliere i primi segni interni al gruppo di eventuali crisi e fare in modo che i conflitti  siano tenuti sotto un livello di stress più basso possibile . Di sicuro quello che ho imparato è che  quando avviene qualcosa che sfugge alla nostra idea di convivenza, più che pensare a forme punitive di controllo, è opportuno domandarsi il perché di certe espressioni , non fermarsi al comportamento ma risalire all’intenzione che ha fatto esprimere quel comportamento” .

  • Effettivamente non sempre ci domandiamo il perché di alcuni comportamenti. Andiamo direttamente sulla gestione o sulla punizione, pensando sia la scelta più funzionale. Cosa ne pensa invece di alcuni luoghi comuni circa i cani aggressivi?

“I luoghi comuni purtroppo sono fonti del non sapere che forniscono  risposte immediate e risolutive . Non credo esistano cani aggressivi di per sé , ma cani che esprimono un forte disagio attraverso un canale che è quello del comportamento aggressivo . Quando adottai Zara , la dobermann , per tutto il tempo della nostra magnifica convivenza ho incontrato numerose persone che mi raccomandavano di stare attenta alla sua improvvisa pazzia che sarebbe avvenuta- come luogo comune insegna- a 7 anni . Nei casi in cui si insinua un dubbio che non riusciamo a chiarire è sempre buona cosa ascoltare il parere di istruttore cinofilo e di  un medico veterinario esperto in comportamento per la diagnosi” .

  • E’ quindi possibile la convivenza pacifica e serena anche fra più cani non parenti?

“Dipende; dipende dalla volontà del cane di voler trascorrere i suoi anni in compagnia di altri cani anche non parenti , oppure desiderare di essere figlio unico. Questo aspetto lo curo molto con i miei clienti che mi informano di voler adottare un nuovo cane, chiedo loro di valutare anche il desiderio del cane di famiglia; è importate che ci sia il piacere di tutti nel vivere insieme.  Nel mio caso direi che son stata particolarmente fortunata, vivo con 3 gruppi familiari tutti allevati da me , 8 cani senza fratelli e 8 gatti, i vari gruppi si sono presi cura a loro volta dei nuovi ingressi con l’accudimento che solo un cane può  dare ad un altro cane nei suoi primi giorni di vita. Siamo  un bel gruppo, anche noi con i nostri momenti di tensione , ma siamo un bel gruppo. Il gruppo dei cani Cortesi”.

Grazie mille alla collega per la sua disponibilità e per avermi fatto conoscere il suo gruppo.

Parlare di cani, con cani, con un tramonto palermitano che illumina le serate dicembrine, rende tutto più magico.

L’uomo non è un’isola. È portato ad appagare il suo bisogno sociale, e in questo i cani sono degli ottimi maestri.

Bisogna però evitare di tirare la corda. Non mi stancherò mai di dire che agire in prevenzione è più utile che risolvere un conflitto già innescato.

Il Dog Friendly: storie di cani cortesi. Intervista a Chiara Cortese was last modified: dicembre 8th, 2016 by L'Interessante
8 dicembre 2016 0 commenti
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amore
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L’ Amore ai giorni nostri

scritto da L'Interessante

Amore

Di Miriam Gargiulo

L’ amore al giorno d’oggi è sempre più raro. Viviamo in un’epoca in cui sembra non esserci più spazio per l’amore, in cui i messaggi, le chat e i social media hanno sostituito il guardarsi negli occhi e il tenersi per mano, creando una distanza sempre più forte tra le persone. Oggigiorno non si ha più la voglia di investire sentimenti, di condividere la propria vita con un’altra persona e di prendersi cura di questa.

Molti, terrorizzati dal pensiero di perdere la propria libertà, passano i loro giorni senza legarsi mai! Convinti di non avere bisogno dell’Amore, ricercano felicità e soddisfazione nelle serate trascorse a divertirsi con gli amici in discoteche e locali, lanciandosi in incontri occasionali, vuoti e privi di qualsiasi sentimento, piuttosto che impegnarsi in una relazione stabile e duratura.

