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Il Dog Friendly

Il cane di cristallo
CuriositàIn primo piano

Il cane di cristallo. Il dog friendly: capitolo 14

scritto da L'Interessante

Il cane di cristallo

Cari lettori interessati volevo iniziare questo nostro appuntamento settimanale condividendo un post che ho  letto su facebook, firmato da una mia docente e tutor – Veronica Papa.

“Il cane di cristallo:

– non può mai essere rimproverato, ma solo gratificato;

– deve fare solo cose che lo rendono felice;

– se mangia ossi veri muore;

– non può andare in acqua perchè prende freddo;

– non può andare in acqua perchè c’è la corrente che lo trascina via;

– non può andare in acqua perchè non si sa se sa nuotare;

– guai se mangia qualcosa che ha trovato per terra perchè non si sa mai;

– non può mai essere libero perchè scappa, si perde, e non lo ritroveremo mai più;

– non può mai essere libero perchè aggredisce/viene aggredito;

– non può mai essere libero perchè finisce sotto ad una macchina (anche se la strada è a 3 km di distanza);

– meglio se non interagisce mai con cani del suo stesso sesso, potrebbe incorrere in alcune difficoltà e lui deve essere invece sempre felice;

– passa la sua giornata a fare problem solving, a imparare un sacco di tricks e a dormire sul divano/cuccia”.

Sembra il manuale del No.  Privativo.

E il bello è che la lista utilizzata dai proprietari continua.

Non può annusare perché rischia parassitosi.

Non può rotolarsi nell’erba per via delle pulci e zecche.

Non può ringhiare perché sembra aggressivo e lui non può passare per tale.

Sembra così che il primo destino del cane sia il  NO.

Quando in consulenza faccio notare come il vivere con un cane a volte sia troppo impostato sul divieto, l’inibizione e mancanza di esperienze i proprietari si meravigliano di quante poche volte dicano SI.

A volte mi soffermo a pensare a quale sia il valore didattico di un No dato a monte di una esperienza, per evitarne una traumatica – nel “non ti espongo alle esperienze così ti tutelo”. Come se ogni esperienza recasse soltanto un sé negativo e invalidante.

Non è più funzionale se l’esposizione alle esperienze viene proposta in maniera graduale ma senza filtri legati alle nostre paure?

E se lasciassimo che fossero le esperienze stesse a definire i limiti e i No?

Certo questo non significa immergerlo in dinamiche e situazioni di cui non si valutano le minime variabili e i  ponderati esiti.

In fondo per rendere un cane esperto, le esperienze dovrà pur viversele.

L’importanza di una esperienza a mio avviso si gioca molto anche nel “post”, con la condivisione e l’accoglienza da parte del gruppo famiglia.  Il nostro cane ha vissuto una esperienza poco piacevole al momento? Bene- saremo lì  a sostenerlo, affinché anche una esperienza poco piacevole pesi meno o addirittura rappresenti un significato funzionale.

Ha vissuto una esperienza molto piacevole? Bene- saremo lì a condividerne le emozioni, affinché cresca l’intimità del rapporto e il piacere di stare con noi nella vita.

In realtà l’umano a volte ha piuttosto bisogno di sentirsi indispensabile agli occhi del proprio cane, talvolta senza neanche averne una percezione consapevole. E questo cozza con il “ti rendo sicuro e sereno”. Quindi esperto.

La stimata collegata conclude con una frase a cui non ho niente da aggiungere, condividendola in toto:

“Il cane non vuole essere di cristallo, vuole crescere, imparare, scoprire, essere responsabile; non cerca un tutore, cerca una squadra.”

Il cane di Cristallo

(in foto Veronica insieme alla sua squadra e agli amici)

Luigi Sacchettino

Il cane di cristallo. Il dog friendly: capitolo 14 was last modified: luglio 21st, 2016 by L'Interessante
21 luglio 2016 0 commenti
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Cani razze
CuriositàIn primo piano

Fobie. Il dog friendly: capitolo 13

scritto da L'Interessante

Fobie

Cari lettori interessati oggi parleremo della paura, quest’emozione primaria, comune sia al genere umano sia al genere animale. Sì, anche i nostri amici a quattro zampe la sperimentano e la vivono.

Lo faremo raggiungendo al telefono la Dott.ssa Sabrina Giussani, Medico Veterinario Esperto in Comportamento Animale, Presidentessa SISCA (società italiana scienze del comportamento animale).

Dott.ssa Giussani grazie mille per aver accettato l’intervista. Cosa s’intende per paura? E per fobie?

Prego Luigi, è un piacere. La Paura è la più antica delle emozioni, una sorta di “pilota automatico” che induce il soggetto a realizzare una risposta di evitamento, fuga o aggressione. La paura serve a proteggere il cane da un eventuale pericolo.

La Fobia è una paura angosciosa e inspiegabile di qualcosa o di qualche evento in particolare. La Fobia induce una reazione non controllabile, esagerata e sproporzionata alla situazione nei confronti, per esempio, di un rumore (tuoni o botti).

Quindi la fobia induce un maggior senso di sofferenza nei nostri cani rispetto alla paura. Quali sintomi osservare come campanello dall’allarme in un cane fobico?

Quando il cane si trova esposto allo stimolo fobogeno può leccarsi il naso, dilatare la pupilla, ansimare, tremare, abbassare la coda e le orecchie, piangere o abbaiare, cercare di fuggire, nascondersi o aggredire per sottrarsi alla situazione che lo mette in difficoltà.

Che cosa fare una volta ricevuta diagnosi di fobie?

La fobia non è una malattia ma un sintomo. È necessario completare il quadro comportamentale del cane così da comprendere quali sono tutte le “fragilità” dell’individuo. La visita comportamentale consente al Medico Veterinario Esperto di emettere una diagnosi e una prognosi.

Esiste una cura per la fobia nei cani?

