In primo piano
L’album Double Fantasy: all’asta la copia che John Lennon firmò al suo assassino
Album
Di M.Rosaria Corsino
L’album di John Lennon autografato dallo stesso ex Beatle per Mark David Chapman, l’uomo che solo qualche ora dopo lo uccise a colpi di pistola davanti alla sua residenza di New York, e’ in vendita per 1,35 milioni di dollari (circa 1,27 milioni di euro). Double Fantasy, l’album del suo ritorno al lavoro, dopo il periodo dedicato a fare il papà per il suo secondo figlio Sean, e’ offerto dalla californiana Moments in Time (momentsintime.com), una casa d’aste specializzata tra l’altro nella vendita di manoscritti e documenti storici, autografi, fotografie firmate e oggetti appartenenti a personaggi famosi. Lennon, ricorda il sito di Moments in Time, firmò l’album su richiesta del suo assassino cinque ore prima che venne colpito a morte l’8 dicembre del 1980 sull’ingresso del Dakota, l’ormai celebre palazzo dell’Upper West Side di Manhattan dove l’artista viveva insieme a Yoko Ono. E quella copia di Double Fantasy, con le impronte digitali di Chapman, venne acquistata da un giardiniere che la trovò in un vaso di fiori davanti al cancello del Dakota. L’album divenne famoso anche grazie alle immagini, che allora fecero il giro del mondo, di John Lennon proprio mentre lo autografava per il suo assassino. L’anonimo fortunato possessore dell’album decise di venderlo 19 anni più tardi, nel 1999, ad un acquirente privato, sempre attraverso Moments in Time.
L’album prima della tempesta: quel tagico 8 Dicembre
Poche settimane dopo l’uscita del disco, la sera dell’8 dicembre 1980 alle 22.51, al termine di un pomeriggio trascorso al Record Plant Studio, mentre Lennon si accingeva a rincasare con la moglie e si trovava di fronte all’ingresso del Dakota Building (il lussuoso palazzo in cui risiedeva, sulla 72ª strada, nell’Upper West Side a New York), un venticinquenne di nome Mark Champman esplose contro di lui cinque colpi di pistola colpendolo quattro volte (il quinto colpo non andò a segno) mentre esclamava: «Hey, Mr. Lennon». Uno dei proiettili trapassò l’aorta e Lennon fece in tempo a fare ancora qualche passo mormorando «I was shot…» (mi hanno sparato), prima di cadere al suolo perdendo i sensi.
Soccorso da una pattuglia di polizia, Lennon perse conoscenza durante la corsa verso il Roosvelt Hospital, dove fu dichiarato morto alle 23.07.
canile
Di Luigi Sacchettino
Cari lettori interessati come sapete in questo periodo sono più spesso in canile per prestare la mia attività professionale ai volontari che si occupano di cani che non hanno ancora un proprietario. E questa settimana ho assistito a due adozioni. Dopo due ore di colloquio preadottivo un cucciolo e un cane adulto varcano il cancello del canile. Wow, che bello si può pensare. Se non fosse che sono rientrati tutti e due. A distanza di sei giorni. Sei. Centoquarantaquattro ore.
Nemmeno il tempo d’adattamento. Che tendenzialmente avviene nell’arco di un mese.
Quali possono essere i motivi di questa repentina rinuncia d’adozione?
I motivi addotti per la rinuncia sono diversi. Ma, a mio avviso, ho avuto modo di notare che possono avere un unico comune denominatore: tu cane, sei stato salvato da me umano, per cui devi comportarti come io voglio. Sono il tuo divino salvatore. Asseconda il mio ego. Asseconda le mie abitudini. Rinuncia al tuo adattamento. Plasmati rapidamente a me, più rapidamente che puoi. Chinati a me, mio amato schiavo. Ti darò il tempo che mi avanza dal resto della mia vita di famiglia, di lavoratore, di genitore o figlio. Non farò sacrifici per te, sei già fortunato che ti abbia scelto.
Mi dispiace, sarò categorico, ma credo che nessun adottante debba decidere di rivolgersi al canile per adottare un cane solo perché “così si fa una opera di bene”. No, sarebbe una scelta egocentrica e narcisistica. Matrice di un nobile buonismo.
Ricordo durante la liberazione dei cani di Green Hill: ancora prima di liberarli c’era già un numero di richieste di adozione che superava le disponibilità.
Vuoi mettere ad avere adottato un beagle da sperimentazione rispetto ad un cane X del canile X?
Certo che adottare in canile rappresenta un gesto nobile; ma per farlo bisogna mettere in conto PRIMA tutte le consapevolezze che comportano una vita convissuta con un cane, e POI quelle che riguardano un soggetto che è passato per il canile.
Un’adozione comporta il relazionarsi con un soggetto che- se cucciolo- è solo potenzialmente totipotente: il suo carattere infatti dipenderà dal prodotto della genetica e dell’ambiente, quest’ultimo inteso come esperienze, sistema famiglia, eventi favorevoli e sfavorevoli, e così via.
