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Autore

L'Interessante

La banalità del male
AttualitàIn primo pianoParliamone

La banalità del male. Ai giorni nostri

scritto da L'Interessante

La banalità del male

Nel 1960 Adolf Eichmann, componente delle SS, considerato uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei, viene arrestato a Buenos Aires e condotto davanti al tribunale di Gerusalemme dove deve rispondere a quindici capi d’accusa tra cui “crimini contro il popolo ebraico e crimini contro l’umanità”.

Hannah Arendt, filosofa tedesca e reporter del New Yorker scriverà, assistendo contemporaneamente al processo, La banalità del male

Col termine “banale” la Arendt intende sottolineare la mancata mostruosità di chi ha commesso questo male.
Eichmann così come altri suoi colleghi, non è altro che un uomo comune, burattino nelle mani del male stesso.

La Arendt lo descriverà come un “grigio burocrate”, uno che non si rende conto delle mostruosità che compie poiché abituato ad obbedire agli ordini dei gradi maggiori senza porsi il dubbio morale di ciò che giusto e ciò che è sbagliato.

Ciò che più turba la filosofa, è la mancanza di radici di questo male: non essendoci un perpetuo ricordo nella memoria degli uomini delle azioni mostruose avvenute, il ciclo continua e continuerà a riproporsi.

Ne siamo testimoni in questi giorni, mesi di pura follia in cui sembra ripetersi ciò che già è accaduto in un capitolo della storia che sembrava ormai chiuso.
Uccidere senza rendersi conto di ciò che si fa è presumibilmente il male maggiore che si possa compiere.
Nessuna fredda lucidità, nessuna spietatezza ma la semplice attitudine all’obbedienza a chi è più forte.
Il clima di tensione che si respira nel mondo nell’ultimo periodo non può non riportare con la mente ai periodi delle Guerre Mondiali: stermini di razza, di religione, per il potere e la ricchezza.
Il ciclo della storia sembra essere destinato a ripetersi se l’essere umano non comincia a conoscere prima sé stesso, in un dialogo che la Arendt definisce “due in uno”, rendendosi cosciente delle azioni che può o che non deve compiere.
“La banalità del male” oltre a essere un reportage giornalistico è un vero e proprio trattato filosofico sulla coscienza dell’uomo che ultimamente sembra aver perso.
In un clima così buio e teso questo testo degli anni ’60 sembra essere più attuale che mai, anche perché, citando le parole del libro, “ I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente
e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappino: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. E perciò nulla può mai essere praticamente inutile, almeno non a lunga scadenza.”

Maria Rosaria Corsino

La banalità del male. Ai giorni nostri was last modified: luglio 22nd, 2016 by L'Interessante
22 luglio 2016 0 commenti
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Vivila Marcianise
In primo pianoParliamonePolitica

Vivila Marcianise: il sindaco Velardi accoglie la loro proposta

scritto da L'Interessante

Vivila Marcianise

Il Movimento Vivila esprime soddisfazione ed orgoglio in relazione all’approvazione della proposta di una Mappatura delle Aziende, avanzata, a più riprese, in campagna elettorale.

<<Apprendiamo dal giornaliero Diario del Sindaco di questa adesione all’idea di un censimento delle Aziende e siamo davvero contenti di ciò in quanto non si può pensare che nel 2016 il Comune di Marcianise non conosca quali aziende operino sul proprio territorio. Come è possibile solo ipotizzare un progetto di sviluppo economico ed industriale senza conoscere il quadro attuale e le idee di chi ne fa già parte>>.

Queste le parole dei Responsabili Attività produttive ed Esercizi Commerciali Giuseppe Martellone e Giuseppe Di Fuccia, già candidati al Consiglio Comunale nelle ultime elezioni amministrative.

<<Dobbiamo pensare – hanno aggiunto – a come creare opportunità per il futuro dei nostri giovani e di tutti quei disoccupati in difficoltà, ma come possiamo farlo se non sappiamo qual è la filiera produttiva del nostro territorio? chi svolge attività sullo stesso e che idea ha circa il futuro? Questo era il nostro intendimento quando abbiamo scritto il programma elettorale e in particolare quella relativa alle problematiche occupazionali>>.

Appare chiaro come il Movimento Vivila stia continuando a svolgere la propria attività sul territorio come del resto già detto in diverse occasioni dal segretario Avv. Raffaele Delle Curti:

<<Il nostro impegno sarà in termini di idee e progetti. Continueremo a lavorare per la nostra amata città, giorno dopo giorno, senza fretta ma senza sosta. La campagna elettorale è solo “un” momento della politica ma non di certo “il” momento, ora viene il bello, ora bisogna operare e dobbiamo andare tutti verso un’unica direzione: Marcianise>>.

 

Vivila Marcianise: il sindaco Velardi accoglie la loro proposta was last modified: luglio 21st, 2016 by L'Interessante
21 luglio 2016 0 commenti
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Pizza Expò 2016
CulturaDall'Italia e dal MondoEventiIn primo pianoIndovina dove andiamo a cena

Pizza Expo 2016 – Caserta

scritto da L'Interessante

Pizza

L’Expo dedicato alla “Pizza & Food Made in Sud” ospiterà non solo pizzerie ed attività di ristorazione tipiche del nostro territorio che proporranno ai visitatori le loro specialità, ma anche espositori delle materie prime e dell’indotto del mondo della pizza