Certamente. L’intervento riabilitativo è progettato secondo il sistema famiglia interspecifico che abbiamo di fronte. Il focus non è sulla fobia ma sulla relazione tra i referenti e il cane. Le parole d’ordine, soprattutto all’inizio dell’intervento, sono “ti capisco, ti proteggo e ti aiuto”.

Che cosa bisogna evitare di fare per non peggiorare la situazione?

È necessario evitare di esporre il cane a ciò che lo mette a disagio fino a quando il sistema non avrà acquisito gli strumenti cognitivi per gestire la situazione. È fondamentale imparare a capire quando il cane è in difficoltà, rassicurandolo e allontanandolo dalla situazione.

Spesso i proprietari di un cane fobico si chiedono se l’introduzione di un cane in casa possa migliorare la fobia; cosa ci dice a riguardo?

Poiché ogni situazione è a se, è difficile generalizzare. Quando il cane adulto mostra una fobia, un cucciolo, soprattutto se timoroso, tende a imitarlo grazie all’apprendimento sociale. Così facendo il più piccolo potrebbe, una volta cresciuto, mostrare gli stessi sintomi del più grande! Ciò può accadere anche adottando un cane adulto. Per “migliorare” la fobia, consiglio di realizzare una visita comportamentale e un percorso riabilitativo prima di adottare un altro cane.

Ringraziamo la dott.ssa Giussani, per la squisita disponibilità e competenza.

Occuparsi dei nostri amici cani significa anche riconoscere in loro gli stati di disagio, e traghettarli verso un concreto concetto di benessere.

E l’amore non basta. E’ l’elemento necessario ma non sufficiente.

A volte ci vogliono medici, competenze, diagnosi, cure, rinunce e sacrifici.

Se c’è la paura, non c’è la felicità.

(Seneca)

Luigi Sacchettino


 

Fobie. Il dog friendly: capitolo 13 was last modified: luglio 15th, 2016 by L'Interessante
14 luglio 2016 0 commenti
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Cani razze
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

L’istruttore cinofilo. Il Dog friendly: capitolo 12

scritto da L'Interessante

Istruttore cinofilo

Cari lettori interessati,

ieri pensavo alla figura dell’ istruttore cinofilo e all’icona che rimanda nell’immaginario di molti proprietari,  con le conseguenti aspettative; questo salvatore di quadrupedi abbaianti.

 A volte siamo chiamati a prestare attività consulenziale ed interventistica quando la situazione è già complicata e il sistema è già con l’acqua alla gola; raramente in prevenzione o per la crescita serena di un cucciolo- il che, invece, quando capita sembra un miraggio!

Le attese di miracolo da parte del proprietario sono quasi scontate. Dovute. Si pretendono garanzie di successo. Quasi come se l’unica variabile determinante fosse da noi gestita. Un istruttore totipotente.

Ciò che non è chiaro al proprietario è che è il sistema a doversi muovere verso il cambiamento, di cui il professionista si rende promotore e sostenitore.

L’istruttore non deve mettersi in mostra e mostrare di essere il primo della classe; deve rendere il gruppo famiglia amalgamato e in sintonia. Attraverso il suo modello.

Sapete quante volte ho dovuto gestire – poiché non avvisato- un cane intollerante verso gli estranei soltanto perché il proprietario voleva farmi un test?

Ecco, volevo svelarvi un segreto: i cani possono mordere anche gli istruttori cinofili. Soprattutto. Anche noi sbagliamo; l’obiettivo è aggiornarsi per sbagliare il meno possibile, facendolo in scienza e coscienza. Anche noi siamo fallibili. Anche noi abbiamo delle emozioni, nonostante siamo addestrati all’autocontrollo e alla sospensione del giudizio. Anche noi viviamo le nostre vite: le chiamate di domenica sera per quella improvvisa curiosità sopravvenuta non sempre ci garbano.

Anche noi quando rincasiamo ci spogliamo dell’abito professionale e ritorniamo semplicemente persone. Non siamo in grado di leggere nella mente del vostro cane e non conosciamo molte risposte alle vostre domande; per questo parliamo al condizionale. Semplicemente interpretiamo i comportamenti dei vostri cani mettendoci in loro ascolto ed osservazione. Ma chi meglio di voi proprietari può imparare a leggere il proprio cane? Nessuno.

Non facciamo “prove e tentativi”. Abbiamo il massimo rispetto del soggetto cane e pertanto ci muoviamo per realizzare un percorso.

Anche noi vorremmo che suddetto percorso fosse quanto più rapido e celere possibile; ma i cambiamenti necessitano di tempo. Mesi. A volte anni.

Anche noi amiamo i cani e ne abbiamo sempre avuti. Abbiamo tuttavia scelto di investire economicamente ed emotivamente nella nostra formazione. Quindi No- non diamo consigli. Sì- svolgiamo consulenze. Sì- vogliamo essere retribuiti correttamente.

In ultimo, ma non ultimo in ordine d’importanza: non abbiamo la bacchetta magica. Non conosciamo interruttori segreti che accendano e spengano un determinato comportamento del cane. Se l’avessimo avuta avremmo realizzato un traduttore simultaneo dei pensieri del cane, che ci avrebbe reso felici e soprattutto divertiti della ironia dei cani. Verso noi proprietari, talvolta troppo seriosi.

 Luigi Sacchettino

 

L’istruttore cinofilo. Il Dog friendly: capitolo 12 was last modified: luglio 7th, 2016 by L'Interessante
7 luglio 2016 0 commenti
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Il cane di cristallo
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il richiamo. Il Dog Friendly: Capitolo11

scritto da L'Interessante

Il richiamo

Cari lettori interessati, ieri pensavo a voi durante una consulenza e a quali pensieri condividere. Poi il proprietario con cui stavo parlando mi ha spianato la strada:

“senti Luigi quando richiamo il mio cane non torna mai- eppure io lo faccio con tono deciso ed imperativo”.

Vabbè. Partiamo.

Il richiamo

Il richiamo è uno dei comandi gestionali più utili che si possa insegnare ad un proprietario, proprio perché molte delle attività partono da un “vieni” che rappresenta l’invito al congiungersi: vieni per la pappa, vieni che usciamo, vieni che ci coccoliamo e così via. Vieni che c’è un pericolo.

