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Attualità

Profughi e terremotati
AttualitàCronacaIn primo pianoParliamone

Profughi e terremotati, alberghi e tende: e il silenzio?

scritto da L'Interessante

Profughi e terremotati

Di Michela Salzillo

A volte è proprio il caso di dirlo, la miglior parola è quella che si tace. In questi giorni, però, stare zitti sembra un mestiere difficile. Lo è sempre in verità, soprattutto quando il silenzio dice cose assordanti. Quando il dolore non è un’esistenza insoddisfatta, ma è milioni di vite che non ci sono più; è la coscienza che impazzisce nell’assegnare colpe e responsabilità senza soluzioni. Bandiere a mezz’asta e minuti di riflessione, appaiono come forme di rispetto poco oneste, dinanzi alle tante polemiche che stanno facendo deragliare il confine tra lecito ed esagerato. Che ben venga l’immagine di un’Italia solidale, il Paese pronto a sbracciarsi maglia e camicia per sostenere chi non ha più niente, chi sta vivendo il nulla vero; quello che non conti fra piatti rotti e tetti distrutti, ma l’altro che trovi negli affetti che hai perduto, insieme alla normalità. È facile stare a commentare lontano da quella polvere, affidare alle riflessioni sul divano di casa l’accusa al politico di turno o alla beneficenza troppo manifesta. Sicuramente un fondo di esibizionismo, dietro tutto questo fare, c’è, ma vista la situazione, forse faremmo meglio a tenercelo per noi. Non per omertà, ci mancherebbe, ma semplicemente perché a quelle famiglie di queste polemiche da mercato importa ben poco. Che sia necessario vigilare sul corretto investimento dei fondi giunti a cassa, oggi e pure dimani, è assoluta verità. Tutto quello che viene dopo, però, resta rumore bianco. Nonostante le smentite, la cosa più sconcertante è la perseveranza di chi ancora alimenta il ciclo delle false notizie.

Dal grado di magnitudo che sarebbe stato declassato da 6.2 a 6.0, per destinare i soldi del numero solidale alle tasche delle banche, anziché a sostegno dei terremotati; a tutta la questione legata ai profughi e “ai loro alberghi di lusso”

Purtroppo, è impossibile negare che, così come diventiamo coraggiosi nelle difficoltà, siamo anche bravi a degenerare.

 Magari in alcuni casi è pure un comportamento inconscio, ma a perdere il senso del reale ci impieghiamo ben poco. Per fortuna c’è chi non ci sta ad essere invischiato in queste sentenze gratuite, soprattutto quando si tratta di mantenere la chiarezza ai piedi della verità, quella che, ad esempio, non può confondere un profugo con un terremotato, dando all’uno la colpa del destino dell’altro. Risale a qualche giorno fa, la testimonianza di Francesca Spada, un’abitante di Amatrice, che sul suo profilo facebook, scrive:

“La mia casa di Amatrice è inagibile. Non è la mia prima casa, quindi un posto dove andare ce l’ho. Ma posso assicurare che a nessun amatriciano sentirete dire che bisogna cacciare gli immigrati dagli alberghi per metterci i terremotati. Primo perché per chi ha vissuto un dramma così, la solidarietà è un sentimento molto forte – specie se sei vivo solo grazie a chi ti ha aiutato. E uno che scappa dalla guerra lo senti un po’ un tuo simile. Secondo, perché ad Amatrice era ospitato un gruppo di richiedenti asilo, a cui tutti si erano affezionati – sì, si possono percepire gli immigrati come parte della comunità. E perché l’altra notte erano anche loro a scavare, e perché anche qualcuno di loro sta sotto le macerie . Quindi grazie lo stesso, e accoglienza per tutti quelli che ne hanno bisogno, senza ‘noi’ e ‘loro’.”

 È probabile che queste parole le abbiate lette da qualche altra parte, ma non importa, non è l’esclusiva che cercavamo. Ciò che ci sta a cuore, è provare ad attraversare i pensieri di chi quei crolli li ha guardati in faccia, così da  ridimensionare il grado giudicante  di certi pareri, quegli stessi che con prepotenza stanno ferendo  il silenzio che bisognerebbe mantenere, dando credito a quella frase di troppo che sarebbe meglio evitare, almeno nel giorno del dolore che uno ha.

Profughi e terremotati, alberghi e tende: e il silenzio? was last modified: settembre 1st, 2016 by L'Interessante
1 settembre 2016 0 commenti
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Terremoto
AttualitàCronacaIn primo pianoParliamone

Terremoto, non fate arrivare pasta. La testimonianza di una superstite

scritto da L'Interessante

Terremoto

Terremoto

Di Michela Salzillo

Se le tracce d’emergenza per il sisma che ha colpito il centro Italia nelle scorse ventiquattro ore o poco più restano nitide, è altrettanto percettibile il clima di grande confusione in cui versa la parte della penisola che vorrebbe essere d’aiuto senza generare inservibilità.

Dagli sms solidali, alla raccolta di sangue negli ospedali. Dai centri di smistamento materiali, agli esercizi commerciali che diventano attivo tramite per donazioni. Dagli alberghi che offrono ospitalità, alla petizione web che sollecita una traslazione del Jackpot nelle tasche-al momento bisognose- dei superstiti. Tutto, purché si agisca, a patto che non si resti a far niente. Ma quanto vale un movimento sbagliato in una situazione di precaria vivibilità? Quasi nulla, purtroppo. È per questo che la voce di chi ha vissuto momenti simili o uguali a quello attraversato dalle terre di Amatriciana, Accumoli e Pescara del Tronto nel corso di un frangente del genere, che il dolore rende interminabile, può essere il focus efficace per un valido contributo ed una corretta assistenza. Arriva dal web il consiglio di una giovane ragazza che, se da un lato sente addosso la fortuna di essere sopravvissuta al terremoto che colpì la città dell’Aquila il 6 aprile2009, dall’altro fa i conti con la consapevolezza che certi passati non si scordano mai.

“L’intimo, a noi serviva intimo e giochi, magari piccolini, quelli che possono stare in una mano. I bambini non li mollarono per giorni, me lo ricordo nitidamente. Spazzolini, pannolini per bimbi e assorbenti per le donne. Di cibo ce n’era abbastanza, ma queste cose erano quelle di non immediata percezione che mancavano, e creava pure un certo imbarazzo chiederle.” L’acqua, in momenti come questo, è un privilegio che non esiste, aggiunge, perciò la pasta è alimento sì di prima necessità, ma che non può essere sfamabile. Di solito si preferisce il cibo in scatolame, per questioni di praticità, e prodotti igienici ad ampio spettro.

La testimonianza è stata diffusa col sorriso, affinché una buona dose di positività, per quanto possibile, e un adeguato sostegno, possano costituire il motore di ripresa, almeno di una apparente normalità.