Grazie ai comuni intenti di valorizzazione dei prodotti e del nostro territorio, in collaborazione con l’Associazione Pizzaioli Napoletani, il giorno 20 luglio dalle ore 15.00 partirà il Trofeo REGGIA, al quale parteciperanno più di 40 pizzaioli. Verrà premiata la miglior Pizza Napoletana. L’ingresso all’Expo è previsto ogni sera dalle ore 19.00 al costo di € 2,00 a persona e prevede una prima parte convegnistica, che affronterà le tematiche della pizza nella dieta mediterranea, la tutela dei prodotti alimentari made in sud, la formazione del mestiere di pizzaiolo. A partire dalle 21.00 vi saranno ogni sera spettacoli gratuiti per tutti i visitatori, dove si esibiranno artisti di fama nazionale impegnati nella valorizzazione del nostro territorio: Gigi Finizio, 99 Posse, Enzo Avitabile, Anime del Sud, Gianluca Manzieri, I Ditelo Voi. Per i più piccoli, ogni sera dalle 19.00 alle 23.00 vi sarà l’animazione per bambini in un’ampia area con giochi gonfiabili, personaggi e babydance. Un evento reso unico anche grazie al supporto degli sponsor: Pepsi, Chinotto Negri, Pasta Reggia, Espluà, Vernaoil, Honda Valentino Racing, Contauto Due. Un impegno comune per valorizzare un bene invidiato in tutto il mondo: la vera pizza ed il suo magico mondo che gli organizzatori ed i promotori cercheranno di ricostruire fedelmente e con passione.

Il programma: qui.

Pizza Expo 2016 – Caserta was last modified: luglio 21st, 2016 by L'Interessante
21 luglio 2016 0 commenti
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Se questo è un uomo
AttualitàIn primo pianoParliamone

Se questo è un uomo, anzi, un’umanità

scritto da L'Interessante

Se questa è un’umanità

Se l’Apocalisse potesse raccontare l’inizio del suo libro, guarderebbe il film di questa sciagura? Se solo Dio potesse “stancarsi della pace”, punirebbe questo supplizio?

Probabilmente “Allah”, così come ci viene rappresentato e raccontato dalle sacre scritture, risponderebbe di no, continuerebbe a predicare l’”amore per il prossimo”, farebbe crocifiggere nuovamente il proprio messia pur di espiare i peccati degli uomini, quegli stessi uomini che, al contrario, provocherebbero eternamente le leggi della natura, rifletterebbero la ferita più profonda del paradiso e condurrebbero la loro vita a mille senza aver paura di far scattare l’ultimo secondo della “personale bomba atomica”, la stessa con la quale un Kamikaze oggi crea, con il suo suicidio e con l’omicidio di tante altre vittime innocenti, quell’”inferno terrestre” chiamato Terrorismo. Perciò, se la risposta a queste domande è tanto difficile da dare quanto necessariamente importante da scoprire, la “virgola” che continua a permettere la scrittura di questa storia così difficile da affrontare è impossibile da cancellare: se il “giusto” è un concetto conforme ad un diritto naturale e positivo, allora questo mondo corrotto di oggi è soltanto lo specchio di ciò che l’uomo è stato capace di creare nel corso della sua storia, nel corso del suo percorso dal momento in cui ha posto, da una parte, tutti i suoi errori e le sue barbarie come funzione primaria, e dall’altra gli infiniti tribunali che hanno giudicato in maniera “divina” questa <<umanità sbagliata nata nel terrore della morte>>, spinta allo sfinimento dalle sue ultime lacrime di terrore.

L’ISIS pertanto sta iniziando a scrivere, sulla scia dei comandamenti antichi, le proprie “Leggi delle XII Tavole” del 21° secolo, senza tuttavia ripercorrere la medesima lealtà e determinazione con le quali furono originariamente redatte: le loro leggi non hanno nulla a che vedere con la giustizia, non possono coesistere con i significati di “società libera” e “dignità umana” ma vanno ben oltre le più oscure motivazioni; fondano sulla paura il loro vero moto di rivoluzione, abbandonando qualsiasi credo e ritirando dal mercato ogni fonte di avvicinamento al “Dio Cristiano”: solo agli occhi del loro vero Dio, Allah, si può ritrovare la salvezza e in suo nome si deve riscoprire l’essenza pura della vita; reclamano la “vittoria della fede”, quella fede tanto sconsacrata che arriva a reclutare fedeli sulla basi di orrori e omicidi di massa, continua a proclamare giustizia negli occhi insanguinati di chi muore innocente, termina la sua missione uccidendo la società e soffocando la decisione di chi non ha scelto di avere come “colpa” quella di pregare un Dio “infedele”. Ci troviamo di fronte a una guerra da affrontare come tale e senza mezzi termini? Mario Calabresi ricordava le motivazioni per cui questi “spiriti eletti” giocavano a fare la rivoluzione, si illudevano di essere quelle anime votate ad una nobile utopia, senza riuscire a capire perché i veri “figli del popolo” erano i bersagli della loro stupida follia; Papa Francesco, ancora, spiegava che questa forma di violenza e sopraffazione non poteva avere come ascia di guerra la parola di Dio, non poteva affondare i suoi colpi con la spada della religione, non poteva difendersi usando lo scudo del sacro perché non rappresentavano un pretesto per le azioni contrarie alla dignità umana e ai sui diritti fondamentali, quei stessi diritti che hanno sempre portato a pensare che <<quando un uomo prega, non spara>>; John Kerry si domandava invece sul perché una generazione così avanzata fosse ritornata ad assaporare lo stesso sangue versato in passato, testimoniando un “fascismo medievale e moderno” allo stesso tempo, una terza guerra mondiale contro un fantasma che non ha più rispetto per la vita, non vuole creare altro che disordine e caos, non vuole cibarsi di nulla se non della paura. Come un circolo vizioso, la minaccia terroristica si trasforma in ispirazione per un nuovo terrorismo, disseminando sulla propria strada quantità sempre maggiori di terrore e masse sempre più vaste di gente terrorizzata: i terroristi di oggi non sono persone libere, non si propongono alcun futuro e non hanno alcun passato sociale e politico da ricordare ma vivono soltanto un presente trasformato in carneficina di corpi, una strage che <<non ha come scopo riempire i cimiteri o buttare giù i nostri grattacieli ma distruggere la nostra anima, le nostre idee, i nostri sentimenti, i nostri sogni>>.