E detta così qualsiasi cane tornerebbe.

Il problema è che  ci sono molte dinamiche che allontanano completamente il cane dal ricongiungersi al proprietario.

Il proprietario ansioso. Questo  proprietario richiama il cane appena slegato- per timore che possa scappare, allontanarsi o finire nei guai- creando lo stesso effetto  di bambini al luna park che emozionati si sentono dire : “Ok, vieni”.  “Ma come? Nemmeno il tempo di assaporare l’idea della libertà”- pensa il cane.

Il proprietario poco attento. Molti proprietari richiamano il cane nel momento in cui è affaccendato in una propria attività- come annusare l’odore di una preda o la pipì di un cane che gli sta simpatico. In questi momenti i cani sono molto concentrati sulla loro attività e riducono l’attenzione rispetto a qualunque altro evento, compreso il richiamo da parte del proprietario. Un po’ come noi quando siamo assorti nella lettura di un libro. Quasi come se avessimo delle cuffiette nelle orecchie.

Il proprietario noioso. Lo riconosci al parco perché  richiama il cane, il quale arriva tutto contento dal proprietario e cosa succede? Nulla. Il proprietario non propone alcunché. E mi ricorda molto quei momenti in cui ero in camera a studiare, mia madre mi chiamava dalla cucina, le  rispondevo “Cosa c’è?” e lei non parlava. Il tempo di tre “Cosa c’è” andati a male e quel suo richiamo non otteneva più attenzione.

Il proprietario militare. Stile punitivo che al richiamo aggiunge il rimprovero fisico e non, e ancora un “seduto”. In pieno stile militare.

Torna. Stai seduto.  Ora fai la bella statuina.

Francamente anch’io se arrivo in ritardo ad un appuntamento e ottengo uno scappellotto da un amico, farò fatica la prossima volta ad uscire nuovamente insieme a lui.

Il proprietario esca. E’ quello che al parco gira con un premio o pallina in mano e prima dice “Guarda che ti do” e poi richiama il cane.  Un po’ come se vi dicessi: “Vi do cento euro, uscite con me?”

Il richiamo deve mostrare al cane la piacevolezza del ricongiungersi, e come tale andrebbe sempre collegato ad attività piacevoli fatte insieme.  Andrebbe sempre premiato, anche quando il cane torna dopo un po’ dal richiamo stesso.  E sempre fatto con gioia, pazienza, usando i movimenti del  nostro corpo che tanto incuriosiscono i nostri cani.

La loro curiosità è vivida, perché non alimentarla andando a cercare insieme un nuovo gioco? O una pista  olfattiva interessante?

Perché non richiamarlo e  godersi insieme un momento di coccole come piace a lui?      

Perché non richiamarlo facendogli trovare una scatola chiusa in cui sono stati riposti dei premi di cui è ghiotto?

Bisogna un po’ meritarsi che i cani si ricongiungano a noi. Soltanto perché siamo noi a deciderlo, non  per dovere.

Bisogna essere autorevoli, non autoritari.

Ai cani non piace il regime dittatoriale.           

Luigi Sacchettino

 

 

 

 

Il richiamo. Il Dog Friendly: Capitolo11 was last modified: giugno 30th, 2016 by L'Interessante
30 giugno 2016 0 commenti
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Cani razze
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Cane e gatto: chi l’ha detto che non si può? Intervista a Sonia Campa. Il Dog Friendly: Capitolo 10

scritto da L'Interessante

Cane e gatto

Cane e gatto: due mondi a confronto

L’intervista

Cari lettori interessati oggi parliamo dei gatti e della convivenza con i nostri amici cani.

Ho raggiunto per voi al telefono la Dott.ssa Sonia Campa – consulente per la relazione uomo-gatto e istruttore cinofilo -per rivolgerle alcune domande che spesso ricevo in consulenza.

Grazie Dottoressa per aver accettato questa intervista; andiamo subito al dunque- cosa dovrebbe valutare un proprietario di cane che decide di convivere anche con un gatto?

Grazie   a te Luigi per l’opportunità. Il primo passo da compiere è sicuramente darsi delle aspettative realistiche. I social e certe trasmissioni televisive ci stanno abituando a vedere sempre e solo il lato buffo o “puccioso” delle convivenze tra specie ma non dovremmo dimenticare, invece, che in questo caso stiamo mettendo a contatto due individui che, potenzialmente, sono in un rapporto di preda/predatore. In altre parole, non è così scontato che la convivenza vada necessariamente per il verso giusto semplicemente perché noi lo desideriamo, anche il cane (e il gatto) avranno da dire la loro in questo.

Gli aspetti da valutare diventano allora molteplici: qual è il carattere del cane? Fiducioso e amichevole o tende a rifuggire le novità? Che età ha e quali sono le caratteristiche della sua razza? Come si comporta in casa? Condivide volentieri gli spazi o ce ne sono alcuni che difende? È possessivo riguardo le sue cose? Come si esprime nel farlo? È un cane frenetico o sa anche trovare momenti di tranquillità? Anche valutare il passato del cane ha una sua profonda importanza: cani con pregressi conflittuali con i gatti potrebbero fare più fatica a stringere relazioni serene. Allo stesso modo, cani che abbiano un passato addestrativo orientato alla caccia (magari con uccisione) o alla rincorsa – anche di fantocci – potrebbero avere molta difficoltà a vedere nel nuovo arrivato un partner con cui stringere un legame di natura sociale.

Infine, un ruolo fondamentale è svolto dalla qualità della relazione tra il cane e il resto del gruppo famiglia. Senz’altro, un cane bene integrato, accolto, che partecipa attivamente alla vita familiare, ha più risorse per creare un legame con un gatto rispetto ad un cane relegato in un giardino, annoiato e con pochi legami sociali al di fuori di chi gli porta da mangiare e, ogni tanto, gli lancia una pallina da rincorrere.