Terremoto, non fate arrivare pasta. La testimonianza di una superstite was last modified: agosto 26th, 2016 by L'Interessante
26 agosto 2016 0 commenti
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terra
AttualitàCronacaIn primo pianoParliamone

Terra che trema, e noi con lei

scritto da L'Interessante

Terra

Terra

Di Michele Calamaio

<<Domani è già qui>> recitava la canzone della speranza, senza contare di dover fare i conti con l’ “oste della tremenda verità”. <<Tra le nuvole e il mare si può fare e rifare>> ricordava in ogni istante quel coro di vita, senza poter minimamente pensare che la vita stessa sarebbe andata molto presto in frantumi tra la vigliaccheria di una trave troppo vecchia e la maliziosità di una pietra caduta troppo in basso. Ma alla fine, proprio in quella medesima fine, il sogno di una fiducia ricercata morirà ancora un altro giorno sotto le macerie di urla e di lamenti che stavolta non avranno un “happy ending”, soccomberà sotto le rovine dei pianti e dei dolori che non avranno una nuova luce ad abbagliarli la mattinata, tramonterà sotto la sconfitta di chi non è stato in grado di credere ad un futuro ancora da “costruire”, ma immediatamente distrutto in un tempo di lacrime, oggi, domani e dopodomani.

247 morti: è il dato ultimo e più ufficiale che lega le mani ad un popolo “in fin di vita”, nega la libertà ad una gente che con la terra ci ha sempre vissuto e con la quale ora raccoglie i cocci di un vaso già rotto 7 anni fa, rabbrividisce le sensazioni più forti e non può fare altro che addormentare un mondo in perenne sofferenza. La felicità, allora, esiste? Certo, non è sicuramente paragonabile all’apparizione di un miracolo, ovvio, ma se essa si mostrasse nella sua veste più candida a purificare quell’orrore, quella paura e quell’ora tanto buia da fare un baffo all’oscurità della notte, quella maledetta ora che ha segnato l’inizio di un ricordo ancora troppo recente per essere cancellato, farebbe un favore all’umanità e segnerebbe l’inizio di un cammino forse ancora mai tracciato. Non a caso, la chiamano “l’ora del Diavolo”, quelle famose “3:30” della notte che metterebbero più paura di un leone affamato, quelle lancette così feroci da fare più morti di un attentato terroristico, ma si sa, la superstizione a volte supera la fantasia, e la fantasia di per se ingabbia la realtà in un vortice senza fine, dove tempo ed emozioni sono risucchiate all’interno di un “mare di sangue”, lo stesso che l’umanità piange oggi su un letto di spine, su una roccia ancora troppo calda da poter chiedere al Dio della Terra di smettere di giocare ad “asso piglia tutto”.

L’Aquila si è risvegliata stanotte con il sonno ancora turbato, con la sensazione di non avere la situazione “quotidiana” sotto controllo, con il pavimento di cristallo pronto a sgretolarsi ancora un’altra volta sotto quei piedi troppo fragili: la notizia “buona”? non sarà di nuovo la città abruzzese a scavare altre fosse di morte e riempire le bare con la stessa lucidità di chi ha visto la morte in faccia, ma questa volta sarà il capoluogo Rietino a diventare attore protagonista di un film mai davvero voluto, ma davvero ricercato, mai davvero ispirato. E se quindi nella testa degli italiani rintocca lo sconforto pregno di una canzone modificata dal tempo, “domani” non è più così tanto vicino: non cambia la melodia, non cambia il ritmo, non cambiano persino neanche i cantanti ma si modifica lo scenario che da infernale diventa catastrofico, che da inverosimile diventa macabro, e si ritira dentro una coperta di stoffa che protegge da una un vento che soffia ormai forte verso la dimenticanza, rimbocca le maniche al pensiero istintuale della sconfitta e si accascia a terra quasi come se avesse terminato la sua personale “shoa” contro la natura, quella tanto amata “madre natura” che non ha avuto un attimo di pietà a riprendersi i suoi “figli” e trasformarli in aria, che vola via, che si addormenta inerme su un cuore che non batte più, che si sgretola e diventa cibo per la storia.

Così, se da una parte il dolore diventa sempre più grande e cambia forma ogni volta che colpisce persone, luoghi e cuori diversi, dalla’altra la sofferenza ricalca la medesima debolezza che coglie di sorpresa e non lascia scampo neanche a chi ha fatto del coraggio la propria arma di vita: <<non è la prima volta purtroppo che Amatrice ed Accumoli, inerpicate sull’appennino tra Lazio e Abruzzo e situate su una faglia ad alta pericolosità sismica, vengono sconvolte da un violento terremoto>> afferma il sismologo Tertulliani, ricordando come <<anche nel 1703 ci fu una sequenza sismica molto intensa e che coinvolse un’area estesa nel territorio di Norcia>>. I morti si perdono in un conto infinito, si accumulano e si moltiplicano, senza aver paura di aumentare in quella somma assurda di vittime, colpevoli di nulla, innocenti di tutto: i dati ufficiali narrano la storia macabra di una sceneggiatura horror che ha numeri spaventosi: 190 morti tra Amatrice ed Accumoli, 57 in provincia di Ascoli Piceno , fra i quali tanti i bambini come un piccolo di 4 anni di Amatrice, deceduto in ospedale ad Ascoli Piceno, e Marisol, una bimba di 18 mesi sorpresa dal terremoto, mentre dormiva, nella casa delle vacanze in cui si trovava con i genitori ad Arquata del Tronto.

Ma se la paura fa soccombere, la speranza fa sorridere nei confronti anche della catastrofe più raccapricciante della storia contemporanea: l’altra faccia della medaglia insanguinata, infatti, descrive la forza e la determinazione di coloro che non hanno mai smesso di crederci, gli stessi sopravvissuti che hanno raccontato di vittorie in passato e che ora, con la stessa voglia di misurarsi con il passato e narrare un futuro meno opprimente, estraggono compagni, amici e tanti scampati al timore di una maceria fatale. Il patrimonio culturale è andato e ora non c’è altro da fare che mettere in sicurezza ciò che ancora resta in piedi di un mondo “messo in ginocchio” da qualcosa di molto più forte: piccole crepe si sono aperte nella struttura esterna del Duomo di Urbino, che è stato transennato, mentre crolli considerevoli si sono registrati nel monastero di S.Chiara a Camerino, nella basilica di San Francesca ad Amatrice ed in quella di San Benedetto a Norcia.

