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Categoria

Attualità

Cannabis
AttualitàIn primo pianoParliamone

Legalizzazione della Cannabis: Di cosa si sta discutendo?

scritto da L'Interessante

Cannabis

E’ già data storica quella dello scorso 25 Luglio: per la prima volta alla Camera dei Deputati si è discusso per la stesura di un disegno di legge che regolamenterebbe il possesso, la coltivazione, la vendita e l’assunzione di cannabis

Tuttavia siamo solo agli inizi, il dibattito riprenderà a settembre per consentire l’analisi degli emendamenti presentati dai vari gruppi parlamentari (circa 1700).

Trasversalmente spaccata la Camera che vede contrari gli esponenti di Forza Italia, Area Popolare, Lega Nord e parte del Partito Democratico, a favore Sinistra Italiana, Movimento 5 Stelle e parte del PD insieme a vari esponenti del gruppo misto.

Carlo Sarro, di Forza Italia, ha motivato la sua contrarietà e quella del suo parrtito asserendo che la legalizzazione metterebbe in pericolo la salute degli adolescenti e l’approvazione del testo a nulla servirebbe nella lotta alle mafie.

Continua l’attività con l’intervento dell’onorevole Paola Binetti, già firmataria di vari emendamenti, che prende parola per Area Poporale. La filo-alfaniana imposta il suo discorso sul consumo, oltre che di cannabis, anche su droghe come eroina, cocaina ed LSD per ribadire come la dipendenza da droghe leggere porterebbe, pian piano, al consumo e a dipendenze più problematiche. Inoltre, per dare una lettura più veritiera alla sua tesi, comincia a leggere storie di ex-tossici. Conclude presentando una pregiudiziale di costituzionalità alla Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, secondo la quale il Ddl va contro i principi della Carta Costituzionale. Avverso all’approvazione anche il gruppo di Lega Nord introdotto dalla voce di Marco Rondin che vede il disegno di legge come un “sabotaggio culturale”. Sul tema il PD si è spaccato in due, alcuni deputati che hanno preso parola, infatti, hanno potuto parlare solamente a titolo personale, ribadendo l’ordine sparso con il quale si prestano a votare i Dem.

Daniele Farina conferma il supporto del gruppo di Sinistra Italiana e Vittorio Ferraresi del M5S fa lo stesso sottolineando come questa del Ddl Cannabis sia una misura per liberare i Tribunali da lunghe diatribe inutili, lasciandoli concentrare sui veri crimini.

Contraria anche la Ministra della Sanità per la normalizzazione a scopo ricreativo. La Lorenzin giustifica il suo “no” ricordando che la marijuana è una droga e fa male, normalizzarla sarebbe come dire ai bambini di 10,11,12 anni che possono drogarsi.

A Roberto Saviano, che sostiene il Ddl come lotta alla mafia, risponde in un’intervista a La Repubblica : “a suo tempo Paolo Borsellino disse l’esatto contrario, come oggi fa il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri. La droga la consumano i giovani, quella prodotta legalemente costerebbe inevitabilmente di più e rimarrebbe il mercato criminale.”.

Ecco i punti della legge,discussi in aula,sulla legalizzazione della cannabis:

Possesso: i maggiorenni potranno detenere una modica quantità per uso ricreativo, ovvero 15 grammi a casa e 5 grammi fuori casa. Resta il divieto assoluto per i minorenni.

Coltivazione: in casa si potranno coltivare fino a 5 piante e detenere il prodotto da essere ottenuto, ma solo ed esclusivamente previa comunicazione. La vendita del raccolto è assolutamente vietata.

Cannabis Social Club: i maggiorenni residenti in Italia potranno coltivare cannabis in forma associata in enti senza fini di lucro, in club composti da massimo 50 membri.

Vendita: ci saranno negozi dedicati e forniti di licenza dei Monopoli. Chi otterrà l’autorizzazione potrà coltivarla, lavorarla e venderla al dettaglio solo nei negozi ufficiali. Sono vietate l’importazione e l’esportazione.

Cannabis terapeutica: l’autocoltivazione per fini terapeutici sarà permessa, inoltre le modalità di consegna, prescrizione e vendita dei farmaci a base di cannabis saranno semplificate.

Fumo nei luoghi pubblici e alla guida: nei luoghi pubblici e nei parchi sarà vietato fumare marijuana, e per quanto riguarda la guida in stato di alterazione non cambiano le sanzioni previste dal Codice della Strada su alcol e droghe al volante.

Vincenzo Piccolo

Legalizzazione della Cannabis: Di cosa si sta discutendo? was last modified: luglio 27th, 2016 by L'Interessante
27 luglio 2016 0 commenti
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Cannabis
AttualitàIn primo pianoParliamone

Cannabis: piantiamola!

scritto da Roberta Magliocca

Il provvedimento slitta a Settembre. Non si meraviglia nessuno. Unioni civili e cannabis legalizzata nello stesso anno? L’Italia non è abituata a passi tanto grandi, non a quelli in avanti perlomeno.

Ma non polemizziamo. Bene o male purchè se ne parli, diceva qualcuno. Ebbene si, perchè di questi tempi la prima vittoria è essere presi in considerazione, è portare in parlamento ciò che mai si sarebbe pensato potesse arrivarci.

Un passo alla volta, dunque. Ma c’è chi promette ostracismo.  “Ci opporremo a questa prova di forza avallata dal governo”, grida sicuro Brunetta.

Nonostante questo, sono ben 221 i sostenitori usciti da Montecitorio. Pochi rispetto ai 315 che servirebbero per la maggioranza, ma è un chiaro segno di un’apertura ad un problema che non si limita allo “sballo giovanile” come ha dato ad intendere Don Mazzi che ha voluto ricordare ai ragazzi che ci sono tanti modi per divertirsi.

Forse nel 2016 il “fa male alla salute” non regge più. Forse perchè nel 2016 si è avuto il coraggio di ammettere che una canna provoca danni minori di un pacchetto di sigarette, di un fast food, dell’obesità, delle armi comprate al supermercato.

Per non parlare, poi, degli effetti che la legalizzazione della cannabis avrebbe sul mondo del suo commercio: un bel colpo alla mafia e al terrorismo. E vogliamo parlare di tutti coloro che – venuto meno il fascino dell’illegale – smetterebbero di farne uso? Provocazioni a parte, dopo i dovuti studi e dibattiti era ora che affrontassimo seriamente i temi a cui paesi più avanti di noi sono approdati tempo addietro.