Possiamo chiaramente assistere ad una spaventosa e diffusa perdita dei valori e dei sani principi di una volta, insieme alla scomparsa di quel romanticismo e di quelle piccole attenzioni e gentilezze,ormai derise e considerate superate, che si incontrano soltanto nei nei grandi classici.

Al giorno d’oggi si tende ad essere più superficiali, meno pazienti e meno scrupolosi. Si tende a togliere poesia a gesti e a parole che meriterebbero maggiore importanza e sensibilità.

Gli uomini non sanno più corteggiare e le donne non si fanno più desiderare! E’ ormai passata di moda la bellezza dell’-attesa- sostuita dalla triste abitudine del –vivere tutto e subito- senza amore, liberi dalla preoccupazione delle conseguenze e del domani.

Tempi duri per l’ amore

In un mondo fatto di tecnologia, tentazioni e sesso facile, non c’è posto per chi dimostra di essere diverso. Chi si distingue dalla massa mantenendo saldi i cari e vecchi valori, chi mette ancora cuore nei gesti e nelle parole, sa infatti che altrettanto cuore non troverà spesso.

“Amore è tutto ciò che aumenta, allarga, arricchisce la nostra vita, verso tutte le altezze e tutte le profondità. L’amore non è un problema, come non lo è un veicolo; problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.”
-Franz Kafka-

L’ Amore ai giorni nostri was last modified: dicembre 6th, 2016 by L'Interessante
6 dicembre 2016 0 commenti
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proteine
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Proteine: nei capelli una nuova chiave di identificazione univoca

scritto da L'Interessante

Proteine

Le proteine dei capelli sono una carta d’identità biologica in grado di identificarci in modo univoco, come il Dna: un nuovo strumento utile alla polizia scientifica e all’archeologia, quando il sequenziamento del Dna risulta impossibile.

L’analisi delle proteine presenti nei capelli può diventare una tecnica di identificazione univoca alternativa al sequenziamento genetico: lo suggerisce uno studio realizzato da un team del Lawrence Livermore National Laboratory (California) (pubblicato su Plos One) che pone le basi per una profonda trasformazione delle tecniche di analisi biologica nella scienza forense e nell’archeologia.

Le proteine dei capelli

In determinate condizioni è possibile analizzare anche Dna vecchio di centinaia di migliaia di anni. Il sequenziamento genetico diventa però inutilizzabile quando il Dna si degrada per cause ambientali, legate al Ph, alla temperatura, alla presenza di acqua, batteri o altri microrganismi.

I capelli invece sono una delle strutture più resistenti del corpo umano, al pari di ossa e denti. La robustezza del cuoio capelluto deriva dall’alto grado di legami intermolecolari presenti nelle 300 proteine contenute in un singolo capello.

Le proteine dei capelli si formano sulla base di informazioni genetiche presenti nel Dna: perciò quando si verifica una mutazione genetica ci possono essere anche lievi variazioni nella sequenza di molecole di aminoacidi che compongono queste proteine. Il team di ricerca ha sviluppato una tecnica in grado di spezzare le sequenze proteiche, individuando decine di variazioni genetiche nei capelli di 76 persone viventi e di altre decedute tra il 1750 e il 1850. È stato calcolato che alcune di queste variazioni sono molto rare e si possono presentare in un soggetto ogni 12.500: questa caratteristica le rende potenti marker al servizio della bioarcheologia e della scienza forense.

Proteine: nei capelli una nuova chiave di identificazione univoca was last modified: dicembre 6th, 2016 by L'Interessante
6 dicembre 2016 0 commenti
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cane
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Il cane con lo shatush. Il nuovo capitolo de Il Dog Friendly

scritto da L'Interessante

Cane

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati, ieri mi è capitata una cosa strana: giravo per la mia città un po’ sovrappensiero quando vedo comparire, all’uscita di un negozio, un maltese accompagnato dal suo proprietario. E fin qui non v’è notizia eclatante. Il sussulto della mia mente  è stato però attivato dal notare che quel maltesino tutto bianco e candido aveva…una cresta colorata. Verniciata. Pittata. Mechata. Era passato dal coiffeur, si direbbe.

Onestamente ho fatto fatica a pensare di aver realmente visto quella scena, per cui son dovuto passare due volte nello stesso punto per notare che ciò che avevo visto..fosse reale.