Ciò che resta di una quasi normale giornata di fine estate è l’estrema unzione che per l’ennesima volta l’Italia riceve a sua discapito: <<La credibilità e l’onore di tutti noi sarà nel garantire una ricostruzione vera che consentirà agli abitanti di vivere, di ripartire>> afferma Renzi, affermano i cittadini, afferma il “domani”, senza calpestare ciò che già è andato perso ma appunto “ripartire”, ringranare una marcia bloccata in retro e innescare un sorpasso capace di dare un calcio al sisma, che persista nel suo momento di commozione e dimostri che l’Italia c’è, c’è sempre stata e mai permetterà che si arrivi ad“una fine, che non è una fine”. E risuona ancora, e ancora, e ancora la stessa canzone, le stesse note drammatiche ma così inevitabilmente coraggiose, perché mai come oggi <<non siamo così soli>>: il nostro cuore non è fatto di pietra, quella che a un certo punto può andare in frantumi, sbriciolarsi e perdere ogni forma, ma si compone di quell’essenza capace di trasformare una strage in un sogno ad occhi aperti, un inferno in un paradiso da raggiungere con il sorriso sulle labbra, non si demoralizza e non cade nel baratro dell’insofferenza, ma si arrampica, combatte e alla fine vince perché ciò che ci siamo sempre portati dentro è quella strana ma immensa forma chiamata “vita”, la stessa che <<di nuovo sembra fatta per te>>, per tutti noi, per sempre.

Terra che trema, e noi con lei was last modified: agosto 25th, 2016 by L'Interessante
25 agosto 2016 0 commenti
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Fiorella Mannoia
AttualitàCronacaIn primo pianoParliamone

Fiorella Mannoia al fianco di chi, nella tragedia del Centro Italia, non si è tirato indietro

scritto da L'Interessante

Fiorella Mannoia

Di Michela Salzillo

Quando si fanno i conti con le stragi, naturali o umane che siano, le strade dell’attestazione prima e della risalita poi, si aprono a metà come un bivio che impone una scelta. Si può decidere di darsi del tempo, di concedersi lutto e sgomento, come è probabile che reagire per salvare il salvabile sia quanto preferito al compianto. Nonostante il nostro Paese sia, per certi versi, parecchio bradipo, è innegabile l’atteggiamento al resistere che adotta in caso di difficoltà tristemente enormi; quando si tratta di fronteggiare alle emergenze non la manda di certo a dire. L’Italiano è abituato a fare da sé, sarà pure lamentoso, ma lavora e lo sa fare, per tre e anche di più. Non aspetta lo Stato, non attende  i soccorsi e le occasioni per aiutare ed aiutarsi a sopravvivere. Oltre ai volontari, medici, vigili del fuoco e l’intera squadra di prima assistenza,in casi come quello che sta affliggendo la penisola in queste ore , arriva, al pari di  un biglietto sicuro, la mano tesa del cittadino comune, quello che non ce la fa a fare finta di niente, quello che sa quanto sia fugace e cieca l’azione del caso, e che per questo sa benissimo riconoscere la fortuna di essere stato altrove quando tutto è accaduto.

Se il brutto succede in un istante, il bello neppure sta a contare.

A poche ore dal sisma con epicentro nelle province del Lazio e Rieti, oltre ai cordogli, le immagini che piangono da sole e la rabbia che  non lascia posto ai rimandi, arriva l’ospitalità dei cittadini. Tra la caterva di numeri solidali e luoghi di prima accoglienza messi a disposizione, c’è l’Hotel  Mario di Cesenatico.

Un grande gesto, quello di quest’ uomo, che ha avuto la fortuna di essere letto e condiviso da una celebre cantautrice italiana, parliamo di Fiorella Mannoia

L’artista ha condiviso questo messaggio sulla sua official page di facebook:

“Ciao a tutti vi scrivo dall’Hotel Mario di Cesenatico metto a disposizione dai prossimi giorni la mia struttura alberghiera per ospitare le persone che sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni a causa del sisma del centro Italia. Mi sto informando per cercare anche altre strutture disponibili.

 Condividete questo post in modo da poter raggiungere le persone interessate.

 Indirizzo : Via F. Brunelleschi 3,47042 Cesenatico FC.

 Telefono : 0547 87423”

E poco è bastato per titolarlo come l’ atto eroico della cantante. Qualcuno le ha addirittura attribuito la paternità della struttura. Chiaro è che le  attitudini al bene comune della Mannoia non sono in discussione, da sempre sostenitrice di Emergency senza mai abbassare la guardia su ogni genere di falla sociale. Il suo buon cuore, dunque, non ha certo bisogno di fraintendimenti. Tant’è che la smentita è arrivata da lei stessa:

“Ho copiato e postato questo annuncio, come altri.  Mi dispiace per il fraintendimento, non era nelle mie intenzioni. L’albergo non è mio, la generosità è del proprietario che presumo di chiami Mario”.

Fiorella Mannoia al fianco di chi, nella tragedia del Centro Italia, non si è tirato indietro was last modified: agosto 24th, 2016 by L'Interessante
24 agosto 2016 0 commenti
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Terra
AttualitàCronacaIn primo pianoParliamone

La terra trema e c’è poco da fare

scritto da L'Interessante

Terra

Terra

Di Vincenzo Piccolo
C’è poco da commentare quando bisogna fare i conti con la Natura. Si può solo restare a guardare questa “vecchia signora” che si riprende ciò che è suo. Bisogna accettare il fatto che, alla fine, siamo vittime delle nostre stesse scelte.
Gli abitanti delle zone Appenniniche sapevano benissimo che prima o poi sarebbe accaduto, sapevano benissimo che la Natura avrebbe fatto il suo corso.
“Stiramento Appenninico da Est a Ovest”, così lo hanno definito i sismologi dell’Ingv. Senza troppi giri di parole hanno dato una giustificazione semplice, ad un cataclisma che ha portato alla perdita di quasi una settantina di persone, tra i quali molti bambini. E mentre la gente continua a piangere sulle rocce e i calcinacci, resti della loro vita, lo sciame sismico continua.
Continua senza una soluzione. Come la fermi una terra che ha deciso di tremare? Non la fermi. Accetti il fatto di essere parte di qualcosa che non puoi controllare, ti rassegni all’idea che, forse, un giorno quelle macerie saranno rimpiazzate da palazzi fatti di cemento armato. Che resisteranno fino alla prossima visita di “nostra madre Terra”.

La terra trema e c’è poco da fare was last modified: agosto 24th, 2016 by L'Interessante
24 agosto 2016 0 commenti
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Terremoti
AttualitàCronacaIn primo pianoParliamone

Terremoti in Italia: ogni volta come la prima volta

scritto da L'Interessante

Terremoti in Italia

Terremoti in Italia

Di Michela Salzillo

Ogni volta è la prima, come se il passato non facesse mai da scudo. Ogni volta è accaduto come se fosse sempre colpa di una terra stanca di ordinarsi i giri, ogni volta, quando la natura smette le regole della civile convivenza, non è mai quella giusta, perché contare i morti non è una cosa per cui si può giocare ad essere pronti.

