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Autore

L'Interessante

Desiderio
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il desiderio di Carmen: Caro Babbo Natale, vorrei un lavoro per papà

scritto da L'Interessante

Desiderio

Di Michela Salzillo

Siamo quelli del fast, lo sappiamo! Lo abbiamo detto tante volte. La velocità con cui siamo abituati a digerire gli eventi è in grado di far sembrare antica anche una notizia di qualche ora, è vero. Ma è altrettanto vero che quando certe storie arrivano lontano, vuol dire che corrispondono a un bisogno, significa che è forte la necessità di farci contaminare da tutto quanto stiamo leggendo, ascoltando o condividendo. Sto parlando delle notizie belle, quelle che raccontano trame a lieto fine, quelle a cui neppure siamo più abituati. Pochi giorni fa parlavamo di spirito natalizio, questo stato d’animo d’occasione cosi discusso, che spesso sembra uno sconosciuto, sì, ma a volte può apparirci più familiare che mai. Ci vuole poco, può bastare anche una letterina, di quelle che se non appendi all’albero, vai a consegnare al primo Babbo Natale che incontri per strada. Chi non l’ha mai fatto almeno una volta nella vita? Ebbene, nessuno di noi è stato l’ultimo, ce lo ha confermato Carmen, una bambina di soli sei anni, che qualche giorno fa, in poche righe, ha espresso uno di quei desideri che nessun bambino dovrebbe neppure imparare a sperare.

Il desiderio di Carmen e quella letterina che ha fatto commuovere il web

 Era Giovedì scorso quando, al centro commerciale Apollo, a Casapulla, un Babbo Natale d’eccezione ha ricevuto l’inusuale letterina di Carmen.  Non capita tutti i giorni di vedersi richiedere un desiderio simile al suo, anzi, in un Paese come l’Italia dovrebbe considerarsi un rischio alquanto superato, e invece no. Carmen, per Natale, ha sognato un lavoro per il suo papà:

“ Caro Babbo Natale… Volevo dirti che questo anno mi sono comportata da brava bambina, ho ascoltato sempre la mamma e ha scuola ho avuto tutti 10. Per Natale vorrei che mio padre trovasse un lavoro, così sarebbe felice. “

 I primi a rendere pubblica questa dolce missiva sono stati i componenti dello staff del centro commerciale che, attraverso la pagina Facebook, hanno chiesto l’ausilio dei lettori  affinché si risalisse, mediante la condivisione del messaggio, all’ identità della bambina, così da poter poi provare a  esaudire la sua richiesta. Le parole della piccola hanno emozionato talmente tanto l’opinione pubblica, che nel giro di un solo giorno è stata rintracciata addirittura la foto che ritraeva Carmen nell’atto di scrivere la letterina. Allo scatto, che opportunamente oscura il suo volto, è stato allegato anche questo messaggio di accorato ringraziamento:

“ Amici, grazie a tutti voi…e soprattutto grazie alla sensibilità dei ragazzi dell’animazione, siamo riusciti a trovare Carmen. Molte persone hanno messo in dubbio l’autenticità della letterina, ma come si dice in questi casi “Dio è grande” …abbiamo trovato la foto di Carmen mentre scrive di suo pugno la letterina. La pubblichiamo per mandare un piccolo messaggio: Impariamo dai bambini. impariamo a sognare e sperare…I bambini hanno qualcosa che forse noi grandi abbiamo dimenticato: “Credono ancora nella forza dei loro sogni… dei loro desideri”. Babbo Natale regalerà un sorriso a Carmen e, chissà, forse il suo desiderio è talmente pulito e autentico da regalare tanta felicità anche al suo papà.

 Lo staff.”

Il desiderio di Carmen e quel dubbio sull’autenticità della sua richiesta

 I sogni son desideri chiusi in fondo al cuor.

È Proprio questa una delle verità che ci insegnano sin da bambini. Non esiste una cosa che sia più reale dei sogni, non è vero che assomigliano a un miraggio, basta non aver paura dell’abisso, quello che ti trascina a fondo, proprio lì, vicino al cuore. Li trovi così, fra un battito, un’emozione, un respiro profondo, e quando ti accorgi di esserne stato capace la felicità dura pure di più. Per conoscere un desiderio bisogna imparare a cercarlo, bisogna accettare l’incoscienza, quella capace di farti osare liberamente, senza far sembrare pretesa una semplice volontà. Certo, non è sempre facile: quelle che da piccoli sembrano discese, da adulti diventano scalate, e l’attitudine al sogno è senz’altro uno di quei ripidi sentieri che smettiamo di percorrere nell’esatto momento in cui impariamo a ritenerci troppo grandi per le favole, per Babbo Natale e le letterine. Forse è per questo che la diffidenza è sempre in agguato, è per quella condanna alla ragione, quasi sempre distorta, che neppure un’emozione sappiamo goderci appieno. A dimostrarlo è stato un messaggio, che seppure abbia rappresentato l’ unica nota stonata in mezzo a un’ orchestra di solidarietà, ha senz’altro rubato un briciolo di magia alla storia d’amore fra Carmen e il suo papà:

“Se la bambina ha 6 anni, dovrebbe frequentare la prima elementare da tre mesi. Non può ancora scrivere così bene in corsivo, con le H al punto giusto, con la punteggiatura perfetta e le maiuscole quando servono. Per me, che sono una insegnante, questa lettera è stata dettata a qualche adulto. Ciò non toglie che il messaggio è molto dolce e va preso in considerazione…”

Così scriverà in quei giorni una persona, (la cui identità terremo segreta per l’ovvio diritto alla privacy), manifestando un dubbio legittimo, probabilmente, ma dimostrando anche  quanto sia difficile, per un adulto, pensare senza malizia o preconcetto; dare spazio al cuore, quella parte di noi in cui sono chiusi i desideri più coraggiosi. Per fortuna, però, l’infanzia non cresce mai, sa reinventarsi sempre, sa riciclarsi e non disilludersi. Finché ci saranno bambini disposti a crederci, come Carmen, Babbo Natale esisterà, e sarà pronto a realizzare ogni desiderio espresso. Parola di elfo.

Il desiderio di Carmen: Caro Babbo Natale, vorrei un lavoro per papà was last modified: dicembre 20th, 2016 by L'Interessante
20 dicembre 2016 0 commenti
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Mostra
CulturaIn primo piano

Mostra: Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Luoghi e volti del Giappone che ha conquistato l’Occidente

scritto da L'Interessante

Mostra

Di Erica Caimi

In occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dalla sigla del Trattato d’amicizia e di commercio tra il Regno d’Italia e l’Impero del Giappone, le sale di Palazzo Reale a Milano ospitano l’affascinante mostra “Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Luoghi e volti del Giappone che ha conquistato l’Occidente” visitabile fino al 29 gennaio 2017. L’esposizione è promossa da Comune di Milano‐Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira e curata dalla professoressa Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’Arte dell’Asia Orientale dell’Università degli Studi di Milano. La collezione propone una preziosa carrellata di dipinti, serigrafie e illustrazioni che hanno imprigionato frammenti di una tradizione millenaria e che hanno saputo sedurre pittori, artisti e collezionisti europei verso la fine dell’ 800.

