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Categoria

Dall’Italia e dal Mondo

Gravidanza
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Gravidanza: le nuove tecnologie in medicina

scritto da L'Interessante

Gravidanza

Gravidanza

Di Antonio Andolfi

Come nasce la vita? Grazie alle più moderne tecniche diagnostiche, possiamo vedere e sentire il nascituro. Ecco il diario lungo nove mesi: dal concepimento alla trentottesima settimana di gestazione.

L’incontro e l’unione di due cellule specializzate, i gameti, l’uno derivante dall’uomo (lo spermatozoo) e l’altra della donna (la cellula uovo), dà origine alla vita. Gli spermatozoi, emessi con il liquido seminale, sono in quantità variabile da 40 a 120 milioni per cc. Con l’eiaculazione entrano nell’organo femminile, alla velocità di 2/3 millimetri al minuto e devono percorrere una distanza di circa 100/150 mm.

Cominciato con due cellule che si uniscono, questo sorprendente viaggio è una sorta di fabbrica di cellule. Da questa cellula se ne originano due, poi quattro e così via. Fino a 8, sono uguali e indifferenziate (si chiamano totipotenti, perché ognuna può originare qualsiasi altra cellula dell’organismo). Questo ammasso, inizialmente formato da poche cellule, in 9 mesi aumenterà di 200 miliardi di volte. Quattro giorni dopo la fertilizzazzione siamo solo a 16 cellule,  chiamate blastomeri, che ancora non sono impiantate nell’utero. Questo stato di suddivisione è chiamato morula. Al 14°giorno prende il nome di blastula, composta da 100-150 cellule.

A sei settimane l’embrione fluttua nel liquido amniotico che lo protegge. E’ attaccato alla placenta attraverso il cordone ombelicale: da qui riceve i nutrienti e l’ossigeno necessario per lo sviluppo, ma vengono anche eliminate sostanze come l’anidride carbonica e i rifiuti di metabolismo.

La placenta consente il passaggio delle molecole piccole ma non fa passare quelle più grandi come le ematiche, creando un’importante difesa. Nel caso per esempio che il bambino abbia una composizione sanguigna incompatibile  con quella della madre, potrebbe scattare una risposta immunitaria per espellere il “corpo estraneo”.

A questo stadio l’embrione misura tra i 13 e i 22 millimetri di lunghezza. Le dita dei piedi e delle mani iniziano a configurarsi e a separarsi.

Nell’ottava settimana di gestazione si sviluppano corpo e arti. In questa fase i muscoli contengono fibre nervose, il sistema neurologico ha cominciato a funzionare. La differenziazione delle cellule nei vari organi è molto più importante della crescita.

Aggrappato al cordone ombelicale, il feto cresce, 6 centimetri di lunghezza per una ventina di grammi, e comincia a muovere braccia e gambe nella placenta. Gli occhi sono formati, ma le palpebre rimangono serrate. All’interno del grembo materno il feto è circondato dal buio totale, anche se è probabilmente in grado di percepire variazioni di luminosità esterna. Alcuni esperimenti hanno rivelato infatti che indirizzando un fascio di luce intensa sull’addome della mamma, il feto si agita e le sue pulsazioni accelerano di 15 al minuto.

Tra la fine del primo trimestre e l’inizio del secondo il feto non sa sopravvivere autonomamente, ma possiede già sistemi e funzioni avanzate.I dentini si formano all’interno delle gengive, crescono le unghie, le costole e le vertebre iniziano il processo di ossificazione che consente alle cartilagini di diventare ossa. 

Un feto alla diciannovesima settimana di gestazione è coperto da una diffusa lanugine, destinata a scomparire prima del parto: resterà solo quella del cranio. In realtà, alla nascita alcuni bambini hanno più capelli di altri. Ciò è dovuto al fatto che durante il sesto mese di gestazione si sviluppano i follicoli piliferi.

Il viso nel feto si forma molto presto, già a 25 giorni dalla fecondazione, quando dall’embrione, che è poco più di un fagiolo, spuntano tre escrescenza, gli “archi branchiali”. Questi si fondono fino a formare fronte, faccia e gola. Solo dopo altre 6-7 settimane la faccia acquista l’aspetto umano. Il feto, alla ventesima settimana, è lungo circa 19 centimetri e pesa 500 grammi: siamo circa a metà del viaggio.

A partire dal sesto mese si registrano reazioni da parte del nascituro agli stimoli sonori che lo circondano: il flusso regolare del sangue materno, il ritmo costante del battito cardiaco e la voce della mamma. Ma non solo. Se dall’esterno provengono rumori troppo forti, il piccolo reagisce con un’accelerazione del battito del cuore e movimenti di gambe e braccia. Inoltre il feto è sensibile alla musica: si è scoperto che un brano di musica classica, come quello di Mozart e Vivaldi, lo tranquillizza.