 L’Italia, vecchio stivale scucito in smisurate occasioni, ha vestito i piedi di macerie che, negli anni, sono state in grado di ferire a morte milioni di vittime. Dall’Irpinia all’Aquila, la scia di case che hanno tremato sotto il nostro cielo è tremendamente incancellabile, eppure sembra non essere abbastanza netta per poterci difendere dalle stragi destinate e fare memoria. Ci sono date che si muovono a metà fra la scala Mercalli e quella Richter, sono le tristi ricorrenze che il calendario della storia italiana fa scadere puntuali, segnando i danni che furono e la potenza degli impatti che si verificarono.

Era il 28 dicembre 1908 quando ci appuntavamo gli effetti del terremoto dello Stretto, il più forte degli ultimi 200 anni, che con 7,1 gradi Richter,  rase al suolo Messina e Reggio Calabria con scosse avvertite fino a Napoli, lasciando ai memoriali un bilancio che si muove fra le sessantamila e le ottantamila vittime

Risale a poco più in là da quella data la traccia di un destino che sembrò accanito ai danni della Sicilia, si tratta del terremoto nella Valle del Belice del 15 gennaio 1968, questa volta la scala segnava 6.1 gradi, per un sisma  che colpì le province di Trapani ed Agrigento, rasando al suolo  Montevago e Gibellina, con danni ingenti  da Santa Ninfa a Sciacca e Calatafimi. I morti furono quasi quattrocento e settemila gli sfollati.

 Arriva poi il 6 maggio 1976 e la cronaca fa eco sul terremoto del Friuli, calamità che coinvolse tragicamente le comunità di Gemona ed Artegna. Una settantina furono i comuni colpiti, quarantacinque dei quali, secondo dati comuni ed ufficiali, furono completamente distrutti. In questa occasione si contarono 990 morti.

  Come una ago che ha fatto da traiettoria per gli eventi che accaddero prima dopo e durante, è stata  la notte del 23 novembre 1980, con il terremoto dell’Irpinia battezzato tragicamente dai  6,9 gradi Richter, numeri ma non solo dati  che produssero  un evento devastante, coinvolgendo oltre l’Irpinia  anche Vulture,  l’intera Campania, la Basilicata e la Puglia occidentale. Trenta città furono dichiarate ufficialmente disastrate, circa tremila i morti   e duecentocinquantamila senza tetto.

Quello del 26 settembre 1997 che colpì invece Colfiorito, coinvolgendo Umbria e Marche, è passato ai posteri come un evento oscuramente straordinario, si trattò infatti di uno sciame di scosse durate per un anno intero. Furono resi noti undici morti e trentaduemila i dichiarati senza tetto.

 È stata soprattutto la tragedia degli studenti fuori sede quella del  6 aprile 2009. Chi non ricorda  il terremoto dell’Aquila che rase al suolo la casa dello studente, lo stesso che, ricorderete, mosse  una catena di solidarietà ed assistenza da parte degli artisti italiani;  in quella circostanza, le voci per l’Abrizzo,con il singolo “ Domani,” espressero vicinanza morale e concreta ad una città piegata in due dall’ accaduto. Fu il  caso di una lunga sequenza di scosse che produsse devastazioni irrecuperabili.  La strage riguardò  anche il Lazio e fu   avvertita a Roma , con  danni ad Amatrice, Accumoli, e Borgorose. 308 morti e almeno cinquantamila  senzatetto contati.

 Il  20 maggio 2012 è l’ultima data prima di oggi , il sisma rilevato fu di 6 gradi Richter e venne  localizzato nei pressi di Finale Emilia protagonista di fratture e crolli. Molti furono i danni registrati  anche a S. Felice sul Panaro ed a Mirandola.

Un ciclo che si ripete, così appare questo percorso di tempo in numeri, un viaggio che documentato in questa misura sembra  essere  breve e persino  qualcosa che assomiglia al non più di tanto, ma sappiamo certamente tutti che la realtà prosegue oltre quanto si possa scrivere o documentare. Non è difficile individuare  una trama che produce scenari simili e uguali, che cambia  luoghi, numeri e volti, ma  rivela sempre gli  stessi finali di impotenza, quelli pronti ad avvalersi della facoltà di provocare rabbia, dolore e compassione. Sentimenti che si muovono in noi, perfetti stranieri al cospetto di certe leggi, e ci fanno ricordare quanto siamo piccoli, richiamando l’attenzione anche su eventuali colpe umane. Ce lo ricordano le persone che sono ancora ospiti dei container, oltre a quelle morte, quello che potremmo fare e ciò che continuiamo a sbagliare. Perché è così. Se è vero che la natura morta esiste solo nei quadri, quello che si muove è qualcosa di  vivo, ed è per questo che agisce e reagisce naturalmente. Quindi, forse, se qualcosa continua ad andare storto, vuol dire che bisogna raddrizzare un po’ il rapporto con la terra, luogo su cui, stampiamolo da qualche parte, siamo semplici ospiti.

Terremoti in Italia: ogni volta come la prima volta was last modified: agosto 24th, 2016 by L'Interessante
24 agosto 2016 0 commenti
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Cracovia
AttualitàIn primo pianoParliamone

A Cracovia, giovani come se il futuro fosse tutto lì

scritto da L'Interessante

Cracovia

Di Michele Calamaio

Molti oggi parlano dei giovani, di tanti giovani, di infiniti giovani che raccontano una storia già conosciuta e affrontata, una trama che presenta nei suoi tratti una sfaccettatura diversa ogni volta che implode su se stessa, una visione che ritorna al mondo in ogni occasione che scrive un finale diverso: la vita rammenta le difficoltà, la paura fortifica i sogni da realizzare, la forza incoraggia le innumerevoli idee per la testa che regalano emozioni, la tenacia sconfigge quella sfiducia estremamente radicata nel pensiero assurdo dell’”eternità”, uno spazio ambito, ricercato e desiderato nella messa insieme di soddisfazioni, di rimpianti, di vittorie e di sconfitte che trasformano una poltiglia amara in un universo parallelo capace invece di fermare il tempo, la “stanchezza mentale” e donare, ancora una volta, una possibilità concreta di rinascita.

“Come sarebbe un mondo senza giovani?”si domanderebbero in tanti; “In che modo si affronterebbe il futuro senza degli occhi più esperti e una parola più speranzosa?” si chiederebbero in troppi; la verità, piuttosto, gira intorno ad un passato scontroso con il progressivismo tecnologico, un presente ancora troppo ancorato alla “crisi di identità” che sconvolge l’evoluzione sociale e religiosa ed un futuro incoraggiato dalla concreta possibilità di non messaggio che non parli più <<dei giovani, ma con i giovani>>.

