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Autore

L'Interessante

Contadino
CulturaCuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Il cane del contadino

scritto da L'Interessante

Contadino

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati questa settimana avevo un po’ di dubbi su quale argomento affrontare: ancora razze? Le controversie tra i colleghi sulle tecniche migliori per l’educazione del cane? Il fatidico concetto di dominanza? Insomma, non riuscivo a decidermi. Poi stamane l’illuminazione.

Vi racconterò del cane del contadino.

Sì, stavo andando al campo, che è in una zona di campagna. Molti contadini lavorano ancora nell’ orario in cui arrivo io. Uno di loro era in pausa, lì col suo cane accanto. Alla vista della mia automobile il contadino ha preso in braccio il cagnetto, riponendolo a terra solo quando ero ormai distante e non più pericoloso. Il cagnetto allora lo ha guardato- si sono dati un segnale e insieme hanno iniziato a rincorrersi, sorridendosi di vero cuore.

Contadino, in pausa da un lavoro pesante, gioca con il suo cane, divertendosi- penso.

Quanta cura, quanta accortezza, quanta condivisione in quei tre minuti di interazione. Eppure il contadino era con la pesante zappa in mano poco prima. Il cagnetto ha aspettato il suo turno, in cui poter alleggerire il peso di quella zappa attraverso corse scodinzolanti. Evidentemente sapeva che il suo turno sarebbe arrivato.

Ho pensato a tutte quelle famiglie del “non ho tempo per il mio cane”.

Il tempo è una risorsa preziosa ed oggigiorno manca sempre più: ma non si è soliti recitare forse “Quando il perché è forte il come si trova sempre”? Certo, poiché è tutto un discorso di motivazione. Lo dice la parola stessa, ci vuole il motivo che ti spinge all’azione, cioè a fare qualcosa. E spesso questo motivo è legato all’importanza che si da all’altro. Alla capacità di lettura ed empatia verso l’altro. Ti capisco, ti accolgo, condividiamo. E vale, perché anche io sto meglio con te. Sarebbe più onesto portare a consapevolezza un “non ti voglio più”, o anche “ho sbagliato ad adottare un cane ora”. L’errore è umano, la non ammissione è invischiante. La perseveranza nell’errore diabolica.

A noi istruttori un’altra frase induce orticaria: “Se avessi una casa col giardino prenderei un cane”. Come se il cane fosse l’ottavo nano.

Vi assicuro che tutti i cani che vivono in giardino distanti dai loro proprietari trascorrono il loro tempo vicino alla porta d’ingresso, o curiosando su cosa si sta facendo in casa, o ancora provando ad attirare l’attenzione dei proprietari. E se tutto ciò non funziona, trovano spesso strategie auto appaganti, comportamenti come rincorrere le lucertole, abbaiare agli estranei oltre il cancello, leccarsi le zampe o manifestare stereotipie.

Perché non è lo spazio la risorsa principale da avere nella vita con un cane; è il tempo. E pure di qualità. Per le passeggiate, per l’educazione, per la socializzazione, per pulire le pipì del cucciolo e le marachelle fisiologiche, necessarie per la crescita serena del soggetto. Per la condivisione. Il tempo per dare e dire sì; perché per ogni No che diciamo al cane per via del nostro stile di vita, dovremmo pensare ad un Sì per il suo stile di vita.

Il tempo per divertirsi. Ma per divertirsi bisogna crearle le situazioni. E bisogna avere il tempo per crearle. Tempo e voglia. Così come quel contadino ha portato con sé il suo cagnetto e appena possibile si è dedicato piacevolmente a lui, anche noi umani di città dovremmo alzare la motivazione.

Sennò che relazione è?

Attenzione a non diventare coinquilini con il vostro cane.

Fortunato quel cane.

Ode a quel contadino.

Il cane del contadino was last modified: maggio 13th, 2017 by L'Interessante
13 maggio 2017 0 commenti
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Gianni
CinemaCulturaEventiIn primo piano

Recensione: “La Tenerezza” di Gianni Amelio

scritto da L'Interessante

Gianni

Di Christian Coduto

La Tenerezza (Italia, 2017)  *

Regia: Gianni Amelio (5/6)

Con: Renato Carpentieri (8), Elio Germano (6), Giovanna Mezzogiorno (6), Micaela Ramazzotti (6), Maria Nazionale (6/7), Greta Scacchi (5/6)

La trama del film di Gianni Amelio

Lorenzo è un uomo piuttosto anziano. Ha un importante trascorso da avvocato e un presente rivolto alla solitudine: ormai vedovo, ha infatti un rapporto di grande freddezza con Elena e Saverio, i suoi figli. Dopo essere uscito indenne da un infarto (con tanto di ricovero in ospedale e una conseguente evasione alla Harrison Ford ne “Il fuggitivo”), l’uomo decide di tornare a vivere nella sua bella magione, intrecciando sporadici rapporti con pochi esseri umani. A Lorenzo piace osservare le persone, cerca di capire tanto di loro, ma non è in grado di esternare le sue emozioni.

Una serie di coincidenze fortuite lo porta ad interagire con Fabio e Michela, i suoi nuovi vicini di casa, genitori di due figli decisamente irruenti e (leggermente) maleducati …

Lo dico subito: è davvero doloroso, in questa recensione, parlare male de “La tenerezza”, ma da un regista del calibro di Gianni Amelio, che ci ha regalato gioellini come “Il ladro di bambini”, “Porte aperte” (con uno straordinario Gian Maria Volonté) e “Lamerica” era lecito aspettarsi un po’, per non dire molto, di più.

Il film ha una serie di difetti assolutamente imperdonabili, che saltano immediatamente all’occhio: la sceneggiatura, in primis, è priva di ogni qualsivoglia tipo di pathos narrativo. Non si riesce mai a provare empatia nei confronti dei protagonisti della vicenda. E’ costruita (dallo stesso Amelio e Alberto Taraglio) su sequenze fini a se stesse. Non c’è sequenzialità. Si ha l’idea di una serie di riempitivi per portare il film alla lunghezza minima necessaria.

Lorenzo  e Fabio camminano. Tanto. Troppo. Che cosa stanno provando? Non è dato saperlo.

I dialoghi sono quanto di più limitativo ed irritante si possa immaginare: soggetto, predicato e complemento. Stop.

È pur vero che i personaggi principali della vicenda sono tutti disadattati, infelici, insoddisfatti, ma allo spettatore non arriva nulla, se non una successione infinita di attimi di freddezza.

Alcuni personaggi compaiono e scompaiono senza motivo: che fine fa Aurora, la mamma di Fabio, ad esempio?

Quale significato attribuire alla sequenza conclusiva (che, ovviamente, non rivelerò)? Possibile che i 103 minuti di proiezione avessero come unico scopo quel (ridicolo) finale?

Amelio, in una recente intervista, ha rivelato che il suo sogno era quello di ambientare un suo film a Napoli, una città che ama moltissimo. Scegliere le zone meno curate e in completo restauro (vedasi la sequenza ambientata nella Galleria Umberto I, sinceramente un po’ forzata tra le altre cose) non ha reso giustizia ad una delle città più belle del mondo.

Anche l’occhio meno esperto non avrà difficoltà a notare evidenti errori di montaggio.

E’ mia ferma opinione che il realizzare un’opera cinematografica non sia necessariamente un fatto obbligatorio. Se le idee mancano, è preferibile un dignitoso silenzio, soprattutto tenendo conto del passato importante del cineasta.

Altrettanto doloroso è, infine, constatare la deludente performance di un cast di tale caratura: Elio Germano, Micaela Ramazzotti, Giovanna Mezzogiorno e Greta Scacchi appaiono in difficoltà, danneggiati da dialoghi al limite del ridicolo e da una scarsa caratterizzazione dei personaggi che gli sono stati affidati.

Un applauso a Maria Nazionale che affronta, invece, in maniera spigliata e realistica il suo compito, regalando alla sua Rossana la giusta dose di veracità. Vincente l’intonazione, convincente la postura.

“La Tenerezza” è però, a tutti gli effetti, un film con Renato Carpentieri: l’attore recita con il corpo, la voce e gli occhi. I segni del tempo sul suo viso aggiungono espressività ad un solido professionista, troppo spesso sottovalutato.

Aspettiamo Gianni Amelio con un ritorno in grande stile dopo questa pellicola che speriamo sia un caso unico nella sua bella carriera.

Termino con una domanda: perché dare così tanto spazio, sulla locandina, alle figure di contorno di Germano, Mezzogiorno e Ramazzotti, quando il protagonista della vicenda è, al contrario, Lorenzo?