Già al quarto mese il sesso del nascituro è evidente. A questo stadio della gestazione i movimenti del feto sono facilmente percepibili dalla madre. Inoltre il piccolo affina la tecnica che lo porterà alla nascita a succhiare il latte materno.

L’ecografia è una tecnica diagnostica basata sugli ultrasuoni usata per vedere l’interno del corpo umano e in questo caso, l’interno dell’utero. Negli ultimi anni si sta sviluppando l’ecografia bidimensionale, che consente di vedere l’interno come se fosse una sezione, e quella tridimensionale. Una visione straordinaria nel grembo materno la consente l’ecografia 4D che visualizza l’immagine tridimensionale in movimento e in tempo reale: si vede così il feto che muove le manine, succhia o gioca con il cordone ombelicale. Ai raggi X, la sagoma del feto è evidente dalla trentesima settimana, questa tecnica viene usata anche per i gemelli. I parti gemellari sono circa l’1% e i gemelli si distinguono in omozigoti (identici) e dizigotici (non identici).

A questo punto il bambino è pronto per la nascita. Un viaggio straordinario che, grazie alle nuove tecnologie, diventa ancora più magico, perché la nascita di un figlio è sempre magica.

Gravidanza: le nuove tecnologie in medicina was last modified: ottobre 6th, 2016 by L'Interessante
6 ottobre 2016 0 commenti
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Cervello
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Cervello del cane: elabora il linguaggio in modo simile al cervello umano. Il Dog Friendly: capitolo 22

scritto da L'Interessante

Cervello

Di Luigi Sacchettino

Ma parliamo parliamo e non ci capiamo?

A quanto pare no. Non vale con i cani.

E ce lo dice uno studio pubblicato su Scienze da  Andics e colleghi nell’agosto 2016 in cui gli scienziati hanno provato che il cervello canino elabora il linguaggio in modo simile al cervello umano

Attila Andics, etologo alla Eötvös Loránd University di Budapest,  ha iniziato a studiarli con l’obiettivo di capire come il cervello dei mammiferi possa processare il linguaggio.

 “La parte più difficile è stata far comprendere ai cani che dovevano rimanere assolutamente fermi. Quando hanno capito che intendevamo  assolutamente fermi, a quel punto siamo riusciti nell’impresa”, racconta Andics.

D’altronde è difficile anche per noi umani stare fermi in una sorta di cestello della lavatrice.

Nel 2014 Andics e colleghi sono riusciti a mostrare come il cervello di questi 13 cani rispondeva a varie vocalizzazioni sia di altri cani che di umani, come grugniti, abbai, gemiti e urla.

Lavorando con gli stessi 13 cani, Andics e colleghi hanno riprodotto le registrazioni dei padroni in quattro modalità diverse: una parola “premio” pronunciata con un tono di apprezzamento, una parola neutrale con tono neutrale, una parola di lode con tono neutrale e infine una parola neutrale in tono di lode.

Le immagini ottenute dalla risonanza hanno mostrato che l’emisfero sinistro del cervello dei cani rispondeva alla parola in sé, mentre quello destro rispondeva all’intonazione. Solo la lode unita al tono di apprezzamento riusciva però ad attivare il centro della ricompensa nel cervello dei cani.

Lo studio dimostra così che i cani capiscono le parole, le distinguono, sanno riconoscere anche le intonazioni con cui vengono pronunciate, in maniera molto simile a come l’uomo comprende la comunicazione umana. Vengono coinvolte le stesse regioni del cervello che l’uomo attiva quando usa il linguaggio: una capacità probabilmente acquisita nel corso della co-evoluzione, quando sono/siamo stati addomesticati.

Questo apre le porte a nuovi quesiti sulla comunicazione interspecifica uomo cane.

Sull’utilizzo della punizione come forma di linguaggio.

Sul cosa dire e come.

Sull’umano che simula un cane quando vuole comunicare con il suo cane.

Sul posto che i cani occupano in questo mondo, e che di diritto gli spetta.

Sulla loro capacità di leggerci. Di denudarci.

Di dimostrarci che non siamo forse i più sapiens.

Io, da tecnico, mi domando  se noi umani potremmo mai rendere il favore.

 

.

 

Cervello del cane: elabora il linguaggio in modo simile al cervello umano. Il Dog Friendly: capitolo 22 was last modified: ottobre 6th, 2016 by L'Interessante
6 ottobre 2016 0 commenti
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Scienza
CuriositàIn primo piano

Scienza: passi da gigante contro l’HIV

scritto da L'Interessante

Scienza

Di Maria Rosaria Corsino

Sembrerebbe che ci siamo quasi, che anche l’HIV stia per essere sconfitto.

Forse, in un’ipotesi molto remota. Mai cantar vittoria col male dormiente, col flagello degli ultimi secoli.

Alcuni risultati positivi però si sono avuti su un uomo di 44 anni curato con farmaci sperimentali, che riattivano il virus combinati con le normali terapie antiretrovirali.