Immaginarsi un’adozione con un ospite del canile: presuppone necessariamente il prendersi in incarico quel soggetto con tutte le sue rappresentazioni, le sue idee, le sue esperienze, le sue difficoltà e diffidenze, le sue emozioni. Non sempre positive.
E se la scelta segue lo slancio del “ti adotto perché sfigato”, ci si dimentica dei talenti di quel soggetto. Delle potenzialità. Delle risorse cognitive e comportamentali che solo un cane che è passato per un’esperienza così traumatica come il canile può aver sviluppato. Avendola superata.
Perché quando sei da solo in un mare di difficoltà, o ti salvi o diventi pazzo. E di soggetti in stato di patologia comportamentale, al canile, nonostante tutto, ce ne sono pochi.
Anzi ci sono soggetti che, con la loro resilienza, sarebbero dei leader più calmi e risoluti di molti umani.
E allora mi viene da dare qualche dritta a questo umano salvatore: tu umano, che pensi di salvare una vita, recati in canile, con umiltà ed ascolto attivo.
Con occhio attento, guarda la potenza e i talenti. Non la taglia, il peso, il mantello.
Resta affascinato da cosa i volontari possono raccontarti di quel soggetto. Pensa a quanto potresti imparare della tua vita portando questa vita a casa. Con messa in discussione, con idea di cambiamento. Di contaminazione. Di relazione.
Se non sei disposto a mettere in conto un mese di adattamento solo al termine del quale inizierai a capire il vero carattere del tuo cane, se non sei disposto a mettere in conto i danni, i sacrifici, le notti insonni, la rinuncia delle proprie aspettative, l’ idea di dominanza e beatificazione, beh, forse è meglio che tu prenda un cane di terracotta. Non sporca, non è impegnativo, non da fastidio. Non necessita delle passeggiate. Non ha bisogno di te. Lo esibisci agli amici e te ne prendi tutti i meriti.
Lo plasmi ad immagine e somiglianza tua, e quando vuoi, lo metti in giardino. Insieme ai sette nani.
No, mi dispiace caro umano, non lo hai salvato quel cane; semmai hai pareggiato il debito di un altro umano per cui quel cane si trova in canile.
NAPOLI: SERGIO RAMOS DI TESTA INFRANGE IL SOGNO REAL. DOPO TRENT’ANNI STESSO EPILOGO
napoli
Napoli bello solo per un tempo come ieri così oggi. L’epilogo non cambia
30 settembre 1987, 8 marzo 2017. E’ sempre Napoli Real. Sono trascorsi trent’anni ma nulla è mutato. Plauso alla prestazione. Un tempo sopra le righe e Real messo alle corde. Per quel Napoli il sogno si infranse al 41′ del primo tempo per un goal di rapina di Butragueño. Per questo Napoli il sogno si infrange all’inizio del secondo tempo per due goal su palle inattive colpite di testa da Sergio Ramos. Ma l’epilogo è lo stesso. Azzurri fuori dalla massima competizione europea.
Emozioni e brividi. San Paolo vestito a festa con rattoppi e “lavate di faccia”. Urlo Champions da brividi
Coreografie in tutti i settori dello stadio San Paolo eccetto in tribuna. Emozioni, ricordi, brividi. La notte Champions fa rivivere quelle emozioni che fanno comprendere la napoletanità. L’urlo il corollario che ha esaltato e stupito i presenti e l’Europa calcistica intera. Quello che ha colpito è il restailing veloce ed inutile dello stadio con faretti in tutti i settori, logo champions league, schermo gigante sotto il settore ospiti e corridoio di accesso sul terreno di gioco sotto la tribuna Posillipo e non più sotto la curva “b”. Ci vorrebbe una gara europea a settimana per migliorare la fruibilità dell’impianto di Fuorigrotta.
Napoli che deve crescere sotto il profilo tecnico-tattico e della comunicazione
Un 3 a 1 che brucia. Subire goal nella situazione di pericolo più elementare e più nota. Sergio Ramos ha fatto vincere una champions al Real con i suoi goal di testa. Sarri ha studiato e neutralizzato tutte le mosse avversarie e non ha arginato quella più conosciuta. E per ben due volte!!!
Altro aspetto da sottolineare è il dopo partita. In conferenza stampa tutti i giornalisti spagnoli hanno posto l’accento e infierito con Zidane sul comportamento remissivo del Real Madrid nel primo tempo. A Sarri, invece, sono state poste domande sull’atmosfera festosa e sulla prestazione dei primi cinquanta minuti. Ogni commento è superfluo.
De Laurentiis farebbe meglio a stare zitto. Ogni volta pala a sproposito
Le polemiche del dopo Madrid sono sin troppo note, salvo correggere il tiro e precisare che destinataria del suo attacco era la squadra e non l’allenatore. Oggi, dopo l’attacco fuori luogo nei confronti del giornalista della Gazzetta Mimmo Malfitano, ha detto che il pubblico che gremisce gli spalti dovrebbe essere più intelligente. Il riferimento, ovviamente, era per i cori rivolti dalla curva A contro di lui. Il metro dell’intelligenza? La sua persona.