Meditate gente, meditate …

Recensione: “La Tenerezza” di Gianni Amelio was last modified: maggio 11th, 2017 by L'Interessante
11 maggio 2017 0 commenti
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Shiba
CulturaCuriositàIn primo piano

Il piccolo, ma non troppo Shiba Inu. Intervista ad Antonio Lombardo

scritto da L'Interessante

Shiba

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati il fascino che l’Oriente riveste sull’Occidente è spesso notevole, e anche nel mondo della cinofilia si avverte questa tendenza. E’ per questo che dopo i maestosi Akita inu abbiamo deciso di concentrarci sugli Shiba inu, e per farlo ci siamo affidati ad Antonio Lombardo, Educatore Cinofilo FICSS, ex allevatore di Akita Inu con affisso Enci, che da due anni e mezzo collabora con il più grande allevamento di razze giapponesi d’Europa, in provincia di Torino.

Partiamo dall’origine dello Shiba inu

Grazie mille per aver accettato l’intervista. Qual è l’origine di questa razza orientale? A volte saperne l’origine aiuta la conoscenza del comportamento da parte dei proprietari.

“Come avviene per tante razze, l’origine dello Shiba inu è alquanto vaga, ma ciò che sappiamo per certo è che si tratta di uno dei cani asiatici più antichi. E’ il più piccolo tra le sette razze native giapponesi, e veniva indicato come cane da caccia, a differenza del più grande e conosciuto cane giapponese, ovvero l’Akita inu, indicato altresì da caccia e lavoro. Il suo magnetismo risiede nel contrasto della sua essenza, selezione, ma scrupoloso mantenimento dei caratteri ancestrali. E’ un cane dall’aspetto essenziale e rustico, è un cacciatore formidabile, versatile e fatto per qualsiasi superficie e preda. Specialista nella caccia di piccole prede, veniva utilizzato dai cacciatori persino per irretire gli Orsi: inducendoli a sorreggersi sulle due zampe posteriori, il cuore della preda poteva così divenire facile bersaglio per le frecce dell’uomo”.

Spesso i futuri adottanti scelgono questo cane per la loro estetica e simpatia: ma cosa comporta vivere uno shiba nella realtà?

“Come già accennato i suoi scopi selettivi ci danno più che un’ idea sul suo comportamento. Molto dinamico e attivo, si lega molto ai propri referenti, ma ha anche una buona dose di socievolezza. Come tutti i cani nipponici, è estremamente silenzioso e particolarmente pulito. Stoico come pochi nel trattenere i propri bisogni già dalle prime settimane in casa, detesta sporcare i propri spazi. Apprezza i confort domestici, ma adora la natura: quello è il suo areale, dove i suoi occhi luccicano e si infiammano al contatto con la neve, il suo naso gocciola all’annusar del bosco. In libertà ha distanze medio-ampie, molto predatorio e autonomo nell’esplorazione, come tutti i cacciatori ama le tracce e godersi i sapori olfattivi”.

Quanto si discosta il comportamento di uno shiba da quello del cugino akita? Spesso si sente dire che uno shiba è un akita in miniatura: cosa ne pensa a riguardo?

“In verità si somigliano parecchio, ma non esteriormente: dal punto di vista morfologico sono tecnicamente molto differenti; infatti uno shiba che assomiglia ad un akita non è uno shiba in tipo. Internamente sono molto simili, poiché entrambi portano con sé tutto il prodotto della coevoluzione col popolo Giapponese. Discrezione, delicatezza, pulizia sono le peculiarità di queste due razze. E’ definito più nevrile, ma a me piace raccontarlo semplicemente come più vivace, più attivo e dinamico del cugino di grande taglia”.

Cosa può consigliare ai futuri adottanti che è necessario debbano sapere su questa razza?

“Uno shiba adulto è capace di farvi percorrere 50 metri in 30 minuti: se prima non ha terminato la sua zelante ispezione è impossibile proseguire. Scherzi – ma non troppo- e tecnicismi a parte, è un cane attivo, che dice la sua, che propone e sceglie. Tende ad essere incompatibile coi conspecifici di egual sesso ma può tranquillamente avere degli amici cani. Non è di certo un cane da area cani- ammesso che esista il cane da area cani-, è di piccola taglia ma non pensate che sia una fantastica reliquia giapponese da lasciare lì, sul divano, tutta da contemplare. Lo shiba, come tutti i cani da caccia, ama i caldi ripari, soprattutto dall’umidità, ma ha anche un bisogno di fare importante. Come detto, non disdegna la vita d’appartamento, ma ha bisogno di esperienze in natura che gli permettano di ritrovare il proprio equilibrio. Molto solare, è un compagno discreto per i bambini, festoso con chi ritiene amico, tende alla diffidenza verso cani ed umani, ma meno che l’akita, per questo va vivamente consigliata una buona conduzione alla maturità, attraverso una corretta esposizione sociale. E’ un cane molto forte e longevo, non ha patologie peculiari di forte incidenza, facile da pulire, ha mute due volte l’anno che sono più frequenti nei soggetti maggiormente esposti alle escursioni termiche”.

Piccolo, ma non troppo.

Orientale, ma con la simpatia di un partenopeo. La si scopre bene su Youtube, dove abbondano video molto esplicativi con protagonisti gli shiba.

Il piccolo, ma non troppo Shiba Inu. Intervista ad Antonio Lombardo was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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Emilio
CulturaCuriositàEventiIn primo piano

Emilio Porcaro: l’acchiappapensieri

scritto da L'Interessante

Emilio

Di Christian Coduto

A Napoli ci si ingegna. Si crea arte, si trasmettono emozioni, si dona calore in mille modi.

Le nuove generazioni sfruttano canali più recenti, ma sono in grado di riutilizzare anche vecchie forme di comunicazione, regalando loro nuova linfa vitale, reinventandole.

Oggi incontro Emilio Porcaro, un ragazzo giovanissimo. Egli è il fondatore di “Io penso che …”.

A lui piace esprimere impressioni attraverso la fotografia.

L’elemento caratteristico di questo lavoro è quello di donare alle persone fotografate, un foglio su cui ognuno può scrivere un pensiero, un concetto, uno stato d’animo. Lo stesso foglio diventa poi parte integrante (anzi, fondamentale) della foto che verrà scattata.

Ci diamo appuntamento al Nuovo Teatro Sanità, a Via San Vincenzo 1, dove c’è una mostra permanente di “Io penso che …”. Dopo un saluto a Mario Gelardi, il direttore artistico del teatro, mi soffermo a guardare gli shooting fotografici opera di Emilio e dei suoi collaboratori: immagini che straripano di vita, di gioia. Talvolta si evidenziano degli attimi di leggera malinconia (forse, per qualcosa che non è stato detto o fatto a tempo debito). Non sono scatti freddi: trasudano energia, si rimane incantati, sono vivi.

Emilio mi raggiunge poco dopo, con un sorriso contagioso. Sembra molto più piccolo dei suoi trenta anni (che sono già pochissimi, di per sé N.d.R.). Poi, quando inizia a parlare, rimango colpito dalla profondità delle sue parole.

Emilio Porcaro racconta il suo percorso artistico.

La prima domanda è d’obbligo: chi è Emilio Porcaro?

Allora (corruga le sopracciglia) … Emilio è un architetto di 31 anni che vive a Napoli. Ho vissuto a Londra per 5 mesi e a Firenze per un anno e mezzo. Solitamente, sfrutto il mio tempo libero per scattare fotografie.

Quando nasce la passione per la fotografia?

E’ nata quando ho iniziato l’università, intorno al 2006. All’inizio fotografavo paesaggi e tutto ciò che fosse relativo alle materie che stavo studiando (palazzi, strutture e via dicendo). Con la fotografia sono riuscito a comunicare. Intendo: La comunicazione verbale è bellissima, ma le fotografie mi permettono di sentire quel quid in più, proprio nel momento in cui scatto. Percepisco il luogo e le cose che mi circondano. Riesco così a catturare il tutto. E’ un discorso di empatia: se non riesci a cogliere ciò che gli ambienti e gli oggetti ti trasmettono, lo scatto risulterà freddo.

Sei il fondatore di “Io penso che …”, che è diventato un vero e proprio caso virale. Ti va di parlarcene?

Certo! Adesso parliamo di un vero e proprio collettivo: un foto progetto che è cresciuto nell’arco di soli due anni. Si è sviluppato in tutta Italia, grazie alla presenza di tanti fotografi che vanno da Palermo fino ad arrivare a Genova. E’ un progetto nato quasi come un gioco, durante il mio soggiorno a Firenze. Una sorta di controreazione alla fine della mia ultima storia. Non potevo credere che tutti gli esseri umani fossero portati a basare la propria vita sulla falsità, a non dire la verità. Avevo bisogno di capire se le persone fossero in grado di comunicare realmente. Siamo abituati a comunicare attraverso una patina  data dal digitale e poco de visu. Quindi, nel tempo, il target di “Io penso che …” ha assunto una forma più definita: quella della comunicazione sentita, reale.

