L'Interessante
Il vecchio Capodanno.
Di Erica Caimi
Se volete festeggiare due volte Capodanno, la Russia è il paese che fa per voi.
L’arrivo del nuovo anno si celebra esattamente come in Europa, la notte del 31 dicembre. E’ la festa delle famiglie, il momento in cui ci si riunisce per mangiare, bere champagne e scartare i regali. Pochi minuti prima che i dodici rintocchi dell’orologio del Cremlino battono la mezzanotte dall’alto della torre Spasskaja, il Presidente russo appare in TV per il suo consueto discorso di auguri alla Nazione. Si dice che se si riesce ad esprimere un desiderio tra il primo e l’ultimo rintocco, questo si avvererà certamente.
Esiste, però, un’altra curiosa tradizione che viene mantenuta in vita fin dal lontano 1918: quella di festeggiare il Capodanno un’altra volta, la notte tra 13 e il 14 gennaio e le ragioni sono da ricercare nella storia.
Storia del Capodanno nella Russia prerivoluzionaria
Nella Russia dei tempi pagani, l’arrivo del nuovo anno veniva celebrato a marzo, in concomitanza con l’equinozio di primavera, probabilmente perché associato al ciclo agricolo. Con l’adozione del cristianesimo da parte della Rus’ di Kiev (il primo stato russo fondato, secondo le antiche cronache, intorno alla metà del IX° secolo, che si estendeva su parte dell’attuale territorio ucraino, bielorusso e russo) e l’assimilazione del calendario bizantino, si spostò l’arrivo del nuovo anno al primo settembre. Questa incoerenza sopravvisse a lungo, poiché essendo il territorio estremamente vasto, in alcuni luoghi si continuava a festeggiare il Capodanno a marzo, mentre in altri a settembre. Soltanto alla fine del quindicesimo secolo, nell’antica Rus’, l’inizio del nuovo anno venne uniformato al primo settembre.
Venne poi l’epoca dello zar riformatore Pietro I, detto il Grande, che molto si prodigò per modernizzare l’Impero Russo e avvicinarlo il più possibile all’Europa. Perseguendo nel suo intento, con decreto datato 1699, lo zar stabilì ufficialmente che il nuovo anno dovesse cominciare il primo gennaio, esattamente come negli altri paesi europei. Con questa riforma, il calendario bizantino venne sostituito con quello Giuliano, il quale ha uno scarto di diversi giorni rispetto al nostro Gregoriano.
La Rivoluzione e il Vecchio Capodanno oggi
Dopo la rivoluzione russa del 1917, il governo bolscevico emanò un decreto che cambiò nuovamente lo scandire del tempo e delle festività, adottando il calendario Gregoriano. In quell’anno (1918), la differenza di giorni tra il calendario Giuliano, anche detto del “vecchio stile” e quello Gregoriano consisteva in tredici giorni. Il Vecchio Capodanno è una stranezza che nasce proprio dal passaggio da un sistema di calendario all’altro e dallo scarto di tredici giorni tra i due. Da quel momento, si cominciò a festeggiare il nuovo anno il 1° gennaio come nel resto del mondo, ma si conservò l’usanza di celebrare anche la notte tra 13 il 14 gennaio in onore del Vecchio Capodanno (Starij Novyj god, in russo) secondo il calendario Giuliano. Ancora oggi, sebbene non sia un giorno festivo, lo Starij Novyj god è una ricorrenza in più per riunirsi a festeggiare con famiglia o amici e mangiare i famosi vareniki con sorpresa, una vecchia e immancabile tradizione. In passato i varenki venivano preparati a mano, mentre oggi vengono più spesso acquistati al supermercato e comodamente cucinati. I vareniki, che assomigliano a dei ravioli, nascondono una sorpresa per chi li mangia: il ripieno è diverso per ogni raviolo e simboleggia ciò che ci si deve aspettare per l’anno venturo. Se nascosto nel ripieno c’è dello zucchero allora significa che l’anno sarà dolce, se c’è del pepe sarà un anno di forti sensazioni, con l’amarena ci attende molta fortuna, con la verza prosperità economica, con la patata un avanzamento di carriera e con i fagioli un allargamento della famiglia in vista. Le possibilità sono tantissime, per ogni gusto e auspicio, ma l’importante è non trovare quelli col sale perché….. portano sfortuna!