La tecnica in mostra

Il percorso si snoda tra le vie artistiche di tre grandi maestri, che hanno goduto di ampia popolarità nel Giappone di quegli anni: Katsushika Hokusai (1760‐1849), Utagawa Hiroshige (1797‐1858) e Kitagawa Utamaro (1753‐1806). A differenza del prodotto artistico europeo, le stampe giapponesi potevano avere una funzione diversa rispetto a quella puramente estetica di fruizione fine a se stessa. Molti esemplari in mostra, infatti, sono dei Surimono, termine che significa letteralmente “cosa stampata” e venivano realizzati per uno scopo ben preciso. Si tratta di biglietti commissionati da privati per occasioni speciali, come l’arrivo del nuovo anno o il festeggiamento di qualche momento importante nella carriera degli attori kabuki o ancora un invito a una serata mondana. Spesso, in queste stampe si ritrovano richiami letterari e persino poesie, tutti elementi che aumentano notevolmente il valore culturale dell’opera. La tecnica con la quale venivano realizzati è quella della xilografia, una sorta d’incisione di immagini su tavolette di legno, dette matrici, inchiostrate e utilizzate per riprodurre più volte lo stesso soggetto su fogli di carta. Nel corso della mostra, si potrà approfondire l’argomento grazie a un video esplicativo nel quale vengono svelati tutti passaggi che devono essere eseguiti con estrema precisione e abile manualità. Come si può ben immaginare, in un mercato di questo tipo, in cui si produce un bene artistico per soddisfare il mercato e magari produrre più volte la stessa stampa, il pittore non è l’unico protagonista della scena. Ben più rilevante è l’affinità che si stabilisce tra pittore, editore, intarsiatore e stampatore. Solitamente lo stesso artista prediligeva mantenere gli stessi intarsiatori e stampatori, proprio perché la conoscenza dello stile di ciascun professionista era fondamentale ai fini della riuscita dell’opera.

Le opere di Hokusai, Hiroshige e Utamaro in mostra

Attraverso cinque sezioni (Paesaggi e luoghi celebri: Hokusai e Hiroshige; Tradizione letteraria e vedute celebri: Hokusai; Rivali di “natura”: Hokusai e Hiroshige; Utamaro: bellezza e sensualità; I Manga: Hokusai insegna) la mostra mette in luce il mercato dell’immagine dell’epoca, che richiedeva di trattare soggetti precisi e temi alla moda per incontrare il gusto dell’esigente mercato dell’editoria.

La richiesta innescava inevitabilmente delle rivalità tra gli  artisti stessi, ma soprattutto tra gli editori che si contendevano i migliori pittori, incisori e stampatori per dare forma a stampe sempre diverse, verticali, orizzontali, in forma di ventaglio, in formato di libro o di paravento per soddisfare i bisogni del pubblico. Anche la prospettiva sopraggiunta da Occidente e ben nota ai maestri giapponesi è pressoché assente dalle rappresentazioni perché di scarso interesse ai fini della commercializzazione dell’opera. Nelle immagini del Mondo Fluttuante, così come vengono comunemente soprannominate data la loro caratteristica di apparire sospese nel vuoto, l’assenza di prospettiva è mitigata da qualche espediente artistico come la nebbia o le nuvole, che nascondono la mancanza di profondità degli spazi.

La mostra mette in evidenza come fossero ricorrenti gli stessi soggetti e come gli editori fossero obbligati a inventare espedienti quali formati e inquadrature diverse per diversificare e piazzare il prodotto, ma anche come ognuno di questi artisti abbia insistito su una tematica specifica fino a renderla un best seller obbligando gli altri a cimentarsi sullo stesso soggetto alla moda per ritagliarsi il proprio spazio sul mercato.

Risulta chiaro così perché alle Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai seguirono, a distanza di quasi vent’anni, Trentasei vedute del monte Fuji di Hiroshige  che richiamano a loro modo Hokusai, ad esempio riproponendo il soggetto della “Grande onda” con una simile inquadratura ma privandola di carica drammatica.

In quest’ottica, si può capire il motivo per cui la serie più famosa di Hiroshige, le Cinquantatré stazioni del Tōkaidō,  sia stata ripetutamente proposta dallo stesso autore con editori diversi e in formati diversi, talvolta persino in collaborazione con altri artisti, e come il medesimo soggetto sia stato trattato anche da Hokusai in una serie di surimono.

Nelle similitudini,  si rintracciano, però, anche le peculiarità dei maestri: le opere di Hokusai hanno delle linee più marcate e pongono al centro della natura l’essere umano, mentre in quelle di Hiroshige  si riscontra un tocco più leggero e una preferenza per la natura e il mondo animale, usato in chiave simbolica.

Utamaro, invece, si differenzia notevolmente rispetto a Hiroshige e Hukusai. Secondo alcune teorie, pare sia nato ad Edo di fronte al  quartiere di piacere e sarebbe il figlio dei proprietari di una casa da tè. Leggenda o verità, una cosa è certa, la sua produzione artistica si concentra nella creazione di stampe erotiche e di ritratti di geishe, delle vere e proprie star dell’epoca. Al culmine del suo successo venne duramente colpito dalla dissolutezza del governo Shogun e condannato al carcere per aver pubblicato delle stampe su un romanzo storico censurato. La sua condanna fu esemplare, forse anche per via della notorietà di cui godeva che si rivelò un’arma a doppio taglio. Questa esperienza lo segnò così profondamente da stroncargli la carriera di artista.  Morirà qualche anno più tardi.

Conclusione della mostra e influenze artistiche

Il percorso si conclude con 15 volumi di Manga di Hokusai, una raccolta di immagini che dovevano fungere da manuali didattici per gli apprendisti e imporsi come punto di riferimento estetico per tutti gli artisti successivi. Il termine “manga” , infatti, significa letteralmente “schizzi sparsi” e si tratta, appunto di bozze che gli studenti potevano copiare per esercitarsi. 

Il fascino dell’ “immagine del Giappone” seppe conquistare molti pittori oltreoceano, tra cui Monet, Van Gogh, Degas, Toulouse‐Lautrec, che si lasciarono rapire dalla freschezza e della semplicità di forme e colori. Inconsapevolmente, i tre maestri hanno contribuito a  rivoluzionare il linguaggio pittorico della Parigi di fine Ottocento, plasmando i contorni della tecnica impressionista ed influenzando il Simbolismo e le Avanguardie, che giovarono del contatto con un’arte così diversa e altrettanto stimolante.