Cannabis ed è subito bufera

“È veramente strano che alcuni organi di informazione non prendano atto che FI è decisamente contraria alla proposta di legge. Lo ha ribadito oggi il capogruppo alla Camera, Brunetta, lo hanno detto in Commissione tanti nostri esponenti. Una posizione chiara e anche vincente. La proposta di legge non andrà avanti di un millimetro” sostiene Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia e vicepresidente del Senato. “Quindi – prosegue – sconfitta totale del fronte pro droga e dei suoi intellettuali di riferimento, che oggi su due quotidiani hanno fatto inutilmente rullare i loro tamburi. E anche se poi la Camera avesse qualche bizzarra tentazione, il Senato sarebbe la tomba di una dissennata scelta. I Saviano, i Mieli e i loro corifei sono stati sbaragliati”.

Da queste parole si capisce che il percorso non sarà certo in discesa, ma Gasparri, Brunetta e chi per essi dovranno certamente ammettere che è una bandiera messa, un punto segnato, una palla in rete. Tanto che oggi si è festeggiato, nonostante il rinvio della discussione a Settembre. D’altronde è sempre stato così, si vince scendendo in campo. Provandoci. Quale sarà poi il risultato, è un altro discorso.

Roberta Magliocca

Cannabis: piantiamola! was last modified: luglio 26th, 2016 by Roberta Magliocca
26 luglio 2016 0 commenti
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Monaco
AttualitàCronacaIn primo pianoParliamone

Monaco: l’Europa piange ancora

scritto da L'Interessante

Monaco di Baviera 

Stamattina la Germania si è svegliata con le bandiere a mezz’asta, un lutto nazionale che si somma agli altri e fa accrescere sbigottimenti e paura.

Si stimano dieci morti e più di venti feriti per la strage compiuta ieri pomeriggio a Monaco di Baviera, tra un ristorante McDonald’s e un affollato centro commerciale a nord della città

Nella conferenza stampa presieduta stanotte dal capo di polizia locale è emerso che l’attentatore è stato un ragazzo di appena diciotto anni con la doppia cittadinanza tedesca e Iraniana, ma da diversi anni residente stabilmente a Monaco. Il passato è il giusto tempo da attribuire all’autore del crimine, Hubertus Andrae. Fra i dieci morti che si contano, infatti, è compreso anche il suo suicidio, avvenuto, secondo chi sta investigando sul caso ancora aperto, a circa un chilometro dal centro commerciale Olympia, scenario in cui si è consumata la sparatoria. I tasselli sono ancora tutti da incastrare: sulle possibili motivazioni che hanno indotto Andrae a fare fuoco , cadono ancora incertezze e spazi da riempire.

I dubbi partono dalla reale natura del gesto che, all’inizio, nel clima di ressa totale, documentato anche dai filmati amatoriali di chi era presente sul luogo al momento della sparatoria, si era azzardato che l’azione attentatrice fosse condotta da un commando. Al momento, però, questa ipotesi sembra smentita. Quello di ieri, dunque, parrebbe un frammento da sganciare dagli episodi di terrore che stanno investendo la cronaca in questi mesi. Hubertus Andrae ha agito da solo. Nonostante gli sviluppi in corso su quanto è accaduto, c’è chi sarebbe propenso a tendere in direzione di un gesto folle. Le testimonianze raccolte in merito sono, però, parecchio confuse e discordanti. Una signora che si trovava in prossimità del fast food pare abbia sentito il ragazzo pronunciare “Allah Akbar” – Allah è grande – prima che sparasse su alcuni bambini. Poi c’è quella dell’uomo che si trovava sul tetto di un palazzo adiacente al centro commerciale, il quale avrebbe affermato di aver scambiato battute di insulti con Andrae qualche momento prima dell’accaduto. In quella circostanza lui avrebbe dichiarato di essere in cura. Su questo è stato sentito anche il padre del Killer che, stamattina, è stato chiamato dalla polizia a confermare quanto detto dal cittadino tedesco. È in analisi anche un recente post dell’attentatore su facebook, il diciannovenne ha, qualche giorno fa, pubblicato sul social media offerte del McDonald’s, gesto che potrebbe essere stato compiuto allo scopo di attirare più persone possibili.

Dal punto di vista dei fatti è dunque tutto poco confermato, ma le reazioni umane all’ ennesimo assedio sono molto vicine allo sgomento. Il tempo pare che corra più veloce in queste settimane in cui le morti si stanno sovrapponendo una sull’altra, si ha paura persino di spaventarsi, perché se si comincia a farlo bisogna ammettere a noi stessi che siamo in un periodo difficile, uno di quelli che farà la brutta storia, dai quali, però, si spera di risalire più consapevoli, prima o poi. Anche se la situazione mondiale sembra giunta ad un punto di non ritorno, costruendo in noi futuri apocalittici, forse, bisogna tentare il coraggio e pensare che in realtà nessuna fine finisce per sempre, finché è possibile, finché qualcuno è disposto a riflettere sul fatto che le guerre non scoppiano all’improvviso, neanche quelle personali.

Michela Salzillo

Monaco: l’Europa piange ancora was last modified: luglio 23rd, 2016 by L'Interessante
23 luglio 2016 0 commenti
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La banalità del male
AttualitàIn primo pianoParliamone

La banalità del male. Ai giorni nostri

scritto da L'Interessante

La banalità del male

Nel 1960 Adolf Eichmann, componente delle SS, considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei, viene arrestato a Buenos Aires e condotto davanti al tribunale di Gerusalemme dove deve rispondere a quindici capi d’accusa tra cui “crimini contro il popolo ebraico e crimini contro l’umanità”.

Hannah Arendt, filosofa tedesca e reporter del New Yorker scriverà, assistendo contemporaneamente al processo, La banalità del male

Col termine “banale” la Arendt intende sottolineare la mancata mostruosità di chi ha commesso questo male.
Eichmann così come altri suoi colleghi, non è altro che un uomo comune, burattino nelle mani del male stesso.

La Arendt lo descriverà come un “grigio burocrate”, uno che non si rende conto delle mostruosità che compie poiché abituato ad obbedire agli ordini dei gradi maggiori senza porsi il dubbio morale di ciò che giusto e ciò che è sbagliato.