La Francia è stato il paese europeo più colpito dagli attentati fino a questo momento: dal gennaio 2015 in poi nel paese transalpino sono state uccise circa 230 persone e altre centinaia sono rimaste ferite in razzie compiute dallo stesso gruppo e con le stesse modalità o dai cosiddetti “Lone Wolf”, i “lupi solitari” che agiscono da soli e ispirati da materiale di propaganda trovato online. Nella notte tra giovedì e venerdì, così, il presidente francese François Hollande ha annunciato l’estensione di altri tre mesi dello stato di emergenza, che permette alle forze di polizia di avere ulteriori poteri per condurre le indagini e arrestare i sospetti di questo assurdo eccidio: una nuova “guerra santa” sembra essere alle porte, una nuova battaglia appare vicina, una nuova vittoria deve essere portata a casa, non attraverso l’uccisione dei terroristi stessi ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Le vicende che hanno raccontato la storia quasi romanzata di una tragedia dai molti annunciata si vanno susseguendosi su una catena di morte senza ancora una fine: tra il 7 e il 9 gennaio del 2015, infatti, l’ISIS fece scoprire per la prima volta all’occidente intero la vera brutalità con la quale i suoi “sudditi” erano capaci di colpire e affondare la corazzata francese: lo scudo della penna non riuscì a difendersi dagli spari incontrollati delle pistole dei due fratelli Saïd e Chérif Kouachi, facendo morire così la libertà di espressione della redazione di Charlie Hebdo, travolta dall’emblema oramai insanguinato e sconfitto della “Libertè, Egalitè, Fraternitè”. Il 13 novembre del 2015 toccò, invece, al teatro Bataclan narrare uno degli attentati terroristici più gravi nella storia francese: quel giorno furono uccise 130 persone, diventate speciali per una notte per essere state capaci di affrontare la morte e volare in cielo dallo stesso Dio che gli attentatori tanto invocavano, un “Allahu Akbar” diventato slogan di tragedie e drammi troppo ingiusti. Ultimo, ma non di minore importanza, l’attentato recente del 14 luglio 2016 a Nizza che ha visto, questa volta, un camion essere il protagonista indiscusso della scena macabra realizzata durante l’anniversario della Presa della Bastiglia: nell’attacco sono state uccise 84 persone da uno zig-zag mortale che ha “investito la vita” e ha condannato per l’ennesima volta l’umanità ad un bilancio complessivo spaventoso, la rivendicazione devastante di un “diavolo nelle vesti di un finto angelo”. Se la Francia, così, viene torturata da un boia che le estirpa via un pezzo alla volta della sua esistenza sociale e culturale, dall’altra la Turchia si affaccia ad una visione addirittura peggiore, un presente che raffigura l’altra faccia della medaglia ma con un medesimo destino: il 12 gennaio del 2016 un esplosione nella piazza Sultanahmet, vicino alla Moschea Blu e a Santa Sofia, ha ucciso 13 persone e ha determinato l’inizio di una trasformazione radicale all’interno della nazione, vista non più come invulnerabile agli attacchi esterni ma soggetta alle usurpazioni islamiche con scopo chiaramente distruttivo; pochi mesi più tardi, il 28 giugno del 2016, un’altra esplosione all’interno dell’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul ha sancito l’uccisione di 41 persone: quello che non doveva rappresentare un pericolo, si è trasformato lentamente nell’incubo peggiore di uno stato che ha visto divorare pian piano la paura negli occhi di coloro che hanno accolto i “foreign fighters” inconsapevoli di così tanta crudeltà, così tanta malvagità manifestata nel nero della loro bandiera e messa in risalto nel bianco della scritta “Non c’è altro Dio al di fuori di Dio”.

Dopo Nizza è ripartito pertanto il macabro rito del “toto-attentati”: dove, come e quando colpiranno i jihadisti legati all’Isis? Gli 007 europei sono in allarme e gli occhi sono ora puntati ancora una volta sul Belgio, che oggi, 21 luglio, festeggerà la sua festa nazionale: <<è probabile che i prossimi attacchi assumano sempre più una modalità ibrida composta da un gruppo di fuoco, attentatori suicidi e auto-bomba>>, afferma il capo sezione della polizia belga di Bruxelles, in procinto di prepararsi ad una nuova guerriglia armata per difendere la dignità di una nazione che, insieme al resto dell’Europa, non vuole chinarsi di fronte al “potere docile di un cane rabbioso”.
Tuttavia la domanda che più inneggia alla speranza di una realtà più forte in grado di sconfiggere la crescente debolezza dell’occidente è quella che ha una base ancora da costruire, delle mura già bombardate ma una fortezza tutta da migliorare: l’ISIS si può davvero sconfiggere? Lo Stato Islamico, infatti, sta mostrando due identità diverse di una stessa faccia: da una parte l’armata mussulmana ottiene vittorie su vittorie attraverso un arricchimento economico dovuto alle conquiste di città colme del cosiddetto “oro nero” e un feroce bombardamento dell’Europa infedele; dall’altra, cercando di dividere l’Occidente dai paesi musulmani, la stessa potrebbe aver provocato l’effetto contrario: compattare il mondo contro una comune minaccia, l’ISIS, un errore, questo, che gli potrà essere fatale. Davanti lo sdegno mondiale nei confronti dei recenti attentati terroristici gli Stati Uniti e gli alleati hanno ora finalmente la possibilità di costituire una forza unificata contro l’ISIS e contro altri gruppi estremisti: per sconfiggerlo sarebbe necessario un piano condiviso, un progetto ben definito sulla fiducia e sulla sicurezza che potrebbe essere ispirato da una nuova azione coordinata, una struttura di comando comune che unisca le risorse di Stati Uniti, Turchia,  Francia e di tutti gli altri stati colpiti dal terrorismo ISIS: se la speranza è l’ultima a morire, allora sarebbe compito universale renderla immortale.