Queste, nonostante riescano a tenere molto basso il livello del virus nel sangue, non riescono però a distruggere le cellule dormienti che sono responsabili del ritorno della malattia.

Ancora non si grida al miracolo, ma i medici affermano che questo è un enorme passo avanti, anche se i risultati definitivi non si avranno prima di cinque anni.

 

AIDS – Scienza: passi da gigante contro l’HIV

 

La sindrome da immunodeficienza acquisita è una malattia che rende difficile al corpo difendersi da infezioni esterne.

Trasmissibile attraverso fluidi corporei, sangue o aghi infetti è dal 1991 la sesta causa di morte negli Stati Uniti.

Ma anche in Italia i numeri sono molto alti: nel 2015 sono stati contati circa 140 mila sieropositivi.

L’Hiv non ha mai risparmiato nessuno ed è stato causa della morte di moltissimi personaggi celebri: da Freddie Mercury a Rudolf Nureyev a Michel Foucault.

Non esistono vaccini o cure definitive per sconfiggere il virus, l’arma più potente che si possa usare è la prevenzione.

E gli esperti si esprimono all’unanime: abbiate rapporti protetti.

La vostra vita ve ne sarà grata.

Scienza: passi da gigante contro l’HIV was last modified: ottobre 4th, 2016 by L'Interessante
4 ottobre 2016 0 commenti
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Napoli
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

A napoli tutto è possibile – IL VIDEO

scritto da L'Interessante

Napoli

Di Maria Rosaria Corsino

L’arte di arrangiarsi è sempre stato un must al Sud.

La fantasia e il coraggio di affrontare la vita in una città che è tutto tranne che facile, ha sempre contraddistinto il popolo napoletano.

Dallo sciuscià, al venditore di accendini, di calzini o di quant’altro, la necessità però non è mai cambiata: quella di “campare”.

Certo, da un lato ciò può far scappare una risata, una certa compassione verso chi la vita non può far altro che affrontarla di petto d’altro canto però certe situazioni possono diventare anche rischiose.

L’ultima trovata è stata quella di trasportare un frigorifero con uno scooter malconcio.

Il video, che impazza sul web, riprende una scena che per molti rappresenta la quotidianità mentre per altri è un vero e proprio colpo al cuore.

Insomma, diciamoci la verità: per chi cammina abitualmente per le strade di Napoli questo non è altro che un normalissimo modo di trasportare un elettrodomestico

Normale ai nostri occhi però.

Il video ha ricevuto davvero tantissimi commenti positivi ed incitativi e ciò ha fatto scattare un campanello d’allarme nei consiglieri regionali Francesco Emilio Borrelli e Gianni Simioli, i quali sostengono che certi comportamenti non vanno esaltati ma puniti e sanzionati.

A napoli tutto è possibile – IL VIDEO was last modified: ottobre 4th, 2016 by L'Interessante
4 ottobre 2016 0 commenti
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Scienza DNA
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo pianoNotizie fuori confine

Scienza: neonato dal DNA di tre persone

scritto da L'Interessante

Dna

Di Antonio Andolfi

A prima vista sembra una notizia di fantascienza, invece è realtà.

Il 6 Aprile 2016 è nato un bambino, figlio di una coppia giordana, il primo a incorporare il DNA di tre adulti, assemblato con una nuova tecnica che ha permesso al neonato di non ereditare dalla madre una grave malattia neurodegenerativa

La donna è portatrice sana della sindrome di Leigh, una patologia letale che colpisce il sistema nervoso in fase di sviluppo, e che aveva già causato diversi lutti nella famiglia.

La coppia si è così rivolta a John Zhang, primario del New Hope Fertility Centre di New York, il quale, per compiere la procedura, proibita negli Stati Uniti,  si è recato in Messico, dove non esistono leggi a riguardo.

La sindrome di Leigh è riconducibile a mutazioni in 75 geni: in gran parte dei casi, i geni difettosi si trovano nel DNA nucleare, all’interno del nucleo delle cellule, ma in un caso su 5 queste mutazioni sono a carico del DNA mitocondriale. I mitocondri sono le “centrali energetiche” delle cellule e hanno un corredo di 37 geni che ereditiamo direttamente dalla madre.

Per evatare che il feto ereditasse la malattia, Zhang e i suoi colleghi, sono ricorsi ad una variante della “fecondazione in vitro con tre genitori”.

Nel Regno Unito è stata recentemente approvata una tecnica che prevede che sia la cellula uovo della madre, sia quella di una donatrice siano fecondate con gli spermatozoi del padre. Prima che gli ovuli fertilizzati incomincino la divisione cellulare, i nuclei di entrambi vengono rimossi, quello della donatrice viene scartato e sostituito con quello della madre.