Giotto.
di Maria Rosaria Corsino
L’artista, il genio, semplicemente Giotto
È impossibile non associare il nome di Giotto al Campanile di Firenze, alla Basilica di S. Francesco d’ Assisi, al cerchio a mano libera. L’endiadi Giotto – artista perfetto è andata avanti per secoli, e tutt’ora nessuno osa mettere in dubbio la sua bravura. Nato a Vespignano nel 1267, Giotto fu allievo di Cimabue e, come si suol dire, l’allievo superò il maestro
Cimabue, Giotto e la mosca
Un aneddoto racconta che un giorno Cimabue, recatosi nella sua bottega cercava invano di cacciare una mosca che si era posata su quadro della Vergine. Come si sbagliava. La mosca in realtà era stata disegnata da Giotto, allora poco più che ragazzino. Tanto di cappello.
Una vita per l’arte
Ci sono opere che non possono essere dimenticate. E storie di uomini che meritano di essere raccontate. Così Giotto dipinse ad una ad una nella Basilica Superiore di Assisi, tutte le fasi della vita di S. Francesco patrono d’Italia. Così come in tutto il mondo è conosciuta la Cappella degli Scrovegni a Padova, e il Crocifisso di Santa Maria Novella. Un’artisticità quasi impossibile da copiare, nonostante sia ben lontana dalla più nota arte del Rinascimento, quella di Giotto è una maestria mondiale.
750 candeline: la commemorazione
“Tra le iniziative finalizzate a valorizzare questa straordinaria figura – ha annunciato Giani – ci sono un convegno in primavera, una mostra di artisti contemporanei a lui ispirata qui nel palazzo del Pegaso e un premio d’arte a lui intitolato. Con il direttore degli Uffizi siamo in contatto per una mostra con il materiale di proprietà del museo”.
Meningite
Le due studentesse della Statale di Milano morte a distanza di pochi mesi l’una dall’altra, l’imprenditore di 59 anni deceduto il 10 dicembre nel bresciano, il focolaio in Toscana, la maestra di Roma… I casi di meningite che finiscono sulle cronache allarmano e spaventano, tanto che c’è chi parla di epidemia. È davvero così? Rispondiamo a questa e ad altre domande comuni.
Meningite. C’è un aumento dei casi?
NO: per i tre patogeni principali prevenibili con la vaccinazione – meningococco, pneumococco e Haemophilus influenzae – l’andamento non è sostanzialmente cambiato negli ultimi anni. Pochi giorni fa sono usciti gli ultimi dati. Si può quindi dire che in generale il quadro è stabile, a parte il focolaio della Toscana, in corso dal gennaio 2015, in cui c’è in effetti stato un aumento piuttosto marcato dei casi negli ultimi due anni. Le meningiti da meningococco sono state 35 nel 2016 e 38 nel 2015, mentre negli anni precedenti i casi erano 10-15 l’anno. In Lombardia, le meningiti da meningococco sono state 29 nel 2016 e 34 nel 2015, un numero in linea con gli anni precedenti.
Di quale tipo sono i casi in Toscana?
Il focolaio di casi recenti in Toscana e anche i casi delle due studentesse a Milano riguardano il meningococco C, in particolare quello del gruppo clonale 11. È un ceppo che circola anche in Europa e ha come caratteristica quella di essere particolarmente trasmissibile e di provocare quadri clinici piuttosto gravi. Il ceppo di Milano però non è identico a quello della Toscana, anche se fanno parte della stessa famiglia. Di meningococco esistono poi altri sottotipi, come il B, l’Y, il W. Il meningococco è in generale un “sorvegliato speciale”: i casi sono assai meno numerosi di quelli della malattia invasiva da pneumococco – circa un migliaio ogni anno in Italia – ma spesso danno dei quadri clinici particolarmente gravi.
Alcune delle persone che si sono ammalate in Toscana erano vaccinate. Come è possibile?