Ciò che più turba la filosofa, è la mancanza di radici di questo male: non essendoci un perpetuo ricordo nella memoria degli uomini delle azioni mostruose avvenute, il ciclo continua e continuerà a riproporsi.

Ne siamo testimoni in questi giorni, mesi di pura follia in cui sembra ripetersi ciò che già è accaduto in un capitolo della storia che sembrava ormai chiuso.
Uccidere senza rendersi conto di ciò che si fa è presumibilmente il male maggiore che si possa compiere.
Nessuna fredda lucidità, nessuna spietatezza ma la semplice attitudine all’obbedienza a chi è più forte.
Il clima di tensione che si respira nel mondo nell’ultimo periodo non può non riportare con la mente ai periodi delle Guerre Mondiali: stermini di razza, di religione, per il potere e la ricchezza.
Il ciclo della storia sembra essere destinato a ripetersi se l’essere umano non comincia a conoscere prima sé stesso, in un dialogo che la Arendt definisce “due in uno”, rendendosi cosciente delle azioni che può o che non deve compiere.
“La banalità del male” oltre a essere un reportage giornalistico è un vero e proprio trattato filosofico sulla coscienza dell’uomo che ultimamente sembra aver perso.
In un clima così buio e teso questo testo degli anni ’60 sembra essere più attuale che mai, anche perché, citando le parole del libro, “ I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente
e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappino: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. E perciò nulla può mai essere praticamente inutile, almeno non a lunga scadenza.”

Maria Rosaria Corsino

La banalità del male. Ai giorni nostri was last modified: luglio 22nd, 2016 by L'Interessante
22 luglio 2016 0 commenti
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Se questo è un uomo
AttualitàIn primo pianoParliamone

Se questo è un uomo, anzi, un’umanità

scritto da L'Interessante

Se questa è un’umanità

Se l’Apocalisse potesse raccontare l’inizio del suo libro, guarderebbe il film di questa sciagura? Se solo Dio potesse “stancarsi della pace”, punirebbe questo supplizio?

Probabilmente “Allah”, così come ci viene rappresentato e raccontato dalle sacre scritture, risponderebbe di no, continuerebbe a predicare l’”amore per il prossimo”, farebbe crocifiggere nuovamente il proprio messia pur di espiare i peccati degli uomini, quegli stessi uomini che, al contrario, provocherebbero eternamente le leggi della natura, rifletterebbero la ferita più profonda del paradiso e condurrebbero la loro vita a mille senza aver paura di far scattare l’ultimo secondo della “personale bomba atomica”, la stessa con la quale un Kamikaze oggi crea, con il suo suicidio e con l’omicidio di tante altre vittime innocenti, quell’”inferno terrestre” chiamato Terrorismo. Perciò, se la risposta a queste domande è tanto difficile da dare quanto necessariamente importante da scoprire, la “virgola” che continua a permettere la scrittura di questa storia così difficile da affrontare è impossibile da cancellare: se il “giusto” è un concetto conforme ad un diritto naturale e positivo, allora questo mondo corrotto di oggi è soltanto lo specchio di ciò che l’uomo è stato capace di creare nel corso della sua storia, nel corso del suo percorso dal momento in cui ha posto, da una parte, tutti i suoi errori e le sue barbarie come funzione primaria, e dall’altra gli infiniti tribunali che hanno giudicato in maniera “divina” questa <<umanità sbagliata nata nel terrore della morte>>, spinta allo sfinimento dalle sue ultime lacrime di terrore.

L’ISIS pertanto sta iniziando a scrivere, sulla scia dei comandamenti antichi, le proprie “Leggi delle XII Tavole” del 21° secolo, senza tuttavia ripercorrere la medesima lealtà e determinazione con le quali furono originariamente redatte: le loro leggi non hanno nulla a che vedere con la giustizia, non possono coesistere con i significati di “società libera” e “dignità umana” ma vanno ben oltre le più oscure motivazioni; fondano sulla paura il loro vero moto di rivoluzione, abbandonando qualsiasi credo e ritirando dal mercato ogni fonte di avvicinamento al “Dio Cristiano”: solo agli occhi del loro vero Dio, Allah, si può ritrovare la salvezza e in suo nome si deve riscoprire l’essenza pura della vita; reclamano la “vittoria della fede”, quella fede tanto sconsacrata che arriva a reclutare fedeli sulla basi di orrori e omicidi di massa, continua a proclamare giustizia negli occhi insanguinati di chi muore innocente, termina la sua missione uccidendo la società e soffocando la decisione di chi non ha scelto di avere come “colpa” quella di pregare un Dio “infedele”. Ci troviamo di fronte a una guerra da affrontare come tale e senza mezzi termini? Mario Calabresi ricordava le motivazioni per cui questi “spiriti eletti” giocavano a fare la rivoluzione, si illudevano di essere quelle anime votate ad una nobile utopia, senza riuscire a capire perché i veri “figli del popolo” erano i bersagli della loro stupida follia; Papa Francesco, ancora, spiegava che questa forma di violenza e sopraffazione non poteva avere come ascia di guerra la parola di Dio, non poteva affondare i suoi colpi con la spada della religione, non poteva difendersi usando lo scudo del sacro perché non rappresentavano un pretesto per le azioni contrarie alla dignità umana e ai sui diritti fondamentali, quei stessi diritti che hanno sempre portato a pensare che <<quando un uomo prega, non spara>>; John Kerry si domandava invece sul perché una generazione così avanzata fosse ritornata ad assaporare lo stesso sangue versato in passato, testimoniando un “fascismo medievale e moderno” allo stesso tempo, una terza guerra mondiale contro un fantasma che non ha più rispetto per la vita, non vuole creare altro che disordine e caos, non vuole cibarsi di nulla se non della paura. Come un circolo vizioso, la minaccia terroristica si trasforma in ispirazione per un nuovo terrorismo, disseminando sulla propria strada quantità sempre maggiori di terrore e masse sempre più vaste di gente terrorizzata: i terroristi di oggi non sono persone libere, non si propongono alcun futuro e non hanno alcun passato sociale e politico da ricordare ma vivono soltanto un presente trasformato in carneficina di corpi, una strage che <<non ha come scopo riempire i cimiteri o buttare giù i nostri grattacieli ma distruggere la nostra anima, le nostre idee, i nostri sentimenti, i nostri sogni>>.