Mi si è raggelato il sangue nelle vene.

Ma come si può? Surreale.

Io non dico che non si debba aver cura dell’aspetto del proprio animale- anzi, la cura del pelo e della cute è fondamentale per il benessere del cane, ma come si può conciare  un nostro amico in una maniera così distante dalla sua natura?

Il prendersi cura dell’altro si manifesta sicuramente attraverso atti di grooming, di pulizia degli arti, di controllo dei parassiti, ma si esagera drasticamente quando al cane non viene permesso di poter esprimere alcuni suoi comportamenti di specie semplicemente perché si sporca o si allontana dal nostro concetto di igiene.

Rotolarsi sulle carogne è uno di questi. Come anche rotolarsi nel fango, nell’erba bagnata, tuffarsi nelle pozzanghere e così via. Profumi di natura per un naso sopraffino. Altro che chanel numero 5.

E ancora pulire insistentemente le zampe al rientro della passeggiata perché lo si è visto raspare dopo aver fatto pipì, o perché semplicemente non si vogliono rischi di “contaminazione”. Da cosa? Le nostre case non sono mica una sala operatoria dove si necessita di un ambiente sterile?

E non vi pare una esagerazione? Non possiamo rispondere ad  una esagerazione mettendone in atto  un’altra.

Questo accade perché per molti proprietari la relazione col cane è vissuta principalmente sulla dimensione edonico- estetica, in cui si ha il piacere di ammirare il cane, di apprezzarlo per le sue qualità morfologiche o performative.

Unita spesso alla dimensione affettivo- epimeletica, in cui prevale il prendersi cura del cane, accudirlo, sentirsi il suo genitore, avere una tutela stretta sul cane.

In questi casi è necessario aprire altre dimensioni di relazione in cui il cane possa manifestare delle attività appaganti e diminuire quelle forme di antropomorfizzazione che tanto stanno care a noi umani, e poco ad una specie diversa.

Ne è un esempio il barbone. Originariamente il barbone era un cane votato al pericolo e all’avventura. Il suo impiego nella caccia all’anatra e come cane da riporto in acqua era talmente diffuso che la sua toelettatura odierna era concepita appositamente per facilitargli il lavoro nell’acqua: la tosatura sul pelo nella parte posteriore del corpo serviva a lasciargli maggior libertà nel nuoto con gli arti posteriori, mentre il pelo veniva lasciato crescere abbondatamene nella parte anteriore per garantire copertura dal freddo e dal vento agli organi importanti come polmoni e cuore e per proteggere il corpo dai graffi delle piante. E il ciuffo sulla coda? Era necessario per permettere al compagno umano di seguirlo con lo sguardo mentre si immergeva nella boscaglia o negli acquitrini. Nel tempo il cane ha smesso di lavorare ma molti proprietari hanno conservato ed estremizzato questa cura, facendola diventare tratto distintivo della razza.

E allora vai di ciuffettino, taglio  a leoncino, smalto al ditino e si sfila verso il salottino.

Come sempre le mediazioni possono  aiutarci a tutelare tutti i membri di uno stesso sistema.

Pertanto non dico che il cane debba rotolarsi nel fango tutte le volte che si esce- magari qualche volta anche noi umani siamo di fretta perché abbiamo una cena galante- ma impedirglielo sempre è una sorta di sottile maltrattamento mascherato da cura.

Non dico nemmeno che il taglio che ci piace non debba essere fatto: ma c’è modo e modo.

L’estremizzazione cozza con il benessere, ma meglio si sposa con la spettacolarizzazione.

Abbiamo preso un cane per fare lo show?

Resta per me fondamentale rivolgersi a tolettatori professionisti e medici veterinari che sappiano indirizzarvi verso la miglior cura del mantello del vostro cane.

Il cane con lo shatush. Il nuovo capitolo de Il Dog Friendly was last modified: dicembre 1st, 2016 by L'Interessante
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Cani. Socializzarsi in natura: intervista a Veronica Papa

scritto da L'Interessante

Cani

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Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati oggi vi porto a Ceggia, presso “La Margherita” centro cinofilo, dove ci aspetta l’istruttrice Veronica Papa.