Questo il messaggio predominante che è scaturito dagli incontri avvenuti a Cracovia dal 26 al 31 luglio in occasione della XXXI edizione della Giornata Mondiale della Gioventù

Un evento che è stato capace di muovere migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo e che ha regalato una volta ancora il “verbo sacro”, l’invocazione a quel nuovo tipo di preghiera in diretto contatto con Dio e l’aspirazione ad un mondo migliore, una realtà fatta di <<pace e difesa dalla violenza del terrorismo>>. Quello che si preannunciava essere solo uno dei tanti eventi in programma, si è totalmente ridimensionato nel giro di pochi giorni mutandosi con forza nella “voce principale” che ha richiamato nella loro “casa naturale”, in quel bovile tanto desiderato ma così allontanato dalla paura dell’”astrattezza divina”, il considerevole numero di ragazzi pronti a stringersi la mano con forza per la prima vera volta, senza rancori, senza timori di diversità razziale, senza aver paura di una “guerra santa”: <<Volete essere addormentati e intontiti? O lottare per il vostro futuro?>> ha affermato Bergoglio senza esitazioni, provando a districarsi con quella sicurezza mista ad esperienza nel labirinto degli errori umani, la stessa con la quale per tutti questi anni ha dettato la “resurrezione” della chiesa e ha permesso il riavvicinamento alla fede di molte persone che, nella medesima fede, si erano persi: se <<Gesù è vivo in mezzo a noi>>, allora allo stesso modo i giovani di oggi e quelli di domani devono rivivere nella speranza del cambiamento, osservando <<il volto giovane della misericordia>>, e sostenere un <<mondo che guarda al futuro>>.  Nel Campus Misericordiae, ragazzi a perdita d’occhio e bandiere di 187 paesi si sono fusi in un unico essere, un’unica essenza pronta a varcare la “porta santa” di tutti i continenti e trascinare la speranza a cavallo di <<un’avventura che non si sarebbe neanche mai potuta sognare>>: la comodità del “divano” o del “consumo” è una difficoltà che si paga a caro prezzo e necessita di essere eliminata, anche al rischio di perdere la libertà nel dialogo, nella multiculturalità e nel bisogno di amore, così come, dall’altro lato, vi è lo spietato bisgono di <<lasciare un’impronta nella vita>>, seguendo la “pazzia” <<del nostro Dio che ci insegna ad incontrarlo nell’affamato, nel malato, nel profugo scappato dalla guerra>>. Un cuore misericordioso ha il coraggio di lasciare la comodità, abbraccia tutti e sa essere rifugio per chi non ha mai avuto una casa, sa creare un ambiente familiare ed è capace di mostrare compassione: la musica della pace, così, risuona sulle note di una <<fame sconfitta dal pane condiviso>>, la fiducia inneggia al coro di speranza verso una <<nuova ospitalità dei sogni>>, il coraggio invoca la <<fine della tragedia della felicità>>, sprecando una quantità inimmaginabile di saggezza ma riscattando allo stesso modo il termine di una vecchiaia gradualmente perduta.

Se da una parte, così, la gioventù viene lodata e invogliata a dare il meglio di sé per affrontare un futuro degno delle migliori battaglie ideologiche, dall’altra Papa Francesco si assicura di porre un punto esclamativo decisivo anche riguardo l’altro tipo di battaglia che il mondo occidentale sta combattendo oggigiorno contro quel male diabolico che fonda le sue radici sulla paura e che si materializza nel Terrorismo: il pontefice, durante l’occasione, infatti ha recitato una <<preghiera per la pace e la difesa dalla violenza>> affinché si allontanasse dal mondo l’ondata devastante di quel dolore per troppo tempo ha afflitto l’animo innocente di chi, nella vendetta, non ha mai visto un modo per cancellare l’odio, non ha mai cercato di trovare una soluzione di “coraggio”, non ha mai voluto credere alla fine di quella fratellanza universale. Se la violenza non si traduce con altrettanta violenza, allora la chiave che apre del porte di questo “nuovo paradiso terrestre” pertanto si trova nei cuori di ognuno di noi, consapevoli diretti di una “sparatoria d’amore”, che non butta giù persone come birilli ma li innalza fino <<alla potenza del Signore>>, unica via da seguire affinché il rispetto per la dignità umana continui a regnare sul mondo dei vivi e vinca l’odio non con maggiore terrore ma costruendo <<una famiglia nella comunione della pace>>. L’islam come nemico, così, diventa, come direbbero gli inglesi, un “false friend”, una crocevia da attraversare senza aver paura di rifiutare un abbraccio, un passo in direzione della pace: ciò che continua ad accoltellare è il “fondamentalismo di una lingua” che uccide più di un fucile, si pone in prima fila nella trasformazione dell’immagine di un Dio che assomiglia così tanto al denaro, si  “converte” in quell’impronta radicale da seguire affinché il ponte della serenità si abbassi e quello della sofferenza sia sempre di più un sogno.

Negli ultimi atti dell’evento, Francesco ha annunciato prima dell’Angelus la conclusione dell’edizione polacca del raduno, annettendo alla scala storica-temporale sin dalla nascita della manifestazione la data del 2019, anno in cui si celebrerà la XXXII Giornata della gioventù nello stato del Panama: la stessa “ossigenazione” spirituale, pertanto, avrà un seguito, un invito a <<non disperdere il dono ricevuto, ma custodirlo nel cuore, perché germogli e porti frutto>> ed un cammino nella misericordia di ciascuno che, <<con i suoi limiti e le sue fragilità>>, possa <<essere testimone di Cristo là dove vive>>. L’insegnamento finale di Bergoglio, infine, si compensa con la strutturazione di argomenti già pre-esistenti e vogliosi di essere esposti, un “prezzo da pagare” che va a confrontarsi con la sua impronta da lasciare: la “periodicità” di un numero è data dalla successione o dalla ripetizione ad intervalli regolari di una proprietà; l’”eternità” di un giovane, invece, si misura nel battito di un cuore che pulsa forza, si mantiene vitale e difende una libertà “graffiata via” dalle mani del tempo, un tempo che non guarda in faccia a nessuno e racconta di una storia, sempre di quella stessa storia già oramai conosciuta, che ha come protagonista la <<giovinezza, quel tesoro che si può avere ad ogni età, ma meglio possederla quando si è giovani>>.

A Cracovia, giovani come se il futuro fosse tutto lì was last modified: agosto 16th, 2016 by L'Interessante
16 agosto 2016 0 commenti
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Femminicidio
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Femminicidio? Chiamiamolo “Women-icidio”, così fa meno paura!