Ha una sensibilità incredibile. Le sue parole hanno un peso. Glielo sta dando il ricordo di un dolore, un’esperienza che ha vissuto. Non c’è costruzione … solo tanta, tanta onestà. Si sta aprendo, mettendo a nudo di fronte ad una persona che non ha mai né visto né sentito prima. Ci vuole coraggio da vendere, gliene rendo davvero atto.

I protagonisti delle foto di “Io penso che …” sono attori di teatro, gente del mondo dello spettacolo, ma anche studenti, persone che girano per la città e così via. Come vengono scelti? Come affrontano il loro momento da “fotomodelli”?

Per me tutte le persone sono uguali, visto che il centro del progetto è il pensiero. Ho notato che, da tempo, si tende a dare troppa importanza alla notorietà, se uno è in grado di stare su uno schermo oppure no. “Io penso che …” permette alle persone di esprimere ciò che pensano, in maniera concreta. Senza fregarsene dei like che possono eventualmente ottenere. Si crea una sorta di rapporto di amicizia, un’empatia tra il fotografato e il fotografo.

Come scelgo le persone? Guarda, io osservo tanto. Deve colpirmi un viso, un particolare dell’abbigliamento, un atteggiamento.

La reazione delle persone coinvolte è quasi sempre positiva, anche se capita di incontrare qualcuno che non ama o non vuole essere fotografato. 

Non parlerei di fotomodelli. Prima di scattare la foto, cerco di far capire alle persone il vero significato del progetto, che la popolarità non c’entra nulla!

Le foto sono in bianco e nero, cosa che adoro perché il tutto aggiunge fascino al progetto. Gli altri colori sono “banditi”, se escludiamo qualche deliziosa comparsata di un blu, ad esempio, tra le imbracature di alcune acrobate o il rosso e il verde dei pensieri che vengono trascritti sui fogli. Perché questa scelta?

Sì c’è sempre un colore che varia, che è quello della scritta. La scelta è legata al fatto che l’occhio umano è attratto, in primis, da tutto ciò che è colorato. Poiché il progetto deve dare importanza ai pensieri, sono proprio le parole che devono risaltare, devono rimanere impresse. Tutto il resto rimane in bianco e nero perché passa in secondo piano. La foto, in effetti, può essere letta a tre livelli: la parte scritta, l’inquadramento della persona e, infine, il contesto, la location. Talvolta qualcuno mi dice “No, forse quello che voglio scrivere è banale, non è il caso”. Non sono d’accordo: se una cosa è sentita, se è reale, non sarà mai banale. Ovviamente, chi leggerà quella scritta, quel pensiero, potrà avere una reazione positiva o negativa. E questa è una dinamica che mi affascina molto.

Tanti i partner di questo progetto, tra i quali l’Assessorato alla cultura e Assessorato ai giovani del comune di Napoli …

Guarda, colgo l’occasione per ringraziare l’Assessore Alessandra Clemente, che ha creduto sin dal principio al mio progetto; mi ha dato spazio, lo ha pubblicizzato. Alessandra è una persona che ama chi ha voglia di fare.

Continuiamo a collaborare anche con il Teatro Bellini, il Nuovo Teatro Sanità, L’Ente Cassa Risparmio Firenze, il progetto “Siamo Solidali” sempre a Firenze … è un progetto no profit, mi preme ricordarlo. Quando c’è un’idea che viene vista e apprezzata, le persone sono ben liete di partecipare.

Le foto vengono “ritoccate” o lasciate tal quali?

Le foto non vengono mai ritoccate. Non ci sono modifiche dei tratti somatici delle persone. C’è il bianco e nero, ma la foto rimane quella. Sarebbe un’alterazione della realtà e non lo accetterei. Per me è necessario mostrare la realtà dei fatti.

Un fotografo deve essere in grado di cogliere l’attimo: quanto tempo richiede uno scatto? Sembra una domanda banale, vero?

Nel mio caso, tanto pochi minuti quanto una mezz’ora complessiva. E’ cambiato il mio modo di fotografare: all’inizio, le persone tenevano in mano il foglio con la scritta. Ora, invece, metto il cartello vicino alle persone, al fine di avere una composizione maggiore. Mi piace molto studiare le posture. A volte tendo a dare un’interpretazione di ciò che è stato scritto proprio in base al linguaggio del corpo. Spesso mi dicono che riesco a catturare l’attimo, l’emozione. E’ una cosa che mi gratifica, mi rende felice. Significa riuscire ad agguantare l’essenza del soggetto immortalato.

Architetto, fotografo e (inconsapevole) psicologo. Mica male eh?

Hai vissuto per un po’ a Londra. Cosa ti ha lasciato quel periodo in termini di comunicazione ed eterogeneità culturale?

Londra mi ha formato completamente. E’ una realtà così varia e variegata, ti dona tanti input, ti elasticizza la mente. Tutti dovrebbero vivere per un po’ al di fuori della propria realtà quotidiana. Non esiste il luogo perfetto. Siamo propensi a credere che il posto migliore sia quello in cui viviamo o siamo cresciuti, ma non è affatto così. Le realtà sono varie, ci sono tanti tipi di comunicazioni differenti. Si viene a contatto con molteplici culture; ciò ti permette di crescere.

Le mostre fotografiche dedicate a “Io penso che …” sono tantissime, tra Napoli, Torino e Firenze (alcune delle quali, permanenti!). E’ una realtà che interessa tante città italiane, oltre a quelle che ho citato prima, anche: Milano, Torino, Roma, Palermo e Genova. Un risultato impressionante. Quanto lavoro ha alle spalle?

Ci sono due mostre permanenti: una al teatro Bellini e un’altra al Nuovo Teatro Sanità. “Io penso che … “ funziona per un semplice motivo: il pensiero è ovunque, non è legato ad un singolo luogo. Non ho mai amato la territorialità, non mi sono mai sentito solo partenopeo, quanto piuttosto un cittadino italiano o, volendo enfatizzare, un cittadino del mondo (sorride). La territorialità fa sì che le cose vengano fatte esclusivamente “di pancia”. Sarebbe necessario invece ragionare con la mente, il cuore e la pancia. Solo così si crea un qualcosa che può essere usato e che non sia legato ad un contesto. Con questo foto progetto siamo stati a Londra, Madrid, Berlino e Monaco. Abbiamo studiato i pensieri degli italiani che vivono all’estero.

Il lavoro alle spalle è immenso. Un grazie va ovviamente ai ragazzi che lavorano con me. Sono tutti incredibili, soprattutto Guglielmo Verrienti e Mario Falco, che sono amici da una vita e mi danno una mano in maniera assidua.

A tal proposito: questo è il sito del nostro progetto: http://www.iopensoche.altervista.org/

Il pensiero n.499 vede come protagonista proprio te

Questa foto è stata scattata da Federica Cilento. “Io penso che … bisogna capire per cosa vale la pena attendere” che è poi il mio modus vivendi. E’ una frase ricorrente nella mia vita: spesso mi sono ritrovato a dover capire per cosa valesse la pena attendere. Il che, nel tempo, mi ha reso molto paziente. Prendo le cose a mano a mano, così come vengono. Cerco di concentrarmi su ciò che mi sono prefissato; non mi arrendo facilmente. Se hai la pazienza di coltivare le cose, ottieni i giusti frutti.

“Io penso che …” è sicuramente un gran bel lavoro di gruppo. Quali sono gli altri membri dello staff?

Marco Rinaldi (Palermo), Anna Rita Cattolico (Roma) Eleonora Litta (Firenze) Baldassare Tudisco (Torino), Jacopo Ardolino (Milano) e Roberto Palombo (Genova). Poi c’è la “squadra napoletana”, come la chiamo io: il fotografo Guglielmo Verrienti, il web master Mario Falco, la video maker Linda Russomanno e la fotografa e press office Federica Cilento. Come già dicevo prima, soprattutto Mario e Guglielmo sono dei collaboratori incredibili, oltre che amici fraterni.

Io mi occupo di cinema. La fotografia e il cinema hanno tanto in comune, essendo due meravigliose forme d’arte. Qual è il film della tua vita?

“The terminal” con Tom Hanks. In questo film lui interpreta un uomo che cerca di comunicare, di farsi comprendere, nonostante le difficoltà iniziali. Anche io sono così, in alcune occasioni. Per errore mio, forse, o per sensibilità differenti. Il problema spesso è proprio questo: la capacità di sentire. Non tutti ne sono in grado, ne hanno voglia. A volte è necessario trovare delle nuove chiavi di lettura per interagire con le persone. Con altri, invece, tutto è più spontaneo, immediato. Quando accade, è una cosa meravigliosa.

Cosa dobbiamo attenderci da Emilio Porcaro per questo 2017?