La seguo da qualche tempo, scrive racconti di vita quotidiana di cani e umani sempre molto affascinanti.

Le sue foto e i suoi video prendono vita, come fossero film con sottotitoli.

  • Grazie Veronica per aver accettato questa intervista. Da un punto di vista professionale, come possiamo definirla?

“La tradizione definisce il mio mestiere come quello di Educatore Cinofilo- anche se secondo alcune scuole io  sarei Istruttore Cinofilo, in quanto abilitata ad occuparmi anche di quelli che molti chiamano problemi comportamentali del cane. Io sono però convinta che a occuparsi dell’educazione del cane debba essere chi lo cresce, quindi il suo umano; io posso solo fornirgli gli strumenti per svolgere questo compito nel miglior modo possibile, aiutandolo a superare le difficoltà derivanti dallo svolgere un ruolo che sarebbe stato in realtà di competenza della famiglia naturale.
Alcuni colleghi, per questi motivi, si definiscono Consulenti di Relazione oppure Interpreti Cinofili, ma essendo termini poco diffusi creano più perplessità che altro. Diciamo che sono un Educatore che Educa ad Educare”.

  • Educare fornisce molta consapevolezza, ciò di cui i proprietari hanno bisogno. A riguardo ci può spiegare con una definizione semplice cosa s’intende per socializzazione intraspecifica?

La socializzazione intraspecifica è la capacità di muoversi in modo disinvolto e consapevole all’interno delle relazioni con gli appartenenti alla propria specie.

 

  • Disinvolto e consapevole. Bella definizione. Qual è lo stile che attribuisce Veronica Papa alla socializzazione intraspecie?

“E’ fatta di esperienze, di competenze, di rappresentazioni delle diverse categorie e delle diverse possibilità di interazione. Un animale dalla socialità intensa e complessa come il cane richiede grandi competenze sociali per sviluppare un profilo caratteriale equilibrato, una consapevole conoscenza di se stesso, dei propri limiti e dei propri punti di forza, una chiara definizione del proprio ruolo. Attraverso le interazioni con i conspecifici il soggetto pone le basi per definire se stesso. Inoltre l’evoluzione dell’individuo avviene grazie ai modelli di comportamento proposti da coloro che rappresentano per lui dei riferimenti importanti; la corrispondenza morfologica e il fatto di condividere lo stesso etogramma rendono i conspecifici dei modelli molto più efficaci di quanto possano rappresentare individui appartenenti ad altre specie, anche se importanti dal punto di vista affettivo.
La convivenza con specie diverse può arricchire il vocabolario espressivo, fornendo spunti preziosi e alternative di analisi e comprensione della realtà, ma è il crescere con i propri conspecifici che offre le opportunità adeguate per maturare correttamente.
Non riesco a pensare ad un cane che non abbia esperienze di relazione con altri cani, che non ha un suo ruolo all’interno di un gruppo di conspecifici (non necessariamente conviventi) come ad un individuo completo.
Per imparare a stare insieme agli altri umani noi, fin dai primi giorni di vita, accumuliamo miliardi di esperienze con diverse categorie e figure (genitori, fratelli, cugini, zii, nonni, compagni di classe, maestre, presidi, commesse, medici, fidanzati, mariti/mogli, generi, suocere, amici speciali, eccetera eccetera), imparando, attraverso prove ed errori, modelli di riferimento, intuizioni, empatia,  egoismi, ambizioni e progetti, a stare con gli altri, ad evitare o a gestire i conflitti, a costruire alleanze  e collaborazioni; ma pretendiamo che il cane, separato a due mesi (quando gli va bene) dalla propria madre, dai fratelli e dagli altri adulti che compongono la sua famiglia naturale, e messo nelle condizioni di frequentare in modo sporadico e inadeguato i suoi simili, possieda le stesse competenze che noi costruiamo in 50/60 anni di esperienze continue!”

  • E’ proprio vero, a volte dimentichiamo che anche i nostri cani, in quanto soggetti, hanno bisogno di vivere delle esperienze positive e frequenti. Guardo spesso le sue foto; esperienze in natura, con scenari da mozzafiato. Perché decide di far socializzare i cani sempre in un ambiente naturale come laghi, spiagge ed aperta campagna, invece di un semplice campo recintato?