Delle 58 persone colpite da meningite da meningococco C in Toscana da gennaio 2015 a oggi, una decina erano vaccinate. È un fatto che i ricercatori stanno studiando e valutando, approfondendo ogni singolo caso. Di queste dieci persone, circa la metà si era vaccinata parecchi anni fa, e può darsi che questo fatto indichi che con il tempo l’immunità svanisce ed è necessario un richiamo. Come ogni vaccino, in ogni caso, anche quello contro il meningococco non conferisce una protezione al 100 per cento. Sembra però che la malattia, anche se contratta, sia in forma più lieve in chi è vaccinato rispetto a chi non lo è.
Che cosa si sa dei portatori sani, coloro che hanno il batterio della meningite ma non si ammalano?
Secondo i dati della letteratura scientifica, il 10 per cento circa degli individui è portatore, ma la percentuale cambia anche a seconda delle fasce di età. Negli adolescenti, per esempio, la percentuale di portatori è più elevata, probabilmente anche a causa degli stili di vita: i ragazzi hanno più occasione di stare insieme in ambienti chiusi. Perché il portatore non si ammali è una questione cui al momento gli infettivologi non sanno rispondere, ed è uno degli interrogativi su cui si sta lavorando. Si sa però che lo stato di portatore è transitorio: uno può esserlo per 3, 6, magari anche 12 mesi, e poi smettere di esserlo.
Quali vaccini sono disponibili?
Contro diverse forme di meningite, ma non contro tutte, sono disponibili i vaccini. Proteggersi con un vaccino non significa proteggersi da tutte le forme di meningite. E in ogni caso la protezione, anche se piuttosto alta, come abbiamo visto non è completa. I vaccini contro lo pneumococco, l’Hemophilus influenzae e il meningococco di tipo C sono offerti nel programma vaccinale delle regioni ai bambini piccoli, e la copertura è abbastanza alta. Esiste anche un vaccino contro il meningocco B, offerto da poco in alcune regioni ai nuovi nati.
Anche gli adulti dovrebbero vaccinarsi?
A parte il caso dello pneumococco, in cui la vaccinazione è raccomandata anche agli anziani, finora i vaccini contro i batteri della meningite erano raccomandati solo ai bambini. Con l’inizio del focolaio, la Toscana ha iniziato una campagna di vaccinazione straordinaria contro il meningococco di tipo C, offrendolo gratuitamente anche agli adulti nelle province di Firenze, Prato e Pistoia, quelle in cui si è verificato il maggior numero di casi. In Lombardia, anche se non c’è un allarme particolare, è stata annunciata la possibilità di vaccinarsi contro il meningococco, a partire dal 2017, con una compartecipazione di spesa.
Chi dal resto d’Italia si reca per lavoro o turismo in Toscana dovrebbe vaccinarsi?
Chi ci va occasionalmente per un viaggio no, perché in pratica è esposto allo stesso rischio che se rimanesse a casa. Per chi si dovesse trasferire per settimane o mesi nelle province dove si sono verificati i casi, e magari fa un lavoro a contatto con molte persone, il vaccino può essere consigliato.
Come funziona la meningite da Escherichia Coli?
La maestra di Roma morta il giorno di Santo Stefano al policlinico Gemelli per meningite aveva sviluppato una forma dovuta a Escherichia coli, un batterio che comunemente si trova nel nostro intestino e si trasmette con le feci. Molte persone ce l’hanno senza avere alcun problema. Può dare luogo più facilmente a infezioni del tratto urinario, in rarissimi casi alla meningite, di solito però in neonati o anziani immunodepressi o debilitati. E soprattutto non si trasmette da persona a persona o con contatto diretto e quindi la profilassi antibiotica in questi casi è superflua.