Spero tantissime cose. Il progetto “Io penso che …” proseguirà ancora a lungo; lo affronto con grande passione, con un gruppo davvero coeso e compatto. Mi auguro di fare ancora tante mostre e di far capire alle persone che è importante essere se stessi. Questa è l’unica chiave che permette di andare avanti. Non sono un Guru e non mi reputo tale, sia chiaro, però con questo progetto posso non solo donare, ma anche ricevere dagli altri. Un interscambio necessario per crescere, ascoltando storie sempre diverse.

 

Fatti una domanda e datti una risposta …

“Perché continui a fare tutto questo?” “Perché, nonostante tutto, ne vale davvero la pena!”

Prima di salutarci, Emilio mi chiede se può scattarmi una foto da inserire nel progetto. Accetto con entusiasmo e molto piacere. “Sai già cosa scrivere?” mi chiede. Ci penso un attimo, prendo in mano un pennarello di colore blu e completo la frase “Io penso che … cadere, farsi un po’ male e rialzarti (un po’) più forti di prima … sia l’essenza della vita!”

Ph. Daniela Affinito

Emilio Porcaro: l’acchiappapensieri was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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Davide
CinemaCulturaIn primo piano

Davide Montecchi: da grande voglio essere vivo

scritto da L'Interessante

Davide

Di Christian Coduto

Il thriller italiano ha parenti e radici illustri: Mario Bava, Lucio Fulci, Aldo Lado sono solo alcuni dei nomi di punta di un genere che, nel tempo, è stato ingiustamente bistrattato e messo in secondo piano. I nomi di Dario Argento, Ruggero Deodato, Lamberto Bava e Michele Soavi, amati nel nostro paese (e idolatrati all’estero) vengono associati alla violenza fine a se stessa. Come se quella ricerca sottile della paura, del creare angoscia, non fosse meritevole di rientrare nell’ambito della cinematografia che conta davvero. Anni ed anni di ridicola ed incomprensibile serie B. Non a caso, le ultime produzioni thriller/horror (Ivan Zuccon, Domitiano Cristopharo, Lorenzo Bianchini) sono tutte di natura indipendente. Vincono premi nel mondo, riempiono le sale, ma nessuno (tranne i siti specializzati) sembra interessarsene davvero. Oggi incontro Davide Montecchi, che ha esordito alla regia con “In a lonely place” un thriller psicologico indie, che ha qualità tecniche e artistiche di gran lunga superiori alla maggior parte dei prodotti preconfezionati che ci vengono propinati nelle sale da molto tempo a questa parte. Davide ha un sorriso smagliante. E a buon diritto: il film ha già vinto dei premi e si appresta a conquistare il mercato estero. Una storia complessa, articolata, recitata magnificamente da Luigi Busignani, che nel film è Thomas e da Lucrezia Frenquellucci, che interpreta Teresa.

Come spesso accade, anche Davide è completamente l’opposto di ciò che mi sarei aspettato, considerando il tema del film: vivace, ironico, allegro. E’ molto orgoglioso del suo film, nel corso dell’intervista lo ribadisce, ma sempre con un velo di umiltà.

Davide Montecchi parla di sé.

Chi è Davide Montecchi?

Domanda complessa. Rispondo con l’aforisma del pittore Balthus «Sono un pittore di cui non si sa nulla. Adesso potete guardare i miei quadri».

Quando è nato l’amore per il cinema? Quando hai capito che diventare un regista sarebbe stato il tuo scopo nella vita?

Ricordo che ero bambino e guardavo un qualche film di Dario Argento alla televisione, forse “Suspiria”. Mi colpì moltissimo e credo che la passione sia nata lì.

Ti sei laureato al DAMS con una tesi sul regista Peter Greenway. Cosa ti affascina maggiormente di questo cineasta?

Il suo essere radicalmente differente da chiunque altro.

Parliamo del tuo primo film, “In a lonely place”. Un thriller/drammatico. Ma, sostanzialmente, è un film sull’amore: disturbato, malato, folle, certo, ma sull’amore …

Sì, è esattamente questo il tema del film. Thomas è un romantico, un uomo che patisce un amore non corrisposto fatto di sofferenza e senso di abbandono. E in lui è forte la contraddizione tra amore e odio, tra venerazione fanatica e disprezzo verso Teresa, la donna che ama … o forse il disprezzo è riservato solo ad alcune delle sue parti interiori.

Thomas è in fondo una specie di Antonio Delfini, lo scrittore delle “Poesie alla fine del mondo” che scrisse versi bellissimi ma pieni di tristezza e rancore alla donna che amava “Quanta pena mi fai … quanto dolore …/Lo schifo il disprezzo che ho per te/… pur sempre amore …/si tramutò una sera a Montenero/ questa estate per il tuo pensiero/ in fervida preghiera. E mai fu così sincero.”

Hai realizzato diversi cortometraggi e vari videoclip musicali. Com’è stato il passaggio alla dimensione lungometraggio?

Naturale e più piacevole di quello che credevo. Ero abituato a fare praticamente tutto da solo. Avere persone valide e capaci con cui collaborare è stato splendido.

Partendo dal fatto che un film NON lo fa il budget, quanto è costato “In a lonely place”?

Pochissimo, ma solo perché tutti i componenti della troupe, per amore del progetto, hanno accettato di lavorare con retribuzioni simboliche. Ovviamente tutta la sceneggiatura è stata costruita per esaltare al massimo quello che avevo disponibile.

Nel film, l’intero peso è sulle spalle di due soli attori, Luigi Busignani e Lucrezia Frenquellucci. Scelta azzeccatissima: sono bravissimi! Come sei arrivato a loro?

Sono in realtà “arrivati in dono”: ci siamo conosciuti casualmente per altri progetti, e quando si è trattato di scegliere gli attori con cui lavorare mi sono sembrati la soluzione più naturale ed efficace. Forse anche la scrittura dei personaggi è stata in parte inconsciamente influenzata da loro.

Quanti sono stati i giorni di lavorazione sul set?

Circa 30 di riprese, e circa un anno tra montaggio e post produzione.

Nel film, i protagonisti non sono solo Thomas e Teresa. Anche la polvere depositata sui mobili dell’albergo fa la sua parte. A tal proposito: ci sono una fotografia e un gioco di luci straordinarie …

Merito di Fabrizio Pasqualetto, il direttore della fotografia e Marco Nanni, l’operatore di camera. Sono stati interlocutori di straordinaria tecnica e sensibilità, capaci di tradurre in realtà le mie idee astratte.

Del film hai curato non solo la regia, ma anche il soggetto, la sceneggiatura, il montaggio e ne sei produttore. Ora, rivedendolo, sei soddisfatto del risultato finale?

Il regista e il montatore sono molto soddisfatti. Il produttore, con cui parlo ogni giorno, è incazzato perché sta ancora aspettando di rientrare dell’investimento … mi dice che forse ho sbagliato a fare un film così diverso, difficile da capire, per pochi.

Ma sono fatti suoi. A me non interessa. Sì, ho fatto un film per pochi. “Per noi felici pochi”.

“In a lonely place” è un progetto indie al 100%. A tuo giudizio, quali sono i pregi e i difetti di un lavoro indipendente?

Libertà totale, isolamento totale.

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo libro letto, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Al cinema ho visto “Guerre Stellari”, il cd non ricordo, forse un cofanetto del Battisti ultimo periodo, quello con i testi di Pasquale Panella. Di libri ne comincio a leggere diversi al giorno ma ne finisco pochi. L’ultimo che ho iniziato è un profilo critico su Pietro da Rimini, il pittore del ‘300. A teatro ho visto il bellissimo “Sleep No more”.

Cosa dobbiamo attenderci da Davide Montecchi per questo 2017?

Ho scritto un secondo film. Ma sarà un progetto più grande e complesso, spero di trovare i fondi necessari al più presto.

Ed ora un omaggio a Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

“Cosa vuoi essere da grande?”  “Vivo.”

Che dire … segnatevi questo nome: entro pochi anni, ne sono certo, entrerà nel novero dei registi che contano nel nostro paese!

Davide Montecchi: da grande voglio essere vivo was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
6 maggio 2017 0 commenti
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Sergio
CinemaCulturaIn primo pianoTeatroTv

Sergio Del Prete: un ragazzo timido, rinato grazie alla recitazione.

scritto da L'Interessante

Sergio

Di Christian Coduto

Arriva nei pressi di Piazza Plebiscito in perfetto orario. Sorridente come sempre. Ha un atteggiamento amichevole che suscita immediatamente allegria. Mi saluta in maniera educata e cordiale.

Un caffè nel celebre “Gambrinus” ci sta tutto. Soprattutto oggi pomeriggio: Napoli con il sole è la fine del mondo. Sergio, da persona socievole e abituata ad essere in contatto con tante persone, scherza allegramente con i camerieri. Sembra quasi di casa.

L’intervista sarà veloce, ritmata. Eppure, senza affanni. Tende a coinvolgerti, ad abbracciarti con le parole. “E’ una parte di Napoli che conosco molto bene” mi dice “Ho lavorato anche nel Tunnel Borbonico, tempo fa. Un’esperienza molto bella, quella di Noi vivi, ambientata durante la seconda guerra mondiale”.