“Pur essendo naturale per un cane vivere inserito in un gruppo di conspecifici, o perlomeno frequentarlo con una certa assiduità, come specie generalmente non è particolarmente portato ad accogliere conspecifici estranei, con le dovute differenze determinate dalle caratteristiche della razza o del mix di razze cui appartiene, dalle sue caratteristiche genetiche individuali e dal suo percorso soggettivo.
Questo significa che l’incontro tra cani che si conoscono poco o non si conoscono affatto possono essere caratterizzati da un certo grado di tensione, soprattutto se i protagonisti possiedono poche competenze sociali; questa  tensione può esprimersi con comportamenti antagonistici, che in ambienti ricchi di proposte alternative trovano maggiori possibilità di essere gestiti al meglio, sia per quanto riguarda l’emotività dei cani che per quanto riguarda quella de i loro proprietari.
Poter usufruire di spazi molto ampi aiuta i cani a stemperare le tensioni aumentando le distanze tra loro se necessario, mentre gli stimoli olfattivi e gli arricchimenti ambientali (cespugli, terrapieni, corsi d’acqua, massi, tronchi, ecc.) offrono maggiori occasioni per costruire  comportamenti agonistici o collaborativi, anziché  ricorrere esclusivamente  a interazioni antagonistiche e competitive.
Inoltre gli stimoli che inducono i cani a cimentarsi in attività di tipo olfattivo (tracce, segnali chimici, materiale biologico, ecc.) solitamente richiedono molta concentrazione, che è favorita da un livello basso di eccitazione: il cane si impegna così nel seguire e analizzare odori interessanti, orientandosi in questo modo verso un assetto emozionale più riflessivo.
E per finire, particolare non trascurabile, anche gli umani si rilassano di più in ambienti ameni e naturali, si godono il panorama, si inebriano di odori, si disintossicano, trasmettendo ai loro compagni a quattrozampe un insieme di emozioni positive.
Il fatto di camminare insieme, nella medesima  direzione e verso una medesima meta fa diventare i singoli individui un gruppo, all’interno del quale generalmente le tolleranze sono maggiori che non in una situazione statica e priva di vie di fuga”.

  • Assolutamente ineccepibile. Dovremmo ricordarci più spesso di muoverci in concertazione con chi ci sta a cuore. Molti proprietari però hanno paura di slegare i loro cani in questi contesti: come arriva a convincerli“.

 E’ necessario distinguere tra il proprietario che non sente alcun bisogno di liberare il proprio cane e quello che invece lo vorrebbe fare  ma ha troppa paura.
Il primo desidera avere la situazione sotto controllo, ed è poco propenso a muoversi verso un’emancipazione del proprio quattrozampe, verso una sua autonomia, seppure parziale.
In questo caso non sono io la persona giusta per lui, in quanto cerca altro rispetto a ciò che io sono in grado di offrire, e la cosa più corretta è invitarlo a rivolgersi a figure professionali diverse.
Ben diversa è invece la situazione con una persona che si pone come obiettivo  aiutare il cane nella sua crescita verso una maggiore responsabilizzazione possibile, con i dovuti limiti dettati da quanto la società consente; costui ha solo bisogno di essere rassicurato, di sperimentare che il suo cane è all’altezza ma soprattutto che lo è la loro relazione e lo è lui stesso.
E’ fondamentale saper accogliere le sue preoccupazioni e le sue ansie, valutarle attentamente e farsene carico; costruire i presupposti per la fiducia necessaria a compiere il passo, perché spesso il cane si allontana proprio dall’ondata emozionale che il suo umano emana; e infine scegliere inizialmente luoghi molto sicuri, privi di pericoli e che io stessa conosco molto bene, in modo da potermi mostrare tranquilla io stessa, aumentando gradualmente la complessità dell’ambiente man mano che il binomio è pronto ad affrontarla.
Non esiste un cane che “scappa” dal proprietario, a meno che davvero non vi siano problemi eclatanti all’interno della loro relazione, ma in questo caso sicuramente emergerebbero negli incontri preliminari.
E’ più probabile che il cane metta distanza tra sé e l’ansia dell’umano, la sua angoscia, il suo inconsapevole bisogno di aggrapparsi a quel controllo, spesso a dispetto della sua stessa volontà.
Il mio compito è fare in modo che imparino a fidarsi uno dell’altro, e diventino squadra.
Centrato questo obiettivo qualsiasi problema, di qualunque natura, solitamente sparisce”.