In ogni caso, è sempre possibile (e io direi raccomandabile) chiedere la consulenza di un educatore cinofilo che, pur senza avere la palla di cristallo né dare certezze riguardo la convivenza, sarà in grado di stabilire se il cane presenta o meno dei tratti di problematicità per l’inserimento di un nuovo individuo nel gruppo famiglia, in modo da fare una valutazione più possibile realistica.

Non dimentichiamo, inoltre, che la convivenza riguarda due parti: bisogna avere la stessa cura anche nel valutare cosa ne penserebbe un gatto di una convivenza con il cane di casa, in quel gruppo famiglia e in quel contesto specifico. Come dico sempre, le adozioni di qualunque specie non sono dei nostri diritti inalienabili ma scelte da farsi con la consapevolezza che esse richiedono dei requisiti da soddisfare perché tutti possano stare davvero bene: se questi requisiti non ci sono o ci sono solo parzialmente o fanno gli interessi solo di una parte, sta a noi la responsabilità e il potere di prendere decisioni sensate.

In che modo bisognerebbe curare l’inserimento di un gatto all’interno di una sistemica familiare in cui è già presente un cane?

Questa sì che è una domanda difficile! :) Non perché sia complicato inserire ma perché non credo esista una risposta sufficientemente generica che vada bene per tutti. Le dinamiche di ogni inserimento dipendono da chi sono i soggetti coinvolti (cane, gatto e familiari umani, grandi e piccini), dal luogo in cui vivono, da come intendono organizzare gli spazi e le routine quotidiane e, come già detto, dalle relazioni pre-esistenti in famiglia. Perché, alla fine, quello che si va a riorganizzare è un sistema ed è il sistema, con le sue specifiche caratteristiche, che va compreso e guidato.

Posso dire, comunque, che quel che accomuna tutte le esperienze è il bisogno di agire tenendo sempre a mente che le parti coinvolte, oltre ai familiari umani, sono due e ciascuna presenta le proprie esigenze: da una parte abbiamo l’individuo-cane che, con tutte le sue caratteristiche note, andrà guidato nel crearsi un’idea allargata della sua famiglia – ecco perché la relazione e la fiducia nei confronti del nucleo umano giocano un ruolo tanto importante -; dall’altra abbiamo un individuo-gatto che da subito dovrà essere messo nelle condizioni di sentirsi sicuro e a suo agio, malgrado la presenza di un cane che, in maniera innata, può suscitare inizialmente diffidenze e paure. È necessario lavorare su entrambi i fronti, contemporaneamente.

Quali errori non commettere?

Nella mia esperienza di consulente vedo che l’errore commesso più diffusamente, anche per semplice buona fede, è di forzare il cane ed il gatto ad interagire, o troppo presto o troppo da vicino. Ognuno di loro ha i propri tempi. Anche urlare, sgridare o agitarsi quando le interazioni si vivacizzano può essere un errore perché esaspera gli animali e, spesso, aumenta le tensioni. Al contrario, bisogna sforzarsi di far regnare sempre un clima di serenità e calma, soprattutto se cane e gatto stanno interagendo per le prime volte.

Un’altra raccomandazione ricorrente è di non sottovalutare mai i segnali di tensione tra i due, fossero anche zampate o esposizione di denti: spesso si tende a pensare (errore diffuso anche negli inserimenti tra gatti) che dopo qualche scaramuccia i due troveranno spontaneamente “il loro equilibrio”. Qualcuno si illude ancora che valga la storia del capobranco che “deve farsi valere” e delle gerarchie da lasciar instaurare a suon di minacce reciproche. Il tutto si traduce in un “lasciar fare” che, invece, rappresenta una scommessa molto rischiosa, giacché possono innescarsi dinamiche destinate solo a peggiorare. Ancora una volta, mi sento di ribadire che ogni inserimento fa storia a sé perché gli individui coinvolti sono diversi, quindi è illusorio ricalcare o appellarsi ad esperienze passate, sperando di ottenere gli stessi risultati. In caso di difficoltà o incertezza, il consiglio è sempre di chiedere l’intervento di un esperto.

Nella sua opinione ritiene sia più facile un inserimento di un cucciolo o di un adulto?

Fermo restando che una valutazione attenta delle caratteristiche del cane va fatta in entrambi i casi, dal punto di vista del gatto è sicuramente più semplice familiarizzare con un cane estraneo a 2-3 mesi di età, anziché da adulto. Il gattino, infatti, presenta naturalmente una maggiore flessibilità ad accogliere le novità, una predisposizione legata alle fasi di sviluppo che è massima in questo periodo della vita e, soprattutto sul piano sociale, tende a ridursi a man mano che il micio cresce. Un’unica accortezza: non sempre un gattino tanto piccolo ed inesperto è in grado di gestire le attenzioni, benché benevoli, di un cane molto più grande di lui, soprattutto se eccedono in “entusiasmo”: un po’ di saggia supervisione per verificare che il micino non venga trattato con troppa rudezza, spaventato o ferito non farà male.              

Cambiando specie, invece, cosa ci dice della gravidanza in presenza di un gatto?