La Francia è stato il paese europeo più colpito dagli attentati fino a questo momento: dal gennaio 2015 in poi nel paese transalpino sono state uccise circa 230 persone e altre centinaia sono rimaste ferite in razzie compiute dallo stesso gruppo e con le stesse modalità o dai cosiddetti “Lone Wolf”, i “lupi solitari” che agiscono da soli e ispirati da materiale di propaganda trovato online. Nella notte tra giovedì e venerdì, così, il presidente francese François Hollande ha annunciato l’estensione di altri tre mesi dello stato di emergenza, che permette alle forze di polizia di avere ulteriori poteri per condurre le indagini e arrestare i sospetti di questo assurdo eccidio: una nuova “guerra santa” sembra essere alle porte, una nuova battaglia appare vicina, una nuova vittoria deve essere portata a casa, non attraverso l’uccisione dei terroristi stessi ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Le vicende che hanno raccontato la storia quasi romanzata di una tragedia dai molti annunciata si vanno susseguendosi su una catena di morte senza ancora una fine: tra il 7 e il 9 gennaio del 2015, infatti, l’ISIS fece scoprire per la prima volta all’occidente intero la vera brutalità con la quale i suoi “sudditi” erano capaci di colpire e affondare la corazzata francese: lo scudo della penna non riuscì a difendersi dagli spari incontrollati delle pistole dei due fratelli Saïd e Chérif Kouachi, facendo morire così la libertà di espressione della redazione di Charlie Hebdo, travolta dall’emblema oramai insanguinato e sconfitto della “Libertè, Egalitè, Fraternitè”. Il 13 novembre del 2015 toccò, invece, al teatro Bataclan narrare uno degli attentati terroristici più gravi nella storia francese: quel giorno furono uccise 130 persone, diventate speciali per una notte per essere state capaci di affrontare la morte e volare in cielo dallo stesso Dio che gli attentatori tanto invocavano, un “Allahu Akbar” diventato slogan di tragedie e drammi troppo ingiusti. Ultimo, ma non di minore importanza, l’attentato recente del 14 luglio 2016 a Nizza che ha visto, questa volta, un camion essere il protagonista indiscusso della scena macabra realizzata durante l’anniversario della Presa della Bastiglia: nell’attacco sono state uccise 84 persone da uno zig-zag mortale che ha “investito la vita” e ha condannato per l’ennesima volta l’umanità ad un bilancio complessivo spaventoso, la rivendicazione devastante di un “diavolo nelle vesti di un finto angelo”. Se la Francia, così, viene torturata da un boia che le estirpa via un pezzo alla volta della sua esistenza sociale e culturale, dall’altra la Turchia si affaccia ad una visione addirittura peggiore, un presente che raffigura l’altra faccia della medaglia ma con un medesimo destino: il 12 gennaio del 2016 un esplosione nella piazza Sultanahmet, vicino alla Moschea Blu e a Santa Sofia, ha ucciso 13 persone e ha determinato l’inizio di una trasformazione radicale all’interno della nazione, vista non più come invulnerabile agli attacchi esterni ma soggetta alle usurpazioni islamiche con scopo chiaramente distruttivo; pochi mesi più tardi, il 28 giugno del 2016, un’altra esplosione all’interno dell’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul ha sancito l’uccisione di 41 persone: quello che non doveva rappresentare un pericolo, si è trasformato lentamente nell’incubo peggiore di uno stato che ha visto divorare pian piano la paura negli occhi di coloro che hanno accolto i “foreign fighters” inconsapevoli di così tanta crudeltà, così tanta malvagità manifestata nel nero della loro bandiera e messa in risalto nel bianco della scritta “Non c’è altro Dio al di fuori di Dio”.

Dopo Nizza è ripartito pertanto il macabro rito del “toto-attentati”: dove, come e quando colpiranno i jihadisti legati all’Isis? Gli 007 europei sono in allarme e gli occhi sono ora puntati ancora una volta sul Belgio, che oggi, 21 luglio, festeggerà la sua festa nazionale: <<è probabile che i prossimi attacchi assumano sempre più una modalità ibrida composta da un gruppo di fuoco, attentatori suicidi e auto-bomba>>, afferma il capo sezione della polizia belga di Bruxelles, in procinto di prepararsi ad una nuova guerriglia armata per difendere la dignità di una nazione che, insieme al resto dell’Europa, non vuole chinarsi di fronte al “potere docile di un cane rabbioso”.
Tuttavia la domanda che più inneggia alla speranza di una realtà più forte in grado di sconfiggere la crescente debolezza dell’occidente è quella che ha una base ancora da costruire, delle mura già bombardate ma una fortezza tutta da migliorare: l’ISIS si può davvero sconfiggere? Lo Stato Islamico, infatti, sta mostrando due identità diverse di una stessa faccia: da una parte l’armata mussulmana ottiene vittorie su vittorie attraverso un arricchimento economico dovuto alle conquiste di città colme del cosiddetto “oro nero” e un feroce bombardamento dell’Europa infedele; dall’altra, cercando di dividere l’Occidente dai paesi musulmani, la stessa potrebbe aver provocato l’effetto contrario: compattare il mondo contro una comune minaccia, l’ISIS, un errore, questo, che gli potrà essere fatale. Davanti lo sdegno mondiale nei confronti dei recenti attentati terroristici gli Stati Uniti e gli alleati hanno ora finalmente la possibilità di costituire una forza unificata contro l’ISIS e contro altri gruppi estremisti: per sconfiggerlo sarebbe necessario un piano condiviso, un progetto ben definito sulla fiducia e sulla sicurezza che potrebbe essere ispirato da una nuova azione coordinata, una struttura di comando comune che unisca le risorse di Stati Uniti, Turchia,  Francia e di tutti gli altri stati colpiti dal terrorismo ISIS: se la speranza è l’ultima a morire, allora sarebbe compito universale renderla immortale.