Sociologo
Di Vincenzo Piccolo
E’ morto a 92 anni Zygmunt Bauman: una delle menti più illuminate del XXI secolo, uno dei più grandi saggi del ‘900. Nato a Poznan nel 1925, di origine ebraica Bauman scappò in Urss dopo l’invasione nazista; tornato a Varsavia, si trasferì poi in Gran Bretagna, dove ha insegnato sociologia a Leeds (dal 1971 al 1990). Di stampo marxista, ha studiato il rapporto tra modernità e totalitarismo, con particolare riferimento alla Shoah e al passaggio dalla cultura moderna a quella postmoderna. Tra le sue teorie più note vale la pena ricordare il concetto di “Società Liquida” dove il teorico cerca di spiegare la postmodernità inscenando, metaforicamente, un passaggio di stato fisico della modernità, che è liquida e solida. Nei suoi scritti ripercorre l’incertezza che tormenta la società moderna e i suoi protagonisti che da produttori diventano consumatori. Nello specifico, lo studioso lega tra loro i concetti di consumismo e di creazioni di, cosiddetti, “rifiuti umani”, la globalizzazione e l’industria culturale, la distruzione dei concetti cardini sulla quale si poggia la società e la loro rispettiva sicurezza. Risale così alla costruzione di vita liquida, frenetica e adattata ai ritmi nella massa, del gruppo, per non esserne esclusi e così via. Chi, per il sociologo, riuscirà a superare questo alienamento, questi problemi che notoriamente la vita di gruppo ci pone dinanzi, troverà la felicità. “Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide poste dal fato, ci si sente persi se aumentano le comodità”, afferma Bauman in un intervista del 2016.
LE POSIZIONI DEL SOCIOLOGO IN MERITO ALL’ERA POST-MODERNA
Una svolta epocale nelle relazioni post-moderne è stata data, per lo studioso, dalla nascita dei social-network. Disse, infatti, a tal proposito nel 2014 “Mark Zuckerberg ha capitalizzato 50 miliardi di dollari puntando sulla nostra paura di essere soli, ed ecco Facebook: mai nella storia umana c’è stata così tanta comunicazione, la quale però non sfocia nel dialogo, che resta oggi la sfida culturale più importante”. La sua ricerca è sempre stata modellata sul mutamento relazionale che hanno avuto i legami affettivi tra gli individui post-moderni, ”In questo contesto di precarietà e di legami che si dissolvono, sta crescendo la necessità di qualcosa di solido – aveva spiegato – che può essere ricercato nella comunità.”. Più in generale Bauman sosteneva: ”siamo in una fase di interregno, di passaggio, dove tutto è ancora incerto. Stiamo assistendo a un divorzio tra le istituzioni pubbliche, che non sono più in grado di offrire certezze, e il cittadino, che si è accorto di queste mancanza e quindi protesta”. In questo cambiamento universale, Bauman vedeva di buon occhio ”i movimenti popolari arabi, perché’ formati da persone intelligenti che hanno capito che lo stato nazionale non poteva più garantire loro alcuna certezza e sono scesi in piazza con la volontà di creare nuove forme di potere politico ”. Previsione molto discussa, che accompagna anche la sua visione sull’Europa e l’immigrazione, ”Se l’Europa non accoglierà nei prossimi trent’anni almeno altri 30 milioni di immigrati – aveva detto sempre nel 2011 -, il vecchio continente andrà incontro a un calo demografico che provocherà il crollo della civiltà europea”. E a chi gli chiedeva “di cosa si ha paura oggi?”, l’autore rispondeva la paura liquida è quella di ‘’non esser notati e si confonde la vita su Facebook con quella vera’’. Beh, caro maestro, tu non avere paura. La tua vita è stata più solida e vera che mai!
Cani
Di Luigi Sacchettino
Cari lettori interessati è notizia di qualche giorno fa di una classifica che stila l’elenco dei cani più intelligenti: border collie, barboni, pastori tedeschi e i soliti blasonati
Quando leggo di questi notizie mi parte l’embolo, mi si gonfia la vena sulla fronte, divento verde e perdo l’aspetto zen.
Questo perché trovo la continua ricerca del maius intellettivo nei cani sterile e poco utile: un tentativo di standardizzare, incorniciare, confinare rigidamente le loro soggettive capacità cognitive.
Provo a dirvi la mia, andando con ordine. Come possiamo definire genericamente l’intelligenza?