Così i luoghi dei massacri si moltiplicano, si agganciano ad una spirale che non vede un termine ultimo: si fa fatica a ricordarli tutti e alla fine resta solo il dolore per le vittime e per i loro cari, civili innocenti e inermi che si aggiungono ai milioni di esseri umani vittime della violenza, vittime delle guerre del nostro tempo. Le vite spezzate di tutti loro ci impongono di riflettere, ci chiedono di agire per uscire dal vortice del terrorismo e di insistere a sperare che <<esista una umanità che non invoca la vendetta per ogni offesa, una umanità che accanto a tutte le vittime scopra come unica sensata prospettiva la pace>>: se questa è una utopia, allora in essa risiede la sola realistica, ragionevole speranza di un futuro umano migliore, la stessa speranza nel sapere che nulla viene dimenticato, tutto diviene storia da insegnare e “ciò che è morto, non muoia mai”.

Michele Calamaio

Se questo è un uomo, anzi, un’umanità was last modified: luglio 21st, 2016 by L'Interessante
21 luglio 2016 0 commenti
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Ciao Paolo
AttualitàIn primo piano

Ciao, Paolo. Non solo il 19 Luglio

scritto da L'Interessante

Ciao, Paolo.

L’isola una nube di morte, la Sicilia perbene è un boato di rabbia, la giustizia perde un altro po’ di coraggio e la mafia si convince di aver vinto. Ancora. Il 19 Luglio 1992, il procuratore aggiunto, Paolo Borsellino, muore ammazzato da cosa nostra. Era una domenica, una giornata divisa in due fra il dovere e la rarità. Abituato ad una vita inchinata alla lotta contro la mafia, rassegnata a ritmi serrati, quelli che gli costarono, spesso, equilibri familiari sull’ orlo del baratro , il giorno della sua morte, Borsellino si era concesso una tregua dalla  vocazione. Nessun bunker, niente maxi processo.

L’eccezione cominciò di mattina presto. Era abituato ad anticipare l’alba per fottere il mondo con due ore d’anticipo. Si recò prima a Villagrazia, per dedicarsi alla moglie, Agnese, e a due dei suoi tre figli, Manfredi e Lucia. La più piccola, Fiammetta, si trovava  in Thailandia per una vacanza con  amici di famiglia . Rivide qualche amico, ormai gliene erano rimasti pochi, e fece un giro in barca, per poi ritornare, dopo pranzo, a Palermo. Avrebbe dovuto accompagnare sua madre dal medico, non erano in molti a sapere quando, poi, non si è mai verificato, ma chi ha attentato la sua vita ne stava, chiaramente, vigilando le peculiarità già da un po’.

Il giudice Borsellino, ha cominciato a morire almeno due settimane prima della strage che lo ha consacrato eroe italiano senza tempo. L’auto bomba che, insieme alla sua, frantumò la vita di:

Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, fu fatta esplodere dinanzi all’abitazione di Via D’amelio, a pochi passi dalla casa materna e a fianco alle auto della scorta.

Ciò che ci restituiscono le immagini di quel giorno, è un frantumo di carcasse ancora in fiamme e corpi fantasma investiti dalla cenere. Giornalisti che tentano di fare notizia e gli addetti ai lavori che, se danno di matto, forse, non è solo perché intralciati nel tentativo di ricomposizione del luogo, ma anche per la morte di chi , dopo la scomparsa di Rocco Chinnici e Giovanni Falcone, era speranza e fortezza contro il terrorismo mafioso.  “Sono autorizzato a filmare”, dirà un cameramen invitato ad allontanarsi dalla scena del crimine, mentre chi lo respinge gli accosta all’orecchio urla di ira: “ ma cosa vuole filmare, corpi mutilati, vuole filmare?”

“È finito tutto.” pronuncerà la voce rotta del dottore Antonio Caponnetto, preso alla sprovvista da un inviato Rai, tre o quattro sospiri, qualche secondo di silenzio, e il cronista rimarca l’interrogativo: “perché è finito tutto, dottor Caponnetto? “ a quel punto l’amico e collega di Falcone, prima, e Borsellino, poi, afferra il microfono con una veemenza commossa, quasi a volersi  avvicinare alla rabbia provata in quel momento. Si morde tre o quattro sillabe dalla bocca, e poi aggiunge “Non mi faccia dire altro, per favore, non mi faccia dire altro.”

Paolo Borsellino ha sempre saputo di morire, ucciso dalla mafia. Ha vissuto, assieme ai suoi compagni di coraggio e paura, tra un attentato fallito e l’altro. “ Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”, gli disse il collega  Ninni Cassarà , mentre, alla fine del Luglio 1985, si recavano insieme sul luogo in cui era stato ucciso il dottor Montana. In quel momento, e non soltanto, il giudice Borsellino incontrò la consapevolezza della paura, ma l’aveva accettata. Sapeva che il suo lavoro comportava un rischio tanto grosso come la negazione della vita per mano di altri, ma non fu mai un motivo valido per dire basta, neanche quando dovette superare la morte di Falcone, deceduto fra le sue stesse braccia. Dopo il decesso dell’amico di sempre, quello cresciuto con lui nello stesso quartiere, diventato  collega di segreti, privazioni personali ed inchieste, aveva temuto una drastica perdita di entusiasmo, per poi ritrovarlo – come da lui stesso dichiarato – in una forte dose di rabbia per quanto accaduto.