Mostra: Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Luoghi e volti del Giappone che ha conquistato l’Occidente was last modified: dicembre 19th, 2016 by L'Interessante
19 dicembre 2016 0 commenti
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Alice
CulturaIn primo pianoTeatro

Alice – La Meraviglia: il teatro sbarca al Centro Commerciale Campania

scritto da L'Interessante

Alice

Di Luigi Sacchettino

“Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com’è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa; ciò che è non sarebbe e ciò che non è sarebbe, chiaro?” (Alice)

Se qualcuno ci chiedesse com’è il mondo che ci piace cosa risponderemmo?

Probabilmente ognuno racconterebbe le proprie meraviglie.

A farci provare meraviglia, ammirazione questa volta sono gli attori del Campania Actor Studio, in “ Alice- la meraviglia ”, libero adattamento dell’opera di Lewis Carroll, con la regia di Michele Pagano e la collaborazione testi di Roberta Magliocca.

Il progetto Campania Actor Studio nasce dalla volontà di far emergere le potenzialità del territorio attraverso l’incontro tra affermati professionisti del settore con giovani talenti, ma anche ispirare coloro che non si sono avvicinati all’arte della recitazione a spingerli a ricercare il proprio potenziale espressivo, emozionarsi ed emozionare.

E ci riescono. Trasformano la piazza del Centro Commerciale Campania in un palcoscenico.

La vita del Centro non si ferma, ma tutto inizia a girare intorno allo spettacolo.

Non ci sono poltrone o spettatori classici, ma visitatori che si fermano e con meravigliosa curiosità domandano: “cos’è?”- “Alice, la meraviglia”- rispondono gli altri.

Lo spettacolo è dinamico, musicale, fluente; gli attori passano tra i visitatori, rendendoli spettatori e confondendosi con loro.

E’ uno spettacolo che ingloba, avvolge: l’attenzione per i dettagli e l’intimità dei dialoghi fanno la differenza.

E’ un’Alice dalle molte facce ad essere protagonista. Quattro, se ne alternano sul palco.

La più grande: disillusa; la adulta: aggressiva; la giovane: assetata di vita; la più piccola: incantata.

Il viaggio di Alice è fortemente caratterizzato da uno spirito di ricerca. Il viaggio di Alice è un viaggio alla ricerca della propria identità. Ogni personaggio che si oppone ad Alice è anche la proiezione di una parte di se stessa, che lei vuole conoscere e che interroga nel tentativo di recuperare l’identità perduta.

Il processo di consapevolezza e di ricerca passa attraverso una caduta all’indietro. Il Paese delle meraviglie è per Alice il luogo dove vede la contemporaneità delle proprie sedimentazioni e delle proprie variazioni.

E’ un  modo sperimentale di fare teatro anche senza essere a teatro. Un esperimento caparbio, di diffusione di un’arte che spesso viene vissuta solo da chi a teatro ci mette piede.

Un encomio agli attori, giovanissimi, che non si sono lasciati impressionare. Ma hanno impressionato.

Mi auguro che lo spettacolo venga presentato in teatro, dove le emozioni trovano la predisposizione d’animo dello spettatore.

Intanto,  non potevo non condividere con voi il meraviglioso epilogo:

“ALICE: Mamma… Mamma!

REGINA: sono qui!

ALICE: sei tornata?

REGINA: non sono mai andata via! Sono sempre stata vicino  a te! Sei stata tu a crederlo! Io sono sempre stata con te. Ero in angolo, nascosta.. ti guardavo da lontano…volevo che camminassi da sola! Volevo che da sola prendessi le tue decisioni! Da sola costruissi la tua vita! Che sviluppassi la forza necessaria per reggere i mattoni più pesanti! Non accusarmi di non esserci stata! Ti ho sentito parlare di me tante volte. Ha dato a me la colpa di tutto ciò che ti è successo! La colpa per averti lasciata sola!  Lo so che tutto quello che hai fatto, l’hai fatto per me! A me volevi dimostrare le tue capacità di figlia! Ma non c’era bisogno Alice, a me non devi dimostrare nulla! La dimostrazione più grande, l’ho avuta quando sei nata! Sei sempre stata una creatura meravigliosa! Questo l’ho sempre saputo! Di capacità ne hai avute tante! È stato il tempo ad ingannarti! Gli hai sempre corso dietro, non ti  sei mai  fermata a guardare al tuo fianco. La tua necessità di voler essere qualcos’altro! qualcosa in più! Ti ha tolto anche ciò che avevi! Dietro le tue spalle hai lasciato i tuoi affetti, i tuo cari, i tuo figli, e la tua meraviglia! La cosa più preziosa che avevi!  Ti sei riempita di tristezza e solitudine.  Ricordi che eri sempre presa dalla curiosità davanti a un baule, una cassaforte, un armadio o una porta chiusa a chiave? Una sete istintiva di mistero oppure la speranza di un miracolo? Ti ricordi anche che eri sempre delusa quando riuscivi ad aprirli. Invasa da una strana sensazione di vuoto. Sei sempre stata spinta verso quel vuoto assoluto che neppure esiste. Ecco questo è quello che devi continuare a fare! Non puoi arrestare il passo! Non esiste un tempo per fermarsi! Esiste solo il tempo per esserci!   Riprenditi tutte le cose che hai lasciato dietro! Goditi ciò che fino ad oggi hai costruito! È abbastanza perché tu possa continuare a meravigliarti! Ora vai Alice! Segui la tua meraviglia!”.

Alice – La Meraviglia: il teatro sbarca al Centro Commerciale Campania was last modified: dicembre 19th, 2016 by L'Interessante
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Questione di titoli

scritto da L'Interessante
Questione di titoli was last modified: dicembre 16th, 2016 by L'Interessante
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ventre
CulturaIn primo pianoLibri

Il ventre di Scampia riempie il Drama Teatro: l’intervista a Emanuele Cerullo

scritto da L'Interessante

Ventre.

Di Michela Salzillo

 

Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.

Così diceva Daniel Pennac, ed è forse da verità come questa che nascono le migliori opportunità, quelle che solo la letteratura e il sentimento sono in grado di restituire. Per ogni statistica pronta a demolire la passione per i libri, che stando a certi dati dovrebbe essere già materia estinta, ci sono tantissime iniziative, coraggiose e ostinate, pronte a far evincere l’esatto contrario. Una di queste è partita proprio qualche giorno fa e non bisogna neppure allontanarsi molto per applaudirla. Era il 13 Dicembre quando al Drama Teatro Studio di Curti si dava inizio a Parole D’autore; una rassegna, nata dal sodalizio fra gli attori Dario  Pietrangioli, Rosario Copioso e il professor Gennaro Celato, che mira a promuovere incontri con giovani scrittori o poeti del territorio campano. Ad inaugurare la tranche di eventi letterari previsti per la stagione odierna è stato Emanuele Cerullo, autore della raccolta di liriche dal titolo il ventre di Scampia. Avendo avuto la fortuna di essere lì, al fianco di questo giovane poeta, che di strada ne ha fatta già tanta, ho potuto trasformare in certezza quello che nelle settimane precedenti era stato solo un presentimento: gli organizzatori della rassegna non avrebbero potuto scegliere forbici migliori per tagliare il nastro dei quattro appuntamenti.