Così i luoghi dei massacri si moltiplicano, si agganciano ad una spirale che non vede un termine ultimo: si fa fatica a ricordarli tutti e alla fine resta solo il dolore per le vittime e per i loro cari, civili innocenti e inermi che si aggiungono ai milioni di esseri umani vittime della violenza, vittime delle guerre del nostro tempo. Le vite spezzate di tutti loro ci impongono di riflettere, ci chiedono di agire per uscire dal vortice del terrorismo e di insistere a sperare che <<esista una umanità che non invoca la vendetta per ogni offesa, una umanità che accanto a tutte le vittime scopra come unica sensata prospettiva la pace>>: se questa è una utopia, allora in essa risiede la sola realistica, ragionevole speranza di un futuro umano migliore, la stessa speranza nel sapere che nulla viene dimenticato, tutto diviene storia da insegnare e “ciò che è morto, non muoia mai”.

Michele Calamaio

Se questo è un uomo, anzi, un’umanità was last modified: luglio 21st, 2016 by L'Interessante
21 luglio 2016 0 commenti
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Ciao Paolo
AttualitàIn primo piano

Ciao, Paolo. Non solo il 19 Luglio

scritto da L'Interessante

Ciao, Paolo.

L’isola una nube di morte, la Sicilia perbene è un boato di rabbia, la giustizia perde un altro po’ di coraggio e la mafia si convince di aver vinto. Ancora. Il 19 Luglio 1992, il procuratore aggiunto, Paolo Borsellino, muore ammazzato da cosa nostra. Era una domenica, una giornata divisa in due fra il dovere e la rarità. Abituato ad una vita inchinata alla lotta contro la mafia, rassegnata a ritmi serrati, quelli che gli costarono, spesso, equilibri familiari sull’ orlo del baratro , il giorno della sua morte, Borsellino si era concesso una tregua dalla  vocazione. Nessun bunker, niente maxi processo.

L’eccezione cominciò di mattina presto. Era abituato ad anticipare l’alba per fottere il mondo con due ore d’anticipo. Si recò prima a Villagrazia, per dedicarsi alla moglie, Agnese, e a due dei suoi tre figli, Manfredi e Lucia. La più piccola, Fiammetta, si trovava  in Thailandia per una vacanza con  amici di famiglia . Rivide qualche amico, ormai gliene erano rimasti pochi, e fece un giro in barca, per poi ritornare, dopo pranzo, a Palermo. Avrebbe dovuto accompagnare sua madre dal medico, non erano in molti a sapere quando, poi, non si è mai verificato, ma chi ha attentato la sua vita ne stava, chiaramente, vigilando le peculiarità già da un po’.

Il giudice Borsellino, ha cominciato a morire almeno due settimane prima della strage che lo ha consacrato eroe italiano senza tempo. L’auto bomba che, insieme alla sua, frantumò la vita di:

Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, fu fatta esplodere dinanzi all’abitazione di Via D’amelio, a pochi passi dalla casa materna e a fianco alle auto della scorta.

Ciò che ci restituiscono le immagini di quel giorno, è un frantumo di carcasse ancora in fiamme e corpi fantasma investiti dalla cenere. Giornalisti che tentano di fare notizia e gli addetti ai lavori che, se danno di matto, forse, non è solo perché intralciati nel tentativo di ricomposizione del luogo, ma anche per la morte di chi , dopo la scomparsa di Rocco Chinnici e Giovanni Falcone, era speranza e fortezza contro il terrorismo mafioso.  “Sono autorizzato a filmare”, dirà un cameramen invitato ad allontanarsi dalla scena del crimine, mentre chi lo respinge gli accosta all’orecchio urla di ira: “ ma cosa vuole filmare, corpi mutilati, vuole filmare?”

“È finito tutto.” pronuncerà la voce rotta del dottore Antonio Caponnetto, preso alla sprovvista da un inviato Rai, tre o quattro sospiri, qualche secondo di silenzio, e il cronista rimarca l’interrogativo: “perché è finito tutto, dottor Caponnetto? “ a quel punto l’amico e collega di Falcone, prima, e Borsellino, poi, afferra il microfono con una veemenza commossa, quasi a volersi  avvicinare alla rabbia provata in quel momento. Si morde tre o quattro sillabe dalla bocca, e poi aggiunge “Non mi faccia dire altro, per favore, non mi faccia dire altro.”

Paolo Borsellino ha sempre saputo di morire, ucciso dalla mafia. Ha vissuto, assieme ai suoi compagni di coraggio e paura, tra un attentato fallito e l’altro. “ Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”, gli disse il collega  Ninni Cassarà , mentre, alla fine del Luglio 1985, si recavano insieme sul luogo in cui era stato ucciso il dottor Montana. In quel momento, e non soltanto, il giudice Borsellino incontrò la consapevolezza della paura, ma l’aveva accettata. Sapeva che il suo lavoro comportava un rischio tanto grosso come la negazione della vita per mano di altri, ma non fu mai un motivo valido per dire basta, neanche quando dovette superare la morte di Falcone, deceduto fra le sue stesse braccia. Dopo il decesso dell’amico di sempre, quello cresciuto con lui nello stesso quartiere, diventato  collega di segreti, privazioni personali ed inchieste, aveva temuto una drastica perdita di entusiasmo, per poi ritrovarlo – come da lui stesso dichiarato – in una forte dose di rabbia per quanto accaduto.

 “ Credo profondamente nel lavoro che ho scelto. So che è necessario che io lo faccia, come è altrettanto opportuno che altri ci credano insieme a me. So che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare, senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o financo, della certezza  che tutto questo può costarci caro.” Aveva detto in una delle sue più celebri interviste.

Non ricordiamo solo la strage, perché non ha senso celebrare la morte se vivere non è una priorità. Di Paolo Borsellino abbiamo voluto scovare la normalità delle ore precedenti la sua fine, per sottolineare che non esistono eroi, ma uomini qualunque con un coraggio straordinario.

  Ciao, Paolo.