I gatti rappresentano una squisita compagnia per le donne in gravidanza. Apprezzano i suoi ritmi rallentati, entrano in relazione con il pancione che cresce dedicandogli fusa e sonnellini e, in definitiva, si allineano allo stato emotivo della mamma, fatto di attesa ma anche di accesa meraviglia e infinita pazienza. Semmai, il vero problema di oggi è difendere le mamme, già rese comprensibilmente impressionabili per il loro stato, dalla cattiva informazione riguardo la convivenza con i gatti. Dai sanitari ai parenti, dagli psicologi agli amici, ogni mamma è destinata ad incontrare uno stuolo di persone meticolosamente disinformate che la metterà in guardia dalla toxoplasmosi, additando i gatti di famiglia come responsabili di un sicuro contagio ed esortandole a sbarazzarsene prima possibile. La toxoplasmosi esiste ed è inequivocabilmente pericolosa ma, fra tutti i vettori noti e molteplici (si pensi agli insaccati, alle verdure mal lavate, alla carne poco cotta, all’igiene superficiale, ecc.), i gatti rappresentano i più improbabili, soprattutto quelli familiari, seguiti di norma sul piano medico e sanitario. Anche in questo caso, per sciogliere ogni dubbio sulla migliore condotta da seguire, piuttosto che affidarsi al parere da bar di conoscenti e passanti (e di fronte a certi temi specialistici, anche l’opinione di un pediatra o di un’ostetrica lo diventa!), io consiglio sempre di interpellare l’esperto per antonomasia in zoonosi, colui che di queste cose davvero “ne sa” perché è il suo lavoro, ovvero il medico veterinario: anche con una semplice telefonata sarà sicuramente in grado di illustrare ad una mamma in gravidanza quali norme igieniche seguire per godere appieno la convivenza con i mici di famiglia in sicurezza e libertà.

Grazie mille Dott.ssa Campa per le preziose ed esaustive risposte.

Cane e gatto sono due mondi a confronto estremamente fascinosi. Non interpretabili con lo stesso dizionario. Non sovrapponibili.  Vi è venuta voglia ugualmente di prendere un gatto che faccia compagnia al vostro cane? Bene, telefono alla mano per avere il beneplacito dell’esperto.

Luigi Sacchettino

 

Cane e gatto: chi l’ha detto che non si può? Intervista a Sonia Campa. Il Dog Friendly: Capitolo 10 was last modified: giugno 23rd, 2016 by L'Interessante
23 giugno 2016 0 commenti
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Il cane di cristallo
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Sala d’attesa. Il dog friendly: capitolo 9

scritto da L'Interessante

Sala d’attesa

Cari lettori interessati in questi giorni ho molto girato per strutture medico veterinarie, come amico di un “paziente” collie ed ho avuto modo di osservare- spogliato dall’abito professionale- le scene che capitano frequentemente in una sala d’attesa.

Vorrei condividere con voi delle domande che mi sono rimbalzate in mente dopo quei momenti.

Partiamo con la prima che mi ha molto scosso.

La scena: un setter inglese con otite, agitato per il dolore e per la preoccupazione della visita- che lo rendeva nevrile e cinetico- insieme al suo proprietario il quale continuava a chiedergli di star seduto, strattonandolo e costringendolo a star fermo. Era un continuo manifestare disagio del setter mentre il cieco proprietario esibiva la sua voce forte ed austera.  Rivolgendosi al resto degli astanti: “E’ maleducato, ha la testa dura”.

Assenza di empatia. Non riconoscimento dei segnali di disagio. Assenza di cura. Non riconoscimento del bisogno di protezione. Due mondi incompresi. Anzi uno, quello del cane.

Quei “padroni”  cosa avevano capito di quello splendido e rassegnato setter?

Ho avvertito un freddo notevole in quella situazione.

Seconda scena. Nella sala d’attesa di un’altra clinica un proprietario descriveva il suo precedente cane: “Era un  bellissimo husky, aveva un pelo come pochi. Era intelligentissimo e addestrato- sapete- poteva fare il seduto terra e resta. Me lo chiedevano anche per le  mostre. Peccato non avesse il pedigree”. E la descrizione continuava con il sottolineare l’eccellenza di quel (s)oggetto.

Ci fosse stato un passaggio al loro  vivere insieme, al suo carattere, al suo modo di giocare. Alle esperienze vissute in condivisione.

Quanto quei proprietari avevano bisogno di esibire quel soggetto? Quanto si divertivano assieme?

Ho avvertito un senso di rabbia per quella strumentalizzazione del cane.

Terza scena.

In una clinica romana, signora anziana stringeva a sé il suo bichon frisé. Maschio intero,  2 anni.

La signora continuava a tenerlo in braccio, mentre il bichon manifestava insofferenza in quella situazione, volendo stare a terra, nel tentativo di conoscere gli altri cani. Peraltro pacifici.

“Stai qui con me, tu sei piccolino, non puoi giocare con loro, non vedi quanto sono grandi, ti farebbero male. Ti proteggo io, piccolo mio”.

Un cane a due anni è fisiologicamente e mentalmente adulto; avremmo tenuto in grembo un  figlio di 25 anni in una sala d’attesa- e lui come si sarebbe sentito?

Ho avvertito un senso di solitudine per la signora e di  “sostituzione” per quel bichon.

A volte penso che quello che più pesi in una relazione uomo- cane sia l’egocentrismo del primo.

Se non ci si mette in discussione non  ci si può definire amici dei nostri cani. Bisognerebbe smetterla.

Un amico conosce, comprende, accoglie, sostiene. Magari rimprovera, a volte non condivide, esprime dissenso e prende distanza. Ma ciò non rappresenta la direttiva del rapporto.

Visto dagli occhi del cane- come ho notato in quei momenti- noi umani siamo veramente degli arroganti e ciechi “padroni”.

Investite nelle vostre relazioni. Ibridatevi. Contaminatevi. In emozioni e vissuti.  Se non siete pronti e disposti a farlo ricordatevi che non è obbligatorio avere un cane.  

Noi possiamo scegliere. Loro meno.

Luigi Sacchettino

 

 

Sala d’attesa. Il dog friendly: capitolo 9 was last modified: giugno 16th, 2016 by L'Interessante
16 giugno 2016 0 commenti
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Il cane di cristallo
CuriositàIn primo piano

Gli anziani: la saggezza dell’esperienza. Il Dog Friendly: Capitolo 8

scritto da L'Interessante

anziani

Cari lettori interessati, dopo aver affrontato l’argomento neonato e cani ci spostiamo dall’altra parte della linea della vita: gli anziani

Per farlo ho raggiunto a Formia la dott.ssa Anna Terracciano, medico veterinario esperto in comportamento, che mi aspetta insieme alla sua Luna, una gagliarda meticcia di  15 anni.