Sergio Del Prete ci parla del suo percorso artistico.

Chi è Sergio Del Prete?

Un trentenne, della provincia di Napoli, che ama il mare e il cibo.

Quando hai capito che la recitazione avrebbe avuto un ruolo così importante nella tua vita?

Nel momento in cui ho visto che stava diventando il modo migliore che avessi per comunicare: un adolescente timido e riservato aveva finalmente trovato un modo per farsi “accettare”.

Il connubio attore/timidezza è piuttosto frequente. Molti sono i personaggi del mondo dello spettacolo che hanno delle piccole remore, che tendono alla riservatezza. Per molti di quelli che ho conosciuto ed intervistato era un fatto tangibile, evidente. Ammetto, stavolta, di essermi sbagliato: il modo in cui è seduto, il suo modo di parlare, persino l’abbigliamento riflettono una sicurezza incredibile. Forse, cerca di darsi un tono per non lasciare trasparire quei piccoli limiti che, inevitabilmente, ogni essere umano possiede. Apparire “imperfetto” (virgolette d’obbligo) non lo aiuterebbe a superare di certo il suo essere introverso. Un leone con un cuore tenero? Definiamolo così.

Sei un attore che si è fatto le ossa sul palco, in realtà più piccole e in produzioni importantissime. La gavetta sembra essere un optional, soprattutto per i personaggi (o presunti tali) che provengono dalla televisione. Come affronti questo involgarimento che sta subendo il teatro?

Come per tanti attori napoletani, le mie prime ispirazioni sono nate dalla grandezza di Eduardo, la genialità di Totò e la delicatezza di Massimo Troisi. Personaggi che trasmettono involontariamente, come tutti i grandi, il senso del sacrificio, che non è sempre una parola che deve far paura. La gavetta prevede anche una base di curiosità nell’artista, nel volersi confrontare con diversi metodi. Purtroppo viviamo nell’epoca del “tutto e subito”, dei “fenomeni del momento”. L’involgarimento non lo subisce il teatro, ma il suo mercato e, purtroppo il pubblico. Il teatro è molto più grande di tutti noi. È un involgarimento che deriva dai produttori che sono sempre più interessati, giustamente o ingiustamente, solo ai numeri e non ai numeri uniti alla qualità. Da attore non disprezzerei certo ruoli televisivi, ma cercherei allo stesso momento di avere sempre di più quella curiosità del bambino/attore di teatro.

Hai lavorato, in diverse occasioni, con un artista del calibro di Ernesto Lama. Ultimo in ordine cronologico, il bellissimo progetto “Anonimo napoletano”. Quanto è importante la sintonia con il regista per la resa sul palco?

Ernesto Lama è un po’ un mio “padre artistico”. Artisti geniali come lui ce ne sono davvero pochi in giro. Da diversi anni lui conduce laboratori, trasmettendo il suo sapere teatrale che è infinito. È uno di quegli artisti che il teatro glielo vedi negli occhi, nelle mani, nelle rughe. Impari osservandolo attentamente, osservando le sue infinite sfumature. La sintonia con un regista è decisiva ai fini dello spettacolo. Il regista non deve fare altro che stimolare all’ennesima potenza l’attore e farlo sguazzare nella sua libertà all’interno di un contenitore. L’attore per natura è libero, non lo puoi ingabbiare, ma lo devi accompagnare per mano. Se vuoi davvero il massimo da un attore lo devi stimolare, affiancare, non ingabbiarlo.

Un’altra esperienza importante: “Signori in carrozza”, con Giovanni Esposito, ancora Ernesto Lama e Paolo Sassanelli, che ne cura la regia …

La mia prima tournèe. Un’esperienza fondamentale per la mia carriera. Sono arrivato a questo spettacolo grazie ad Ernesto Lama che mi ha proposto al regista Paolo Sassanelli, che mi ha scelto dopo aver sostenuto un provino. La fortuna di aver lavorato in questo spettacolo sta nel fatto di aver avuto la possibilità della ripetitività. Si ha l’opportunità di “provarti” come attore ogni sera, di calibrare con il pubblico i tuoi tempi, i tuoi sguardi, i tuoi movimenti. Poi, avere l’opportunità di stare in scena con Ernesto, Giovanni e Paolo, non capita tutti i giorni. Questa opportunità l’ho sfruttata come una grande scuola, osservando la grandezza, i dettagli, i particolari, le piccole abitudini e manie di questi tre grandi artisti. Giovanni Esposito è tra gli attuali attori più bravi d’Italia a mio parere, un attore intelligente, dal quale devi rubare la sua grande professionalità e precisione. Con Ernesto impari tanto mestiere, è uno di quegli attori che sa perfettamente cosa accade alle sue spalle, uno che conosce i centimetri del palco in cui si trova, a memoria. Paolo Sassanelli invece è un poeta, il suo metodo inizialmente sembra essere scoordinato, ma alla fine ti accorgi che la sua regia è un orologio di poesia, un grande uomo. Una sua frase che non dimenticherò mai è: “Uno spettacolo bello lo fanno in tanti. Noi dobbiamo cercare di fare uno spettacolo straordinario”.

Per il Napoli Teatro Festival Italia 2016 reciti ne “La tempesta”, accanto a Michele Placido

 

Un’esperienza emozionante per diversi motivi. Prima di tutto incontrare Placido: ero un po’ intimorito da lui a dire il vero. Quando incontro grandi uomini di teatro e dello spettacolo cerco di relazionarmi a loro sempre con grande rispetto e riserbo, ma lui è una persona semplicissima, che ha il sud negli occhi.

Ma un’emozione ancora più forte l’ho provata perché ho recitato uno dei testi più belli, secondo me, della storia del teatro: la traduzione della “tempesta” di Eduardo De Filippo. Un testo che leggi e mentre lo fai ti batte il cuore forte. Ho recitato la parte di Calibano, lo schiavo orco dell’isola. In quella occasione, ho scoperto che Placido aveva interpretato lo stesso ruolo ben 30 anni prima.

 

Quest’ultima frase me la dice con una punta di orgoglio e di immensa soddisfazione. Sempre, però, nell’ottica del bambino che si avvicina al mondo del teatro: con stupore, curiosità, tenerezza.

Sei apparso in tv in un piccolo ruolo in “Un posto al sole”, ma soprattutto in “Sotto copertura 2”. Quali differenze hai trovato, in termini di approccio al personaggio, dinamiche, tempistiche, rispetto alla realtà teatrale?

Sono due mondi differenti. L’attore è un atleta e il cinema, la televisione e il teatro sono semplicemente sport differenti. L’approccio al personaggio cambia non solo in base al contesto/sport, ma anche in base al ruolo. Ci sono ruoli per i quali lo studio inizia tempo prima perché devi entrare in dinamiche di vita che non ti appartengono e da attore devi avere la lucidità di entrare e uscire da questa ad ogni ciak battuto. Li è tutto molto più veloce, soprattutto in televisione. La mia vita è in teatro, dove c’è il tempo di capire cosa stai facendo, dove sei e in che modo puoi esprimerlo. Il pubblico è lì, non si scappa, se sbagli sei fregato, ma sei fregato soprattutto con te stesso. Se svolgi il tuo lavoro come Dio comanda il pubblico lo riconosce sempre.

Al cinema sei stato diretto da registi del calibro di Guido Lombardi, Mario Martone, Sidney Sibilia. Cosa provi quando (e se) ti rivedi sul grande schermo?

Rivedo subito i miei limiti e i miei errori, sono molto critico con me stesso. Sono uno stakanovista, mi stanco raramente e cerco sempre di fare meglio, e credo si possa riuscire solo riconoscendo i proprio limiti e i propri errori.

Ecco, appunto: l’autocritica. Nel corso dell’intervista, ciò che avevo intuito all’inizio appare molto più chiaro, evidente.

Partecipi a “Caserta dream palace”, un maestoso cortometraggio diretto da James McTeigue. Credi che, da un punto di vista registico, gli artisti stranieri seguano dei percorsi differenti rispetto ai nostri cineasti? Intendo: emozioni da trasmettere, uso della tecnica e dei mezzi tecnici a disposizione, montaggio, direzione degli attori …

L’impressione che ho avuto è che in questi grandi progetti, nulla è lasciato al caso e tutti sanno perfettamente cosa fare. Tecnicamente sono straordinari, in Italia c’è ancora un metodo artigianale, che a mio parere non è sempre sbagliato. C’è una grande differenza artistica, credo che l’Italia da un punto di vista “industriale” debba ancora lavorare tanto, ma ci sono dei grandi artisti che spesso vengono schiacciati da dinamiche che di artistico hanno ben poco.