Una delle definizione afferma che l’intelligenza è la capacità di comprendere il mondo in cui si vive e di risolvere i problemi ambientali, sociali e culturali che vengono posti in ogni momento della esistenza.
E su questo i cani ci riescono magistralmente. Vivono in un mondo a misura d’uomo ma sono in grado di utilizzare un ascensore, salire su un autobus e scale mobili, tollerare le continue violazioni dello spazio personale da parte di estranei incrociati per strada, e soprattutto capirci molto più di come noi riusciamo a fare con loro. In questo quindi mostrano una adattabilità e flessibilità cognitiva straordinariamente lontana da quella umana. Che se solo cambia il bagno di casa, non riesce più ad esprimersi.
I test più noti su cui è stata testata l’intelligenza dei cani appartengono al neuropsicologo Stanley Coren, professore di neuropsicologia a Vancouver, e consistono nella valutazione della capacità dei cani di risolvere problemi (problem solving) e di comprendere le parole. Anche attraverso l’aderenza alle attività di addestramento. Il ricercatore sostiene che le loro capacità intellettive potrebbero essere paragonate a quelle di un bambino dai tre ai cinque anni.
Bene. Se non fosse che sono dei test ipotizzati dalla mente umana. Quindi test antropocentrici.
Mi aiutano le parole del prof. Marchesini che nel suo libro Intelligenze plurime esprime un concetto che condivido appieno: “Il problema clou, quando si parla di menti animali, resta quello dell’attribuzione delle diverse componenti cognitive evitando la deriva del confronto serrato e della messa in discussione dell’unicità dell’uomo. La difficoltà nell’analizzare gli ambiti delle funzioni menali sta nel grado di coinvolgimento avvertito dall’uomo rispetto al significato degli aspetti mentali nella definizione dell’identità umana”.
Sarebbe quindi più corretto testare le capacità del cane prendendo in considerazione un altro modello canino. E come si fa, in una specie che conta per l’ Ente Nazionale della Cinofilia Italiana 16 razze italiane (oltre a tutte le altre) e per la Fédération cynologique internationale più di 400 razze? Per esempio un pastore maremmano ha struttura fisica- comportamentale completamente diversa da quella di un border collie; il primo forte fisicamente, calmo, solido, autonomo nel lavoro, mentre il secondo snello, veloce, nevrile, molto più collaborativo e richiedente con l’uomo. Eppure entrambe si occupano di greggi: il primo per la custodia, il secondo per la conduzione.
Chi potremmo definire più intelligente?
Hanno motivazioni diverse nel loro assetto comportamentale. Ricercano diversamente il piacere nel mondo. Si muovono diversamente nel mondo.
Forse il border collie ci appare più intelligente perché la sua intelligenza collaborativa lo fa essere più attento a noi, ai nostro comandi e a ciò che gli proponiamo. E quindi anche ai problem solving che gli somministriamo. Non a caso il podio dei cani più intelligenti appartiene a tre razze- border collie, barbone, pastore tedesco- che mostrano una maggiore predisposizione al lavoro con l’uomo. Ma un segugio che segue ostinatamente una traccia olfattiva per km lasciandosi alle spalle l’imbranato e lento umano non lo definirei meno intelligente. E che dire di un levriero che raggiunge circa 70 km/h? Molti umani intelligenti inciampano su un gradino figurarsi a correre a quella velocità.
“La mente opera in modo plurale perché plurali sono le prestazioni che le diverse specie, i diversi soggetti e anche lo stesso soggetto nelle diverse età, sono chiamati a compiere. Come non è paragonabile la prestazione che compie l’arto anteriore di un chirottero da quella realizzata dall’arto di un delfino, o quella di una talpa rispetto all’elefante, o ancora, quella di un gatto rispetto a quella di un uomo, allo stesso modo nel mondo animale le diversi menti presentano complessi di performatività cognitiva assai diversi tra loro” Marchesini.
E dell’altronde questo concetto vale anche in umana. Secondo lo psicologo americano H. Gardner non esiste un solo tipo di intelligenza, ma una molteplicità di forme, ovvero potenzialità biologiche presenti sin dalla nascita che in ogni essere umano assumono una particolare combinazione di livelli di sviluppo, rendendo unico il suo profilo intellettivo.