Ma questa procedura implica la distruzione di embrioni che per la coppia, di fede musulmana, comportava limiti etici. Così Zhang ha scelto un approccio diverso.  Ha rimosso il nucleo da uno degli ovuli della madre e l’ha inserito nella cellula uovo di una donatrice, a sua volta privata del nucleo.  La cellula ottenuta, con il DNA della madre e quello mitocondriale della donatrice, è stata fecondata dagli spermatozoi paterni.

Solo uno dei 5 embrioni creati si è sviluppato normalmente e ha dato esito ad una gravidanza “finita” bene.  Solo l’1% del DNA mitocondriale del bambino sembra aver ereditato le mutazioni responsabili della malattia, troppo poco perché questa possa esprimersi. La tecnica potrebbe permettere a genitori portatori sani di importanti patologie di avere figli sani, ma comporta anche limiti etici: primo tra tutti, quello di generare un figlio con il corredo cromosomico di 3 genitori.

Negli anni ’90, quando la tecnica dei “tre genitori” fu testata per la prima volta, ci furono casi di bambini che svilupparono disordini genetici, e la procedura fu abolita.  In quelle circostanze però, il DNA mitocondriale della donatrice era stato iniettato nella cellula uovo della madre, e sembra che i problemi derivassero dalla presenza di due DNA mitocondriali. Il fatto che il piccolo sia maschio dovrebbe assicurare che il DNA mitocondriale della donatrice non venga trasmesso ad eventuali eredi.

Una tecnica rivoluzionaria, grazie alle nuove tecnologie di montaggio del DNA che porterà a nuovi problemi etici. Staremo a vedere cosa succederà in futuro.

Scienza: neonato dal DNA di tre persone was last modified: ottobre 3rd, 2016 by L'Interessante
3 ottobre 2016 0 commenti
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Napoli Sotterranea
Dall'Italia e dal MondoIn primo pianoViaggi Interessanti

Napoli Sotteranea e le sue meraviglie

scritto da L'Interessante

Napoli Sotterranea

Di Antonio Andolfi

Esiste una Napoli parallela alla città che noi conosciamo, fatta di cunicoli, gallerie, acquedotti e cisterne. E’ la Napoli sotterranea

Il sottosuolo della città racconta una storia lunghissima, che va dal III secolo a. C. ai giorni nostri.

I Greci aprirono le prime cave sotterranee per ricavare i blocchi di tufo necessari alla costruzione della loro Neapolis, e scavarono una serie di ipogei funerari. Attraverso una serie di corde si calavano in questi ambienti sotterranei e utilizzando semplici strumenti, staccavano dalle pareti grandi blocchi di tufo. Successivamente i Romani, crearono una vasta rete di acquedotti proveniente dalle sorgenti del Serino, a 70 Km di distanza dal centro di Napoli. Larghi quel poco che permetteva il passaggio di un uomo, i cunicoli dell’acquedotto si diramano in tutte le direzioni, con lo scopo di alimentare fontane ed abitazioni situate in diverse aree della città. Sulle pareti, si notano ancora tracce dell’intonaco, utilizzato dagli ingegneri dell’antichità per rendere le gallerie impermeabili. Agli inizi del XVI secolo il vecchio acquedotto non riuscviva più a soddisfare il bisogno d’acqua della città che intanto si era estesa, fu così che un facoltoso nobile napoletano, un certo Cesare Carmignano, costruì un nuovo acquedotto. Era formato da una serie di grandi cisterne che contenevano l’acqua, e da cunicoli stretti. Ogni abitazione poteva attingere acqua dalla cisterna tramite un pozzo, al quale aveva acesso il “pozzaro”, era un uomo agile e magro, che si muoveva con destrezza in questi antri, camminando lungo stretti cunicoli e arrampicandosi su per i pozzi grazie a dei fori praticati a distanza. Aveva il compito di pulire la cisterna dalle impurità, attraverso una sorta di lungo rastrello, simile a quello impiegato per le moderne piscine. Questo personaggio aveva libero accesso a tutte le case mediante i pozzi e ha dato origine ad aneddoti e leggende ancora vive nell’immaginario napoletano, come quella del “monaciello”. Spirito benevolo o maligno che si occupava più della padrona di casa che della rete idrica, ed usavano le vie sotterranee che conoscevano bene, per sparire o apparire, sotto il mantello da lavoro che, nella penombra, somigliava ad un saio di monaco.

Agli inizi del XX secolo questi ambienti furono utilizzati come rifugi antiaereri per proteggersi dai bombardamenti che colpirono la città nella Seconda guerra mondiale. Le cavità furono illuminate e sistemate per accogliere decine e decine di persone che al suono della sirena si affrettavano a scendere per le scale che scendevano in profondità.