Un’altra collaborazione importante è quella con il regista Roberto Solofria: insieme a lui interpreti e dirigi “Chiromantica Ode Telefonica Agli Abbandonati Amori”, che state portando in tournèe da molto tempo. Ti va di parlarcene?

“Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” è uno spettacolo che nasce perché io e Roberto Solofria, direttore del Teatro Civico14 di Caserta, che conosco da più di 10 anni, abbiamo sempre provato un amore forte per quegli autori coraggiosi che, negli anni ’80 a Napoli e in Italia, hanno dato una sterzata alla drammaturgia contemporanea e hanno dato vita ad un nuovo modo di fare teatro. Parlo di Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Giuseppe Patroni Griffi e Francesco Silvestri. Leggendo i testi di questi meravigliosi autori, non ci interessava però fare un semplice collage, ma unire i loro testi, come si unirono loro, collaborando, per le scene dell’epoca, inserendoli in un unico contesto che li rappresentasse. Leggendo i loro testi vennero fuori parole come: passione, amore, abbandono, telefono, gelosia, Napoli. Ci interessava unire questi testi a persone con una vita devastata, non considerata, ai margini della società, rinchiusi in quella gabbia che è metafora dell’impossibilità di andare verso quella libertà di amare, quella voglia di urlare il proprio abbandono. Ma a chi? Chi ascolta i due protagonisti? Chi ha il coraggio di liberarsi dai propri limiti? “Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori” é tra gli spettacoli più emozionanti e formativi che fino ad ora io abbia incontrato sul mio sentiero teatrale, perché racconta qualcosa che purtroppo, troppo spesso, si perde di vista: L’essenza. La sostanza. Raccontiamo quindi, la storia di due persone che denunciano il loro abbandono, la loro voglia di amare ed essere amati, con un velo di chiromanzia che magicamente contorna la dura verità del teatro. Cerco di non affezionarmi troppo ai miei lavori, personaggi, ma con “Chiromantica” è nata una storia d’amore, lo ammetto. È uno spettacolo che ho nell’anima, perché rispecchia esattamente la mia idea di teatro, la mia idea di vita, dice tutto di me, mi mette a nudo.

 

Teatro, cinema, tv, radio. Attore e regista. Quale pensi sia la collocazione più adatta a Sergio Del Prete?

La risposta può sembrare banale, ma sicuramente il teatro. È il mio modo di comunicare, è dove si ha la libertà. Viviamo in una società che ci costringe ad essere attori, a rispettare dei ruoli che non vogliamo, ma che siamo costretti a rispettare, in teatro invece c’è la libertà di esserlo. Nel privato infatti sono molto riservato, ho pochi amici fidatissimi, a teatro invece mi esprimo apertamente, riesco a fare quello che voglio, rispettando sempre le regole del gioco. Come dicevo prima, mi metto a nudo. Ah mi colloco anche benissimo in cucina, adoro cucinare quanto amo fare l’attore (scoppia a ridere).

Domanda multipla: ultimo film visto al cinema, ultimo cd acquistato, ultimo spettacolo teatrale al quale hai assistito.

Ultimo film, “la vendetta di un uomo tranquillo” di Raúl Arévalo e mi è piaciuto così così

Ultimo cd, l’ennesimo di Pino Daniele. Ho una passione maniacale per Pino Daniele e per la sua musica. Mi manca tanto.

Ultimo spettacolo, Play duet, con Tonino Taiuti e Lino Musella, meraviglioso spettacolo.

Cosa dobbiamo attenderci da Sergio Del Prete per questo 2017?

Spero spettacoli belli da far vedere, però appena lo so pure io te lo dico.

Termino con una domanda Marzulliana : fatti una domanda e datti una risposta

Cosa avresti fatto, se non avessi iniziato a fare l’attore? Non ho la più pallida idea, è l’unica cosa che riesco a fare. Forse il cuoco.

Un incontro interessante, il nostro. Un’anima da studiare, da conoscere meglio. Di sicuro, un uomo dalle grandi doti attoriali.

Sergio Del Prete: un ragazzo timido, rinato grazie alla recitazione. was last modified: maggio 6th, 2017 by L'Interessante
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CASERTA HA UN NUOVO PREFETTO: E’ RAFFAELE RUBERTO

scritto da L'Interessante

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Caserta: cambio a capo della prefettura. Raffaele Ruberto si insedia al posto dell’uscente Arturo De Felice  

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, ha nominato Raffaele Ruberto prefetto di Caserta, in sostituzione di Arturo De Felice, il quale, per il momento, sarà collocato in aspettativa.

A Reggio Emilia, città da dove proviene il nuovo prefetto, Raffaele Ruberto ha svolto un ottimo lavoro, sempre “in prima linea nella battaglia per la legalità”, così ricordato dal sindaco della città emiliana Vecchi.

Per questa sua attitudine, è stato chiamato in un territorio sempre più difficile e dove potrà, in maniera preponderante, mettere in risalto le proprie peculiarità a garanzia di quella giustizia sempre più calpestata, soprattutto nell’hinterland. Ci si augura, unque, che il prefetto Ruberto possa divenire un punto di riferimento nella lotta alle associazioni malavitose che gravitano nella provincia e che minano sempre più il territorio anche della città capoluogo, nonché nella gestione dell’arrivo dei migranti che, oramai, occupano in pianta stabile il litorale di Castelvolturno e fanno sempre più parte della comunità cittadina.

La speranza che il nuovo prefetto possa trovare in città un clima di fattiva collaborazione interistituzionale, condizione necessaria per il raggiungimento degli obiettivi e per permettere di risolvere le numerose problematiche del territorio sempre a fianco del cittadino.

Nominato il segretario generale del ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare

 Inoltre, il Consiglio dei ministri ha deliberato, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti, il conferimento dell’incarico di Segretario generale del Ministero al consigliere Antonio Caponetto, dirigente di prima fascia della Presidenza del Consiglio dei ministri.

caserta

il neo prefetto Raffaele Ruberto

CASERTA HA UN NUOVO PREFETTO: E’ RAFFAELE RUBERTO was last modified: maggio 5th, 2017 by L'Interessante
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CASERTA: TENNIS IN CITTA’ ANTIPASTO DELLA XXX EDIZIONE DEL TORNEO FEMMINILE

scritto da L'Interessante

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Caserta: manifestazioni per prepararsi alla XXX edizione del torneo internazionale femminile

Si è svolta nella mattinata di domenica mattina 30 aprile 2017 in piazza Vanvitelli a Caserta, la seconda delle manifestazioni che precedono la XXX edizione del torneo Internazionale Femminile “Città di Caserta”, “Power Gas Tennis Cup” prevista dal 20 al 28 maggio 2017 sui campi del circolo tennis di via Laviano.

Dopo la prima esperienza dello scorso 22 aprile all’Outlet La Reggia, i giovani atleti e lo staff del circolo casertano coordinati dal tecnico nazionale Benito Tricarico, dal maestro federale Antonio Bertamino e dagli allenatori istruttori federali Walter Nocerino, Antonio e Stefano Tricarico, sono stati nuovamente protagonisti.

Stavolta nel centro storico del capoluogo, in piazza Vanvitelli, su di un campo in miniatura in erba sintetica, allestito al centro della piazza, gli allievi della scuola d’addestramento di Caserta hanno coinvolto i bambini presenti, oltre un centinaio, dando loro la possibilità di partecipare ad una mini lezione introduttiva. Ai più interessati, sarà concessa una prova gratuita completa sui campi di via Laviano.

«Abbiamo scelto queste iniziative per far conoscere ai più piccoli il tennis – ha spiegato il maestro Benito Tricarico – e soprattutto per presentare a tutti la trentesima edizione del torneo internazionale femminile. Nel corso delle precedenti edizioni, hanno partecipato al torneo casertano giovani atlete che poi hanno fatto la storia del tennis mondiale. Pertanto invitiamo tutti gli sportivi ad assistere al torneo che si svolgerà sui campi del tennis club in via Laviano a Caserta. L’ingresso è gratuito”.

Presentazione del torneo il 13 maggio

Sarà il presidente del circolo tennis di Caserta, il notaio Fabio Provitera a presiedere la conferenza stampa di presentazione degli “internazionali” casertani, prevista alle 16 di sabato 13 maggio 2017 presso la sede del sodalizio in via Laviano 1 a Caserta.

Nel corso della conferenza sarà annunciata la pubblicazione di un almanacco riepilogativo delle edizione svoltesi dal 1982 al 2017, con tutti i tabelloni e le curiosità e la vera novità del trentennale: l’emissione di un annullo filatelico celebrativo della manifestazione per il primo giorno di gara previsto per il 20 maggio.