Michela Salzillo

Ciao, Paolo. Non solo il 19 Luglio was last modified: marzo 9th, 2017 by L'Interessante
21 luglio 2016 0 commenti
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Eboli
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Eboli: apre la spiaggia per disabili

scritto da L'Interessante

Eboli

Che ci piaccia o no, l’estate ha cominciato il suo turno. L’arsura della stagione in bikini è entrata a pieno regime nelle nostre giornate. Le temperature non la mandano di certo a dire e il desiderio di una spiaggia che allontani lo stress della routine è più o meno nei bisogni di tutti. Non sempre, però, volere è potere, neanche quando si tratta di una cosa semplice come un tuffo a mare. Se la regola è una sedia a rotelle, l’eccezione, in alcuni contesti, vacilla. La disabilità, tratta in salvo dal circostante, è solo una delle tante varietà in natura, ma se un ‘area, una città, un mezzo di trasporto, non sono accessibili, la sfumatura che arricchisce, diventa limite che frena anche i gesti o le azioni più banali. Si parla spesso di barriere architettoniche, a volte, anche male. Ciononostante la situazione in merito alla tematica è ancora piena di falle, che seppur vengono continuamente rattoppate, non godono di una risoluzione che parti dalla radice. E se una città non più fare a meno di gradini, marciapiedi e san pietrini, come pretendere un bagnasciuga che si attrezzi a dovere per chi non può fare jogging in riva alle onde?  Definire arretratezza il modus operandi di certe realtà è quasi fare un complimento all’ homo erectus. Spesso, si finge addirittura che vada bene così, perché l’Italia è già piena di guai. È come si fa a contraddire una tal  triste verità? Bisogna agire per precetti, andare per gradi, ristabilire le basi, altrimenti il vertice non può stare in equilibrio. Giustissimo! Ma perché non invertire qualche volta gli addendi, così, giusto per capire l’effetto che fa. C’è chi dinanzi a questo consiglio ancora digrigna i denti e chi, invece, non solo ci ha provato, ma sta anche riuscendo con successo.

Il 9 luglio, infatti, ad Eboli, è stata inaugurata la prima spiaggia attrezzata per i disabili. In via Carabelli, in località Campolongo, lungo la fascia costiera dello stesso punto geografico, qualcuno ha scoperto che mutando i fattori il risultato può cambiare, in positivo e a discapito di nessuno

Secondo quanto dichiarato dal sindaco, Massimo Cariello, si tratta di un importante iniziativa, la prima del genere nella città, che garantisce, alle persone con disabilità, interventi che mirano al rispetto delle proprie esigenze.

Attraverso il progetto  “Mare no limits,( ideato da un team nato nel 2000, apposta per promuovere l’attività idromotoria, socializzante, ricreativa, ludica, di insegnamento e pratica dell’ acquatica, a sostegno di programmi riabilitativi per soggetti disabili),  tutte le persone affette da una patologia invalidante,  potranno fruire del pieno e gratuito utilizzo di una spiaggia libera coperta dal  Comune di Eboli, attrezzata con  comfort e servizi.

 Oltre alle discese a mare attraverso idonee passerelle, è anche possibile sostare sotto l’ombrellone, utilizzando apposite pedane per il riposo. Disponibili anche i  servizi igienici accessibili, insieme al trasporto da e per la spiaggia, grazie ad un efficiente sistema di prenotazione: le  sedie job ne costituiscono un esempio.

Se l’obiettivo è stato raggiunto è grazie alla collaborazione di tanti, ha detto Cariello: “Ringrazio la Security Service, vincitrice del bando per le aree di sosta a mare e per il servizio di salvamento, per l’ampia disponibilità dimostrata; così come l’assessore comunale alle politiche sociali ,Lazzaro Lenza, per l’impegno e la tenacia nel raggiungere un obiettivo che già dai primi giorni di mandato si era posto e,  ancora, il neo manager per le disabilità del nostro comune, Generoso Di Benedetto, per la consulenza, dall’alto delle sue competenze e dell’esperienza maturate, per il contributo offerto al progetto”.

 Certo, anche viaggiando in questa direzione, ci sarebbe ancora da discutere, specie sulla sottile differenza  tra libero accesso e vita indipendente, ma questo è un altro capitolo. Una “sovversione alla volta” !   Qualcuno dice che se puoi pensarlo, puoi farlo, ma se c’è chi è partito prima, il compito diventa solo quello di copiare. Visti i risultati e gli entusiasmi, provarci non solo vale la pena, ma è pure un dovere, perché anche il mare è un diritto di tutti.

Michela Salzillo

Eboli: apre la spiaggia per disabili was last modified: luglio 18th, 2016 by L'Interessante
18 luglio 2016 0 commenti
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Nizza
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Nizza Turchia: siamo sempre stati in guerra

scritto da L'Interessante

Nizza

Siamo sempre stati in guerra, è la storia a parlare per chi fa fatica ad ammetterlo. La vita non ha mai smesso di rischiare la morte e il mondo si è avvicinato in diverse occasioni alla fine.

 “Stiamo cadendo a pezzi”, di pensieri che assomigliano a parole del genere ne stiamo facendo tanti.  In questi giorni in cui il terrore sembra volersi guadagnare la normalità, sbeffeggiando il futuro, il dramma appare come una galera senza sconto di pena.

La strage di Nizza, prima, e il colpo di Stato in Turchia, poi, conclusosi in breve tempo, ma con addosso il carico di novanta morti, ci stanno facendo esercitare alla paura

Abbiamo cominciato a fare gli addominali quando nel gennaio del 2015 fu attentata la sede del giornale satirico, Charlie Hebdo, a Parigi. In quella occasione morirono dodici persone, che pagarono con la vita lo scotto di fare ironia sul popolo islamico. È seguita  la serie di attentati terroristici di  Novembre , quando, durante un concerto, furono uccisi molti giovani al Bataclan, tra cui l’italiana Valeria Solesin. Da qui, come spesso accade in queste occasioni, giornali, televisioni e social si sono coalizzati in catene che fossero simbolo di pace e traduzione   di tolleranza fra etnie e religioni. La commemorazione, però, dura sempre il tempo di allontanare cattivi pensieri. Tutto, prima o poi, torna a non riguardarci più, almeno fino a quando non si contano nuovi morti e altri feriti.  È bastato  quello che è accaduto giovedì ,14 luglio, a Nizza,a farci ricordare che non è cambiato nulla e che, forse, il Dio in cui crediamo è impegnato a capire fin dove vogliamo arrivare.

Erano le 22:30 quando un camion di grandi dimensioni e di colore bianco ha travolto la folla intenta  a godersi lo spettacolo pirotecnico, messo in scena per celebrare la presa della bastiglia del 14 luglio 1789. Voleva essere un giorno di festa, invece, nel sud del paese, lungo la famosa Promenade des Anglais, si è consumata una carneficina che ha contato più di ottanta  morti, tra cui molti bambini, e più di duecento feriti.

L’attentatore, un trentunenne di origine franco- tunisina, residente a Nizza e pregiudicato per aver commesso reati di piccolo calibro, ha guidato a zig- zag per centinaia di metri, sparando colpi di mitra dal finestrino del furgone, per investire più persone possibili.