Il ventre di Scampia è un libro pregno di storie, di vissuti, di sguardi e di sfumature

E questo perché Emanuele in quel ventre, nel 1993, è nato. È cresciuto nella vela celeste della periferia suddetta, ed è proprio tra le pieghe del degrado che ha imparato a fare le sue scelte.

Quella che è stata presentata al Drama Teatro Studio non è la sua unica produzione autorale, risale infatti al 2007 la nascita della sua prima silloge, il coraggio di essere libero, che all’epoca fu stampata grazie alla collaborazione con la Virgilio 4 di Scampia, la scuola media da Emanuele stesso frequentata. Da quell’anno in poi, il suo percorso ha ottenuto continue vittorie. È apparso più volte sulle reti Rai ed è stato intervistato da personaggi di rilievo come Pippo Baudo . Alcune delle sue poesie sono state pubblicate da testate giornalistiche importanti, quali: Il Corriere della Sera; La Repubblica; Il Mattino. Con il Ventre di Scampia ha scalato le classifiche, restando per ben cinque settimane nella top 5 stilata dall’ inserto napoletano di Repubblica. Ha ricevuto medaglie importanti, come il premio minturnae 2016; alle sue opere viene attribuita continuamente una riconoscenza, oltre che letteraria, anche civile e sociale, proprio per la realtà che vanno a testimoniare. Emanuele sta girando tantissimo, sta facendo presentazioni nelle scuole, nelle banche, nelle università e, proprio come è accaduto l’altra sera a Curti, ogni volta, ascoltarlo diventa una poesia bellissima.

 Il ventre di Scampia ed Emanuele Cerullo: l’intervista che li ha raccontati al Drama Teatro Studio

 

Benvenuto Emanuele! Partiamo con una domanda che si inserisce fra le primissime pagine del tuo libro. Tu anteponi a questa carrellata di liriche parecchio intense, una citazione tratta da le città invisibili di Italo Calvino, prendendo in prestito l’intuizione che l’inferno non sia altrove, ma appartenga invece alla nostra quotidianità. Viene fuori ogni volta che non siamo capaci di ottenere un punto di vista diverso, quello che di solito permette di andare oltre la prima visione delle cose. Credo di non sbagliarmi se dico che, secondo me, tu quell’ottica non solo l’abbia trovata, ma abbia anche imparato ad utilizzarla. Ciò premesso, mettendo per un attimo da parte la poesia, chi è stato in questi anni il tuo “occhio profondo”? 

In realtà è molto difficile mettere da parte la poesia, perché pare che tutto sia poesia. È bello scrivere poesie, ma è altrettanto bello sapere che c’è chi la vede, chi la sente. E chi sente la poesia può vederla ovunque, anche in un piccolo dettaglio, che poi tanto piccolo non è, perché ogni minuzia comunica qualcosa. Quindi, per rispondere alla tua domanda, ti direi che gli occhi profondi sono quelli delle persone che ho incontrato, quelli dei bambini di Scampia, quelli delle vele, dove sono nato e cresciuto. Se ci sono stati dei riferimenti, io ne citerei due: Eminem e San Francesco D’ Assisi. È anche grazie a loro se ho scoperto la poesia! Quando vidi Eminem a Sanremo nel 2001, cominciai a voler scrivere canzoni rap come lui, mi vestivo anche come lui. Un giorno, però, quando ancora frequentavo le elementari, la maestra di italiano mi disse: “guarda che queste non sono canzoni, sono poesie”, fu così che me ne accorsi, e ancora oggi il binomio musica e poesia cammina di pari passo con la mia formazione. San Francesco, invece, lo cito come un altro degli occhi profondi per me importanti, perché ha dimostrato che non conta la ricchezza economica ma quella interiore.  Sottolineo una cosa, io non sono cattolico! Eppure, San Francesco mi è sempre parso un emblema di questa verità. Il suo insegnamento, poi, diventa ancora più determinante in un contesto particolare qual è quello di Scampia.

Come si fa ad insegnare a un ragazzo che nasce a Scampia, o anche in una periferia altra, che un punto di vista differente è possibile?

Guarda, l’educazione è quello che conta! Io dico sempre che nell’ inclusione sociale agiscono la famiglia e la scuola. Sicuramente l’aspetto legato all’arte è un fatto soggettivo, o ce l’hai o non ce l’hai, però la guida, quello che nell’ induismo è il guru,  è fondamentale in famiglia. Io ho avuto la fortuna di avere dei genitori che non mi hanno mai abbandonato, anzi, mi hanno sempre seguito e sostenuto. Nella poesia Con la camorra io c’ ho parlato, scrivo: “quando c’hai un padrone infedele tu trovi la fede nel contagio”. Ti lasci condizionare dalla voglia del denaro facile, soprattutto a Scampia, succede ad esempio quando hai un padre in carcere. È proprio l’educazione, quindi, che ti permette di avere un occhio diverso, non migliore o peggiore, semplicemente un altro.

Perché questo titolo, il Ventre di Scampia?

L’ho intitolato così, e non più semplicemente Scampia, per una ragione di cui nessuno racconta. Esiste anche una Scampia bene! Nel ventre di Scampia c’è quello che Pasolini chiamava sottoproletariato: c’è il popolo, il riscatto vero. Altrove, sempre a Scampia però, ci sono palazzi residenziali dove entrano in ogni appartamento almeno due stipendi. È una realtà di ottantamila abitanti, molto variegata, e questo va detto. Il futuro del quartiere è nelle vele. Ora vogliono abbatterle, che va benissimo, sono d’accordo, anche perché sono stanco di vedere i turisti che vengono a Scampia e si scattano selfie con la vela sullo sfondo. Abbattiamole tutte, quindi, però se spostiamo il degrado di 200mt, lo allontaniamo soltanto, ma tale resta. Offriamo anche opportunità di lavoro, perché altrimenti la riqualificazione sarà solo urbana,  la verità è che nella riqualificazione c’è tutto, anche l’aspetto umano e sociale.

Quando si parla di determinati luoghi, quando si raccontano certe storie, è vizio comune farlo sempre attraverso le stesse modalità. Non mi riferisco al contenuto, non in questo caso, parlo invece del tipo di scrittura utilizzato per la narrazione. Si parla di Scampia in inchieste giornalistiche, la si racconta nei romanzi d’autore, ma è difficile che la si osservi utilizzando la poesia. Perché hai fatto questa scelta, e qual è stato il tuo primo approccio con la poesia stessa?