Attuasse una politica diversa, parlasse meno a sproposito e forse i tifosi potrebbero anche rivedere le proprie opinioni. Ma “sic stantibus rebus….. “.
Pubblico eccezionale e spagnoli meravigliati della sportività e dell’accoglienza
Applaudita la squadra per tutta la gara. In modo più intenso al fischio finale per ringraziare i giocatori, gli stessi accusati dal presidente. Gli spagnoli, giocatori e tifosi, ammaliati dalla sportività e dalla passione del pubblico napoletano. Squadra e dirigenti a rimarcare che a Napoli hanno ricevuto la migliore accoglienza posta in essere dalle squadre italiane di Champions league.
Quando si vuole si può. Capito signor presidente?
napoli
Napoli: piano antiguerriglia per la gara Real. Ma è solo una partita e la città non è predisposta per eventi del genere
Siamo alle solite. Piano antisommossa, avvisi alla popolazione – tifosi, schieramenti anti guerriglia. Ancora una volta la città chiude. Pioggia che già blocca da sola la città, traffico in tilt, permessi negli uffici pubblici, saracinesche delle attività commerciali che si abbasseranno alle 19,00. Piano traffico e chiusura delle strade limitrofe al quartiere Fuorigrotta. Il San Paolo un miraggio. Una conquista, un’impresa riuscire a salire i gradoni e riuscire a mirare il tappeto verde su cui veder stendere il “gonfalone” della champions. C’è il Real Madrid.
Non vedere la realtà, non fare nulla per modificarla equivale ad accettarla ed ad essere connivente con chi in questa approssimazione che fa rima con disorganizzazione, ci “sguazza” e ci gode, compreso “pubblica amministrazione e “società sportiva calcio Napoli”.
L’organizzazione madrilena ha fatto da contraltare all’approssimazione napoletana
La Champions è un abito che mal si adatta al” fisico” partenopeo. Le parole di De Laurentiis riguardo la costruzione di uno stadio – teatro di ventimila posti e quelle di De Magistris a garantire che lo stadio non traslocherà da Fuorigrotta, possono far presa solo su tifosi con occhi miopi se non addirittura ciechi.,
A Madrid, tre settimane orsono nella civiltà: cancelli dello stadio aperti alle 19. Entrata e deflusso veloce e Santiago Bernabeu semivuoto fino a 15 minuti prima del fischio di inizio. Misure di sicurezza nella norma.
A Napoli apertura cancelli alle 15,00. Per le 18 si prevede un San Paolo pieno per i due/terzi. Spiegamento di forze in assetto da guerra e numeri spropositati di agenti. Quello che conta è la qualità e non la quantità. Servizi pubblici al limite dell’utilizzo e zone nei pressi di Fuorigrotta off – limits.
Sconfitti prima di giocare: civiltà contro inciviltà. Il Real accolto da un bagno di folla inaspettato
Hotel a Palazzo Caracciolo. Allenamento al San Paolo. Una folla ad attendere i “blancos” che neanche a Madrid dopo la conquista dell’ennesima Champions. Questo l’aspetto che entusiasma e intenerisce. Ma che alimenta e sottolinea le discrepanze del sistema e le paure di non riuscire a supportare un avvenimento internazionale. Un migliaio di tifosi per un selfie, un autografo di CR7 e non solo: Sergio Ramos, Benzma, Modric e ..gli altri. I campioni del mondo del Real Madrid. La squadra più titolata, Al San Paolo per ammirarli dal vivo. Ma è solo un rito scaramantico. Per dimostrare che la partita ha un esito scontato. Ma nel cuore qull’esito è solo azzurrro.
Conferenza stampa tenuta da Sarri e Hamsik e silenzio non procrastinabile per non incorrere nelle penali
Come anticipato, il silenzio stampa non poteva essere procrastinato in Champions. Altrimenti il buon De Laurentiis avrebbe dovuto mettere mano alla tasca per pagare le penali previste dai contratti televisivi. Ed allora, quel silenzio, che senso ha avuto? E’ stata solo una presa di posizione inutile e strumentale.
Appuntamento con la storia alle 20,45
Non succede ma … se succede si scrivrebbe la storia della champions azzurra. La “remuntada” napoletana dopo il 3 a 1 del Santiago Bernabeu. Basterebbe (e ti pare poco) un 2 a 0. Vendetta trenta anni dopo. L’impresa è ardua, per non dire impossibile. Ma, come suol dirsi, il pallone è rotondo. Quella speranza, quella misera percentuale varrebbe i quarti di finale. Un traguardo mai raggiunto dalla società partenopea nella massima competizione continentale. Eppure la storia è iniziata nel 1926. Ed allora, con civiltà, godiamoci lo spettacolo senza se e senza ma. E senza dietrologia. C’è tempo per processi e polemiche.
Per una sera conta solo l’urlo champions che, come ha detto il capitano, si ascolterà fino a Torino. E non è per caso.