Dottoressa grazie mille per la sua disponibilità. Partiamo con il chiarire quando un cane può definirsi anziano.  

Luigi ti ringrazio molto per avermi coinvolto rispetto questo argomento, dato che mi sta molto a cuore. Facciamo un calcolo: prendiamo l’età in cui un essere umano viene giudicato anziano dividiamo per  7 e poi moltiplichiamo per 2 e aggiungiamo 3…..scherzo. Spesso quando rivelo l’età del mio cane , l’interlocutore di turno inizia un complicato calcolo matematico per definire il corrispettivo in umana dell’età di Luna, seguendo la formula storica (moltiplicare per 7) arriva a 108 anni , il conto non gli torna e ricomincia…. Per poi porre la fatidica domanda che nessun proprietario di cane anziano vuole sentirsi dire “Quanto vive un cane?” Scherzi a parte , la risposta alla tua domanda è, come spesso in questi casi, dipende.  Sicuramente, negli ultimi anni, la speranza di vita nel cane è aumentata in maniera significativa, e la fase del cane anziano è più vissuta e sentita . In linee generali un cane viene considerato anziano quando supera i tre/quarti della durata media della vita, influenzata in prima istanza dalla taglia. Quindi se parliamo di taglia piccola un cane può essere definito anziano intorno agli 11 anni, nei cani di taglia media la soglia si sposta verso i 10 anni mentre nei cani di taglia grande già a 8 anni dobbiamo valutare la possibilità che vadano incontro a fenomeni di invecchiamento. Ci sono poi altre variabili che influenzano la durata della vita e di conseguenza l’insorgere del processo di invecchiamento , se il cane è di razza o meticcio, la sterilizzazione come anche l’ambiente di vita e ultima, ma non meno importante l’alimentazione. E’ una nuova fase della vita dell’animale ; un processo fisiologico che interessa tutti gli esseri viventi.

Sotto il profilo comportamentale cosa rappresenta questa fase?

In linea generale l’invecchiamento comporta una riduzione della funzione di numerosi organi e , tralasciando le azioni specifiche sul sistema nervoso, già questi eventi influenzano il comportamento del nostro cane. Se pensiamo anche solo all’apparato osteoarticolare con il procedere dell’invecchiamento abbiamo alterazione della mobilità e la comparsa di dolori, questo può aumentare l’irritabilità del cane e per esempio il compagno di giochi sempre attivo potrà aver meno voglia di muoversi . Mentre i deficit  che coinvolgono gli organi di senso, come le ipoacusie e sordità, comportano minori capacità percettive causando una maggiore insicurezza del nostro cane e anche una maggiore ricerca di sostegno del proprietario; con Luna ho vissuto molto questa sua diminuita indipendenza e maggiore richiesta di compagnia e sostegno. Parlando invece nello specifico di sistema nervoso centrale abbiamo man mano una disorganizzazione dei diversi sistemi che lo regolano, dovuta ad alterazioni della membrana cellulare, del metabolismo neuronale  e dei neurotrasmettitori. Il cervello è un organo particolarmente sensibile all’invecchiamento in quanto i neuroni si rigenerano con difficoltà e i deficit a quei livelli non sono compensabili.  Nell’insieme, i cambiamenti comportamentali e neuropatologici osservati nel cane anziano sono così simili a quelli dei pazienti umani con demenza, tanto che viene studiato l’invecchiamento cerebrale del cane come modello  per capire meglio i processi degenerativi umani, nello specifico il morbo di Alzheimer. Le problematiche che più spesso mi  vengono riportate sono  le vocalizzazioni eccessive, le comparse di paure, perdita delle abitudini legate a dove e quando sporcare,  un continuo stato di agitazione oltre che  l’irrequietezza notturna. A volte i proprietari si sentono molto frustrati perché vedono la relazione e la comunicazione costruita in anni di convivenza sfaldarsi e non riuscendo a comprendere cosa avviene pensano che siano “capricci” e presi dall’esasperazione si arrabbiano e isolano il cane in una fase dove invece ha più bisogno di sostegno  e vicinanza.

In che modo invece si può ottenere un invecchiamento di successo?

Con la prevenzione sia dal punto di vista clinico che comportamentale. Attraverso una corretta dieta, delle adeguate stimolazioni cognitive e la cura delle patologie primarie, se presenti, sia organiche che comportamentali. Allestire percorsi , sia in casa che in passeggiata, di ricerca del cibo, considerando che l’olfatto è uno dei sensi meno intaccati dall’invecchiamento, oltre a proporre la soluzione di semplici problemi;  attività utili per mantenere in esercizio le funzioni cognitive e mnemoniche del cane anziano e mantenere la sua autostima , contrastando la tendenza all’apatia. Anche una moderata e costante attività all’aperto allena il fisico del cane e gratifica il suo desiderio di esplorare, con Luna non abbiamo mai abbandonato il trekking:  non affrontiamo più sentieri da esperti piuttosto scegliamo rilassanti sentieri turistici. Per ridurre l’ansia e la depressione generati nel cane anziano dalle “novità” è  fondamentale mantenere le vecchie abitudini e creare dei rituali, a questo proposito decidere di adottare un nuovo cane -soprattutto se cucciolo per fare compagnia al cane anziano- spesso può risultare controproducente per il benessere di entrambi.

Grazie mille Dott.ssa Terracciano!

 

Ok, Luna- hai ragione, quanto abbiamo parlato. Ora tocca a te, portaci a scoprire i tuoi sentieri preferiti.

Luigi Sacchettino

Gli anziani: la saggezza dell’esperienza. Il Dog Friendly: Capitolo 8 was last modified: giugno 9th, 2016 by L'Interessante
9 giugno 2016 0 commenti
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Akita
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A scuola di termini, solo il meglio per il nostro cane. Il dog friendly: capitolo 6

scritto da L'Interessante

cane

Cari lettori interessati, oggi facciamo un po’ di chiarezza su alcune figure professionali che ruotano intorno al comportamento animale.

Addestratore, educatore, istruttore, medico veterinario esperto in comportamento…che caos. A chi rivolgersi?