 “ Credo profondamente nel lavoro che ho scelto. So che è necessario che io lo faccia, come è altrettanto opportuno che altri ci credano insieme a me. So che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare, senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o financo, della certezza  che tutto questo può costarci caro.” Aveva detto in una delle sue più celebri interviste.

Non ricordiamo solo la strage, perché non ha senso celebrare la morte se vivere non è una priorità. Di Paolo Borsellino abbiamo voluto scovare la normalità delle ore precedenti la sua fine, per sottolineare che non esistono eroi, ma uomini qualunque con un coraggio straordinario.

  Ciao, Paolo.

Michela Salzillo

Ciao, Paolo. Non solo il 19 Luglio was last modified: marzo 9th, 2017 by L'Interessante
21 luglio 2016 0 commenti
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Il cane di cristallo
CuriositàIn primo piano

Il cane di cristallo. Il dog friendly: capitolo 14

scritto da L'Interessante

Il cane di cristallo

Cari lettori interessati volevo iniziare questo nostro appuntamento settimanale condividendo un post che ho  letto su facebook, firmato da una mia docente e tutor – Veronica Papa.

“Il cane di cristallo:

– non può mai essere rimproverato, ma solo gratificato;

– deve fare solo cose che lo rendono felice;

– se mangia ossi veri muore;

– non può andare in acqua perchè prende freddo;

– non può andare in acqua perchè c’è la corrente che lo trascina via;

– non può andare in acqua perchè non si sa se sa nuotare;

– guai se mangia qualcosa che ha trovato per terra perchè non si sa mai;

– non può mai essere libero perchè scappa, si perde, e non lo ritroveremo mai più;

– non può mai essere libero perchè aggredisce/viene aggredito;

– non può mai essere libero perchè finisce sotto ad una macchina (anche se la strada è a 3 km di distanza);

– meglio se non interagisce mai con cani del suo stesso sesso, potrebbe incorrere in alcune difficoltà e lui deve essere invece sempre felice;

– passa la sua giornata a fare problem solving, a imparare un sacco di tricks e a dormire sul divano/cuccia”.

Sembra il manuale del No.  Privativo.

E il bello è che la lista utilizzata dai proprietari continua.

Non può annusare perché rischia parassitosi.

Non può rotolarsi nell’erba per via delle pulci e zecche.

Non può ringhiare perché sembra aggressivo e lui non può passare per tale.

Sembra così che il primo destino del cane sia il  NO.

Quando in consulenza faccio notare come il vivere con un cane a volte sia troppo impostato sul divieto, l’inibizione e mancanza di esperienze i proprietari si meravigliano di quante poche volte dicano SI.

A volte mi soffermo a pensare a quale sia il valore didattico di un No dato a monte di una esperienza, per evitarne una traumatica – nel “non ti espongo alle esperienze così ti tutelo”. Come se ogni esperienza recasse soltanto un sé negativo e invalidante.

Non è più funzionale se l’esposizione alle esperienze viene proposta in maniera graduale ma senza filtri legati alle nostre paure?

E se lasciassimo che fossero le esperienze stesse a definire i limiti e i No?

Certo questo non significa immergerlo in dinamiche e situazioni di cui non si valutano le minime variabili e i  ponderati esiti.

In fondo per rendere un cane esperto, le esperienze dovrà pur viversele.

L’importanza di una esperienza a mio avviso si gioca molto anche nel “post”, con la condivisione e l’accoglienza da parte del gruppo famiglia.  Il nostro cane ha vissuto una esperienza poco piacevole al momento? Bene- saremo lì  a sostenerlo, affinché anche una esperienza poco piacevole pesi meno o addirittura rappresenti un significato funzionale.

Ha vissuto una esperienza molto piacevole? Bene- saremo lì a condividerne le emozioni, affinché cresca l’intimità del rapporto e il piacere di stare con noi nella vita.

In realtà l’umano a volte ha piuttosto bisogno di sentirsi indispensabile agli occhi del proprio cane, talvolta senza neanche averne una percezione consapevole. E questo cozza con il “ti rendo sicuro e sereno”. Quindi esperto.

La stimata collegata conclude con una frase a cui non ho niente da aggiungere, condividendola in toto:

“Il cane non vuole essere di cristallo, vuole crescere, imparare, scoprire, essere responsabile; non cerca un tutore, cerca una squadra.”

Il cane di Cristallo

(in foto Veronica insieme alla sua squadra e agli amici)

Luigi Sacchettino

Il cane di cristallo. Il dog friendly: capitolo 14 was last modified: luglio 21st, 2016 by L'Interessante
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Educamp
In primo pianoSportVolley

Educamp: gran finale

scritto da L'Interessante

Educamp

Trecento bambini al saggio conclusivo in un Palazzetto gremito di familiari e amici

EDUCAMP CONI: GRAN FINALE TRA SPORT E SPETTACOLO

Applaudito fuori programma con la fanfara della Brigata Bersaglieri Garibaldi – L’esibizione degli atleti del Gymnasium Casagiove-Dimostrazioni di calcio, scherma, baseball, lotta, jujitsu e taekwondo

Educamp Coni: gran finale tra sport e spettacolo al Palazzetto dello Sport di Caserta con il saggio conclusivo dei trecento bambini partecipanti all’ultima settimana di attività presso i Centri Sportivi dell’Aeronautica Militare e della Brigata Bersaglieri Garibaldi, frequentati tra giugno e luglio da oltre mille iscritti. E’ stato un vero e proprio show, molto apprezzato ed applaudito dai circa mille familiari ed amici, che hanno affollato le tribune dell’impianto diventato per un giorno “polisportivo” per aver ospitato esibizioni e dimostrazioni di calcio, scherma, baseball, lotta, jujitsu e taekwondo, alcune delle discipline inserite nel programma, con l’aggiunta di un significativo ed entusiasmante fuori-programma con gli atleti/acrobati del Gymnasium Casagiove.