Libro
Dopo il grande successo dello scorso anno, torna Domenica 12 Marzo 2017 – presso l’Accademia Musicale Fortepiano di Anna Paola Zenari in Via A. Stellato, San Prisco (CE) – la rassegna “Un libro per tè” con la presentazione dell’opera prima dell’autrice Giulia Sangiuliano, (Ph)enomena.
La Rassegna Un Libro per tè
Dalla convinzione che l’arte sia un abbraccio di uguale intensità tra musica, teatro, letteratura ed espressione libera ed emozionante, nasce la rassegna “Un libro per tè”. Lontane dalle solite presentazioni, la rassegna si snoda tra attimi di musica, teatro, analisi profonda del testo e condivisione con il pubblico. Dall’idea di Anna Paola Zenari – musicista – il gruppo di lavoro di Un libro per tè è composto da Corrado Del Gaizo (attore), Carmine Covino (attore e musicista), Valentina Masetto (psicoterapeuta e scrittrice), Roberta Magliocca (giornalista). E dagli autori, ovviamente. Ad aprire questo secondo ciclo è (Ph)enomena, opera prima di Giulia Sangiuliano, con la quale passeremo una Domenica pomeriggio, riscaldati da una tazza di tè.
(Ph)enomena – Sinossi
Il dottor Clerk, primario di Neurologia in un ospedale nella periferia di Firenze, viene convocato d’urgenza per salvare la vita della ventenne Vittoria Coe, studentessa di chimica rinvenuta in stato comatoso in un tentativo di suicidio. Vani risultano essere gli sforzi del primario e della sua equipe medica per farle riprendere conoscenza. A infittire il mistero sono le analisi e i parametri vitali nella norma, che escludono una dopo l’altra le ipotesi che la scienza aveva posto in essere sino a quel momento. L’unica anomalia riscontrata è un’intensa attività cerebrale, elemento che lascia intendere al professore che la ragazza si trovi in uno stato di coma vigile e percepisca il mondo e le persone attorno a sé. Da quel giorno la vita di quell’uomo si stringe in una spirale ineluttabile di traviamento senza apparente via d’uscita.
Giulia Sangiuliano è nata a Napoli il 20 gennaio 1992. È laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche all’Università degli Studi di Napoli Federico II. È giornalista pubblicista e collabora per la testata online CinqueColonne Magazine. Studia Neuroscienze cognitive e riabilitazione psicologica presso l’Università La Sapienza – Roma. (Ph)enomena è il suo primo romanzo stampato per Eretica.
Ferzan
Di Christian Coduto
Rosso Istanbul (Turchia, Italia 2017) **
Regia: Ferzan Ozpetek (7)
Con: Halit Ergenç (6), Nejat Isler (6), Mehmet Günsür (6), Tuba Büyüküstün (6/7), Serra Yilmaz (5/6)
Orhan Sahin ha avuto, in passato, un grande successo come scrittore. In seguito ad un evento traumatico che ha coinvolto lui e la sua ex moglie, ha deciso di abbandonare la sua amata Istanbul per trasferirsi in Inghilterra.
Dopo diversi anni, ritorna in madrepatria per incontrare Deniz Soysal, un affermato regista che si appresta a realizzare il suo romanzo d’esordio, in cui affronta la sua vita, i suoi amori e i legami familiari.
Nel libro, grande importanza assumono le figure di Yusuf, un ragazzo (cocainomane) con il quale Soysal ha vissuto un’importante relazione sentimentale e della splendida Neval, la migliore amica del regista.
Quando Soysal scompare all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia, Orhan si mette alla ricerca dell’uomo. Il confine tra la finzione e la realtà non sembra essere più così netto …
Con “Rosso Istanbul” Ferzan Ozpetek, dopo il precedente “Allacciate le cinture” (meritevole di una degna rivalutazione), ritorna nel suo paese d’origine, sfruttando un cast di attori locali e raccontando una storia che profuma di nostalgia e di mistero.
Il film è ricco di simbolismi, la sceneggiatura si fonda su dialoghi spesso appena accennati, talvolta poco comprensibili.
Silenzi. Sguardi. Nuovi silenzi. Paesaggi. Lacrime sparse.
Dopo un quarto d’ora di proiezione, la noia è alle stelle. Al termine del film, il numero degli sbadigli è incalcolabile.
Sì, perché la pellicola è un gioco stilistico impeccabile, ma la storia è assente. Volutamente, certo, ma assente.
C’è un sottile filo che separa la poesia dalla presa in giro dello spettatore. Ozpetek ci circumnaviga intorno pericolosamente, con risultati che hanno il gusto della delusione.
Se, di impatto, può sembrare coraggioso il tentativo da parte del regista di provare ad allontanarsi dalle precedenti storie (variando del tutto location, situazioni e attori coinvolti), a ben vedere ci si accorge che nulla, in sostanza, è davvero cambiato:
le due zie di Yusuf, ad esempio, sono la copia perfetta di Carla Signoris e Elena Sofia Ricci in “Allacciate le cinture”; l’entrata in scena di Neval riporta subito alla mente Nicole Grimaudo in “Mine vaganti”. La stessa Yilmaz, attrice feticcio del regista, funge da trait d’union con il passato.