L’evolversi di ciascuna intelligenza e il raggiungimento di gradi più o meno elevati, risulta in parte condizionato da fattori genetici, ma dipende anche dalle opportunità di apprendimento offerte da una particolare contesto culturale. Non basta, dunque, individuare le inclinazioni personali, occorre esercitarle, in caso contrario rimarranno nello stato embrionale.
Con la sua opera Gardner non ha messo in discussione soltanto la vecchia teoria di intelligenza, bensì anche i test standardizzati che sulla stessa si fondavano.
I nostri cani hanno una intelligenza e cultura soggettiva; certo qualcuno può avere dei talenti già più sviluppati di altri, qualcun altro può avere delle risorse che noi non abbiamo ancora scoperto. Qualcun altro ancora può avere delle inclinazioni da sostenere.
Quello che so è che quando giravo per boschi con la mia Shana, perdendo l’orientamento, lei sapeva riportarmi a casa. Eppure non ho mai avuto necessità di testare la sua intelligenza con dei problem solving.
“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido” Albert Einstein
Kissenger.
Di Michela Salzillo
Lontano dagli occhi, vicino alle labbra!
Stando alle ultime iperattività scientifiche verrebbe da crederci, ma le sensazioni non sono mai state figlie dell’inconfutabile aritmetica, forse è per questo che quando Emma Yann Zhang, studentessa asiatica impegnata alla City University di Londra, ha presentato al pubblico la sua ultima creazione, qualcuno ha storto il naso con non poco vigore. Si tratta di un dispositivo particolarissimo nel suo genere che si accrediterebbe, con presunzione giustificata, il merito di ridurre le distanze fra i baci nostalgici di labbra lontane. Di fronte al Kissenger– è questo il nome che definisce il gadget tecnologico dalle vibrazioni sensibili- la vasta gamma di emoticon e video chat appare già un cumulo di abitudini in disuso. Ma come funziona realmente il prototipo recentemente realizzato? Qual è la vera attendibilità dell’ invenzione?
Kissenger: il bacio in una protesi e le perplessità dei tradizionalisti
Presentato in Cina, nell’ambito del “ Love and Sex with Robots Conference”, Kissenger è stato definito sin da subito un ibrido molto interessante, a metà fra un gadget tecnologico e un sex toys. Il dispositivo, che non è ancora in vendita, funziona come una qualsiasi app di messaggistica ed è compatibile con il sistema operativo iOS. È già noto però che se l’inventiva dovesse diventare commerciabile, qualcosa nel progetto di conformazione attuale andrebbe senz’altro modificato. L’apparecchiatura, infatti, sintetizza la sua funzionalità attraverso l’uscita minijack, quella riservata alle cuffie per meglio intenderci, che non è però presente in tutti i telefoni cellulari di ultima generazione, come nel caso del modello neonato nella famiglia degli iPhone. Si tratta di un marchingegno in silicone che andrebbe installato sul telefonino come se fosse una familiare cover: è, più banalmente, un grosso tasto-cuscinetto, posto sulla superficie di una serie di minuscoli sensori che, secondo quanto dimostrato all’ evento sussual- futuristico, serve a registrare le pressioni delle labbra, riprodotte sul terminale gemello del baciato lontano. C’è da dire che la giovane ricercatrice asiatica, pur caldeggiando in maniera entusiasta il prodotto, ha mantenuto un’ obiettiva onestà, ammettendo senza troppe ritrosie che il sistema non è in grado di restituire totalmente l’effetto del bacio; un limite ben contrastato dal qualificato staff che la spalleggia, il quale non ha tardato a promette la riduzione fino ai minimi termini delle lacune sensoriali, in modo da ottenere un’ ottimizzazione che sia quanto più veritiera possibile.