A testimoniarlo, anche video amatoriali, girati dai sopravvissuti alla strage  e caricati  in rete, come caramelle al mercato, da più testate giornalistiche, spacciandoli, ovviamente, per notizia. Ma qual è la rilevanza fattiva in un frame che documenta l’emorragia di un corpo esanime? Cosa aggiunge alla tragedia diffondere una foto che ritrae una bambina senza più vita, coperta in volto, con una bambola  al suo fianco? Direi nulla. Ma un clic, per alcuni, vale molto più del cattivo gusto.

Nessuna riserva anche fra l’opinione comune,che grida allo scandalo, perché l’Isis non si sa bene cosa sia, potrebbe essere chiunque il prossimo a farsi saltare in aria in mezzo ad una moltitudine di persone di chissà quale parte del mondo. Dal vicino di auto bus, allo sconosciuto in ascensore. Non ci risparmiamo l’invettiva per nessuna ragione al mondo, perché siamo spaventati, come è  giusto che sia.

 Loro sono i disumani, certo, e noi i buoni che scagliamo mille pietre al minuto.

Posto che la violenza non potrà mai essere giustificata, siamo davvero sicuri, che a prescindere dal folle terrorismo, gli occidentali non abbiano giocato, per troppo tempo, a tirare la corda?

Michela Salzillo

Nizza Turchia: siamo sempre stati in guerra was last modified: luglio 16th, 2016 by L'Interessante
16 luglio 2016 0 commenti
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Cardarelli
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Cardarelli: chiude la terapia del dolore

scritto da L'Interessante

Cardarelli

Il primario va in pensione e il reparto insieme a lui. Accade al Cardarelli di Napoli, unico nosocomio della regione Campania ad avere una divisione dedicata ai pazienti oncologici in fase terminale. Si chiama terapia del dolore ed è stata fondata nel 1977, divenendo, sin da subito, una realtà d’avanguardia in tutto il centro- sud. La drastica decisione di sopprimere la sezione dedicata alle cure palliative, supera anche i termini di esclusiva regionale. Esistono strutture similari sul territorio e sono le stesse a cui la regione si appiglia per quasi giustificare una scelta che non può essere separata dal discutibile.

I reparti attivi nell’ambito, a cui si fa riferimento, non solo fanno fatica a fornire una risposta piena alle esigenze dei pazienti, ma, oltretutto, sottostanno ad una convenzione fra pubblico e privato, tale stipulazione contrattuale, ovviamente, implica un servizio d’assistenza parzialmente gratuito.

A lanciare parole di ritegno ed accusa è stato Vincenzo Montrone, anestetista e terapeuta del dolore, che lamenta delusione ed amarezza.” La miopia della politica e le assurde regole del clientelismo sono intollerabili”, ha detto, mentre non gli resta che fare i conti con un sogno che sta per svanire. È stato lui, infatti, che, quarant’anni fa or sono, si è battuto affinché nascesse questa disciplina.

Risale al 21 giugno il monito da parte della dirigenza del Cardarelli alla regione Campania, si tratta di una dichiarazione sottoscritta in cui viene attestato il piano di riordino del servizio sanitario, con la cancellazione ufficiale della terapia del dolore

La proposta sostituisce un ambulatorio ai posti letto per pazienti affetti da patologia algica tumorale, trasferendo il servizio revisionato dal dipartimento onco- ematologico a quello anestesiologico.

Gli effetti di quanto deciso sono ampliamente deducibili. Tutti i malati a cui sarà riconosciuta una malattia tumorale in stadio avanzato, saranno trasferiti in reparti quali medicina d’urgenza, terapia intensiva o rianimazione. Questo impedirebbe l’attuazione di dinamiahe umane che vanno al di là dell’assistenza sanitaria, certamente indispensabile, ma che non può essere isolata da un processo di relazione empatica fra paziente e specialista.

Secondo quanto dichiarato da Montrone, la terapia del dolore non ha dato mai segni di impropria attività. Non solo avrebbe garantito un risparmio economico notevole, che ammonterebbe a circa quattro milioni e 800 mila euro annui, ma non è da sottovalutare la dimensione protetta, adottata per i pazienti oncologici, che ha offerto ai dimessi un ‘assistenza a domicilio.

Le somme, ora, vanno tirate dalla regione che dovrebbe riconoscere la rete di cure palliative, ma l’ottimismo, per Vincenzo Montrone, pare un ‘utopia, e non solo per lui, visto che dopo anni di indicibili tagli alla sanità, stiamo parlando di un ulteriore fallimento.

 È, tutto questo, qualcosa su cui stare a giocare a chi offre alternative, contentini che mettano a tacere risentimenti e pareri contrari? A voi la risposta.

Michela Salzillo

 

Cardarelli: chiude la terapia del dolore was last modified: luglio 16th, 2016 by L'Interessante
16 luglio 2016 0 commenti
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Matteo renzi
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Renzi o Non Renzi? Questo è il Dilemma!

scritto da L'Interessante

Renzi

<<Mai fidarsi troppo del giudizio dei cittadini: basti pensare che nel referendum più famoso della storia hanno liberato Barabba>> diceva Crozza in uno dei suoi più celebri discorsi, sottolineando come il Referendum stesso possa trasformarsi pericolosamente in un Giuda che pugnala alle spalle il proprio Messia, in un cane che tradisce il proprio padrone, in un “Barabba” che, muto nel suo silenzio indifferente,  scatena poi tutte le sue conseguenze una volta liberato: “mai fidarsi”, ripeteva il comico, per evitare la concretizzazione di un assenso che ha vissuto di menzogne mescolate a verità nascoste per troppo tempo; <<Non votare è come non innaffiare la pianta della democrazia>> affermava, al contrario, Elio, interrogato anche egli sulle capacità tanto piccole quanto fondamentali di quella stessa decisione portata avanti con il coraggio di chi crede nella virtù del popolo, di chi desidera rappresentare la possibilità determinate nella scelta “saggia e giusta” del futuro, di chi vuole iniziare a vedere attivamente come può una quantità minima di acqua avere la forza di far fiorire nuove piante, più forti, più “autotrofe”. La verità, tuttavia, si trova nel mezzo: infatti, se da una parte bisogna offrire al cittadino l’informazione pura e semplice, dall’altra occorre rifornirlo continuamente dei mezzi necessari per valutare criticamente i quesiti proposti dal referendum, chiarire loro i pro e i contro, affrontare gli argomenti di valutazione in maniera chiara e costruire un vero e proprio “palazzo di vetro” per evitare di distorcere il processo di decisione democratica.