Non esiste un cane che scappa. Siamo noi a dover fuggire dalle nostre paure di perderli.

I cani si meritano la libertà.

Noi di vederli appagati.

Cani. Socializzarsi in natura: intervista a Veronica Papa was last modified: novembre 24th, 2016 by L'Interessante
24 novembre 2016 0 commenti
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Crionica, la scienza dell’ibernazione post mortem

scritto da L'Interessante

crionica

di Antonio Andolfi

Una 14enne britannica ha ottenuto, poco prima di morire di cancro, il permesso di conservare al freddo il proprio corpo in attesa di un futuro risveglio. Ma con quali speranze, realisticamente?

Nel Regno Unito, un giudice ha appoggiato la volontà di una 14enne malata terminale di una rara forma di tumore di non essere sepolta ma crioconservata, dopo la morte, nella speranza di poter essere riportata in vita in futuro.

La giovane, non ancora maggiorenne, doveva rimettersi alle disposizioni dei genitori: il tribunale ha stabilito che la madre della ragazza, che a differenza del padre appoggiava la sua decisione, fosse l’unica a poter decidere che cosa fare del corpo della figlia dopo la sua morte.

Dopo il decesso, la salma è stata quindi affidata a una società privata che si occupa di crionica (la criopreservazione di uomini e animali dopo la morte) per essere criocongelata e trasportata da Londra agli Stati Uniti, dove sarà conservata. Il tutto al costo di 37.000 sterline – poco più di 43.000 euro.

Crionica: uno scenario realistico?

Al di là del rispetto delle volontà di ciascuno, quante speranze ci sono, dal punto di vista scientifico, che un corpo umano ibernato possa un giorno risvegliarsi dalla morte? Se la risposta sfiora i confini della fantascienza, limitiamoci ad analizzare due aspetti distinti: quello dei tessuti e quello delle connessioni neurali.

Per il primo aspetto, un grande passo in avanti è stato quello della vetrificazione dei tessuti biologici, cioè la loro solidificazione senza formazione di cristalli di ghiaccio.

L’uomo non è fatto per essere “surgelato” e poi scongelato. Se le nostre cellule congelano, i cristalli di ghiaccio che si formano al loro interno finiscono, mano a mano che si espandono, per distruggerle: quando il corpo ritorna a una temperatura normale, dei tessuti congelati non rimane che poltiglia, come sanno bene gli esploratori artici.

La vetrificazione sostituisce il sangue con un cocktail di sostanze antigelo che, sotto ai – 0 °C, rende il liquido iniettato solido come vetro.

La tecnica funziona bene su piccoli campioni di tessuto, su embrioni e cellule uovo nei trattamenti per la fertilità. Recentemente ha permesso di criopreservare e poi “scongelare” un cervello di coniglio, lasciandolo in perfetto stato (almeno esternamente).

Tuttavia non è mai stata testata su organi umani, nemmeno per i trapianti, ed è per adesso impossibile affermare che possa mantenere un intero organismo in perfetto stato.

Rimane poi il problema non marginale del “contenuto”. 

Crionica: dentro all’involucro

Memoria, carattere, personalità sono il prodotto di connessioni neurali, una rete che non è verosimile sperare di poter congelare e preservare in eterno. Si è speculato sulla possibilità di “scaricare” il contenuto del cervello in un computer e far rivivere il defunto in un robot, anziché tentare di riportarne in vita il corpo.

Ma non esiste alcun computer in grado di riprodurre la galassia astronomica dei rapporti tra i 100 miliardi di neuroni del cervello umano, e anche se un giorno ci fosse, secondo i neuroscienziati, non riuscirebbe ad esaurire la complessità della mente umana.

 

Crionica, la scienza dell’ibernazione post mortem was last modified: novembre 22nd, 2016 by L'Interessante
22 novembre 2016 0 commenti
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