      Una manifestazione perfettamente riuscita, che ha visto l’impegno dello staff del Coni, guidato dal coordinatore organizzativo dell’Educamp Giuliano Petrungaro, dal coordinatore tecnico del Coni Giuseppe Bonacci, dalla responsabile tecnica dell’Educamp Clementina Petillo, da 18 educatori, oltre 20 tecnici delle varie Federazioni aderenti e 4 addetti agli impianti, con il supporto sanitario del responsabile dei medici sportivi Claudio Briganti e il necessario impegno logistico della segreteria generale affidata a Francesca Merenda e Salvatore Ragozzino.

      La cerimonia ha preso il via con la esecuzione delle musiche della fanfara della Brigata Bersaglieri Garibaldi, seguita da un commovente momento di raccoglimento per le vittime del disastro di Bari e dell’attentato di Nizza; quindi, dopo lo schieramento, dei trecento ragazzi con i loro istruttori, si sono registrati gli interventi del Delegato Provinciale Coni Michele De Simone, che ha portato il saluto del Presidente Regionale Cosimo Sibilia (“il successo dell’Educamp si deve in larga parte alle location messe a disposizione dagli Enti militari, mai come in questa occasione espressione sociale di uno spirito di servizio nei confronti della popolazione, di cui sono diretta estrazione”); del Generale Claudio Minghetti comandante della Brigata Bersaglieri Garibaldi che, a nome delle Forze Armate (era presente anche il Maggiore Antonio Centanni in rappresentanza del Comandante della Scuola di Aeronautica col. Domenico Lobuono), ha ribadito il piacere di aver ospitato per un mese all’interno delle strutture militari tanti giovani; infine del Sindaco Carlo Marino che si è vivamente complimentato con i dirigenti del Coni per una iniziativa tanto gradita dalla comunità, auspicando che venga riproposta anche per il futuro.

      Ha preso quindi il via il saggio finale, pilotato da Giuliano Petrungaro e Clementina Petillo, con le dimostrazioni di lotta libera, guidate dal maestro Salvatore De Lucia, di jujitsu dal maestro Andrea Bresciani, di baseball dalla campionessa italiana ed europea Francesca Seguella, di scherma dalla campionessa italiana, europea e mondiale Ewa Borowa, di taekwondo dalla campionessa italiana Ester Sole con il maestro Nicola Fusco, di calcio dal team di allenatori federali. Sei dimostrazioni rispetto agli oltre dieci sport praticati durante il camp tra cui il nuoto, il pattinaggio, l’atletica, la pallavolo, il basket ed una applaudita esibizione di alto livello di ginnastica artistica affidata agli atleti del Gymnasium Casagiove, guidati dal maestro Carlo Senatore e dal suo staff, quest’anno in festa per i 40 anni dalla fondazione.

       Pirotecnica la conclusione del saggio con la realizzazione dei cinque cerchi olimpici sul parquet ad opera dei ragazzi distinti in altrettanti gruppi di diverso colore e la esecuzione finale dell’inno italiano ad opera della fanfara della Brigata Bersaglieri Garibaldi.

        Finale da “buone vacanze” con abbracci e qualche lagrima tra i bambini e i loro educatori, coordinati da Clementina Petillo (all’Aeronautica: Pina Desiato, Luca Mancini, Nunzia De Lucia, Ewa Borowa, Anna Zompa, Giuseppe Gamigliano, Yovani Izquierdo, Angelo Mainello, Valentina Ventrone; alla Brigata Garibaldi: Antimo Nero, Simone Fasano, Angela Rauso, Clemente Santonastaso, Danilo De Liso, Luca Giaquinto, Claudia Saputo, Paola Caserta, Bruno Belcaro) e gli altri collaboratori (in segreteria Erika Petrungaro e Federica Siano, per l’attrezzistica Benito Gazzillo e Aurelio Basileo).

 

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Biagio Izzo
CulturaEventiIn primo pianoTeatro

Biagio izzo al SonaRè Festival a San Leucio

scritto da L'Interessante

Biagio Izzo

Dopo il maltempo di Venerdì che ha obbligato gli organizzatori della serata a rimandare di un giorno la pièce, Sabato 16 Luglio presso il Belvedere di San Leucio è andato in scena Biagio Izzo con “Bello di papà” di Vincenzo Salemme, con la regia dello stesso Salemme

In teatro non si devono fare paragoni ma non si può prescindere dalle somiglianze. Lo spettacolo potrebbe risultare in prima battuta lontano dalle corde di Izzo che invece riesce a farlo suo, modificandolo in alcuni punti. La stessa regia di Salemme risulta cucita addosso al protagonista indiscusso della serata. Biagio Izzo riesce a imporsi sulla scena sin dai primi scambi di battute, amato come pochi dal pubblico Casertano, ricambia donandosi completamente alle duemila persone presenti in “sala”. Quella di ieri sera è stata l’anteprima nazionale dello spettacolo e per questo mostra alcune incertezze. Il ritmo dello spettacolo è altalenante, l’interpretazione degli attori non è convincente in alcuni punti. Gli attori in scena con Biagio Izzo sono: Mario Porfito accorato ed elegante in scena , Domenico Aria simpatico, divertente ma ancora lontano dall’interpretazione data da Massimiliano Gallo con Salemme , Adele Pandolfi reduce dalle tourneè della prima versione di “Bello di papà” risulta molto convincente e d’impatto, Yuliya Mayarchuck fa rimpiangere Antonella Elia nello stesso ruolo, Rosa Miranda porta a termine il ruolo che il regista le suggerisce, Arduino Speranza nota positiva dello spettacolo, ultimo dei caratteristi napoletani illumina la scena con la sua interpretazione, Luana Pantaleo molto presente sulla scena, gradevole. Nel complesso lo spettacolo è piaciuto molto alla platea praticamente piena del Belvedere di San Leucio ma non ne avevamo dubbi: quando Biazio Izzo chiama, i casertani rispondono. Unica nota stonata dello spettacolo è che con questa interpretazione si perde il finale malinconico e pensieroso che l’autore aveva dato, poiché colmato dalle risate del pubblico.