scritto da L'Interessante

Femminicidio

Di Michele Calamaio

Uccise. Da mariti, fidanzati o spasimanti, ma pur sempre violentate. Da rapinatori o da uomini semplicemente violenti, per motivi futili o per far dimenticare loro il volto della bellezza del mondo, ma ancora e continuamente maltrattate.  Da un mondo che non prestava loro la giusta attenzione verso l’eccessivo buonismo visto negli occhi di chi invece non merita neanche un pizzico di quella stessa tolleranza , da una pesantezza che non ha fatto altro che aumentare nel tempo un carico enorme sulla schiena di combattenti anche fin troppo martoriate da una guerra mai realmente terminata, ma pur sempre falcidiate da una incomprensione da parte delle autorità a dir poco “eterna”. Ed è così che Isacc Asimov affermava che <<la violenza è soltanto l’ultimo rifugio degli incapaci>>, consapevole che la stessa, compromessa a tal punto da sembrare qualcosa di più grande e troppo “impossibile” da superare, tocca il limite massimo della sua decenza nel momento in cui <<si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta e si forza quanto è nato per essere aperto in modo fiducioso, caloroso e creativo>>; di parere simile, ma con connotazioni alquanto diverse, era Giles Vigneault, il quale sosteneva a voce alta l’incapacità dell’essere umano di mettere un freno deciso e determinato a quell’istinto animalesco che per secoli ha segnato l’inizio di un “inferno umano”, fatto appunto di una <<tenebra che non può scacciare la tenebra stessa>> e di un ammortizzatore mai davvero messo alla prova nella sua opera di “rinascita” dalle ceneri di una “virilità poco virile”. Ma se questo spettacolo macabro messo in scena in un contesto altrettanto raccapricciante non accenna ad insegnare quel “rispetto” necessario a rafforzare la figura femminile e persiste nel ritagliarsi “minuti di silenzio” che alimentano una malattia oramai ancorata nell’”istinto ignorante” dell’essere umano, come può il rosso essere ancora il colore dell’amore senza trasformarsi in “viola tumefatto”?

Negli ultimi dieci anni sono 1740 i casi di Femminicidio, un numero tanto spaventoso quanto estremamente vicino ad una realtà troppo diabolica per essere giustificata: si parla di movente passionale?

<<Allora se l’è cercata>>, sosterrebbe l’”unanimità maschilista” pronta a difendere più che condannare il <<crimine più grande della debolezza maschile>>; si tratta di pura istintualità non gestibile? <<Non aveva scelta>>, azzarderebbe il cuore di chi non ha accennato un secondo a nascondere <<le prove di un amore sbagliato>>, coerente con l’illusione di una guarigione ridotta alle briciole; si prospetta un aumento di omicidi? <<E’ il momento di dire basta>>, imporrebbe decisamente la voce della coscienza, la stessa con la quale un tragico bilancio può essere fermato, una feccia di fattori negativi al coinvolgimento attivo della paura può essere diminuita, un baluardo della “giustizia femminile” può essere finalmente aggiornato alle tempistiche moderne, ghettizzando un problema da affrontare alle radici e da combattere fino alla sua punta dell’iceberg.

Così, se la speranza di avere un “anno di tregua”, in mezzo ad un vortice troppo grande per essere interrotto, era viva nelle storie di tutte le superstiti che hanno raccontato di una vita irrimediabilmente perduta ma ancora capace di essere trasformata da quei piccoli miracoli quotidiani che solo l’amore vero può dare, quella che ne è uscita trionfante ancora una volta è stata l’amarezza di essersi arresi di nuovo <<al rosso del sangue, piuttosto che a quello della dignità>>. I volti sembrano volatilizzarsi mentre il colpo di una pistola scatta, le lacrime di disperazione si credono inutili nel momento stesso in cui una mazza colpisce quello che solo la fantasia criminale potrebbe arrivare a distruggere, gli occhi tremanti volano già in paradiso, perché rimanere su una terra che non li merita viene considerato un peccato troppo grande da colmare con il perdono: <<Quante ancora ne devono morire perché il Governo si renda conto che le risorse economiche, i mezzi e le attività di contrasto alla violenza di genere sono del tutto insufficienti? Quante donne, ragazze, madri, figlie, sorelle, amiche dobbiamo vedere massacrate da ex, diventati mostri e assassini, prima che vengano prese decisioni e attuate politiche attive idonee ad un problema sociale enorme come quello della violenza sulle donne?>> denuncia Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, che lancia l’hashtag #quanteancora per evitare uno scempio divenuto oramai imminente. Assuefazione alla “droga delle mani pesanti”? Non proprio; persone “normali” reinventate <<assassini rosa>> di una realtà commestibile solo per l’arretratezza sociale? Forse; donne diventate martiri di una guerra non loro? Decisamente si: come ha spiegato Fabio Piacenti, presidente dell’Eures, l’Istituto di ricerche economiche e sociali che da anni dedica al fenomeno un Osservatorio ad hoc, negli ultimi dieci anni <<le donne uccise nel nostro Paese sono state 1.740 suddivise nel 71,9% in omicidi familiari, 67,6% in uccisioni legate a problematiche coppia e 26,5% per mano di un ex>>, consolidando una striscia negativa di eventi che, nel gergo popolare, “farebbe un baffo alla parità dei sessi”. Il dato che tuttavia risulta essere più grave nella totalità di questo “dramma”, dipinto con tinte storiche e che risale all’alba dei tempi ma che ha davvero poco da invidiare alle sue origini greche, è la spaventosa gamma di età “picchiate” da questo fenomeno anormale: tra i 16 e i 70 anni, infatti, il 31% delle donne è stato abusato sessualmente e psicologicamente, determinando un’ascesa degna dei migliori film horror. I recenti casi mortali di Lucca e Caserta riaccendono il dibattito politico e alimentano la fiamma di una speranza ancora non del tutta morta: <<Le leggi ci sono e i centri antiviolenza devono tornare ad avere al più presto i finanziamenti necessari>> afferma il presidente del Senato Piero Grasso, che affida il suo pensiero alla possibilità concreta di cambiamento, una metamorfosi tanto positiva quanto necessaria affinché, da una parte le donne si travestano da “paladine della giustizia” e denuncino una strage fatta di odio e brutalità, e dall’altra gli uomini stessi <<si rivoltino contro questa infamia capitale>>. La soluzione? <<Stare insieme, convertendo questa “libertà vigilata” in una sfida quotidiana>>, dove uomini e donne non si appartengano per “diritto di sangue”, ma si scelgano ogni giorno, liberamente. I casi più recenti hanno raccontato la vicenda inverosimile di un “happy ending” impossibile agli occhi della realtà alternativa del banco degli imputati: se ammazzare una ragazza di Pordenone con quattro colpi di pistola è normalità per un ex fidanzato, allora viviamo nella pura anarchia sociale; se strangolare una studentessa universitaria romana di 22 anni e poi bruciarla viva è semplice routine per il suo ex convivente, allora c’è da porsi qualche domanda in più;  se uccidere una venticinquenne a coltellate dall’ <<embolo partito>> di un uomo incapace di accettare la fine di una relazione, allora l’inizio dell’Apocalisse è davvero tracciato. L’appello che risuona nei timpani otturati delle famiglie vittime di questa tragedia è sempre lo stesso, una medesima implorazione verso il sentimento nobile dell’amore che non trova più pace, un’ emozione che da troppo tempo, purtroppo, è stata macchiata con la prospettiva irrealizzabile dell’indulgenza e scambiata con la follia dei coltelli, con la bugia delle pistole e con il disprezzo verso il rispetto della dignità umana: <<non insegnate ai vostri figli che l’amore è tutto, non lo fate perché insegnate la menzogna; insegnate loro il rispetto per gli altri e alle vostre figlie il rispetto per loro stesse, perché 70 donne morte per mano del proprio uomo solo nei primi sette mesi dell’anno è pura follia, perché ad armare la mano degli uomini sono le donne che troppo amore danno e che poco amore si vogliono>>. Provare a tagliare la coda al lupo è possibile, evitare che si cibi del male che più ama è concretizzabile, ma state attente, perché se è vero che fidarsi rappresenta la vera unica soluzione ad un nuovo cambiamento, un nuovo percorso tutto in salita ma fatto di speranza viva e presente, “non fidarsi è meglio”: è buona consuetudine ricordare che “il lupo perde il pelo, ma non il vizio!”.