Intraprendenze di questo tipo sono delle ottime curiosità con cui giocare, ma a volte lasciano anche un po’ perplessi, specie quando ad essere intaccato è l’ambito dei rapporti umani. Nonostante siamo sempre più conformi a un’ epoca che tende a digitalizzare pure le emozioni; che si sente emancipata lontano dai citofoni che suonano e dalle lettere scritte a penna, sentir parlare di baci tecnologici fa un po’ strano anche ai nerd più incalliti. La paura forse è che ci si abitui ancora di più a certe ostilità, in fondo dimostriamo spesso di non conoscere il senso della misura, ed il problema, se proprio bisogna ipotizzarne uno, è proprio questo: straripare fuori dall’equilibrio, abusare, rendere un’ opportunità l’ unica possibilità. È chiaro, infatti, che il danno non sta in invenzioni di questo tipo, che se considerate con estrema leggerezza possono essere anche utili, ma nella valorizzazione sbagliata che il nostro modus operandi, sbagliato in troppi casi, attribuisce loro.
Vaccini.
di Antonio Andolfi
Il tema dei vaccini è sempre caldo e le polemiche sempre troppo accese. Tutto questo rischia di offuscare altre informazioni, più importanti e fondamentali per esempio su come i vaccini agiscono e sugli episodi a volte curiosi che hanno portato alla loro scoperta. Facciamo un po’ di chiarezza.
Perché i vaccini funzionano?
I vaccini si basano sulla capacità del sistema immunitario di riconoscere gli agenti infettivi già incontrati, e di reagire prontamente per eliminarli prima che danneggino l’organismo.
A scoprire questo principio fu l’inglese Edward Jenner (1749-1823). Ancora studente, Jenner incontrò una mungitrice durante una passeggiata. Sebbene fosse in corso un’epidemia di vaiolo, la ragazza disse di non temerlo.
Molti anni dopo, Jenner capì che la giovane era immune perché il vaiolo dei bovini rendeva i pastori resistenti alla forma umana. Per dimostrarlo, estrasse il liquido delle vesciche del vaiolo bovino e lo inoculò a un bimbo di 8 anni. Due mesi dopo gli iniettò anche del materiale infetto prelevato da un malato: il bimbo non si ammalò.
Come sono fatti i vaccini?
Esistono tre tipi di vaccini. Quelli contro morbillo, parotite, rosolia e varicella contengono i virus da cui ci si vuole proteggere, ma “attenuati”: trattati cioè in modo che non possano replicarsi e scatenare la malattia.
Quelli contro la poliomielite, l’epatite A e, a volte, l’influenza contengono invece i virus uccisi.
Esistono infine vaccini preparati solo con alcune porzioni dell’agente infettivo: questo è già sufficiente ad attivare la protezione immunitaria. Sono fatti così i vaccini contro il papilloma virus, la difterite, il tetano, la pertosse, l’Haemophilus influenzae, lo pneumococco e il meningococco.
Vaccini. Tenere alta la guardia!
La prima vaccinazione obbligatoria in Italia è stata l’antivaiolosa, introdotta a partire dal 1888. La seconda è stata l’antidifterica, dal 1939. Il virus del vaiolo non esiste più in natura e per questo non è più necessario vaccinarsi. Bisogna invece continuare a proteggersi dalle altre malattie perché, anche se non sono presenti in Italia o sono molto rare, potrebbero tornare.
Il cuoco somalo Ali Maow Maalin è stato l’ultimo a contrarre da un malato la forma più lieve del virus del vaiolo, nel 1977. Nel 1975, in Bangladesh, la piccola Rahima Banu Begum, di appena due anni, era stata invece l’ultima a prendere la forma più seria della malattia. Entrambi sono sopravvissuti. Ali si è in seguito impegnato in campagne a favore della vaccinazione antipolio ed è morto nel 2014. Rahima si è sposata a 18 anni e ha avuto almeno 4 figli.
Nel 1978, durante una visita a un laboratorio inglese, la fotografa Janet Parker si infettò accidentalmente con il virus e morì un mese dopo. È stata l’ultima vittima del vaiolo. Il virus è ancora conservato in due laboratori di massima sicurezza, uno in Russia e l’altro negli Stati Uniti.