Partiamo dal medico veterinario esperto in comportamento

 Siamo abituati a pensare al medico veterinario come a colui che si occupa della salute fisica del nostro compagno a quattro zampe. La figura del medico esperto in comportamento ha ampliato le sue conoscenze anche alla sfera mentale e quindi al benessere psicofisico.  Interviene nel momento in cui il cane (o il gatto) manifestano  dei comportamenti che il proprietario fatica ad interpretare o creano disagio nella relazione e nella vita quotidiana.

Si procede con una visita comportamentale ossia un colloquio in cui , oltre alla problematica per cui è stata richiesta la visita specialistica, vengono messi in evidenza tutti i punti salienti della vita del cane o del gatto.

Questo significa andare ad indagare, partendo dal periodo dello sviluppo comportamentale fino alla routine quotidiana ed allo stile di vita attuale della sistemica familiare. Questo perché ci sono diverse patologie del comportamento strettamente legate ad eventi avvenuti nel primo periodo della vita e che creano le basi per l’insorgenza di quello che il proprietario riferisce come problema attuale. 

Altro punto molto importante che deve emergere dalla visita è la diagnosi differenziale da patologie organiche, in quanto  possono dare delle manifestazioni comportamentali (aggressività improvvisa ed immotivata, tendenza all’isolamento, ecc.) che però  in questo caso non hanno origine psichica, ma sono legate ad un malessere fisico.

E’ per questo che per fare una DIAGNOSI c’è bisogno di un MEDICO.

Per quanto riguarda addestrare, etimologicamente significa rendere abile, destro. Dal sito ENCI si evince che “All’addestratore cinofilo compete l’educazione dei cani per prepararli al superamento delle verifiche zootecniche previste dalle differenti prove di lavoro, in modo da esaltarne le specifiche qualità naturali a seconda dell’impiego e della loro affidabilità. Un altro aspetto che coinvolge l’addestratore/educatore cinofilo è quello di impartire insegnamenti aventi la finalità di favorire la convivenza tra uomo e cane e l’inserimento del cane nella vita sociale, sviluppandone le capacità di apprendimento e indirizzandole verso l’impiego specifico di ciascuna razza ma anche per migliorare la responsabilizzazione e la conoscenza verso l’animale cane in relazione a affidabilità, equilibrio e docilità degli stessi.”

Cosa fa invece un educatore cinofilo?  Dal latino educare-trarre fuori, allevare; quindi è il professionista che si occupa di  soggetti in età evolutiva per favorire lo sviluppo di un carattere adattativo capace di trovare gratificazione nel suo inserimento sociale e relazionale; insieme ai proprietari si occupa di  costruire un progetto pedagogico specifico riferito alle caratteristiche di quel cane.

Quindi non siamo nell’ambito della patologia. Ambito per cui è fondamentale la visita del medico veterinario esperto in comportamento e l’intervento dell’istruttore cinofilo. Dal latino instruĕre- preparare, costruire, insegnare. Quest’ultima figura infatti lavora con soggetti adulti ovvero in età post-evolutiva per favorirne l’inserimento sociale o relazionale oppure per risolvere le “derive comportamentali”.  Spesso le due figure lavorano in diade.

Il consiglio che mi sento di dare a chiunque abbia un cane o sia in procinto di adottarne uno è sicuramente quello di iniziare un percorso insieme al professionista di cui ci si fida maggiormente, e di lavorare in prevenzione- non solo nel momento in cui si sono evidenziati dei problemi.  La prevenzione è decisamente la scelta più saggia in quanto permette di avere una conoscenza più profonda  del proprio cane e notare anche i piccoli segnali di disagio o stress che possono essere un campanello di allarme.

Usare il professionista come una sorta di interprete e traduttore del comportamento del cane

Inoltre, un percorso insieme al proprio cane, fornisce l’opportunità di ritagliare del tempo durante la settimana da dedicarsi l’un l’altro, immergendosi in una dimensione che non sia la solita routine quotidiana.

Ce lo meritiamo.

Luigi Sacchettino

A scuola di termini, solo il meglio per il nostro cane. Il dog friendly: capitolo 6 was last modified: maggio 26th, 2016 by L'Interessante
19 maggio 2016 0 commenti
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Le aree di sgambamento. Il Dog Friendly: Capitolo 5

scritto da L'Interessante

Aree di sgambamento

Cari lettori interessati , in questi giorni ho letto un post scritto di una collega – Daniela Puiatti di Serendipity ASD –  circa il cane e le aree di sgambamento, che voglio condividere con voi.

Recita  così.

“Se il cane (tuo) ha paura devi tutelarlo!

 

Queste purtroppo sono scene che si possono vedere nelle aree cani, in alcuni centri cinofili, durante una gita, in alcuni rifugi, etc.

Non permettete a nessuno di spaventare il vostro cane e lasciare che se la cavi da solo. Il risultato è che si sentirà (giustamente) tradito da voi che invece avreste dovuto difenderlo! Una buona guida, un punto di riferimento degno di fiducia, un amico o familiare, ci sostiene e ci aiuta; e ci sta ACCANTO. Non permettete che succeda tutto questo, per nessun motivo. Essere accompagnati e protetti da chi si dovrebbe prendere cura di noi è l’unico modo per creare una relazione serena e stabile. E non significa privare di esperienze o tenere sotto una campana di vetro; significa prendersi cura di chi si ama”.

aree

Condivido molto tale pensiero. Questo perché  il post solleva un dato importante: prendersi cura del nostro cane allorquando in difficoltà.  E’ un atto dovuto ai nostri cani , permette di instaurare fiducia e senso di protezione nel proprio gruppo sociale. Purtroppo  non accade spesso, sia perché i proprietari non sempre riconoscono gli stati di disagio del proprio cane, sia perché il luogo comune vuole che il proprietario ignori il cane in difficoltà altrimenti si rischia di peggiorare le cose. “Il cane ha paura- ignoralo- altrimenti capisce ancora di più che deve aver paura”, consiglia il cugino esperto- che ha sempre avuto cani. Sarebbe un po’ come  voltare le spalle ad un bambino che chiede il nostro aiuto, fregandocene del suo stato di disagio.