CASERTA: TENNIS IN CITTA’ ANTIPASTO DELLA XXX EDIZIONE DEL TORNEO FEMMINILE was last modified: maggio 1st, 2017 by L'Interessante
1 maggio 2017 0 commenti
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CuriositàDall'Italia e dal Mondo

A che relazione giochiamo?

scritto da L'Interessante

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati mi capita spesso di osservare sistemiche familiari dove il cane viene vissuto in maniera intensa, rivestendo il ruolo che più confà ai proprietari. Ed è proprio da lì che sovente nascono gli attriti tra questi due mondi: cane e umano. Dalla non presa di consapevolezza,  dall’ostinazione e dall’anteporre i bisogni dell’uomo a quelli del cane. Dimenticandosi che è tutto il sistema a dover essere appagato. 

Per affrontare l’argomento ho raggiunto Elena Vanin, collega  che vive in Lombardia, coi i suoi amici a quattro zampe, I Soci.

Cara Elena, grazie mille per aver accettato la nostra intervista.  Partiamo col dire quale forma di professionista incarna?

“La forma che preferisco è semplicemente educatrice cinofila, perché il mio obiettivo non è insegnare (imprimere un segno), né istruire (costruire qualcosa in qualcuno), né addestrare (rendere qualcuno abile nel fare qualche cosa), bensì educare (portare fuori ciò che uno ha dentro) nell’ambito dell’amore verso i cani (cino-filia).
Quello che cerco di fare è trasmettere conoscenze alle persone umane e creare esperienze per i cani, perché attraverso una relazione consapevole e costruttiva, migliori il benessere del cane, e conseguentemente dell’intero gruppo familiare.
La mia non è una ricerca di performance, bensì di armonia”.

Tipologie di relazione

Armonia, ciò a cui ogni professionista dovrebbe mirare nel lavoro di squadra cane- proprietario. Cosa ne pensa di quelle relazioni che comportano la chiusura dell’iniziativa del cane a vantaggio dell’essere “soldatino”?

“La domanda presumo sia retorica, e penso di avere già parzialmente risposto con la domanda precedente: se una persona venisse da me chiedendomi come fare per rendere il proprio cane obbediente sempre e comunque, lo manderei altrove (e dico “altrove” perché sto rispondendo a un’intervista!).
L’obbedienza, in senso stretto, non mi appartiene come concetto e non ho alcun desiderio di insegnarla a nessuno… è più vero il contrario. Penso che nel nostro mondo, sia umano che canino, sia molto più prioritario insegnare – o meglio, per restare sul pezzo con i termini – educare all’indipendenza, alla consapevolezza di sé e degli altri, all’empatia, alla libertà di pensiero.
Una cosa molto molto importante, è capire che chiedere a qualcuno (cane o umano) di fare qualche cosa per noi, NON è sinonimo di obbedienza.
Se chiedo a un amico una cortesia e gli spiego che per me è importante, è altamente probabile che questa persona, se è davvero un amico, farà ciò che gli chiedo, non certo per obbedienza, ma per generosità, gentilezza, amicizia.
Allo stesso modo, se chiedo a un cane, mio amico, mio convivente, mio compagno di vita, di fare qualche cosa per me, e questo non lo fa, ci sono due possibilità: o quello che gli ho chiesto era troppo per lui (troppo difficile, troppo assurdo, ecc.), oppure non ero nella posizione, relazionamene parlando, per potergli chiedere di fare qualche cosa per me.
In entrambi i casi, conviene che io mi faccia delle domande: posto che la richiesta sia stata compresa (e non è così scontato), c’è qualche cosa che non ho capito, per cui sono arrivata a richiedere a un amico qualcosa che non avrebbe potuto fare? O c’è qualche cosa nella nostra relazione per cui il cane non ha ritenuto che fosse una buona idea esaudire la mia richiesta?
Noi umani abbiamo la tendenza a voler “insegnare” al cane, e spesso pretendiamo che il cane si adatti a noi, ma noi, quanto ci adattiamo al cane? Quanto siamo disposti a metterci in gioco per capire un individuo che non è solo una persona diversa da noi, ma è addirittura di una specie differente dalla nostra, sebbene tanto abbia in comune con noi?”

Ritiene che il controllo sul cane faciliti lo sviluppo sereno della sua personalità e il convivere con gli umani?

“Dipende. Mi piacerebbe dire di no, ma sarei poco oggettiva.
Nella nostra società iper-antropizzata e iper-tutelante -e anche un filino cino-fobica-, dove gli spazi sono a malapena a misura di umano – a volte nemmeno quello- e certamente non di cane, e dove lo stato ha formulato delle leggi nel tentativo non sempre riuscito di tutelare gli interessi della maggioranza – maggioranza umana, si intende, non certo quella canina-, a volte è indispensabile gestire determinate situazioni, che se lasciate allo sbando  causerebbero pericoli di vario genere.
Premesso questo aspetto sociale della faccenda, per cui alcune regole di civile convivenza si rendono necessarie, a livello familiare io tenderei a limitare il più possibile il controllo attraverso comandi e imposizioni varie.
E’ possibile e secondo me molto auspicabile, all’interno di un gruppo sociale – famiglia in cui c’è comprensione e dialogo,  relazionarsi in modo fluido ed evitare di inquadrare la vita altrui in binari troppo rigidi, perché così facendo si rischia non solo di tarpare le ali a un individuo, impedendogli di esprimere il suo potenziale, ma anche di creare una dannosa compressione emotiva che può facilmente sfociare in problemi comportamentali che si ripercuotono sul benessere di tutti, umani inclusi”.

Spesso troviamo agli antipodi quei proprietari che vogliono che il loro cane resti sempre il piccolino da accudire, il bamboccione libero di esprimersi anche in maniera esagerata: a suo avviso, possono essere felici quei cani?

“Prenderò anche questa domanda un po’ più alla larga. Una delle maggiori cause di problemi comportamentali nei cani, esattamente come negli umani, è lo stress: sia lo stress acuto, che si sviluppa in una certa situazione e ci carica di una pressione tale da far vacillare il nostro equilibrio psichico, portandoci a scenate, crisi isteriche, aggressività, o altro; sia lo stress cronico, quello che si accumula giorno dopo giorno a causa di una vita che non rispecchia per niente le nostre esigenze, come accade, ad esempio, se  prendiamo una persona creativa ed estroversa, e la mettiamo a fare un lavoro isolato, monotono e alienante, per cinque giorni a settimana.
Lo stress cronico è insidioso e subdolo perché logora pian piano, si accumula ma spesso chi ne soffre non se ne rende conto, perché è abituato a considerare certe condizioni di vita la normalità, e non immagina nemmeno, nel concreto, che possa esserci per lui o lei qualche cosa di meglio.
Premesso questo, una vita priva di esperienze di crescita, della possibilità di confrontarsi con dei limiti imposti da regole sociali (purché sensate), priva dell’occasione di misurare se stessi e acquisire consapevolezza delle proprie capacità così come dei propri limiti, è una vita che lascia un individuo, biologicamente adulto, in una condizione di drammatica immaturità mentale ed emotiva.
Generalizzando un individuo emotivamente e mentalmente immaturo non ha gli strumenti psicologici per affrontare le situazioni della vita, a volte nemmeno le più banali, per cui ci ritroviamo con cani anagraficamente più che adulti, che perdono completamente lucidità nelle situazioni più banali, come incontrare altri cani, o accogliere un ospite in casa, o cose di questo genere.
 Oltre alle oggettive difficoltà che a volte creano queste situazioni agli umani, pensiamo alle tensioni che possono portare in famiglia, e di cui i cani risentono moltissimo. Pensiamo anche a quante volte un certo cane dovrà essere rinchiuso in una stanza perché arrivano ospiti, o lasciato a casa perché impossibile da gestire in certe situazioni sociali.
Non solo un cane “bamboccione” risente dello stress di non riuscire a gestire quotidianamente le proprie emozioni di fronte a esperienze che dovrebbero essere assolutamente normali, ma
ogni volta che c’è un conflitto nel gruppo familiare,  e ogni volta che per non creare una tensione o un conflitto, viene escluso dalle esperienze del gruppo stesso, si crea per il cane un dispiacere, che comporta un aumento del suo livello di stress. Non mi voglio mettere su un pulpito, perché io per prima mi rendo conto che a volte mi è molto difficile conciliare tutto, e mettere i miei cani nelle condizioni di fare le esperienze di cui avrebbero bisogno, ma al contempo tutelarli, e contemporaneamente tutelare anche le persone sconosciute che possiamo incontrare, ma ci tengo a dire che sono assolutamente convinta che far fare esperienze di crescita ai nostri cani, comprese quelle che possono insegnargli dei limiti sociali, non tramite il controllo, bensì tramite appunto l’esperienza vissuta, sia di importanza capitale per il benessere dei cani e di conseguenza delle famiglie in cui vivono.
Per far ciò, se non si ha idea di dove iniziare, meglio considerare l’aiuto di un professionista, che lavori insieme ai cani basandosi prima di tutto sul rispetto della loro etologia e delle loro caratteristiche individuali. Io stessa continuo a fare corsi di formazione e a frequentare colleghi più esperti, per aumentare le mie competenze e per avere una guida esterna che mi dia indicazioni sugli aspetti che, dall’interno della relazione con i miei cani, faccio fatica a vedere”.