Si possono ancora vedere resti di arredi, graffiti e vari oggetti, che testimoniano ancora oggi la grande paura dei bombardamenti e i numerosi periodi della giornata vissuti nei rifugi, a oltre 40 metri di profondità. C’è poi la ricostruzione di un carro armato, ci sono giochi, e persino delle bombe, opportunamente disinnescate, che scendono dal soffitto. Sembra quasi sentire il rumore delle bombe, le grida delle persone, la sirena che suonava di continuo. Tutto questo finì durante le cosiddette quattro giornate di Napoli, dal 27 al 30 Settembre 1943,  durante le quali tanti bambini armati, chiamati “scugnizzi” riuscirono a liberare la città di Napoli dall’occupazione delle forze armate tedesche. Il 1 Ottobre 1943, quando le Forze Alleate entrarono a Napoli, videro una città che si era liberata da sola,  grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati dallo stremo per la guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere contro l’occupazione tedesca. 

Gli speleologi continuano a studiare ed ispezionare le cavità e i cunicoli che raffiorano in occasione di sprofondamenti o crolli e fare una sorta di censimento delle cavità sotterranee.

Insomma il sottosuolo di Napoli conserva tante sorprese, e chissà quanto ancora c’è da scoprire.

Napoli Sotteranea e le sue meraviglie was last modified: settembre 27th, 2016 by L'Interessante
27 settembre 2016 0 commenti
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Apple
CulturaCuriositàIn primo piano

Apple a Napoli cerca “umanisti digitali”

scritto da L'Interessante

Apple

Di Maria Rosaria Corsino

Trova casa anche all’interno dell’antica cittadella monastica seicentesca di Suor Orsola l’Academy napoletana dell’innovazione targata Apple

Il primo grande progetto europeo di alta formazione del colosso statunitense sposa così la secolare tradizione di studi umanistici dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, che già da anni viaggia con un felice binomio integrato con le nuove tecnologie: da ultimo la nascita dei living labs del Centro di Ricerca Scienza Nuova e l’avvio del primo dottorato italiano in Humanities e and Technologies. Dal 20 Ottobre prenderà il via all’Università Suor Orsola Benincasa il primo Corso “iOS Foundation Program” in partnership con Apple, dedicato agli umanisti.

“Il nostro progetto non si rivolge soltanto ad ingegneri o ad esperti in tecnologie- spiegano dalla Apple i manager che lavorano da mesi tra le aule e i giardini del campus universitario di Suor Orsola – e proprio in questo Ateneo abbiamo scoperto risorse, patrimoni di conoscenze e competenze, oltre che luoghi unici, che ci fanno credere che il lavoro con l’Università Suor Orsola Benincasa sarà molto fecondo e innovativo”.

Ed allora ecco che la ‘caccia’ di Apple ai creativi mette ora nel mirino anche trenta umanisti nei settori di eccellenza dell’Università Suor Orsola Benincasa (beni culturali, comunicazione, pedagogia e psicologia solo per citarne alcuni) che ha scelto di riservare questa grande opportunità di formazione soltanto ai suoi studenti ed ai suoi laureati.

Dai beni culturali all’ergonomia: le nuove tecnologie applicate alle scienze umane nel programma del Corso

I temi del Corso, pianificati di concerto con i manager della multinazionale statunitense, coniugheranno, quindi,gli aspetti informatici con le vocazioni di ricerca e didattica del Suor Orsola, in particolare l’attenzione ai beni culturali, ai temi dell’intrattenimento e ai nuovi media, alle nuove tecnologie per la formazione e alla progettazione tecnologica attenta ad ergonomia, usabilità e user-experience.Il Corso “iOS Foundation Program” insegnerà agli studenti come realizzare App innovative per dispositivi Apple in linguaggio Swift.

Apple a Napoli cerca “umanisti digitali” was last modified: settembre 26th, 2016 by L'Interessante
26 settembre 2016 0 commenti
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Tufacea
Dall'Italia e dal MondoIn primo pianoViaggi Interessanti

TUFACEA: la notte bianca della cultura

scritto da L'Interessante

Tufacea

Di Carmen Giaquinto

Tufacea. Un appuntamento imperdibile in quel di Sant’Agata de’ Goti, in provincia di Benevento, già bandiera arancione del Touring Club Italiano

Alla sua seconda edizione, con uno slogan nuovo e più attraente, riprende vita la notte bianca della cultura; un nuovo modo di vedere il borgo sannita. Un salto indietro nel tempo, alla riscoperta di uno dei centri storici più belli d’Italia. Per un’intera notte, la cittadina si è animata e ha pulsato di vita nuova; si è percepita l’essenza stessa di un luogo incantato, tra storia, tradizioni, arte, cultura, enogastronomia e natura.