Ho scelto la poesia perché l’ho trovata più sintetica rispetto a un romanzo. Questa decisione l’ho presa dopo aver letto Ungaretti, ti dico la verità.  Mi colpirono la sua purezza e la sua musicalità. Tutta la sintesi semantica e fonetica della parola, insieme al verso isolato, mi hanno fatto credere che la poesia potesse dire tutto attraverso la sintesi. Ognuno, ovviamente, si sceglie i propri maestri… Per quanto riguarda invece il primo approccio con la poesia, lo definisco senz’altro di tipo ludico. Ascoltai la fontana malata di Palazzeschi, letta dalla mia maestra, e me ne innamorai, era lo stesso periodo in cui ascoltavo rap americano, mi colpì molto quella che io definisco droga fonica.

Le mie prime poesie sono state delle filastrocche, mi divertivo a fare le rime baciate e a prendere in giro le mie maestre… erano esercizi! Ricordo che in quinta elementare, alla fine dell’anno scolastico, mi fecero rapare una mia poesia, e lì, in quella occasione, si unirono per la prima volta le mie due passioni.  Quando vado nelle scuole, dico sempre che Dante è stato uno dei primi rapper, all’inizio mi chiamavano pazzo, ma se ci pensi è così. Il fatto che oggi i rapper si insultino a colpi di rime sembra una novità, ma tanti anni fa lo faceva già Dante con la tenzone.

Nella poesia Confessione del figlio di Scampia, secondo me, declini un senso di inquietudine profonda che però fai terminare nell’ utilizzo di due parole: sete ed essenza, hai mai avuto paura di perderla?

Credo che la paura sia l’unica assassina della passione. È il contrario della passione, la soffoca! Me ne sono accorto quando ho provato paura, però non mi sono mai abbattuto, ho sempre cercato di mettermi in gioco. Anzi, quanto più quella realtà che vivevo, che vivo, mi si presentava davanti agli occhi, tanto più sentivo l’esigenza di esternare la ricchezza interiore. Non ho paura di perdere la mia sete d’essenza, e non voglio neanche interrogarmi sull’argomento. Preferisco dire: ho sete ancora, ho ancora sete di conoscenza.

Il coraggio di essere libero, la voglia di partire per poi tornare, sono di certo ottimi presupposti per ottenere riscatto e rinascita. Ma forse, a volte, tutto questo non basta. In molti casi è necessaria la fortuna, quella degli incontri.

 In questi anni tu ne hai fatti parecchi. Ne Il ventre di Scampia, ci sono alcune liriche dedicate proprio a questa bellezza. La poesia Il pittore, ad esempio, racchiude la storia di un incontro importante. Ti va di parlarne?

 

Questa poesia l’ho dedicata a due persone: a Felice Pignataro, un grande moralista di Scampia che purtroppo non ho conosciuto, e a Sergio che come me viveva nella vela celeste. Lui era il prototipo dell’artista maledetto, di colui che è contro cultura, contro la cultura dominante, contro il consumismo, contro la moda. Incontrarlo lì, dove vedevo gente che spacciava, mentre respiravo il grigiore più assoluto, è stato veramente un raggio di sole. I miei genitori lo conoscevano e mi è capitato di andare a casa sua. Definisco la sua dimora galleggiante in un fumo galattico perché fumava tantissimo e sembrava quasi che casa sua fosse sospesa nel fumo. Era una cosa fantastica! C’erano tantissimi quadri, tra cui ne ricordo uno che mi colpì molto: ritraeva una donna in primo piano e alle sue spalle si intravedevano i cancelli delle vele, che avevano la forma delle siringhe. Dietro si scorgeva la torre verde, perché di fronte alla vela celeste c’è la torre verde, le cui finestre erano raffigurate come delle tane. Sergio ha letto le mie poesie, quando lo fece gli piacquero tantissimo, tanto che promise di ritrarmi. Mi disse: io ti farò un ritratto, ma al posto dei capelli metterò i tuoi versi. Fu una promessa che la morte ha soffocato. Lui se n’è andato così, da un giorno all’altro. Ero al bar quando mi dissero che era morto.

Vele: un’immagine, più che un nome comune di cosa al plurale, così appaiono nel tuo libro. Se io adesso ti chiedessi di associare a questa figura ricorrente un ricordo, una rima improvvisata, un silenzio, cosa sceglieresti di regalarci?

 

Sceglierei una poesia di Giovanni Pascoli. Una di quelle che non si studia nelle scuole, si chiama La piccozza. Quando penso alle vele, mi viene in mente questa perché è una poesia in cui Pascoli parla di sé stesso, parla della scalata verso il successo. Un successo che non ha nulla a che vedere con la fama o la visibilità, si tratta, invece, di soddisfazione personale. Il riscatto, ecco! Le vele, per forma, si prestano all’ idea di qualcosa da scalare, proprio come fanno gli alpinisti con la piccozza, quando passo dopo passo cercano di raggiungere la vetta.

Tu hai dichiarato: “ è l’ indifferenza che genera il male. E ciò che conduce all’ indifferenza è l’idea di dover perdere tempo.” Cosa intendi?

Parto dicendo questo: io ho respirato la precarietà, la marginalità, la povertà. Il regalo più bello che mi hanno fatto i miei genitori è stato appunto la povertà, perché è grazie a lei che sono stato costretto a rimboccarmi le maniche e a fare qualcosa. Dopo aver perso mia nonna e molti amici, ho imparato il senso della morte, quello del limite. Ho imparato cosa vuol dire sentire la fine dietro l’angolo. Tutto questo mi ha ossessionato durante l’adolescenza, così ho cominciato a scrivere, lo so, è poco… Seneca dice: Non è vero che non abbiamo tempo, ne perdiamo troppo. Ecco perché io sono molto legato al concetto del tempo inventato, e ci tengo a sottolinearlo spesso, soprattutto con la mia generazione, quella dei nativi digitali. Oggi siamo continuamente distratti dalle chat, le notifiche, facciamo pensieri a metà, non siamo più capaci di pensare completamente. Per questo è importante inventarlo il tempo. Quando siamo indifferenti nei confronti del prossimo tutto questo non è fattibile, perché non ci confrontiamo e, anzi, vediamo il confronto non come sinonimo di crescita interiore e reciproca, ma come se fosse una continua competizione. Perciò tengo molto all’idea di un mondo che alla perdita di tempo preferisca inventarlo.

Stai facendo moltissime presentazioni all’ interno delle scuole, incontrando studenti giovanissimi. Secondo te, anche facendo riferimento a quando tu stesso eri uno studente, la scuola è in grado di educare alla libertà?