Femminicidio? Chiamiamolo “Women-icidio”, così fa meno paura! was last modified: agosto 16th, 2016 by L'Interessante
16 agosto 2016 0 commenti
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Giorgio Zinno
AttualitàIn primo pianoParliamone

Giorgio Zinno dirà si. Con la fascia tricolore, ovviamente

scritto da L'Interessante

Giorgio Zinno

Il calendario segna l’11 maggio quando, in seguito ad una lunga controversia tra favorevoli e contrari, viene approvata la mutazione in legge del DDL Cirinnà. Tra sfiduce stantie e lunghi scetticismi, due mesi fa, il governo italiano, con voto di maggioranza, ha riconosciuto dignità alle unioni civili.

Una decisione che la comunità Lgbt, e non solo, agognava da tempo. Un passo in avanti, un giorno meritevole, sin da subito, di una memoria storica senza opposizioni. Nonostante il traguardo visto da dentro, però, furono molti a non dichiararsi entusiasti di quanto ottenuto. Alcuni la considerarono una legge a metà che, a detta di qualche voce, facendo ottenere troppo poco in materia di pari diritti, deluse parte delle aspettative. La mutilazione a cui fu fatta riferimento, riguardava la stepchild adoption, un provvedimento che letteralmente vuol dire “adozione del figliastro” e permette al figlio di essere adottato dal partner (unito civilmente o sposato) del proprio genitore.

La Cirinnà si dissociò quasi subito da questo tipo di polemica e ritenne opportuno sottolineare la conquista raggiunta che, seppure agli inizi della sua maturazione, è da ritenersi comunque la radice di un essenziale cambiamento. Il risultato trascrisse 372 deputati favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti. Numeri, questi, su cui si è appena abbozzata un Italia a colori; un Paese ancora in fasce da questo punto di vita, ma che certamente fa venire meno voglia di scappare.

E tra quelli che restano, senza ombra di dubbio, ci sono Giorgio Zinno e il suo compagno Michele. Vista da questa prospettiva, l’unione, portatrice di una novità concreta, fa parecchio parlare di sé senza che ci sia il bisogno di aggiungere altro

Ma, aprite bene le orecchie, il lieto evento non è l’unica notizia. Giorgio Zinno, infatti, non è un futuro sposo qualsiasi. A dare l’annuncio del suo matrimonio è il primo cittadino di San Giorgio a Cremano, eletto sindaco della provincia di Napoli lo scorso anno, dopo aver ottenuto una pioggia di consensi.

 L’ha dichiarato lui stesso, senza mezzi termini o giri di parole:

“ Mi sposo il 24 settembre, sono dieci anni che aspettavo questo momento”

Un’ attesa che sta per finire, quindi , e che certamente scioglie i coraggi di quanti ne hanno il desiderio.

Dinanzi a questa scelta, anche se non possediamo ancora la maturità giusta per poterci chiamare “paese civile”, azzardiamo che la strada imboccata è certamente quella più giusta.

Auguri, sindaco.

Michela Salzillo

Giorgio Zinno dirà si. Con la fascia tricolore, ovviamente was last modified: agosto 2nd, 2016 by L'Interessante
2 agosto 2016 0 commenti
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Pokemon
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Pokemon Go e disoccupazione giovanile

scritto da L'Interessante

Pokemon Go

Un famoso detto italiano recita: “Chi non lavora, non fa l’amore”. Questo significa essenzialmente due cose: o Pikachu e co. hanno deciso sin dal loro prima apparizione di non voler dar vita ad una generazione futura attraverso l’unione dei “poteri speciali” e dedicarsi, di conseguenza, esclusivamente all’ “ozio cartoon-esco” o i giovani d’oggi sono diventati improvvisamente interdetti nel momento stesso in cui hanno trasformato l’intelligenza in demenza e hanno denigrato totalmente il valore del sacrificio, dello sforzo, del senso retorico del “portare a casa la pagnotta” che per generazioni ha contraddistinto l’essere umano nel raggiungimento del nobile fine di vivere nel benessere e nella prosperità. Perché si, se in effetti non si tratta di una nuova forma di evoluzione umana sottoforma di “distruzione cognitiva pro-digitale”, allora davvero il mondo rischia di lasciare il posto a questi “alieni” che per troppo tempo hanno preso le somiglianze animalesche e hanno contaminato la terra di un’astrattezza diventata tutt’altro che “gioco”: a poco a poco, infatti, quello che all’inizio sembrava essere un passatempo innocente e stimolante all’intraprendenza, ora ha completamente radicato le sue “droghe leggere” nelle convinzioni della gente, le stesse con le quali non si riesce più ad immaginare un futuro degno di essere “lavorato”, ma appunto “giocato”.

<<Il lavoro è vita: senza di esso esiste solo paura e insicurezza>> affermava John Lennon dal canto suo; e come dargli torto: ad oggi il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è pari al 37,9%, circa il 15% in più rispetto alla percentuale media di disoccupazione giovanile nell’Eurozona; ciò che più colpisce, però, è proprio il fatto che questo male “moderno” non sta diventando solo economico bensì anche psicologico e culturale perché le cause possono essere sia ricondotte all’eccessivo “mammismo” di numerosi soggetti ancora “bambinizzati” nel grembo materno senza possibilità di uscita alla scoperta delle opportunità circostanti, sia ad un sistema scolastico anche esso caratterizzato da cattivi collegamenti con l’impresa o da una banalizzazione del sacrificio che spinge gli studenti a preferire la semplicità dei “soldi facili” della criminalità organizzata. E così, “alzare la carriola” diventa sempre di più un “lavoro altrui”, una necessità secondaria, se non terziaria, che alimenta il fuoco dell’esasperazione e produce effetti gravi sia sugli individui che sulla società nel suo complesso, attraverso lo scarso sostegno all’inclusione attiva: questa “tragedia giovanile” verrebbe condannata da un Dante contemporaneo nel “Girone dei Nullafacenti”, avendo come punizione quella di inseguire un Pokemon eternamente, di provare a catturarlo senza tuttavia mai riuscirci.