La manifestazione, aderente alle Giornate Europee del Patrimonio, è partita alle 19:00 del 24 settembre con una imperdibile novità: la caccia al tesoro.  Una intrigante sfida che ha appassionato qualsiasi visitatore e compaesano, alla ricerca di oggetti, rebus, particolari e tante sorprese.  E’ stato possibile ammirare il patrimonio storico-artistico attraverso una serie di visite guidate, completamente gratuite: gli appassionati ed i curiosi hanno avuto la possibilità di addentrarsi nel cuore di Sant’Agata, tra mostre, musei, chiese, palazzi aperti tutta la notte.  La due giorni si è articolata in sei sezioni, divise per tematiche:

  • La città aperta
  • I sotterranei
  • Le mostre
  • Il percorso natura
  • Street art night
  • Percorsi enogastronomici

In tutti i siti, le visite guidate sono state effettuate ad orari prestabiliti; imperdibile il Castello Ducale, col meraviglioso salone, affrescato, per volontà di Carlo I Carafa, duca di Maddaloni, sotto la direzione del pittore Tommaso Giaquinto. Il Castello è posto lungo le mura che un tempo segnavano l’accesso principale alla città. Non solo storia, anche fede. È, infatti, aperto, per l’occasione, lo storico Palazzo Vescovile, in piazza Umberto I, dove si custodiscono oggetti che celebrano Sant’Alfonso Maria De’ Liguori, vescovo della città, tra i quali, la sedia che il santo utilizzava per l’udienza, alcuni trattati ed i testi dei processi di beatificazione e canonizzazione.

In via eccezionale,è stato  aperto il costone tufaceo su cui si erge il borgo cittadino. Attraverso le scalette dal Ponte Grande del Martorano, i visitatori hanno, finalmente, constatato la conformazione delle fondamenta della città. Scavate nel tufo sono anche numerose grotte e cantine (come quella di Mustilli e dell’Antico Borgo) che si sviluppano nel centro storico con una serie di gallerie, cunicoli, ambienti e passaggi, costituendo una vera e propria città sotterranea.

Tra le mostre in programma la già rinomata “Stirpe dei draghi” che vede protagonista il cratere a figure rosse di Assteas, raffigurante Cadmo che uccide il drago e la mostra fotografica di Angelo Marra, situata nel Chiostro di San Francesco. Aperta anche domani, “Hilmaré in mostra” è dedicata all’attività teatrale dell’Associazione Culturale Hilmaré di Sant’Agata De’ Goti, fondata dall’attrice e regista Hilde Renzi.

Il borgo è rimasto sveglio e vibrante per tutta la notte, pronto ad accogliere l’inedito percorso naturalistico dedicato all’acqua che si è tenuto nella mattinata di Domenica. Partendo da Piazza Trieste, varcando la Porta di San Marco, si è giunti ai lavatoi di Reullo, al Ponte Vigiano fino alla scoperta della Ferriera, aperta al pubblico per la prima volta. Splendido esempio di architettura industriale, la Ferriera nasce addirittura come industria di lavorazione del ferro sotto Ferdinando IV di Borbone e convertita successivamente in azienda di produzione elettrica per poi essere trasformata in un mulino. E non solo… tra artisti di strada, performers e fiaccolate, Sant’Agata si è trasformata in luogo suggestivo, quasi fatato e Tufacea è diventato un appuntamento da non perdere!

TUFACEA: la notte bianca della cultura was last modified: settembre 26th, 2016 by L'Interessante
26 settembre 2016 0 commenti
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Akita
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Akita: intervista doppia

scritto da L'Interessante

Akita

Di Luigi Sacchettino

Cari lettori interessati oggi facciamo un salto nel cinema, anno 2009 quando esce nelle sale il film “Hachiko – Il tuo migliore amico”, diretto da Lasse Hallstrom con Richard Gere, ispirato alla storia vera del cane giapponese Hachiko .

La trama racconta del rapporto indissolubile tra l’ akita e il professore di musica Parker Wilson

Ogni giorno il cane accompagna il proprietario alla stazione e questa abitudine non cambierà anche dopo la morte improvvisa del professore : il cane continuerà ad aspettarlo in stazione per circa nove anni.

Questo ha fatto sì che la razza avesse un boom stratosferico e fosse riconosciuto con una certa facilità anche per strada.

Ma qual è stato il rovescio della medaglia? Molte adozioni impulsive- non consapevoli e molti cani abbandonati nei canili o nei rescue dog.

Per parlare della razza  mi sono affidato a due esperte del settore: Sharon Cittone- educatrice cinofila SIUA e tecnico di Mobilitydog che li segue da tempo, e Manuela Convertini- titolare dell’ allevamento “Hachiko Samurai”, che li alleva da circa 12 anni.

Grazie mille ad entrambe per aver accettato l’intervista; ho subito una domande per Lei, Manuela. Sappiamo che è allevatrice  e attenta studiosa del cane giapponese di Akita: ci racconta da dove prendere origine questo cane? Quale era il suo ruolo?

“Grazie innanzitutto per l’opportunità di poter condividere con voi la mia passione per questa magnifica razza, che ha origine nella prefettura Giapponese di Akita. Questa razza nasce nel 1600 circa, come cane da caccia, che accompagnava il cacciatore sulle montagne, dove stanava l’orso. Questo suo intrepido carattere, insieme al fiero aspetto, lo hanno reso la razza prediletta dei nobili che li adornavano con collari preziosi durante le cerimonie. Ha rischiato l’estinzione durante la seconda guerra mondiale e grazie ai pochi esemplari rimasti nel 1931 è stato proclamato Monumento nazionale protetto.”