Sfondi una porta aperta! Se è vero che alle medie sono stato molto sostenuto dai miei insegnanti, non posso dire lo stesso per quanto riguarda le scuole superiori, dove sono stato continuamente ostacolato dai miei docenti. Perché scrivevo poesie, perché andavo in televisione. Spesso si usava nei miei confronti un sarcasmo che, essendo parecchio frequente, diventava umiliante. Sono stato addirittura costretto a cambiare scuola perché si era venuto a creare un clima assurdo. Una volta, la professoressa di filosofia mi disse: “Cerullo, io conto di bocciarti quest’anno perché tu sei un arrampicatore sociale, hai degli interessi e svolgi delle attività che non puoi e non devi intraprendere adesso”. In pratica, mi stava dicendo: non devi fare quello che ti piace! Se questa è la buona scuola, ha di certo fallito. La scuola, quella vera, se vuole educare alla libertà,deve sostenere la creatività degli studenti e non il nozionismo, altrimenti, domani, gli studenti saranno macchine e non artisti.

Se non sbaglio, sei tornato anche alla Virgilio 4, la tua scuola media. Qual è, di solito, l’approccio che ti riservano i ragazzi?

L’accoglienza è stata molto buona, nelle scuole di Scampia e non solo. Una volta, in una scuola elementare, la Montale, mi hanno accolto con degli striscioni e disegni ispirati proprio alle mie poesie. Io ho ricevuto diversi premi, ma li ho sempre tenuti ben chiusi negli scatoloni. Nel mio studio ho invece quei disegni, perché sono cose come  queste a rappresentare il vero premio. Ci tengo molto ad incontrare i giovani e mi fa molto piacere quando i professori mi contattano e mi dicendo che i loro ragazzi stanno leggendo e studiando le mie poesie in classe. A proposito di questo, ti voglio raccontare un aneddoto fantastico. Non molto tempo fa, ho ricevuto un messaggio da parte di una madre, suo figlio frequenta il Diaz di Caserta. Mi ha scritto che dopo aver sentito dire che in classe stavano studiando le mie poesie, incuriosita, ha fatto qualche ricerca. Pensava fossi morto, e il fatto di aver scoperto che oltre ad essere ancora in vita, sono pure coetaneo di suo figlio, l’ha resa felice, e lo sono pure io, di essere ancora vivo, soprattutto!

Nella poesia Fisarmonica, tu scrivi:” il mio verso è poetare”, come se tutto partisse dalla poesia e tutto quanto andasse in essa a ritornare. In questo componimento, più che altrove, si percepisce la componente salvifica che le attribuisci riconoscendole il merito di averti permesso di conoscere l’ umanità, quella che manca a chi semina morte e sofferenza attraverso le armi. Se non avessi avuto la poesia, oggi, Emanuele chi sarebbe stato?

Sì, è vero che in un certo senso la poesia mi ha salvato, ma non so se non ci fosse stata lei, cosa avrebbe preso il suo posto, francamente. Certamente non mi sarei fatto condizionare dalla criminalità organizzata, proprio perché mi hanno insegnato determinati valori che hanno rappresentato una corazza importante, tenendomi lontano da certi ambienti . Magari avrei fatto il salumiere, il macellaio, ma sarei comunque restato onesto.

Forse non tutti sanno che il progetto di F. Di Salvo, l’architetto che si è occupato della progettazione delle Vele, prevedeva un’ ambizione diversa per Scampia. L’idea, infatti, era quella di riprodurre nel quartiere i vicoli di Napoli. Se tutto questo fosse stato realizzato, compresi i centri sociali per i ragazzi, credi che il destino di Scampia sarebbe cambiato?

 Ti ringrazio per aver sottolineato questa cosa, perché appunto le vele non dovevano essere così come le abbiamo viste noi. La cassa del Mezzogiorno finanziò due insediamenti popolari, da fare a Scampia e a Ponticelli. Pensa che Scampia deriva dal termine scampagnata perché prima non esisteva nulla, soltanto terra, infatti gli anziani del luogo la chiamavano ‘ a scampia, ‘a scampagnata, il luogo piano. Il boom edilizio è arrivano solo fra gli anni ‘ 60 e ’70 con la costruzione di diversi edifici. Come giustamente ricordi, nel progetto erano previsti diversi centri di aggregazione che se fossero stati costruiti, probabilmente, sottolineo il condizionale, non ci sarebbe stato tutto il degrado che invece c’è oggi, però il discorso è molto complesso… Scampia è un quartiere vastissimo, gli spazi sono larghissimi e quindi è la struttura stessa a non favorire il dialogo, l’ incontro.

Fra le tante cose, curi anche una collana editoriale che si occupa di poeti emergenti under 30, secondo te, è vero che la poesia è di difficile collocazione nel mercato editoriale?

Sì, credo proprio di sì.  È  anche vero che le case editrici tendono a non pubblicare poesia, ma questo perché è un investimento importante. Un editore è un imprenditore e , in quanto tale, investe sul talento di un autore. Il che vuol dire che, secondo me, un autore non deve pagare per pubblicare perché questo non è editoria, vuol dire essere squali, mercenari. Ci tengo a sottolineare che la collana di cui stiamo parlando, la curo per le edizioni neomediaitalia ,che è la mia casa editrice, e non chiede un euro  ! Detto questo, il fatto che sia di difficile collocazione ha radici antichissime. Anche nel ‘900 era così. Intendo dire che era molto più elitaria di quanto non lo sia oggi. Montale, negli anni, ’60 parlava di pubblico della poesia. È sempre stata concepita come una specie di setta, almeno dall’ illuminismo in poi, prima di allora era diverso: la poesia era attualità, descriveva attualità. Basti pensare che i canti di Dante andavano a finire nei memoriali bolognesi, erano registri curati dai notai… A volte, però, è la poesia stessa che si va a cercare quest’ isolamento. Se si estranea dal mondo, se non si confronta col vero, e per vero intendo quello che ci circonda, quello che spesso la critica definisce poesia civile, che va da Dante a Pasolini, è difficile considerarla. Se invece prova a non farlo, tutto diventa più semplice. In fondo al lettore non gliene frega niente se tu quella cosa l’abbia detta in prosa o in poesia, chi legge si sofferma sul contenuto. Io credevo che questo libro passasse inosservato, invece ho fatto quasi sessanta presentazioni, cosa che non sarebbe accaduta se avessi scritto poesie troppo lontane dalla realtà.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Innanzi tutto voglio laurearmi. Sto andando in giro a presentare il libro ma, al tempo stesso, sto rallentando molto gli esami. Continuare a scrivere, sicuramente, lo farò finché vivrò, non ho intenzione di parlare di Scampia per sempre, bisogna sperimentare, l’arte è sperimentazione continua. Il prossimo progetto vorrei incentrarlo a Napoli, prendendo spunto da una parola che mi ha colpito molto, che  non esiste in altre realtà geografiche: napolitudine, termine che indica una grande mancanza di Napoli, quel sentimento che prova il napoletano che vive altrove, ma anche il turista che viene a Napoli e poi se ne va. Vorrei parlare della Napoli giovane, senza abbandonare però il concetto di periferia, perché ce ne sono tante, e tutte sono sinonimo di una marginalità di cui è sempre bene raccontare.