Vaccini e bufale
Nel 1998, la rivista Lancet pubblicò un articolo del medico inglese Andrew Wakefield, che collegava la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia all’autismo. In seguito, altri studi non confermarono il dato e si scoprì che Wakefield aveva ricevuto 435.000 sterline dagli avvocati di alcuni genitori, che volevano avere un risarcimento per la malattia dei figli, attribuendola proprio al vaccino.
Lancet ritirò l’articolo e Wakefield fu radiato dall’Ordine e quindi non è più un medico. Nonostante le smentite, la copertura vaccinale nel Regno Unito passò dal 92 all’80%, e i casi di morbillo da 56 (nel 1998) a circa 1.400 (nel 2008). In Italia, dove l’effetto è stato ritardato, una bambina di 4 anni, non vaccinata, è morta nel 2014.
Il mercurio non è contenuto nei preparati in uso oggi. Fino agli anni Novanta era presente un sale dell’etilmercurio (chiamato tiomersale), che serviva da conservante. A differenza del metilmercurio, che è tossico, l’etilmercurio è metabolizzato dall’organismo e non danneggia il sistema nervoso. Nonostante questo, per fugare ogni sospetto, anche il tiomersale è stato comunque eliminato. Sono anche stati smentiti possibili legami fra vaccini e leucemia infantile, diabete di tipo 1 e sclerosi multipla.
I veri effetti collaterali dei vaccini
Al di là delle leggende, gli effetti collaterali dei vaccini più diffusi sono: per la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia: reazioni allergiche gravi o encefalite (1 caso su un milione), riduzione delle piastrine nel sangue (1 caso su 100.000). Per l’esavalente (contro epatite B, difterite, pertosse, Haemophilus influenzae, poliomelite e tetano): reazioni allergiche gravi (1 caso su un milione), convulsioni febbrili (1 o 2 casi su 10.000). I vaccini possono causare nei giorni seguenti malessere, febbre, gonfiore, arrossamento e dolore nella zona della puntura.
In tutti i casi, poiché le malattie per cui ci si vaccina sono potenzialmente letali, è di gran lunga più pericoloso ammalarsi che vaccinarsi.
L’ “effetto gregge”
Solitamente i neonati sono vaccinati a partire dal terzo mese e l’iter si completa a 5-6 anni, con i richiami. Prima di allora potrebbero quindi contrarre gravi malattie, se entrano in contatto con una persona infetta.
Neppure può vaccinarsi chi è allergico ai vaccini o è portatore di alcune rare malattie. Per proteggersi, tutti costoro devono quindi contare sugli altri. Infatti, quando la percentuale di chi si vaccina è molto alta, gli agenti infettivi non riescono a circolare e a scatenare epidemie, e quindi tutti sono al sicuro. In termini tecnici, questo fenomeno si chiama “immunità di gregge”. Per il morbillo, per esempio, una copertura vaccinale del 95% mette in sicurezza anche chi non può vaccinarsi. L’immunità di gregge consente inoltre di proteggere quella piccola quota di persone che, pur vaccinandosi, non acquisiscono una protezione completa.
Chi è in partenza per una destinazione esotica e ha dimenticato di vaccinarsi, può farlo anche all’ultimo momento. Le vaccinazioni andrebbero programmante con circa due mesi di anticipo, ma per alcune malattie (non per tutte) si possono seguire procedure accelerate, che conferiscono una protezione di breve durata, e che in qualche caso necessitano di un richiamo una volta tornati. In alcuni Paesi è tuttavia obbligatorio esibire un certificato che attesti che ci si è immunizzati contro la febbre gialla o la meningite meningococcica. Chi non lo ha non può uscire dall’aeroporto.
Vaccinare la madre in gravidanza contro l’influenza protegge anche il bambino che nascerà. Infatti, i figli delle donne che si vaccinano nel secondo o terzo trimestre (come peraltro è raccomandato) vedono diminuire del 40% il rischio di ammalarsi. Infatti, attraverso la placenta, il nascituro acquisisce gli anticorpi contro il virus influenzale prodotti dalla madre vaccinata. Questa pratica è quindi altamente consigliata, perché protegge il bambino in un periodo particolarmente vulnerabile della sua vita.