C’è, come sempre, il tema della morte.
E poi abbiamo il cibo: lunghe, immense, infinite tavolate, come nella migliore tradizione di Ozpetek.
I protagonisti mangiano sempre. Troppo.
Il dico e non dico, il non rendere chiaro gli eventi, ha un qualcosa di irritante.
Spiace perché Ozpetek è sicuramente un buon regista: sfrutta gli ambienti con intelligenza (un plauso anche al Direttore della fotografia, Gian Filippo Corticelli) e sceglie con attenzione i brani della colonna sonora.
Pecca, stavolta, nella direzione degli attori (suo noto punto di forza): svogliati e poco coinvolti in una storia che fa acqua da tutte le parti, con la sola Tuba Büyüküstün in grado di donare un certo fascino al personaggio di Neval.
Del tutto fuori luogo la scelta di fare doppiare Serra Yilmaz dalla stessa: la sua voce appare poco armonica e tendenzialmente sgradevole.
Un’occasione mancata. Auguriamo al regista di ritrovare al più presto l’ispirazione e l’originalità delle sue opere precedenti.
sciopero
A Napoli, così come in moltissime città di Italia e nel mondo, l’8 Marzo diventerà una giornata in cui sperimentare diverse pratiche e forme di blocco della produzione capitalistica e della riproduzione sociale. Attueremo nell’arco di un intera giornata forme di sciopero, pratiche di sospensione, di sovversione, di sottrazione e riappropriazione, e vivremo un 8 Marzo di lotta.
Una giornata di lotta globale, quindi, in cui tutte le forme di oppressione e subalternità ritroveranno il loro spazio di esistenza partendo dalla centralità del soggetto donna e femminista, reinventando le forme di sciopero, per opporci alle molteplici forme di violenza che assorbono le nostre vite nella loro totalità.
Per un giorno scioperiamo, sia dal lavoro pagato che da quello che siamo costrette a fare gratis. Ci riprenderemo le strade , con i nostri corpi, i nostri desideri e i nostri bisogni, attraversando la città tutt* insieme.
Al grido di “SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, ALLORA SCIOPERIAMO, l’8 Marzo ci fermiamo e interromperemo ogni attività produttiva e riproduttiva partiremo la mattina con momenti dislocati nella città e ci ritroveremo alle 17:00 a piazza Dante per partire tutt*in un corteo musicale; attraverseremo le strade della città di sera quando ci vorrebbero docili, impaurite ed isolate.
Il corteo sarà inoltre accompagnato da animazione per le/i bambine/i.
Oltre a scioperare nel tuo luogo di lavoro, per rendere visibile lo sciopero riproduttivo:
● durante tutta la giornata vestiti di nero e fucsia
● sciopera dai lavori di cura, dal lavoro domestico, da tutte quelle attività che ogni giorno ti senti costretta a fare in quanto donne o in base al ruolo di genere in cui ti senti costretta.
Ci sono molti modi per partecipare alla giornata dell’8 Marzo:
● puoi diffondere a lavoro i Volantini e i materiale con i motivi dello sciopero, scaricabili dal blog di Non Una di Meno
● puoi appendere alle finestre striscioni che sostengono lo sciopero
● puoi vestirti di nero e con una fascia o un accessorio fuxia, i colori scelti per rappresentare la protesta
● puoi spargere la voce sui social con gli hashtag #LOTTOMARZO #NONUNADIMENO #SIAMOMAREA
● puoi scendere in piazza riappropriandoti degli spazi pubblici con il tuo corpo insieme a tante altre donne ore 18.00 Piazza Dante partenza Corteo/Street Parade
Lo sciopero: tutti gli appuntamenti di Napoli
● ore 6.00: Blocchi dislocati in città e in periferia
● ore 12:00 Facoltà di Lettere e Filosofia, dell’Università degli studi di Napoli, Federico II, Via Porta di Massa, 1, 80133 Napoli.
Lettera alle/ai docenti “L’8 Marzo liberiamo la didattica dal maschilismo”. Link: https://www.facebook.com/notes/non-una-di-meno-napoli/l8-marzo-liberiamo-la-didattica-dal-maschilismo/1364257503635342
●ore 17:00 Piazza Dante
SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, NOI SCIOPERIAMO
Corteo/Street Parade
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Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada… per questo il prossimo 8 marzo sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi. Resteremo al sole delle piazze a goderci la primavera che arriva anche per noi a dispetto di chi ci uccide per “troppo amore”, di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà. Di chi scrive leggi sui nostri corpi; di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza. Di chi ci ricatta con le dimissioni in bianco perché abbiamo figli o forse li avremo; di chi ci offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni…
Dopo la grande manifestazione del 26 e l’assemblea partecipatissima del 27 novembre a Roma, e dopo l’ appuntamento nazionale, del 4 e il 5 febbraio che abbiamo animato a Bologna, ci attende un’altra sfida.
Le forme tradizionali del lavoro e della lotta si combineranno con la trasformazione del lavoro contemporaneo – precario, intermittente, frammentato – e con il lavoro domestico e di cura, invisibile e quotidiano, ancora appannaggio quasi esclusivo delle donne, ancora sottopagato e gratuito. Sarà uno sciopero dai ruoli imposti dal genere in cui mettere in crisi un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze.