A volte i proprietari ci raccontano di agire nell’interesse del cane: com’è possibile ottenere  delle dimensioni di relazione equilibrate senza proiettare molto dell’umano sulla specie cane?

“Mi viene da sorridere.  A questa domanda posso dare solo una risposta: imparando il più possibile sulla specie cane!
Tra cani e umani ci sono molte analogie, e sono le caratteristiche etologiche che hanno permesso alle nostre due specie di co-evolversi per decine di migliaia di anni, sempre insieme, collaborando per  affetto & profitto.
Siamo animali sociali, la cui unità sociale tipica è la famiglia, in senso ampio: genitori e figli, ma anche zii e zie, nipoti, nonni, ecc.
I branchi dei cani(di) sono composti nello stesso modo: quando c’è abbondanza di risorse, le famiglie possono essere numerose e raccogliere parenti di diversi gradi, che sono uniti da legami di collaborazione, ma anche affettivi, oltre che ovviamente di sangue.
Ci sono però differenze profonde nel nostro modo di comunicare, per le evidenti differenze morfologiche fra la specie umana e quella canina, e altre differenze nel modo in cui si esprimono i nostri istinti più atavici, che ci portano a volte a comportamenti che consideriamo incomprensibili, o imprevedibili.
Non c’è niente di imprevedibile, se ci prendiamo la briga di investire il nostro tempo, la nostra intelligenza e le nostre energie, per imparare a capire noi stessi come esseri Umani, e loro, nel loro essere Cani”. 
 

Armonia.  Investimento. Comprensione.

A che relazione giochiamo? was last modified: aprile 27th, 2017 by L'Interessante
27 aprile 2017 0 commenti
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Foto palco drama
CinemaCultura

Vincenzo Comunale: la profonda ironia di un ventenne

scritto da L'Interessante

Di Christian Coduto

In occasione dell’ultimo spettacolo della stagione del Drama Teatro Studio (Via Piave 195, Curti) di Rosario Copioso e Dario Pietrangioli, incontriamo oggi l’attore comico Vincenzo Comunale. “Sono confuso … ma ho le idee chiare” da lui scritto e interpretato, è una pochade ironica, ricca di battute pungenti, mai volgari. Sorprendentemente matura, nonostante la giovanissima età dell’autore. Si affrontano temi quali l’essenza della nascita e della vita, la difficoltà di trovare un lavoro, con un occhio alla politica che profuma di freschezza e originalità; un’analisi quasi filosofica. Si ride di gusto, ma si è protesi a ragionare, con un pizzico di amarezza. Il pubblico applaude ripetutamente. Al termine dello spettacolo, ci sediamo dietro le quinte e parliamo un po’.

Vincenzo è socievole, spiritoso, simpatico. “Beh è un comico, ci mancherebbe!” qualcuno potrebbe dire, ma non è così: tanti attori che hanno fatto della risata il loro punto di forza nel lavoro, nella vita privata sono decisamente malinconici. Lui preserva invece quella positività trascinante, contagiosa. E’ rilassato, molto soddisfatto dell’andamento della serata. Ascolta con attenzione ciò che gli viene detto. È una spugna: assorbe e ne fa tesoro. Ha un animo di una persona più adulta.

Vincenzo Comunale si racconta.

Chi è Vincenzo Comunale?

Un ragazzo di 21 anni, napoletano, uno studente universitario che si diletta a fare il comico! Un monologhista comico che cerca di trasformare la sua passione in un mestiere vero e proprio. Alcune esperienze importanti ci sono già state, sarà il tempo a decidere (sorride).

Il tuo mito è Massimo Troisi. Però hai una tua personalità ben definita. Quanto tempo c’è voluto per forgiare la tua vena artistica?

Credo che la personalità artistica sia la rivelazione del proprio talento. Ha dei tempi, è un continuo work in progress. Non puoi mai dire di essere arrivato. Il grande Totò diceva che i comici iniziano ad essere interessanti a 40 anni, io ne ho 21 figurati! (Ridiamo). Mi sto creando uno stile, scrivendo i testi dei miei spettacoli, nella postura, cercando di evitare la banalità e la volgarità. Allo stesso tempo, però, credo che nella costruzione di ogni identità sia necessario un punto di riferimento. Non amo solo Troisi, ma anche Vincenzo Salemme, Woody Allen, Jim Carrey, Enrico Brignano. Poi, ovviamente, svincolarci dai nostri modelli è la parte più difficile. Considera anche questo: fare il comico, a Napoli, è un po’ come fare il calciatore ed essere argentino … ti paragoneranno sempre a Maradona!

Che cosa fai nel tempo libero? Dove trovi l’ispirazione per ciò che racconti?

Un comico, a mio parere, è una sorta di medico: non è mai fuori servizio. Deve avere i recettori della risata sempre pronti a captare qualcosa, una ispirazione. E’ necessario un occhio vigile nei confronti della realtà, i nuovi linguaggi e così via. Solo così puoi portarli sul palco nella maniera più opportuna. In effetti, tra l’università e questo lavoro, non è che io abbia molto tempo libero, ma non disdegno le uscite con gli amici o un buon film.

Ci parli un po’ della tua esperienza a “Zelig”?

La realizzazione di un sogno! Sin da piccolo, mentre i miei amici sognavano di diventare calciatori, io volevo partecipare a questo programma televisivo, giuro! Ho sempre avuto le idee molto chiare, al riguardo. E’ stato bellissimo ritrovarmi accanto ad artisti che stimo; condividere il camerino con il Mago Forest e Ale & Franz per me è stata una grandissima emozione. L’ho considerato un punto di partenza, non di arrivo, ovviamente.

E’ un ragazzo pratico, ragiona su ciò che vuole fare e, solitamente, lo fa nel migliore dei modi. Parla di questa esperienza con orgoglio, gli occhi gli brillano, poi ritorna subito con i piedi per terra. Dice di essere una persona normale. Un termine che non deve essere frainteso: è normale il suo modo di vivere, senza vantarsi, senza divismi. E’ straordinaria invece la sua sensibilità.

Sei abituato a lavorare sia in teatri grandissimi, sia in realtà off come il “Drama” di stasera. In termini di empatia con il pubblico, quali differenze ci sono?

Contrariamente ad alcuni comici che, quando vedono una platea piena, hanno paura, io mi faccio forza, mi sento a mio agio. La risata si diffonde a macchia d’olio: è contagiosa. Gli spazi piccoli sono l’ideale per serate di laboratorio, per testare battute e pezzi. Come soddisfazione personale, un teatro enorme (a Zelig erano 2500 persone) è un’esperienza formativa. L’emozione c’è sempre, sia chiaro. Considera che la mia palestra è stata il Teatro Diana, un pubblico importante da 800 posti a sedere. L’empatia si può creare con 10, 100, 1000 spettatori. Un comico deve essere camaleontico e riuscire ad adattarsi alle varie situazioni.

La comicità non è mai fine a se stessa. Non si può fare ridere dall’inizio alla fine, senza un momento di riflessione. E’ necessario il retrogusto amaro, che i tuoi monologhi hanno senza ombra di dubbio …

 

Ti ringrazio per questa osservazione. E’ semplicemente un diverso modo di pensare. La mia filosofia comica, se possiamo definirla così, si basa proprio sulla meditazione. Credo che l’ironia sia uno strumento potentissimo per comunicare. Questo linguaggio va riempito di messaggi. Esiste anche una comicità fine a se stessa. Non la condivido, non la porterei sul palco, ma la rispetto.

Solitamente, quanto tempo impieghi per scrivere un monologo?

 

Dipende, non c’è una durata ben definita. Ci sono monologhi che hanno richiesto pochissimo tempo: l’ispirazione è stata folgorante, poi sono stati testati in scena e sono stati arricchiti. Altri pezzi, invece, hanno richiesto una gestazione decisamente più lunga.

Cosa dobbiamo attenderci da Vincenzo Comunale per questo 2017?

Questo non lo so nemmeno io! A parte la battuta, mi aspetto di continuare a fare quello che sto facendo: serate, live e così via. Lavorerò sia con il gruppo dello Zelig lab Salerno sia in proprio, con altri miei spettacoli da portare in giro nei locali e nei teatri.

 

Omaggio a Gigi Marzullo : fatti una domanda e datti una risposta

Uh, bella questa! Allora : qual è la domanda più difficile che potrebbero farmi? Questa! (ridacchia).

In bocca al lupo!

Vincenzo Comunale: la profonda ironia di un ventenne was last modified: aprile 27th, 2017 by L'Interessante
27 aprile 2017 0 commenti
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