Michele Brasilio

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cronache di pietra
CulturaIn primo piano

Cronache di pietra. Attese

scritto da L'Interessante

Pietra

Ogni mia pietra è  un pezzo di specchio in cui si riflette il peso e la leggerezza del mondo, la sostanza del mio cemento ha la forma dei segreti di questa città. E’ su di me che fa ombra il sole quando si scopre dalla luna all’alba; è sulla mia faccia senza volto che si poggia la mano stanca  degli anziani senza tetto che la disperazione fa invecchiare nell’inverno dell’ultima stagione

Sono il testimone dei baci a mezza bocca  che gli innamorati in fuga dall’universo mi confessano inconsapevolmente. Quante teste ad occhi chiusi ho sostenuto. Quanti brividi ho rubato dalle schiene che, su di me appoggiate, si sono desiderate alla ricerca di una sola identità in due.

Sono il custode del sangue scivolato a morte dalla vena rotta di una sconosciuta che al buio chiedeva aiuto, non so quando sia accaduto. Ho solo lo sguardo e l’udito per osservare; in me non esiste il tempo che scandisce , sento solo il mondo che passa .

Non sono un muro che separa, le pietre che mi abitano si fanno dipingere di parole il ventre.

Sono uno di quelli che accoglie; in me sopravvivono fenditure che i poeti  senza nome riempiono di versi all’imbrunire:

“Ci baceremo nel tempo di un addio amato bene e li resteremo fino alla fine del sempre.”

Ho la fronte cucita col nome di Alice a cui qualcuno, col volto bruciato dalla  delusione, ha scritto:

“…chissà se mi hai davvero vissuto,

chissà se ogni tanto mi hai rischiato,

chissà se mai mi hai amato.”

Ho lo stomaco pieno d’impronte fantasma che la rabbia di un uomo mi ha graffiato dentro :la prima volta che l‘ho incontrato è stato di testa: uno, due , tre colpi  alle pietre della mia faccia di sinistra, quelle ancora libere dai racconti di ognuno, tranne il suo. Arrivò zoppicando ; blue-jeans  bucati come un punto a croce riuscito male  e una maglietta furori stagione: manica lunga di un rosso sbiadito  che  tirava convulsamente verso i polsi per coprirsi pure l’invisibile.

Si sedette   sulle mie gambe senza ossa    e, afferrata la testa tra le mani,  continuava a rotearla senza fermarsi: fatemi entrare – ripeteva a voce bassa, come fosse una litania profana, recitata in assenza di  santi- .

Abito la sponda di un anfratto disegnato apposta   per far galleggiare  l’odore di tabacco e il tintinnio di tazzine da caffè provenienti da un bar  in miniatura. E’ una liturgia, per me,  il movimento di lenzuola tirare, spiegate e stirate dalle braccia rugose di due donne in sandali francescani; entrambe indossano sempre gonne a tubo di colore scuro, lunghe fino alle ginocchia , bluse bianche puntellate da spilli   e crune con  cui si adornano il petto dalla mattina. Dopo l’ora di chiusura del negozio , che indicano ai passanti e a me , lasciando la serranda aperta a metà, si trattengono là dentro fino  a che la luna si fa faro al centro delle stelle e il vicolo si zittisce.  Continuando a stirare giacche e pantaloni come fosse un mantra propiziatorio o un rito di scaramanzia , recitano il rosario con la devozione di chi sa di essere ascoltato, e aspettano risposte che forse non troveranno mai.  Devono essere donne sole, senza più legami vincolanti: Se così non fosse, ad un certo punto della giornata dovrebbero avvertire  l’urgenza  di ritornare a casa, per  soddisfare  l’attesa di  un figlio che aspetta un bacio dietro la porta, oppure l’insofferenza   di un marito che cerca un pasto caldo da spartirsi in due ,sul rumore di silenzi fatti d’abitudine o di parole pregne di condivisione. Questa città è  costruita come fosse un labirinto aperto che obbliga tutti a passarsi accanto, un agglomerato di viuzze  imbottite di folla frenetica. Quelli che passano per il mio indirizzo si toccano la pelle e le voci , ma non si incontrano mai. Si sentono e si maledicono nel volume alto delle loro stesse imprecazioni , ma nessuno si ascolta oltre una sosta di pochi minuti sul giudizio dell’aspetto altrui.

Eccolo che torna anche oggi, lo stavo aspettando.  È  dalla reazione a catena che creano le teste delle persone al suo arrivo in strada, che me ne accorgo. Solo le auto proseguono  noncuranti.

Per loro Mario è un pazzo di quarant’anni che si aggira senza meta per le vie del proprio paese con alito da ebbro e il pericolo nelle mani che tiene sempre chiuse a pugno.

Barcolla, ha una bottiglia di vino senza etichetta tra le dita, mi sta appoggiando la mano sugli occhi, è umida e sanguina leggermente dal centro del palmo: Chissà su quale muro si sarà dannato prima di raggiungere me. Mi dà le spalle, beve l’ultimo sorso di rosso  fermo sul fondo della bottiglia di vetro , poi la fa roteare con un calcio fino al gradino della lavanderia di fronte. Anna e Rosetta piegano e spiegano le lenzuola , stirano e pregano sottovoce, ma quando arriva lui  il loro tono si fa chiaro e autorevole, quasi ad ordinare al Dio  in cui credono la protezione dell’anima del pazzo.