A cento anni dall’8 marzo 1917, torneremo in strada in tutto il mondo, a protestare e a scioperare contro la guerra che ogni giorno subiamo sui nostri corpi: la violenza, fisica, psicologica, culturale, economica. Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo!
A COSA SERVE LO SCIOPERO:
Lo sciopero è in primo luogo una forma di lotta che si fonda sul blocco della produzione e sull’astensione dal lavoro con l’obiettivo di produrre un danno economico e di rendere tangibile il ruolo del lavoro nella produzione.
Mutuiamo lo sciopero come pratica fondamentale per segnalare la nostra sottrazione da una società violenta nei confronti delle donne: per questo lo sciopero sarà articolato sulle 24 ore e riguarderà ogni nostra attività, produttiva e riproduttiva, ogni ambito, pubblico o privato, in cui discriminazione, sfruttamento e violenza su ognuna di noi si riaffermano. Se delle nostre vite si può disporre (fino a provocarne la morte) perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi. Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo.
Uno sciopero per ribaltare i rapporti di forza, per mettere al centro le nostre rivendicazioni, la necessità di trasformare relazioni, rapporti sociali e narrazioni. In casa, a scuola, sui luoghi di lavoro, nelle istituzioni. Uno sciopero che ha nel piano femminista antiviolenza la sua piattaforma e il suo programma di lotta e di trasformazione scritto dal basso.
COME SCIOPERARE L’8 MARZO
Non esiste una sola forma di sciopero da sperimentare l’8 marzo. Esistono condizioni di lavoro e di vita molto diverse. Lo sciopero coinvolgerà lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, intermittenti, disoccupate, studentesse, casalinghe. Indipendentemente dal nostro profilo, siamo coinvolte in molteplici attività produttive e riproduttive che sfruttano le nostre capacità e ribadiscono la nostra subalternità.
Per praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive, elenchiamo solo alcune possibilità: l’astensione dal lavoro, lo sciopero bianco, lo sciopero del consumo, l’adesione simbolica, lo sciopero digitale, il picchetto…
Lo sciopero si rivolge principalmente alle donne, ma ha più forza se innesca un supporto mutualistico con gli altri lavoratori, le reti relazionali e sociali, chi assume come prioritaria questa lotta. Vogliamo trovare soluzioni condivise e collettive come è avvenuto in Polonia in cui molti uomini, mariti, compagni, padri, fidanzati, fratelli, nonni, amici, hanno svolto un lavoro di supplenza nello svolgimento di attività normalmente svolte dalle donne.
Le assemblee cittadine di Non Una di Meno e i tavoli di lavoro tematici, territoriali e nazionali, saranno il luogo privilegiato in cui costruire e immaginare le forme dello sciopero a partire dalle vertenze, dalle specificità del territorio e dalle reti attivate, attraverso iniziative pubbliche di confronto e di approfondimento in avvicinamento all’8 marzo. Sarà comunque utile immaginare strumenti che facilitino lo scambio di idee e proposte, la costruzione di immaginario, utilizzando il blog e campagne social.
L’obiettivo è andare oltre l’evocazione e il simbolico e praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive da parte del maggiore numero possibile di persone.
Abbiamo fatto appello ai sindacati per la convocazione di uno sciopero generale per l’8 marzo così da permettere la possibilità di adesione al più ampio numero di lavoratrici dipendenti e a chi gode del diritto di scioperare.
Se sei precaria e non ti è garantito il diritto di scioperare, puoi chiedere un permesso (per esempio per andare a donare il sangue) e astenerti dal lavorare. Per chi lavora in nero o in modo saltuario si possono organizzare iniziative di sostegno materiale e casse di mutuo soccorso.
Grande ruolo potranno avere i centri antiviolenza in quella giornata organizzando iniziative e rilanciando il piano femminista contro la violenza a partire dall’esperienza e le competenze di chi opera in questo settore.
La pratica del picchetto può essere utilizzata per un doppio scopo: bloccare gli accessi per bloccare la produzione; praticare presidi di denuncia contro persone, narrazioni e comportamenti violente, svilenti e dannose per le donne (reparti a alta densità di obiettori di coscienza, luoghi di lavoro, testate giornalistiche, …) sul modello dell’escrache argentino.
L’8 marzo quindi incrociamo le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva. Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.
Quaresima
Di Antonio Andolfi
La quaresima è il periodo liturgico di conversione e penitenza rituale che precede la Pasqua. Inizia con il mercoledì delle ceneri e si conclude dopo 40 giorni, il Giovedì santo.
In questo periodo i cristiani sono invitati a vivere la loro fede in modo più forte attraverso le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).
Concretamente i precetti da vivere in questi 40 giorni si sono limitati notevolmente negli anni. Oggi è prevista soltanto l’astensione dalle carni durante i venerdì di Quaresima (per ricordare la morte di Gesù) e il digiuno in due giorni particolari: il mercoledì delle ceneri e il Venerdì santo. Il digiuno consiste nel mangiare soltanto un pasto completo (senza carne), limitandosi a uno “spuntino” per gli altri due pasti.