Grazie di cuore per essere stato qui con noi. A presto!

Il ventre di Scampia riempie il Drama Teatro: l’intervista a Emanuele Cerullo was last modified: dicembre 16th, 2016 by L'Interessante
16 dicembre 2016 0 commenti
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cane
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Può un proprietario punitivo incrementare l’aggressività del cane? La scienza si esprime

scritto da L'Interessante

Cane

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati l’altro giorno sono stato chiamato per svolgere una consulenza in un sistema famiglia- cane dove quest’ultimo manifestava comportamenti aggressivi verso gli ospiti di casa

All’ingresso una gentile signora si stupisce della mia età ed aggiunge “pensavo arrivasse un omone vestito in mimetica”.

Continuo la raccolta dei dati ed emergono informazioni chiave per noi tecnici: allontanamento dal gruppo sociale, strattonate, spintoni, punizioni fisiche e psicologiche. Zero gioco. Solo comandi. Scarsi rituali di condivisione. Concetti di dominanza e controllo tessono le conversazioni. 

Della serie “o’ can’ addà fa chell’ che dic’ io”.

Respira Luigi, respira.  Loro non sanno quel che fanno,  hanno solo usato le risorse che avevano a disposizione finora- mi dico.

Torno a casa, apro facebook e trovo un post dello stimato collega  Attilio Miconi.

Un segno.

“Nell’oltre il 95% dei casi il cane che morde è un cane con una soglia emotiva fuori controllo.

Questo significa che potrebbe mordere per paura perché è un fobico, oppure mordere quando si sente come dentro un frullatore di emozioni perché iperattivo.

In entrambi i casi possiamo affermare di trovarci di fronte a cani ipersensibili, con tanta necessità di essere compresi, quindi curati”.

Questo però presupporrebbe un domandarci il perché di tale comportamento. Interrogandosi sulla semantica e pragmatica ed andando oltre la mera dicotomia cattivo vs buono, dispetto vs approvazione.

“Dopo questa premessa vi domando e mi domando: le punizioni corporali o le sgridate possono migliorare la loro ipersensibilità e quindi annullare le aggressioni?

Io dico di No! Le punizioni inferte al cane, che siano esse fisiche o psicologiche, inducono in lui un ulteriore stato di disagio”.

Bisognerebbe tatuarsi queste parole. Punizioni e disagio, strettamente correlate. Insieme. Te le trovi in un rapporto a volte per sempre.

“Anche se si si può manifestare una momentanea regressione, per ulteriore paura, della fase reattiva di qualunque comportamento “aggressivo”, in realtà, è verosimile osservare come dopo alcuni mesi si manifesteranno comportamenti di aggressione da parte del cane in modo ancora più imprevedibile, addirittura constatando un peggioramento rispetto alle condizioni iniziali, prima delle punizioni inferte all’animale”.

Nell’ immediato quindi l’azione della violenza può anche sembrare d’aiuto: ma dove si anniderà tutto quel disagio? Come un virus presente ma latente, quali saranno i suoi effetti?

Vi sarà capitato di essere stati zittiti da qualcuno per interrompere una discussione: l’emozione si placava nel momento in cui vi chiedevano di tacere e reprimervi?

“Così, è capitato a molti proprietari, che tornando sconfortati e spaventati da chi aveva loro suggerito di essere i capo branco  dominando il cane, da questi vi sono sentiti rispondere di non essere stati abbastanza autoritari nell’inibire il cane a sufficienza”.

Certo, perché c’è sempre la possibilità di essere più violenti e vessatori, soprattutto quando precedentemente si è stati un po’..mollacchiosi; vuoi mettere due strattonate a paragone con una? E se non ne bastano due, si passa a tre, finché quel soggetto non si piegherà.

E cosa ci faremo poi con un soggetto piegato emotivamente?

In risposta a questa domanda  interviene  la scienza, con uno studio “Survey of the use and outcome of confrontational and non-confrontational training methods in client-owned dogs showing undesired behaviors” (Meghan E. Herron, Frances S. Shofer, Ilana R. Reisner. Applied Animal Behaviour Science, Volume 117, Issues 1-2, February 2009, Pages 47-54) in cui si rivela che il proprietario coercitivo può favorire l’aggressività del proprio cane.

Lo studio ha valutato gli effetti sul comportamento e i rischi per la sicurezza delle tecniche storicamente utilizzate dai proprietari di cani in presenza di problemi comportamentali.

A tutti i proprietari dei cani ricevuti presso un consultorio comportamentale nel corso di un anno è stato somministrato un questionario comportamentale riguardante gli interventi comportamentali precedentemente adottati.

Per ogni intervento applicato, al proprietario si chiedeva di indicare se si otteneva un effetto positivo, negativo o nullo sul comportamento del cane, e se si osservava un comportamento aggressivo in associazione al metodo utilizzato. Si chiedeva inoltre ai proprietari la fonte del consiglio comportamentale.

Risultavano completati 140 sondaggi. Le più comuni fonti dei consigli comportamentali erano “se stessi” e “l’addestratore”.  Numerose tecniche basate sul confronto come “colpire” o dare calci al cane per un comportamento indesiderato” (43%), “gridare contro il cane’’ (41%), ‘’forzare fisicamente l’animale a lasciare un oggetto dalla bocca’’ (39%), “alpha roll” (ruolo del cane alpha, dominante) (31%), ecc. inducevano una risposta aggressiva in almeno un quarto dei cani su cui erano utilizzati.

I cani visitati perché avevano manifestato aggressività verso una persona familiare avevano maggiore probabilità di rispondere in maniera aggressiva ad “alpha roll” e al “no” urlato, rispetto ai cani che avevano altri problemi comportamentali.

Le tecniche basate sul confronto adottate dai proprietari prima del consulto comportamentale, concludono gli autori, erano in molti casi associate a risposte di aggressività.

Siamo dei modelli per i nostri cani, e come tali siamo imitabili.

Una volta presa coscienza di ciò si può decidere quale stile di relazione adottare: autorevole- come un leader sa essere, o autoritario- come un capo.

Non meravigliamoci però se nel secondo caso c’è distanza emotiva e il cane non ci ascolta.

Può un proprietario punitivo incrementare l’aggressività del cane? La scienza si esprime was last modified: dicembre 16th, 2016 by L'Interessante
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Nessuna pena

scritto da L'Interessante
Nessuna pena was last modified: dicembre 16th, 2016 by L'Interessante
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In primo pianoSportVolley

Oscar dello sport Marcianise

scritto da L'Interessante

Oscar.

La città di Marcianise premia i suoi campioni.