Tra queste quattro mura non posso più entrarci- ricomincia a ripetere, mentre mi guarda in faccia come se capisse che ascolto-

“Non lo sanno loro che quando perdi tutto, quando la vita tradisce la tua dignità cominci a sentire la voce del diavolo nella testa, entra da sola ,senza il permesso di nessuno, è lui che mi fa tremare , è lui che  morde la pelle del mio stesso corpo ,è lui che mi abita il sangue se inveisco contro qualcuno.

 Non lo sanno che quando un uomo  incapace di farsi compagnia resta da solo, non può che diventare quello che sono io adesso.

La sua disperazione trafigge l’anima di ogni mia pietra, se non fossi un muro mi piegherei in due dal dolore .

Sono anni che qui dentro non entra più nessuno, i pazzi stanno fuori ad aspettare la vita che non hanno più.

Hanno solo me per ricordarsi quanto  questa struttura che reggo, li faceva sentire al sicuro, almeno dagli sguardi della gente.

Mario viene qui tutti i giorni. Si appoggia a me per darsi un indirizzo, un luogo in cui stiracchiarsi le braccia al crepuscolo.

Quando si appoggia a me, sono io che mi aggrappo a lui per sopravvivere. Un vecchio muro di un ex manicomio non si regge né sulle frasi d ‘amore, né sul movimento della città, può nutrirsi solo dell’anima di un pazzo, mentre aspetta di morire insieme a lui.

Michela Salzillo

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Eboli
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Eboli: apre la spiaggia per disabili

scritto da L'Interessante

Eboli

Che ci piaccia o no, l’estate ha cominciato il suo turno. L’arsura della stagione in bikini è entrata a pieno regime nelle nostre giornate. Le temperature non la mandano di certo a dire e il desiderio di una spiaggia che allontani lo stress della routine è più o meno nei bisogni di tutti. Non sempre, però, volere è potere, neanche quando si tratta di una cosa semplice come un tuffo a mare. Se la regola è una sedia a rotelle, l’eccezione, in alcuni contesti, vacilla. La disabilità, tratta in salvo dal circostante, è solo una delle tante varietà in natura, ma se un ‘area, una città, un mezzo di trasporto, non sono accessibili, la sfumatura che arricchisce, diventa limite che frena anche i gesti o le azioni più banali. Si parla spesso di barriere architettoniche, a volte, anche male. Ciononostante la situazione in merito alla tematica è ancora piena di falle, che seppur vengono continuamente rattoppate, non godono di una risoluzione che parti dalla radice. E se una città non più fare a meno di gradini, marciapiedi e san pietrini, come pretendere un bagnasciuga che si attrezzi a dovere per chi non può fare jogging in riva alle onde?  Definire arretratezza il modus operandi di certe realtà è quasi fare un complimento all’ homo erectus. Spesso, si finge addirittura che vada bene così, perché l’Italia è già piena di guai. È come si fa a contraddire una tal  triste verità? Bisogna agire per precetti, andare per gradi, ristabilire le basi, altrimenti il vertice non può stare in equilibrio. Giustissimo! Ma perché non invertire qualche volta gli addendi, così, giusto per capire l’effetto che fa. C’è chi dinanzi a questo consiglio ancora digrigna i denti e chi, invece, non solo ci ha provato, ma sta anche riuscendo con successo.

Il 9 luglio, infatti, ad Eboli, è stata inaugurata la prima spiaggia attrezzata per i disabili. In via Carabelli, in località Campolongo, lungo la fascia costiera dello stesso punto geografico, qualcuno ha scoperto che mutando i fattori il risultato può cambiare, in positivo e a discapito di nessuno

Secondo quanto dichiarato dal sindaco, Massimo Cariello, si tratta di un importante iniziativa, la prima del genere nella città, che garantisce, alle persone con disabilità, interventi che mirano al rispetto delle proprie esigenze.

Attraverso il progetto  “Mare no limits,( ideato da un team nato nel 2000, apposta per promuovere l’attività idromotoria, socializzante, ricreativa, ludica, di insegnamento e pratica dell’ acquatica, a sostegno di programmi riabilitativi per soggetti disabili),  tutte le persone affette da una patologia invalidante,  potranno fruire del pieno e gratuito utilizzo di una spiaggia libera coperta dal  Comune di Eboli, attrezzata con  comfort e servizi.

 Oltre alle discese a mare attraverso idonee passerelle, è anche possibile sostare sotto l’ombrellone, utilizzando apposite pedane per il riposo. Disponibili anche i  servizi igienici accessibili, insieme al trasporto da e per la spiaggia, grazie ad un efficiente sistema di prenotazione: le  sedie job ne costituiscono un esempio.

Se l’obiettivo è stato raggiunto è grazie alla collaborazione di tanti, ha detto Cariello: “Ringrazio la Security Service, vincitrice del bando per le aree di sosta a mare e per il servizio di salvamento, per l’ampia disponibilità dimostrata; così come l’assessore comunale alle politiche sociali ,Lazzaro Lenza, per l’impegno e la tenacia nel raggiungere un obiettivo che già dai primi giorni di mandato si era posto e,  ancora, il neo manager per le disabilità del nostro comune, Generoso Di Benedetto, per la consulenza, dall’alto delle sue competenze e dell’esperienza maturate, per il contributo offerto al progetto”.

 Certo, anche viaggiando in questa direzione, ci sarebbe ancora da discutere, specie sulla sottile differenza  tra libero accesso e vita indipendente, ma questo è un altro capitolo. Una “sovversione alla volta” !   Qualcuno dice che se puoi pensarlo, puoi farlo, ma se c’è chi è partito prima, il compito diventa solo quello di copiare. Visti i risultati e gli entusiasmi, provarci non solo vale la pena, ma è pure un dovere, perché anche il mare è un diritto di tutti.

Michela Salzillo

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