Ma siccome la teoria ha sempre redatto parole tanto autorevoli ma poco effettive, ci pensa la pratica a chiamare in causa l’azione:

il prossimo ottobre gli italiani saranno chiamati a votare un referendum costituzionale per approvare o respingere la riforma Boschi – Renzi ratificata definitivamente lo scorso 12 aprile e che porta il nome dell’attuale ministra Maria Elena Boschi, promotrice principale insieme al governo di Matteo Renzi

Ed è proprio intorno a questi due ultimi personaggi che si genera la domanda tipica da porre, quella che, rea della sua tradizione, necessita tanto coraggio prima di essere impostata: “Ce la faranno i nostri eroi a farla franca?”: perché si, in caso di sconfitta come ultimamente successo nel Referendum Costituzionale del 2006, il presidente del consiglio rischia di dire addio, insieme alla sua compagna di viaggio, alla sua poltrona d’oro e lasciare affondare una nave attaccata dai tanti sin dal momento in cui è salpata, Berlusconi docet. E così, esattamente come quella di dieci anni fa, la riforma è stata dapprima approvata in doppia lettura da camera e senato e dovrà ora passare al vaglio dei cittadini: non è previsto il raggiungimento del quorum perché, a differenza del referendum abrogativo, non è necessario che vada a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto ma, appunto, vinceranno i “sì” o i “no” indipendentemente da quante persone andranno ad esprimersi.

Quello che gli addetti ai lavori hanno concepito solo negli ultimi mesi è stato molto tempo prima realizzato dall’intuizione politica dei due politici di trasformare totalmente l’assetto istituzionale del paese, una trasformazione degna di essere presentata come la svolta della nazione ma altrettanto preoccupata dall’essere acclamata come l’eroina dei due mondi: la riforma, pertanto, si propone di vestire i panni di Anita Garibaldi, nell’intento di compiere la medesima impresa svolta due secoli fa, e di ammodernare un processo fattosi vecchio. Come? Superando dapprima il bicameralismo perfetto, che di perfetto presenta in effetti solo il nome: attualmente tutte le leggi, sia ordinarie sia costituzionali, devono essere approvate da entrambe le camere; con la potenziale entrata in vigore della riforma, invece, la camera dei deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea che potrà sia approvare le leggi ordinarie e di bilancio che accordare la fiducia al governo, lasciando cadere, inevitabilmente, il Senato nel baratro della decadenza, nella “fossa dei leoni”: l’organo collegiale diventerebbe a tutti gli effetti solo un organo rappresentativo delle autonomie regionali composto non più da 315 senatori ma da 100, eletti direttamente dai cittadini e pagati con uno stipendio da amministratori, che potrà esprimere pareri sui progetti di legge approvati dalla camera e proporre modifiche entro trenta giorni dall’approvazione della legge, esercitando, pertanto, una funzione di “perfetto raccordo” tra lo stato, le regioni e i comuni. I provvedimenti successivi saranno presi in funzione di una “economizzazione” delle spese, quegli stessi costi tanto criticati in passato dalla popolazione e ora pronti ad essere allontanati dal premier, il <<Demolition Man>> per il Times, l’”uomo tutto d’un pRezzo” per il resto del mondo: verrà abolito il Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro, organo ausiliare previsto dalla costituzione con la funzione consultiva per quanto riguarda le leggi sull’economia e il lavoro; verranno ridotte le partecipazioni in sede di elezioni presidenziale con l’esclusione dei delegati regionali a favore delle camere in seduta comune; torneranno “alla base” una ventina di materia di competenza esclusiva dello stato come l’ambiente, la gestione di trasporti e navigazione, la produzione e la distribuzione dell’energia, insieme alle politiche per il lavoro; infine sarà innalzato il tetto mimino di firme per la proposta di una legge d’iniziativa popolare, che passerà da 50mila a 150.

La battaglia tra gli schieramenti è appena cominciata sottoforma di campagna elettorale, il “salto di qualità” tanto respirato nell’aria di chi osanna il “si” è un passo coraggioso, l’”Italicum” appena votato che trasformerebbe la nazione con sovranità popolare in un paese autoritario è un pensiero stabile: il referendum visto come <<L’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione>> diventa così il grido di battaglia dei “Comitati del NO”, contrastato sull’altro fronte in maniera trasversale dai “Sostenitori del SI” con lo striscione “La nostra costituzione è la più bella al mondo, ma si può cambiare”. Come cani pronti a scannarsi per la propria preda, così le ragioni di una o dell’altra fazione provano a mostrare al mondo politico il macchinoso e costoso processo della guerra: da una parte la <<Madre di tutte le riforme>> persuade il pensiero del popolo in maniera positiva grazie al “taglio delle poltrone”, che permetterà di risparmiare 500 miliardi di euro l’anno e semplificherà l’iter legislativo evitando la “navetta”, ossia il viaggio che i testi di legge compiono più volte tra Camera e Senato per essere approvati; dall’altra la stessa <<Riforma non legittima>> allontana la sua approvazione, colpevole di un bicameralismo mai davvero superato bensì confuso mediante la creazione di potenziali conflitti di competenza tra Stato e Regione e tra Camera e nuovo Senato, e di una dettatura del governo, prodotta per iniziativa libera del parlamento e non scritta in maniera chiara e semplice. E’ bene quindi informarsi con intelligenza e accuratezza su cosa scegliere per il cambiamento o il mantenimento di una società che deve, a prescindere, portare i suoi frutti e rendersi conto che il voto è un diritto cittadino conquistato nel corso della storia: va rispettato, va consigliato ma soprattutto va usato nella maniera più giusta possibile, una giustezza che, nella sua soggettività, trova sempre un punto in comune con le altre opinioni salvaguardando il domani, perché è bene rammentare che se “gli storici falsificano il passato, i politici lo fanno con il futuro”.

Michele Calamaio

 

Renzi o Non Renzi? Questo è il Dilemma! was last modified: luglio 15th, 2016 by L'Interessante
15 luglio 2016 0 commenti
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