L’amministrazione comunale di Marcianise, guidata dal sindaco Antonello Velardi, ha organizzato la prima edizione dell’ Oscar dello sport che si svolgerà sabato pomeriggio 17 dicembre 2016 alle ore 18 nella sala consiliare della casa comunale in piazza Umberto I

Per la prima volta, ufficialmente, la città di Marcianise premierà i suoi campioni consegnando loro un piccolo premio, che ha il valore del riconoscimento che la comunità marcianisana vuole tributare ai suoi figlioli che si sono fatti onore nello sport, conquistando titoli italiani, titoli mondiali, europei e medaglie olimpiche, cominciando proprio dal bronzo vinto alle olimpiadi di Los Angeles nel 1984 dall’attuale assessore allo sport Angelo Musone.

Sia in campo maschile che in quello femminile, sono molti gli atleti che si sono fatti strada in varie discipline, su tutte la parte del leone la svolge la boxe, non a caso Marcianise è la capitale italiana del pugilato, se non quella mondiale, visto quanto è ricco il palmares di vittorie dei pugili marcianisani.

A ricevere il premio dal sindaco Velardi e dagli assessori che compongono la giunta saranno i seguenti atleti, tecnici e società:

Clemente Russo – pugilato

Vincenzo Mangiacapre – pugilato

Antonio Negro – calcio

Angela Carini – pugilato

Simmaco Tartaglione -pallavolo

Fioravante Valentino – karate

Volley Marcianise  – pallavolo

Alessio Buonciro – pugilato

Nunzia Patti –  pugilato

Riccardo Valentino – pugilato

Paolo Di Lernia – pugilato

Domenico Mirko Valentino – pugilato

Vincenzo Arecchia – pugilato 

Pasquale Nasta – calcio a 5

Francesco Maietta – pugilato campione italiano 2016

Domenico Brillantino –  allenatore

Raffaele Munno – allenatore

 

Oscar dello sport Marcianise was last modified: dicembre 14th, 2016 by L'Interessante
14 dicembre 2016 0 commenti
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Ospedale
Dall'Italia e dal MondoIn primo piano

Ospedale di Caserta, attivato il “Centro per smettere di fumare”

scritto da L'Interessante

Ospedale di Caserta.

Ospedale di Caserta, attivato il “Centro per smettere di fumare”

È stato attivato il “Centro per smettere di fumare” presso l’Azienda Ospedaliera “Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta”, diretta dai commissari straordinari Cinzia Guercio, Michele Ametta e Leonardo Pace. L’iniziativa rientra nell’ambito di un incremento dei servizi di qualità offerti dall’Aorn alla cittadinanza.

L’équipe del Centro è composta dagli pneumologi Silvana Buonanno e Vincenzo Pezzella dello staff medico dell’Unità operativa di Pneumologia, diretta da Pasquale Salzillo, e dalle psicologhe Marianna Daria Devastato, Mariateresa Letizia, Imma Marra e Marina Scappaticci e dalla sociologa Valentina Raffaele dello staff tecnico del Servizio Prevenzione e Protezione dell’Azienda, medico responsabile Margherita Agresti. Quest’ultima, nell’ambito delle sue competenze di salvaguardia della salute e della sicurezza dei lavoratori, si occupa anche della loro tutela in qualità di fumatori passivi e della promozione degli stili di vita salutari come contributo al miglioramento del benessere personale e sul lavoro.

L’ambulatorio è attivo due giorni a settimana, il lunedì pomeriggio e il mercoledì mattina. È possibile accedere ai servizi del Centro attraverso la presentazione di due impegnative mediche: una per visita pneumologica con spirometria semplice e l’altra per colloquio psicologico. Il “Centro per smettere di fumare” è raggiungibile al numero 0823/232109.

Le problematiche legate al fumo sono ampie e complesse. Per comprenderne l’entità va detto che i fumatori in Italia sono 11,5 milioni, il 22% della popolazione. Gli uomini sono 6,9 milioni, il 27,3%, le donne 4,6 milioni, il 17,2%. Gli ex fumatori sono 7,1 milioni, rappresentando il 13,5% della popolazione, i non fumatori sono invece 33,8 milioni, il 64,4%.

Secondo le indagini Doxa condotte tra il 2002 e il 2016 il dato di quest’anno relativo ai fumatori si riporta sui valori registrati nel 2008. Si osserva inoltre un lieve incremento della prevalenza di fumatori di entrambi i sessi: gli uomini passano dal 25,1% del 2015 al 27,3% del 2016, le donne dal 16,9% del 2015 al 17,2% del 2016. L’analisi della prevalenza del fumo di sigarette tra gli uomini e le donne nelle varie classi di età mostra che la percentuale di fumatori è ancora superiore a quella delle fumatrici in tutte le fasce di età.

Ospedale di Caserta, attivato il “Centro per smettere di fumare” was last modified: dicembre 14th, 2016 by L'Interessante
14 dicembre 2016 0 commenti
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Shakespeare, Cervantes e i Rosacroce alla Biblioteca Comunale di Caserta
CulturaIn primo pianoLibri

Shakespeare, Cervantes e i Rosacroce alla Biblioteca Comunale di Caserta

scritto da L'Interessante

Shakespeare.

Shakespeare, Cervantes e i Rosacroce alla Biblioteca Comunale di Caserta

            Il 1616 è stato un anno molto particolare. Quattrocento anni fa scomparivano due personaggi cruciali per la cultura dell’occidente. Per caso concludono il loro percorso terreno nello stesso giorno, il 23 aprile, William Shakespeare e Miguel de Cervantes. L’occidente si ritrova improvvisamente più povero. Ma, come sempre accade, se il fato da una parte toglie, dall’altra concede. Infatti questo è anche l’anno in cui vengono pubblicate per la prima volta Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, testo oscuro e ad alto contenuto simbolico che rappresenta una delle tre opere fondamentali, e forse la più significativa, del movimento della Rosacroce, un leggendario ordine segreto risalente al secolo XV che ebbe miglior fama e notorietà solo dal XVII secolo.

            Per celebrare i quattrocento anni di queste tre particolari ricorrenze, l’associazione 11.11.11 organizza, venerdì prossimo, 16 dicembre, alle ore 17.00, presso la Biblioteca Comunale «Alfonso Ruggiero» di Caserta, il convegno Shakespeare, Cervantes e i Rosacroce per mettere in luce le relazioni, stimolare le suggestioni e evidenziare i significati simbolici che è possibile cogliere nei due autori e nelle Nozze chimiche.

            Al tavolo dei relatori saliranno Angelo Calabrese, Antonio Dentice D’Accadia e Corrado Santamaria, moderati da Giovanni Saladino. Gli interventi saranno intervallati da letture teatralizzate di brani di William Shakespeare di Giordano Bruno e di Umberto Eco, accompagnati da un sottofondo musicale.

Shakespeare, Cervantes e i Rosacroce alla Biblioteca Comunale di Caserta was last modified: dicembre 14th, 2016 by L'Interessante
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