Sharon, spesso i futuri adottanti scelgono questo cane per la bellezza mozzafiato: ma cosa comporta avere un akita nella realtà?

“Purtroppo molte persone pensano all’akita come un cane molto bello e molto fedele – lo è ma è anche un cane particolare e non adatto a chi non ha il tempo e voglia di dedicargli il tempo necessario. Se non educato e socializzato bene l’akita diventa un cane che può avere grosse problematiche per una persona. E’ inoltre importante lavorare sulla mente e la riflessività del cane fornendogli competenze e autocontrolli onde evitare zuffe o ridirette. Si pensi solo che un maschio di 40 kg ha una forza non indifferente!

Consiglio sempre di valutare se una qualsiasi razza è adatta al proprio stile di vita, se la risposta è si con un akita consiglio sempre di adottare un cucciolo da un allevamento serio, un allevamento che non solo guarda alla salute con i vari test fatti sui genitori ma che s’impegni nella corretta socializzazione dei cuccioli e che riproduca solo soggetti idonei anche a livello caratteriale.

Una volta portato a casa consiglio inoltre sempre di trovare un bravo educatore che possa impostargli un percorso corretto sin da subito. Moltissime volte il fai da te non funziona, i cuccioli sono spesso buoni e socievoli ma ahimè in adolescenza cambiano – se si lavora sin da subito e si ha una figura professionale affianco tutto ciò può essere gestito nel migliore dei modi.

Io personalmente ho un amore smisurato per gli akita, li trovo dei cani eccezionali e davvero con una marcia in più, ma sono cani complessi, cani che hanno bisogno di un rapporto equo per raggiungere il loro massimo potenziale. Perfetto per chi ha davvero voglia di mettersi in gioco!”

Manuela, lei cosa aggiungerebbe a riguardo?

“Voglio utilizzare una descrizione usata dai giapponesi, “in silenzio tranquillo come la foresta in azione veloce come un lampo”. E’ il cane fiero dei samurai, dotato di una forte tempra ed una propria personalità da conquistare. Per quanto l’allevamento si stia dirigendo verso soggetti più docili, pertanto più facili da gestire, sono d’accordo con Sharon,  resta comunque un cane che può manifestare diffidenza verso gli estranei e che da adulto mostrerà intolleranza verso i cani dello stesso sesso.”

Sharon, lei che vive con un maschio di akita cosa può consigliare ai futuri adottanti  che è necessario debbano sapere?

“L’akita è un cane, a mio avviso, dotato di capacità cognitive eccezionali e una forte indipendenza e queste spesso possono essere armi a doppio taglio. La relazione che l’akita cerca è una di profonda armonia e sintonia, un’unione di ciò che spinge l’akita tanto quanto una che spinge l’essere umano. Ad un akita, per esempio,  non basta la classica passeggiata al guinzaglio-  ha bisogno che l’umano capisca i suoi bisogni emozionali e comunicativi anche durante questa suddetta passeggiata. Ai fini di crescere un cane sereno ed equilibrato l’akita ha bisogno che la sua famiglia umana capisca le differenze sostanziali di questa razza e che le rispetti. E’ un cane molto indipendente che, se non trova ciò che cerca nella relazione, spesso si chiude manifestando comportamenti indesiderati. L’akita a differenza di ciò che si pensa, non è un cane pigro o un cane da divano anzi! E’ un cane che ha interessi molto specifici e che non dovrebbero essere sottovalutati. Gli akita ad esempio sono grandi cacciatori e discreti guardiani, sono cani che reputano inutili molti classici giochi da ‘cane’ tipo la pallina  e al massimo ci giocheranno il minimo indispensabile solo per far piacere al proprietario.  Se si vuole arrivare ad avere un cane appagato e sereno bisogna assolutamente lavorare sul fatto che l’akita è un cane da caccia. In quanto cacciatore dobbiamo dargli modo di esprimere e scaricare la sua motivazione predatoria in ambienti idonei. Questo non vuol dire fargli cacciare prede vive ma dargli la possibilità di esprimere questo interesse con noi spesso.

L’akita anche se indipendente può essere un cane estremamente collaborativo se abituato sin da subito con un’educazione corretta. La collaborazione, infatti, è la miglior terapia contro molti aspetti negativi di questa razza come ad esempio la possessività e il controllo.