Ma pensandoci su, sarebbe effettivamente questa una vera “punizione”? Secondo le ultime stime, infatti, più che un castigo questa significherebbe una ricompensa a tutti gli effetti: in un mondo attuale dove i giovani d’oggi non riescono a sviluppare le proprie capacità intuitive e concezionali, non rappresentano più un capitale umano capace di portare esperienza ed efficacia allo stesso tempo al servizio del bene comune, non diventano essenziali al fine di frenare la mobilità intergenerazionale e fare in modo che il disagio sociale si tramandi da una generazione all’altra e non salvaguardano più il loro “passaporto per la vita”, ossia le competenze necessarie per un pieno inserimento economico e sociale nel mondo lavorativo, ciò che prende il sopravvento è la mania dei “Pokémon Go”, il gioco che sta conquistando tutto il pianeta: dal Giappone all’America, i mostriciattoli virtuali tascabili, apparsi per la prima volta vent’anni fa sul Game Boy come invenzione di Satoshi Tajiri, hanno attraversato l’Europa e l’Italia e sono sbarcati sia nelle grandi città, depauperando un patrimonio culturale e turistico degno delle migliori innovazioni tecnologiche, che in quelle piccole, distruggendo il già misero guadagno delle microimprese impegnate nella lotta quotidiana alla sopravvivenza. Non a caso, basta guardarsi intorno mentre si passeggia in città per accorgersi di quante persone siano state letteralmente contagiate da questo “virus”, uno di quei parassiti che ha come strumento di inizializzazione lo smartphone e come preda della “demenza inattiva” i giocatori stessi: il sole potrebbe aver fatto la sua parte, qualcuno potrebbe pensare; il caldo avrebbe potuto giocare il doppio ruolo di ossessione e inganno allo stesso tempo verso un gioco grottesco e diabolico, altri potrebbero intuire; ma la verità sta, come al solito, nel mezzo: il mondo sembra essere letteralmente impazzito per un videogame che, di “pazzo”, ha le basi e le carte in regola per esserlo a tutti gli effetti.

Per giocare basta scaricare l’applicazione, disponibile sia sull’App Store di Apple che sul Google Play Store per gli utenti Android, creare un profilo, personalizzarlo, scegliersi un nome e aspettare che il lato virile della personalità umana abbandoni definitivamente “il cuore e la mente”, come direbbe un cavaliere dell’epoca medievale: chissà se questo avesse mai avuto avuto il coraggio di compiere un gesto così “poco nobile”, chissà se, invece di difendere il proprio re, avesse preferito dare la caccia  ai vari Bulbasaur e il resto dei 151 esemplari per ampliare il personale “arsenale d’oro”, chissà se, per essere punito di così tanta indecenza, fosse stato arso vivo dal rogo di un Charizard o annegato dal waterboarding di uno Squirtle; chissà, si domanderebbero gli studiosi, ma una cosa sicuramente continua a desistere nella mente dei potenziali “allenatori”: il senso vero della realtà, che entra continuamente in contatto con il confine della finzione e della tecnologia e che aumenta il rischio, oramai dietro l’angolo, di una dipendenza da un universo parallelo ed un isolamento cronico. Così, se da una parte ci pensa lo smartphone a chiudere gli occhi dell’oggettività e ad aprire quelli di Google Maps alla ricerca di “palestre”, battaglie contro i “custodi” del luogo e pokeball da lanciare per stregare gli avversari in perenne combattimento, dall’altro diventa responsabilità personale ridicolizzarsi periodicamente muovendosi fisicamente alla ricerca di Pokemon “fantasmi”: già, perché lo smartphone avverte che nelle vicinanze potrebbero esserci mostriciattoli che svolazzano dentro la padella o saltellano sul water o ancora strisciano sulla scrivania dell’ufficio, e che non spariscono, ma anzi si spostano seguendo il giocatore, muovendosi attaccati al loro nuovo “allenatore”.

Pertanto, se l’accostamento Pokemon Go-Disoccupazione giovanile ha i suoi effetti degenerativi e influisce nettamente sulla catalizzazione della pigrizia nei soggetti interessati, di certo non fa il discorso inverso chi tocca con mano l’esperienza di <<rassegnare le proprie dimissioni per girare il mondo>>:

è il curioso caso di Tom Currie, 24enne, ex barista neozelandese che, da un momento all’altro, ha deciso di “prolungare” le proprie ore libere dal lavoro eliminando quest’ultimo definitivamente dalla sua vita, almeno per il momento; perché si, in sede di decisione, Tom è stato più volte “compreso” piuttosto che attaccato per una scelta tanto azzardata quanto rischiosa: <<spero che il tuo viaggio vada bene>> ha affermato il suo ex datore di lavoro, risposta che è stata percorsa in maniera del tutto parallela dal <<sapevo che un giorno saresti diventato famoso>> del padre, messaggio inviato per sms e recapitato con tanto “amore paterno e protettivo”. Ma in fin dei conti, è purtroppo ancora questo medesimo “protettivismo” che spinge i giovani d’oggi nel burrone dell’”anoressia lavorativa”: <<trovare 91 pokemon sui 151 disponibili del gioco è stato come rivivere l’infanzia due volte>> ha affermato Tom, che ha peregrinato con gli occhi dello smartphone, ha incontrato turisti, viaggiatori e tanti appassionati dell’applicazione e ha cavalcato di collina in montagna, di fiume in lago attraverso fotografarmi e video tanto pazzeschi quanto incredibilmente innovativi, rendendosi conto di essersi trasformato involontariamente nell’eroe nazionale di un “sogno reale”, nell’ Ash Ketchum che 16 anni fa ha sfondato sul grande scherzo italiano, arrivando insieme ai suoi amici a conquistare il mondo.

Alla fine ciò che ne rimane è soltanto l’illusione ottica di aver raggiunto un obbiettivo, la credenza di aver compiuto un esperimento diverso dalla norma ma fin troppo complicato per essere portato a termine, la certezza di aver trascurato quello che dovrebbe rappresentare sempre “prima il dovere e poi il piacere”: non è tutto oro ciò che luccica, non bisogna lasciarsi andare troppo facilmente e vivere nella folgorazione di un attimo, non deve diventare primario ciò che normalmente viene attribuito alla schiera dei “beni di lusso”, uno sfarzo che, in tutta la sua lucentezza, continua ad essere tale, senza se e senza ma, e cammina imperterrito nel suo obbiettivo di far dimenticare la tangibilità: <<Catch them all>>, diceva la sigla originale del cartone animato, <<catch them, catch them>>, rammentava nel mentre, ma la vita è un’altra cosa, la realtà è un’altra cosa, e quella, esattamente quella, ci ordina ogni giorno di “acchiappare” le opportunità di lavoro, le chance che ci possono finalmente nobilitare come uomini, e non i Pokemon!

Michele Calamaio

Pokemon Go e disoccupazione giovanile was last modified: luglio 27th, 2016 by L'Interessante
27 luglio 2016 0 commenti
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