Digiuno e niente carni durante la Quaresima.
L’astinenza, in particolare dalla carne, risale all’Antico Testamento e per alcune circostanze allo stesso mondo pagano, anche se ha avuto ampio sviluppo nel monachesimo cristiano. Una severa alimentazione e il controllo della gola combatteva le tentazioni e la concupiscenza della carne, favorendo l’ascesi e il dominio dello spirito sul corpo.
Se da un punto di vista scientifico il digiuno quaresimale può essere un toccasana per il corpo, da un punto di vista spirituale ha poco senso se non viene accompagnato dalla preghiera a Dio e dall’elemosina: i tre elementi insieme connotano la pratica penitenziale della Chiesa Cattolica.
Nel medioevo l’astensione dalla carne era accompagnata anche dall’astensione dalle carni: in quaresima era proibito avere rapporti sessuali (ovviamente all’interno del matrimonio). Il Decreto del canonista tedesco Burcardo di Worms, nell’XI secolo ammoniva:
“Con la tua sposa o con un’altra ti sei accoppiato da dietro, come fanno i cani? Devi fare penitenza per 10 giorni a pane e acqua.
Ti sei unito a tua moglie mentre aveva le mestruazioni? Farai penitenza per altri 10 giorni con pane e acqua. […]
Hai peccato con lei in giorno di Quaresima? Devi fare penitenza 40 giorni con pane e acqua o dare 26 soldi di elemosina; ma se ti è capitato quando eri ubriaco, farai penitenza per solo 20 giorni”
Quaresima. Il mercoledì delle ceneri
Come detto la Quaresima inzia con il mercoledì delle ceneri quando si compie il rito dell’imposizione delle ceneri: i sacerdoti impongono sulla fronte o sul capo dei fedeli un po’ di cenere, a simboleggiare la polvere che diventeremo, e anche come esortazione alla conversione. La formula che si recita è infatti: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure «Convertiti e credi al Vangelo».
A essere bruciate e ridotte in cenere sono le palme e i rami d’olivo benedetti in occasione della domenica delle Palme dell’anno precedente.
Perché la Quaresima dura 40 giorni
Perché ricorda i 40 giorni che Gesù trascorse nel deserto, episodio narrato dagli evangelisti. Calendario alla mano, però, la Quaresima dura 44 giorni, perché le domeniche (che sono 4 in questo periodo) non contano come Quaresima: il periodo di penitenza “si interrompe” nelle domeniche che ricordano il giorno della resurrezione di Gesù.
Questa differenza di 4 giorni non c’è nel rito ambriosiano – quello in vigore a Milano e Lombardia, per intenderci – dove infatti non c’è il mercoledì delle ceneri, il carnevale dura fino al sabato, la quaresima inizia di domenica e queste ultime sono a tutti gli effetti giorni di penitenza.
Il digiuno è importante per tutte le religioni monoteiste: i musulmani celebrano il mese di Ramadam e gli ebrei il Kippu.
campagna
Di Erica Caimi
“Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti”, diceva Primo Levi. Chissà se i nostri ragazzi partiti dall’Italia per combattere sul fronte russo nel 1941 si aspettavano che quel viaggio sarebbe stato per molti un lungo pellegrinaggio verso la propria condanna a morte. Questa storia ci coinvolge da vicino, anche se arriva da molto lontano, dalle sponde del medio Don, più precisamente.