Questa razza andrebbe socializzata molto bene sin dai primi giorni a casa sia con gli ambienti sia con i cani e persone. La loro diffidenza innata verrà fuori con l’adolescenza ma se l’umano lavora correttamente da subito, egli non riscontrerà le grosse problematiche che si crede. Inoltre per me è fondamentale la comunicazione. La comunicazione di questa razza è molto stringata ma anche molto chiara. L’umano che si mette in gioco per me è quello che cercherà di imparare il più possibile sulla loro comunicazione e non lasciar si che siano solo loro a cercare di capire noi. L’akita è spesso anche rigido nella sua comunicazione cosa che a volte può causare degli errori di trasmissione tra conspecifici. Vorrei precisare che l’akita si lega a pochi e questo vale anche per altri cani. Non è un cane ‘da parchetto o da area cani, non avrà voglia di giocare con tutti e anzi molto spesso l’area piccola e recintata è proprio ciò che da i maggiori problemi. Con i cani amici invece avrà un ottimo rapporto sempre che questo abbia alla base un grande rispetto reciproco. Bisogna sottolineare anche che come tante altre razze con tempra forte spesso l’akita maschio, avrà difficoltà a  tollerare altri maschi nel suo territorio (vicinanze di casa) e dovrà essere gestito correttamente tenendo conto dell’importanza degli spazi del cane.  La femmina invece con una corretta socializzazione e educazione è sicuramente più gestibile, anche se, il carattere è comunque quello riportato sopra.”

Manuela ci dice quali sono le principali patologie di razza e come tutelarsi a riguardo?

“Gli Akita sono soggetti a displasia dell’anca ed ad alcune oculopatie, per le quali si può cercare di tutelarsi acquistando solo cuccioli figli di genitori esenti e testati dalle associazioni veterinarie ufficiali, riconosciute Enci. Inoltre sono soggetti a due patologie autoimmuni: l’adenite sebacea che colpisce la cute e la sindrome di Harada o Vkh che colpisce le mucose, schiarendole, e gli occhi con uveite, per le quali patologie purtroppo non abbiamo nessun tipo di esame preventivo, pertanto si può solo intervenire terapeuticamente alla comparsa dei sintomi.”

Avere un doppio punto di vista sulla razza che si vuole adottare dovrebbe rappresentare  un must di partenza.

Poiché  quando allevamento ed educazione viaggiano sullo stesso treno è difficile che accadano scioperi, deragliamenti o ritardi.

L’akita, comunque, saprà aspettarvi. Basterà non farsi trovare impreparati.

 

 

Akita: intervista doppia was last modified: settembre 22nd, 2016 by L'Interessante
22 settembre 2016 0 commenti
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Psittacosaurus
CuriositàDall'Italia e dal MondoIn primo piano

Psittacosaurus ricostruito in 3D

scritto da L'Interessante

 Psittacosaurus

Di Antonio Andolfi

Quando pensiamo ai dinosauri ci vengono in mente i grandi rettili feroci come il Tiranussaurus Rex, oppure i grandi erbivori come il Brachilosaurus.

Ma i resti fossili ci mostrano che accanto a questi grandi rettili, c’erano alcuni davvero particolari, come il Psittacosaurus

Un fossile ha “riportato in vita” un dinosauro del Cretaceo inferiore, il periodo che va dagli 80 ai 145 milioni di anni fa, grande poco più di un tacchino.  E’ un dinosauro abbastanza strano, con il becco che ricorda quello di un pappagallo, la forma  quella di un lucertolone e dal volto spuntavano due grosse corna. Era un dinosauro erbivoro che si nutriva di noci e semi e visse circa 120 milioni di anni fa, nel territorio dove oggi si estende la Cina nord-orientale.

Grazie ad alcuni pigmenti conservatisi nel tempo si è riusciti a ricostruire i colori delle scaglie che lo ricoprivano. Aveva il ventre chiaro e il dorso scuro, una livrea che probabilmente lo aiutava a mimetizzarsi, per nascondersi dai feroci e voraci rettili di quell’area.  Sulla coda aveva una serie di filamenti simili alle setole di uno spazzolino.

Lo Psittacosaurus, è stato ricostruito in 3D grazie al lavoro di un gruppo di paleontologi guidato da Jakob Vinther dell’Università di Bristol, che hanno pubblicato la loro ricerca su Current Biology. L’artista Robert Nicholas, partito dallo scheletro fossilizzato che una volta ricostruito è stato ricoperto da argilla, polistirolo e una rete che ha fatto da struttura portante, ha ridato un corpo e un volto all’animale.

I ricercatori, basandosi sui colori dell’animale, hanno ricostruito l’ambiente in cui viveva. Si tratta di una fitta foresta, un’Amazzonia del Cretaceo.

Una curiosità: nella ricostruzione, sembra che l’animale stia defecando. I paleontologi sostengono che non morì in quel momento, ma che le feci vennero espulse in un secondo momento per via dei gas formatisi nel corpo dopo la morte.

Un piccolo tassello in più sulle nostre conoscende della storia antica.

 

 

Psittacosaurus ricostruito in 3D was last modified: settembre 20th, 2016 by L'Interessante
20 settembre 2016 0 commenti
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