Ma cari lettori interessati… siamo già nel disagio, è  opportuno che il proprietario- guida aiuti ad uscirne!

Piuttosto, quali segnali che indicano un disagio dobbiamo sforzarci di osservare? Il nostro cane si irrigidisce e diventa “più piccolo”, non gioca, ringhia per richiedere distanza di sicurezza, non esplora,  si rivolge verso l’uscita, ci guarda speranzoso che cogliamo questo stato, emette una serie di segnali di stress per esempio il grattarsi o lo sbadigliare. Insomma, la vostra pancia vi comunica che qualcosa non va. Bene, meglio richiamare il proprio cane e dedicarsi, altrove, ad un’attività che sappiamo renderlo felice. Se poi vogliamo far incontrare il nostro cane con altri cani in luoghi recintati meglio osservare prima le interazioni tra i vari protagonisti alla rete- in sicurezza- poi entrare quando gli altri cani non sono tutti sulla soglia (sareste in agio nell’ entrare in una stanza con persone che non conoscete e che vengono TUTTI ad accogliervi all’ingresso?!) e mettersi in movimento, per facilitare al nostro cane la possibilità di prendere distanza da quei tipi. Chiedere la collaborazione degli altri proprietari soprattutto togliendo risorse che potrebbero innescare dinamiche di competizione: “Questo gioco è mio!” potrebbe dire il veloce terrier- “Sì, tienitelo pure, tanto questa femmina è mia!” replicherebbe il serio pastore mentre il molosso mangione penserebbe “Guagliù, toglietemi tutto ma non il mio..cibo”.

Luigi Sacchettino

Le aree di sgambamento. Il Dog Friendly: Capitolo 5 was last modified: maggio 26th, 2016 by L'Interessante
12 maggio 2016 0 commenti
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Akita
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il ringhio: fortuna che esiste! Un avviso importante. Il Dog Friendly: Capitolo 4

scritto da L'Interessante

cane

Cari lettori interessati questa settimana voglio condividere con voi una domanda che mi è stata riportata in consulenza: si fa bene a punire il cane se ci ringhia?

Nel web si trovano molti rimedi sul ringhio di un cane, ma molte meno spiegazioni ed interpretazioni utili di questo segnale.  Pertanto ho pensato di affidarmi alle parole della Dott.ssa Barbara Gallicchio uno tra i più conosciuti medici-veterinari comportamentalisti, esperta in Patologie del Comportamento e in Etologia Applicata degli animali d’affezione, autrice di uno splendido saggio “LUPI TRAVESITI- Le Origini Biologiche del Cane Domestico” (2001) ”

Partiamo dal cos’è un ringhio.

“Il ringhio è una forma di comunicazione acustica: sordo, vibrato e sommesso o più sonoro e gorgogliante, breve o protratto, semplice o con il “ritorno” aspirato (durante la fase inspiratoria della respirazione). Può essere accompagnato da vistosa mimica agonistica facciale con arricciamento del labbro ma anche tutto il resto del corpo, rigido e misurato nei movimenti, segnala l’atteggiamento emotivo che sottostà all’emissione del ringhio.

E’ tipico dei carnivori. Il significato del ringhio è soprattutto la minaccia; può anticipare la volontà di difendere una risorsa di cui l’animale è già in possesso (di solito sonoro, vuole comunicare anche a qualche distanza) o esprimere la sorpresa (paura) di quello svegliato all’improvviso, può caratterizzare uno scontro diadico tra due maschi coetanei che si confrontano (e allora sarà più spesso sommesso, per essere sentito solo dall’orecchio dell’altro)”.

Bisogna poi passare al perché.

“Il ringhio può far parte del comportamento di gioco sociale, di tipo competitivo o di possesso (es. tira e molla o wrestling) ma allora tutto il resto del corpo segnala la volontà di giocare con la postura rilassata e le movenze molli…per le persone abituate a stare con i cani non c’è mistero nella interpretazione di questa emozione gioiosa. Una cosa però il ringhio NON è: il marchio della “DOMINANZA”. Più un cane è sicuro di sé in tutti i contesti, meno è necessario per questo usare il ringhio di minaccia; soprattutto quello sonoro nella difesa delle risorse, l’anticipazione del rischio di perdere quella cui tiene (perdere, perché il cane non è sicuro di riuscire a tenersela in caso di scontro) è appunto indice della sua insicurezza. In tali casi, il ringhio facilmente precede il morso e allora è stato inefficace ad evitare lo scontro. Infatti, se il comportamento di tipo aggressivo iniziato con sguardo fisso e ringhio, è stato funzionale allo scopo, l’individuo (conspecifico o no) che si stava scientemente o incoscientemente avvicinando, si ferma e recede e allora il cane può tornare al bene prezioso senza procedere oltre. I cani che ringhiano e mordono per la difesa degli oggetti, del cibo, delle ossa, della propria fisicità, eccetera, non stanno progettando di effettuare una scalata sociale gerarchica, stanno solo dicendo che tengono molto a quello che hanno in quel momento e non vogliono condividerlo. Ascoltiamoli e cerchiamo piuttosto di capire perché pensano di dover temere che la cosa preziosa gli venga sottratta. Sono molto più spesso insicuri, delle loro capacità e delle nostre motivazioni”.

Dovremmo riflettere molto su quest’ultimo pensiero. Ascoltare per capire. Voi picchiereste  un amico che vi ha espresso il suo dissenso su una situazione in cui non vi è chiaro il perchè? Il passaggio successivo potrebbe essere un forte conflitto tra voi.

Luigi Sacchettino

Il ringhio: fortuna che esiste! Un avviso importante. Il Dog Friendly: Capitolo 4 was last modified: maggio 26th, 2016 by L'Interessante
5 maggio 2016 0 commenti
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