Campagna italiana di Russia nell’inverno del 1941
Bisogna risalire al lontano ’41 quando Mussolini decide di inviare un Corpo di Spedizione Italiano da supporto ai tedeschi nell’Operazione Barbarossa, rinforzato da successivi folti contingenti che nel ’42 diedero vita all’Armir, l’Armata Italiana in Russia. A Rossoš’, sulle sponde del Don, tra il settembre del ’42 e il gennaio del ‘43, mentre i tedeschi ripiegavano su Stalingrado, i militari italiani organizzavano il Comando degli alpini in un edificio della città, un’usadba in origine, cioè una nobile dimora di campagna, che aveva ospitato Lev Tolstoj, in visita ai vecchi proprietari, fuggiti all’estero dopo la rivoluzione. Quando l’inverno, sfortunatamente particolarmente rigido quell’anno, fa sentire i primi colpi, gli ufficiali si rendono subito conto dell’inadeguatezza dell’equipaggiamento e gli alpini si vedono costretti a barattare cibo con i civili russi in cambio di vestiti e valenki (calzature russe invernali). Senza contare che con temperature che toccano picchi di quaranta gradi sotto zero, anche le armi e i camion non funzionano più. In queste condizioni, il 16 dicembre del 1942 l’armata rossa avanza senza troppe difficoltà e sbaraglia l’esercito italiano, poco attrezzato e stremato dal freddo. All’Amir viene dato ordine di ritirarsi. Non resta quindi che imboccare la lunga via del ritorno e alcuni battaglioni si dirigono disperatamente verso ovest, il sentiero più facile, perché più battuto e facilmente percorribile, ma il più pericoloso perché li espone al rischio di agguati, costringendoli al contrattacco in campo aperto. Molti nella fuga marciano senza armi, alcuni a piedi, altri a bordo di slitte di fortuna, ci si organizza alla meglio. La colonna umana di straccioni malnutriti e semicongelati è lunga più di 40 kilometri e si avanza con estrema lentezza e fatica perché bisogna camminare nella neve fresca che a tratti arriva fino alle spalle. Una pista che nei pressi di Nikolaevka, oggi Livenka, inforca uno stretto tunnel sotto la ferrovia. Qui, il 26 gennaio, al buio, un’imboscata sovietica li sorprende, mortai e mitragliatrici formano un solido sbarramento. La scelta è semplice: o si sfonda o si muore. Così i 40-50 mila uomini stremati da una camminata di oltre 150 kilometri e in minoranza numerica rispetto al nemico, improvvisano un tentativo di avanzata, combattendo quasi all’arma bianca. Miracolosamente, i battaglioni anche se decimati riescono a passare e ripiegare dietro le linee di difesa, «E’ stata la vittoria della disperazione, della rabbia, della voglia di tornare a casa. O si passava o si moriva», ha raccontato in un’intervista Guido Vettorazzo, uno dei pochi sopravvissuti. L’inverno coprì col suo manto di ghiaccio chi non riuscì a salvarsi, soffocando nel silenzio della neve quella tragedia umana e rimandando al disgelo i conti con la morte. Fu la primavera, infatti, a restituire i corpi delle vittime, disseminati sui luoghi delle battaglie e sulle vie del ritorno, che vennero seppelliti frettolosamente in fosse comuni.
Resti della campagna di Russia: il museo e la scuola italiana
A raccogliere i resti di esistenze falciate dalla guerra si occupò Alim Morozov, storico e scrittore, che durante gli anni della Seconda guerra mondiale, quando aveva appena dieci anni, divise la propria casa con alcuni militari italiani. Si appassiona a queste vicende storiche così tanto che alla fine degli anni ‘80 , con il crollo dell’Unione Sovietica, diventa un vero e proprio punto di riferimento per gli italiani in cerca di notizie su parenti, commilitoni e amici caduti o dispersi durante la Campagna italiana di Russia. Per la sua attività nel 1991 è stato insignito del premio Agordino d’Oro e dal ‘92 collabora stabilmente con i rappresentanti di Onorcaduti, l’organizzazione che tenta di identificare i cimiteri militari italiani e rimpatria le salme dei caduti. Alim più che alla storia militare in sé, della quale si conosce praticamente tutto, è interessato al risvolto umano della vicenda, perché sebbene le reciproche atrocità siano innegabili, russi e italiani hanno saputo scrivere pagine di rara umanità durante la seconda guerra mondiale, righe che raccontano di aiuti con cibo e acqua ai nostri miliari durante la ritirata e di russi nascosti negli stabili dell’Armir durante i rastrellamenti nazisti. La sua passione si è concretizzata nella costruzione tra il ’92 e il ’93 di un museo, il Museo del Medio Don a Rossoš’, le cui sale, allestiste all’interno dei locali ristrutturati dell’allora sede del Comando degli Alpini, raccolgono una mostra di cimeli italiani rinvenuti durante l’attività di studio e ricerca sul campo. La terra del Don per molti anni ha continuato a rigurgitare piastrine di rame ossidate, che nella migliore delle ipotesi rappresentano un brutto incubo di guerra, nella peggiore tutto ciò rimane di un essere umano. La guerra ha ridotto la vita di molti dispersi a una piastrina arrugginita, sulla quale i dati personali dei soldati stampigliati sulla superficie sono quasi o del tutto illeggibili, spazzati via dal tempo. Fin dal momento della sua fondazione, il museo, diretto da Morozov stesso, diventa un faro per le indagini storiche e la ricerca dei dispersi e caduti, si organizzano visite guidate per gli italiani, ma anche conferenze ed incontri per mantenere viva la memoria nella popolazione locale. Le sorprese che parlano italiano sul Don non sono finite. Perché nel 1993, per celebrare e ricordare il cinquantesimo anniversario della battaglia di Nikolaevka, all’interno della stesso edificio dove si trova anche il Museo viene inaugurato l’“Asilo del sorriso”, costruito dai volontari italiani dell’Associazione nazionale alpina (A.N.A.) su iniziativa dell’allora presidente e reduce Ferruccio Panazza. A scuola i bambini studiano italiano. Una targa all’ingresso ricorda ciò che è stato: “Ai bambini di Rossoš’ che non hanno conosciuto le sofferenze e la crudeltà della guerra, gli alpini d’Italia donano questo asilo a ricordo di quanti, sull’uno e sull’altro fronte, si sono immolati nella stagione del dovere e perché sorrida a tutti i popoli la stagione della libertà, dell’amicizia, della pace”. Così, dove finisce la morte, comincia la vita.










